Il regista di matrimoni

Il regista di matrimoni

di Marco Bellocchio (Italia, Francia, 2005)
con Sergio Castellitto, Gianni Cavina,
Donatella Finocchiaro, Sami Frey,
Maurizio Donadoni, Bruno Cariello, Simona Nobili,
Claudia Zanella, Corinne Castelli, Silvia Ajelli

Serata ‘film a casa’. Due amici affittano un film. Decidono per "Il regista di matrimoni". Approvo. Sinceramente: non avrei visto questo film se avessi saputo che fosse diretto da Marco Bellocchio. Dopo "Buongiorno notte" ho gettato la spugna. Non ne voglio più sapere.
Putroppo sono venuto a conoscenza dell’informazione sul regista solo dopo venti minuti dall’inizio del film, per cui ho preferito portare a termine la visione.
Detto cio, mi chiedo davvero come possa questo regista godere di grande fama qui in patria. Cerco di spiegarmi: dov’è la sua estrema bravura? Io, modestamente, credo che non sia in grado di aprire e chiudere un racconto, di portare a termine una narrazione. Qui Bellocchio palesemente non riesce a chiudere il cerchio. Lo spettatore non capisce cosa succede, se accade X o il suo esatto contrario. E ancora: lo spettatore merita rispetto? Se questi ha pagato il biglietto, l’autore è in dovere di rendergli qualcosa, di raccontargli una storia?
Lo stesso discorso andrebbe fatto anche per altri registi, tipo David Lynch, ma mi fermo qui. Non mi sembra ora il caso. Tanto ci sarebbe da dire.
Tornando a noi, al film di Bellocchio, io ho visto solo una specie di racconto che non sa dove vuole andare a parare e soprattutto se vuole (arrivare da qualche parte). E’ ormai chiaro che realizzare un film fumoso, confuso e confusionario, può aiutare l’autore a crearsi un’aura di genio, di estro, di maestrìa, ecc. Meno si capisce e più sei bravo. L’industria culturale moderna – con la complicità della critica – in più casi ha dimostrato di funzionare in questo modo.
Che poi, a dirla tutta, le storie sono due e scorrono parallele, toccandosi solo leggermente in 3 o 4 punti – peraltro inutilmente.
SPOILER.
C’è questo regista dalla grande fama, tale Elica, che va a Cefalù. Forse per onorare la scomparsa di un suo collega, forse no. Forse sta fuggendo da qualcosa. Forse si nasconde dalla polizia che ha ispezionato i suoi uffici. Fino a 3/4 del film si pensa che sia un satiro, un maniaco, uno che sfrutta la sua notorietà per costringere più e più donne ad avere rapporti sessuali con lui. Si pensa che sia così, poi si scopre che non è vero. Poi si scopre anche che quell’altro regista – il collega morto – in realtà morto non è. Tutt’altro. E’ un pazzo che ha organizzato il suo finto decesso e si è nascosto in Sicilia. Vuole verificare la teoria secondo cui un artista è venerato solo se è morto. "Sono i morti che comandano!", un leit motiv che torna spesso nel film. Parentesi: questa mi sembra l’unica idea del film degna di nota. Nel frattempo in Sicilia il primo regista ne incontra un terzo, uno locale che dirige i filmini per matrimoni, ed inizia a collaborare con lui. Un principe del luogo, poi, lo convince a fare da regista per il film del matrimonio di sua figlia. Il nostro allora si innamorerà anche di questa figlia – tra le altre cose anche cessa – già promessa in sposa. E sarà passione
 bruciante, anche se non completamente consumata. Non è un luogo comune? Che ve lo dico a fare!?
Ma in tutto ciò ci sono decine di punti che non si spiegano. Ve ne elenco un paio.
1. Perché la figlia del principe è andata a trovare Elica nel suo studio, ancor prima che questi arrivasse in Sicilia? Voleva solo ottenere la parte di Lucia nel film dei ‘Promessi Sposi’ che si stava preparando?
2. I due amanti riescono a coronare il proprio sogno d’amore? Entrambi fuggono via in treno. Sì, d’accordo: ma insieme? O in direzioni differenti?
Mi preme citare anche qualcosa di già visto. Non so se sia una citazione voluta ma il tentativo che fa ‘Lui’ di salvare ‘Lei’ dal convento in cui è stata rinchiusa mi ha ricordato tantissimo la stessa situazione di "Revenge", film diretto da Tony Scott con Kevin Costner, Madeleine Stowe ed Anthony Quinn.
Lo so: ancor prima una cosa molto simile l’aveva scritta Alessandro Manzoni. Ma ovviamente tutto "Il regista di matrimoni" è un’allegoria dei "Promessi Sposi". E’ ovvio. E’ così ovvio da sembrare quasi un insulto per chi guarda ed – allo stesso tempo – un ammiccamento ai critici che sono sempre pronti ad applaudire il benché minimo riferimento alla letteratura o – più in generale – alla cultura classica considerata ‘alta’.
Tutto sommato io continuo a stimare Sergio Castellitto che accetta queste parti assurde e che, fortunatemente, ne esce sempre a testa alta. E’ proprio grazie a lui se si riesce a digerire un film-mattone di questo tipo, una narrazione costantemente sospesa e piena di indizi che non portano e non servono a nulla. Alla fine i minuti scorrono veloci perché con "Il regista di matrimoni" si ride. Si ride tanto. Non credo sia voluto, ma ci sono diverse scene che suscitano un’ilarità fantastica.
Era questo l’intento? Chissà cosa ne pensa il regista!? 
Un bravo a Gianni Cavina. La sua faccia è ruvida ma incredibilmente espressiva. Mi è sempre piaciuto. Qui interpreta Smamma, un regista apparentemente folle che sfoga la sua frenesia nel suicidio ma non prima di aver dimostrato a se stesso e al mondo che un artista dev’essere morto per guadagnarsi le lodi di pubblico e critica. Il rabbioso monologo che fa sulla spiaggia dovrebbe essere preso ad esempio dai giovani attori che vogliano imparare il mestiere.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.