
La matriarca
di Pasquale Festa Campanile (Italia, 1968)
con Catherine Spaak, Jean-Louis Trintignant,
Renzo Montagnani, Paolo Stoppa, Gigi Proietti,
Venantino Venantini, Gabriele Tinti,
Mario Erpichini, Nora Ricci, Philippe Leroy,
Edda Farronao, Fabienne Dali, Vittorio Caprioli
Partiamo dal fondo: la scena finale mi ha ricordato un po’ “Ultimo tango a Parigi” ma credo che questa pellicola di Pasquale Festa Campanile abbia davvero poco a che fare con il notissimo film di Bertolucci.
Più che altro, “La matriarca” mi è sembrato un inno a Catherine Spaak, la cui immagine giovanile, dopo la visione di questo film, si ritrova ad essere rinverdita ai miei occhi. In altre parole: ma quant’era bella la Spaak tra i venti e i trent’anni? C’è da essere orgogliosi del fatto che negli anni ’60 l’Italia abbia dato asilo artistico ad un’attrice così affascinante. Che poi, diciamocelo, era anche brava a recitare. Magari l’avranno pure presa per le decine di scene da girare in topless ma io credo che vada ammirata anche per il fatto di essersi messa in discussione, di non essersi presa sul serio. Quante delle dive o pseudo-dive dell’epoca avrebbero accettato di girare una commedia tanto balzana quanto questa?
Si, perché “La matriarca” è un po’ una cretinata, un film così, da poco. Una commedia che ha come tema il sesso e l’erotismo, che si occupa della rivoluzione sessuale in atto in quegli anni, dell’emancipazione di cui si faceva protagonista la donna, ma che sotto sotto rifila allo spettatore un sacco di luoghi comuni anche abbastanza discriminanti e retrogradi.
La protagonista della storia, tale Margherita detta Mimi, è una giovane poco più che ventenne che all’improvviso si ritrova vedova e ricca. Quando scopre che suo marito la tradiva regolarmente con diverse donne – tra cui una delle sue migliori amiche – e che era solito lasciarsi andare agli impulsi più bassi in una specie di garconniere segreta, decide di provare anch’essa l’ebrezza del sesso fuori dall’ordinario. Ciò che la manda in bestia è il pensiero che suo marito non la riteneva, in qualità di moglie, degna dei suoi più bassi appetiti sessuali. Odia profondamente quell’assunto per cui “certe cose con la moglie non si fanno”. A questo punto, dunque, si sveglia e decide di dominare l’altro sesso senza esserne più succube. Si munisce persino di guida psicologica e inizia a sedurre decine di uomini tra cui il giovane braccio destro di suo marito, il maestro di tennis, uno sconosciuto incontrato ad una festa, il marito della sua migliore amica, ecc. Arriva addirittura a fare una marchetta – una ed una sola per il solo gusto di provare – e ad incorniciare il denaro così guadagnato in un quadro, che poi appende nello stesso appartamento che il suo defunto consorte aveva trasformato in tempio della depravazione. Il suo peregrinare di letto in letto subirà una decisiva battura d’arresto quando incontrerà il dottor Carlo De Marchi, un professore universitario di medicina, che s’innamorerà di lei, della sua solitudine e del suo perpetuo essere inappagata. L’unico uomo a non stupirsi della sua voglia di trasgredire.
Morale della favola: anche se la donna ha voglia e tenta di vivere la propria sessualità finisce per sottometersi sempre al volere dell’uomo perché avere accanto un essere di sesso maschile rientra nella sua natura, nelle sue naturali necessità di donna. Più maschilista di così! Ditemi un po’ voi…
Soggetto e sceneggiatura sono di Ottavio Gemma.
Le suadenti musiche very very Sixties sono composte e dirette dal M° Armando Trovajoli.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.