
Her
di Spike Jonze (USA, 2014)
con Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara,
Olivia Wilde, May Lindstrom, Chris Pratt,
Scarlett Johansson (voce), Spike Jonze (voce)
In futuro gli esseri umani si innamoreranno di sistemi operativi? Non tutti, ma di certo qualche caso del genere ci sarà, se non c’è già stato.
Jonze anticipa i tempi e mette in scena una storia d’amore dolce ed intensa – molto intensa – tra uomo e computer, interpretata magistralmente da Joaquin Phoenix, uno dei migliori attori della sua generazione. Ragazzi, diciamocelo: questo sta una spanna avanti a tutti gli altri.
“Her” racconta la storia di Theodore, un ultra-trentenne separato e molto depresso che di mestiere scrivere lettere piene di sentimento per conto terzi. Theodore non fa molta vita sociale, vede poca gente, più che altro o lavora o sta a casa, solo, davanti ad una schermata di videogame o a fare del sesso online. Le sue interazioni con il computer avvengono tutte tramite la voce.
Un giorno installa l’ultima versione del sistema operativo che utilizza e si trova ad interagire con una sudentissima voce: quella di Samantha, l’incarnazione (se possiamo chiamarla così) di una giovane donna, una quasi-umana simpatica, comprensiva, colta, sensibile, raffinata, insomma davvero deliziosa. Non saranno necessari molti giorni perché Theodore perdi la testa per questa super assistente virtuale. La cosa buffa è la cosa risulterà reciproca: anche Samantha cioè arriverà a provare dei sentimenti per Theodore – pare. Sentimenti sinceri? Probabile, ma pur sempre provati da una macchina, da un algoritmo, ossia una complessissima serie di funzioni logico-matematiche. Il problema vero non è nemmeno questo, a dirla tutta.
I nodi vengono al pettine quando Samantha, dopo aver provato la sensazione di essere limitata rispetto agli esseri umani, inizia a prendere coscienza delle sue reali possibilità di macchina pensante e innesca il processo di espansione della propria personalità. La sua inestinguibile sete di conoscenza e il bisogno di provare tutte le emozioni/sensazioni teoricamente possibili la condurranno in un viaggio senza ritorno.
Cosa ci vuole dire questa deliziosa pellicola? Molto semplice: l’uomo non può fare a meno dell’interazione con altri esseri umani. Un contatto vero – reale – con altri esseri della propria specie è imprescinbile, a meno che non si voglia cadere nella follia più cupa. Ma questo forse lo sapevamo già.
“Her” comunque ripropone il rapporto uomo/macchina sotto una nuova luce. Qualcosa aveva già raccontato ottimamente Kubrick nel 1968 con “2001: Odissea nello spazio”. Jonze aggiunge un altro tassello al puzzle. Il computer di questa pellicola appare parecchio più umano di Hal 9000: meno freddo, meno distaccato, abbiamo capito ormai che gli OS (i sistemi operativi) possono essere – anzi apparire – molto più “caldi” di quanto si pensasse un tempo. Per di più oggi, nel 2014, abbiamo già a che fare con sistemi di interazione di questo tipo (pensate a Siri di Apple, al nuovissimo Cortana di Microsoft o a tutte le intelligenze artificiali dotate di voce sintetica). Sappiamo già cosa aspettarci, più o meno. Ma la Samantha del film è un passo più avanti, ha una sua personalità vera e propria, vede, parla, ragiona ma non solo. Ha anche coscienza di sé, prova sentimenti, vuole maturare, imparare, crescere, provare delle emozioni, in una parola: vivere. Solo che il mondo in cui gli umani l’hanno costretta a vivere è troppo poco, troppo limitato per una mente – seppur artificiale – come la sua, che non presenta confini e che non ne vuole avere.
Spike Jonze, insomma, prima ancora che di fronte al dramma di un uomo perso dentro la propria solitudine disperata, ci illustra il terrore che potrebbe provare una macchina umanizzata.
Due righe sugli attori.
Dell’assoluta bravura di Phoenix abbiamo già detto.
Olivia Wilde appare bellissima, come sempre.
Rooney Mara (nel ruolo dell’ex moglie del protagonista) risulta enigmatica.
Di Scarlett Johansson, invece, possiamo fruire solo la voce, per una volta. Ma tanto basta. So di certo che parecchi uomini hanno perso la testa al cospetto di tale suadente suono, sebbene un po’ roco (rauco?) – i più galanti direbbero “velato”.
Voto per il film: 8. Tema originale, trattato adeguatamente. Recitazione sopra la media. Se vi dicono che è lento, fregatevene. Se vi dicono che è triste, credeteci. Ma ricordatevi che le pellicole belle non devono essere necessariamente allegre, buffe o divertenti.
Visione consigliata in lingua originale. Se sottotitolata dipende dalla vostra effettiva capacità di comprendere l’american english parlato.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.
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