

Ore 20.00
«Oh, ma hai sentito qualcuno? Che si fa? Io verrei solo al dj-set, dopo il concerto…»
«Beh si, ho sentito Tizio, Caio… ci sarebbe anche Sempronio. Ho telefonato. Mi hanno mandato diversi SMS. Il primo non ce la fa per il concerto. Il secondo domattina deve fare una levataccia per rispondere al citofono (ha lo stagnaro in casa)… Non so… mi sa che ci voglio andare solo io al concerto. Ma se è così forse è meglio che andiamo insieme a sentire solo il dj-set»
«… ma di preciso chi c’è? Chi suona? A me Gilles Peterson interessa…»
Ore 20.30
Si visita il sito dell’Auditorium di Roma, si controllano il prezzo del biglietto e l’ora precisa di inizio concerto. Alle 9.00 dovrebbe partire Pine con la sua band accompagnato dalla Anderson. A seguire i 2 Banks of 4 ed infine il dj-set di Peterson. Costo 20 ma si scopre uno sconto speciale per gli under-26. Io, tra l’altro, non sono mai stato a questo fantomatico ‘auditorio’… «Beh… dai si può fare. Giusto il tempo di una doccia ed una cenetta veloce. Mica inizieranno alle 9.00 in punto, no?»
Il Nero accende i fornelli (tortello alle erbe con burro e salvia) io mi butto sotto l’acqua. Ci si veste e si cena con calma. Poi di colpo, mentre io sono ancora a tavola a chiacchierare con un altro commensale e mentre affetto ancora la salamella romana, il Nero appare sull’uscio con la giacca d’ordinanza già abbottonata. Capisco che stiamo sforando sulla tabella di marcia.
Via, si va. Il tempo di buttare la spazzatura e leggere sulla palina del bus uno slogan che nel 2005 inneggia ancora alla figura di Lenin ed è già arrivato il 490, il nostro bus (auto, per i Romani de Roma). Villa Borghese. Piazzale Flaminio. Stop. Si scende. Si prende il tram. Qualche fermata e ci siamo.
Ore 21.50
Fuori non c’è ombra di fila, nè anima viva. Fiancheggiamo il mastodontico complesso. Il Nero mi fa apprezzare lo stile del bar a cui si può accedere anche dall’esterno. Notevole il mazi-divanetto in vimini a forma di goccia. Sarebbe stato creato per un posto ma pare sia più godibile in due.
Si entra. Biglietteria. Due per il concerto ‘Pine-Banks Of Four’ della rassegna ‘New British Jazz’. Sconto per minori. 34 Euro in due. Non male. Chiediamo a che punto sono con la musica. Le due bigliettaie ci fanno notare che il concerto è quasi finito. Sono quasi le dieci!!! Ma allora hanno iniziato in orario! Questo Auditorium non dà la sensazione che ci si trovi a Roma. Un concerto che inizia in orario. ma quando mai!!! Anche l’estrema pulizia, l’ordine, la luminosità, le finiture nuovissime. Siamo ancora nella Capitale?
Un tizio antipatico ci chiede dove siamo diretti, ci indica malvolentieri la nostra direzione (su per le scale) e noi ci avviamo. Una hostess gentile (contraltare) ci spiega che è quasi finito il primo concerto. Indipendentemente dai posti assegnatici dal sistema automatico, ci invita a sederci a casaccio. Attenzione: è tutto buio. Tra poco le luci si accenderanno e potremo accomodarci nelle nostre poltroncine.
Intanto entriamo. La sala è vuota solo al 10%. Pensavo ci fossero meno appasionati. Non abbiamo difficoltà a trovare due posti comodi sulla lato sinistro. Appena seduti ci rendiamo contro che quella che stiamo ascoltando è davvero l’ultimo brano e che quelli sul palco sono proprio i 2 Banksof Four, ossia il gruppo (tra i due) che più interessava a Nero. Peccato. Davvero un peccato. Tra il pensiero di una bestemmia e l’altro i musicanti chiudono. Applausi. Luci. La metà del pubblico si alza. Noi anche. Qualche titubanza poi ci riposizioniamo in posizione strategica: più avanti, centrale. Fortunatamente durante il resto della serata non arriverà nessuno.
I tecnici smontato il set del primo live-act, quindi montano il secondo. Passa una buona mezz’ora poi i musicisti attaccano. Un primo brano strumentale, poi entra lo show-man: mr. Courtney Pine. Ed è subito atmosfera. L’acustica della sala è buona. Nero mi fa sapere che la sala Santa Cecilia è tutta un’altra cosa ma anche qui non si sente male. Peccato per l’equalizzazione. Il jack della tastiera a volte fa le bizze. Il suono della chitarra è alquanto basso rispetto agli altri strumenti ma tutto sommato il suono non è da buttar via.
Considerazioni sulla musica. Non sono un appassionato di jazz. Non me ne intendo. A metà degli anni ’90 sono stato attratto dall’acid jazz ma molti, purtoppo, ancora non lo ritengono un genere musicale “alto”, essendo più vicino alla dance e all’elettronica che non alle note d’inizio ‘900 dei padri neri d’america. Ad ogni modo la band e Pine in testa mi sono piaciuti. Hanno trasmesso energia. Il piede batteva sempre, anche sui pezzi meno ritmati. Il batterista ha stupito per la sua velocità. Molti brani avevo praticamente un ritmo breakbeat, drum’n’base, jungle o come diavolo vogliate chiamarlo. Anche gli altri musicisti sapevano il fatto loro. Su Pine posso dire che «pareva avere dieci polmoni» (parole di Nero). Un omone che a fine serata è sceso giù dal palco tra la gente ed è stato capace di suonare, salutare e ballare contemporanemente senza perdere il ritmo o sbagliare alcunché. Eppure. C’è un eppure. Pine suona bene ma esagera. Sempre. Nessuna eccezione. Lo si capisce fin dal primo brano, una cover della famosa “Sonny”. Tra un gruppo di note da suonare e l’altra ci infila sempre sei milioni di altre note suonate alla velocità della luce. I suoi pezzi altro non sono che degli assoli infiniti, dal primo all’ultimo secondo. Tanto che ti viene da urlare: «Cazzo Kurt, respira ogni tanto!!!». Ok. Sei un grande, con un sax in mano sai fare tutte quelle cose lì che sulla terra sono in quattro ci riescono. Mi sta bene, Respect! Ma la tua musica proprio non mi entra in testa. Non riesco a seguirti. Mi spiace.
Nota di merito per miss Carleen Anderson. Io e il Nero l’avevamo conosciuta per la sua “Apparently nothing” suonata prima con i Young Disciples e poi con i Brand New Heavies. Stasera ci affascina con la sua voce. In quel corpicino minuto (ma dai fianchi larghi) è nascosta una potenza vocale inaudita. La signorina canta appena due brani ma da il meglio si sè. Nel primo arriva a fare degli acuti paurosi che la costringono a contorcersi su se stessa per trovarne la forza. Il secondo è una specie di inno british molto patriottico: una cover solo voce e pianoforte di “Don’t look back in anger” degli Oasis. Commovente. Ma che dico!? Di più: ci fa quasi piangere.
La musica comunque fluisce che è una bellezza. Il tempo passa e nemmeno ce ne accorgiamo. In coda al concerto Pine fa alzare tutti in piedi, ci fa fare i cori, ci fa cantare, ballare e persino saltare come delle bestiole addomesticate.
Ore 00.15
Il concerto è finito. Siamo entusiasti. Scendendo le scale ci si scambia le opinioni di rito. «Però, quella Anderson, eh?… e Pine? Ma hai visto che potenza?!»
Arriviamo al Foyer antistante la sala Sinopoli (ma poi che sarebbe un ‘fuaié’? Un atrio?) e quivi troviamo il fido Coletta ad attenderci. Lui aspettava da qualche minuto ed ha già potuto tastare il polso della situazione. Ampi spazi, amplificazione buona (anche se inizialmente a volume un po’ basso), due grandi schermi piatti ed pannello a retro-proiezione mostrano le immagini del video-set abbinato. Se devo essere totalmente sinceri devo dire che le immagini non sono state il massimo. L’idea di usare un paio di camere per riprendere live il dj e la folla danzante è buona, così come la possibilità di inserire in tempo reale del testo sulle immagini, però gli effetti usati erano sempre gli stessi e poi inserire continuamente la firma del service video non mi è sembrata una grande trovata stilistica.
In partenza alla consolle c’è un tizio rossiccio, cicciotto e con un imbarazzante cappellino di paglia. Trattasi di Ady Harley o Nick Matthews. Lo capiremo solo dopo, ossia solo quando Nero esordirà con «Ecco Peterson è lui!», indicando un’altro figuro rossiccio dal sorriso strafottente. Insomma iniziano due dj-spalla, il più giovane dei quali era proprio una pippa, sia come tecnica di passaggio che come continuità stilistica tra i brani e mettono dischi per una buona mezz’ora. Intanto il nostro terzetto si avventura nel bar per una bevuta. Sorpresa: la cara vecchia Lemonsoda costa solo 2 Euro!!! Meraviglia! Chi se l’aspettava da un posto così chic prezzi così popolari?
Si torna al Foyer e poco dopo minuti mr. Gilles Peterson si piazza dietro la consolle (due vecchi 1200 Technics + 2 Pioneer CDJ100S + supermixer Pioneer). Il primo pezzo a suonare è dei Solid Groove (un white label dal titolo provvisorio “Apache”). Si balla. Il volume è quello giusto da pista, ormai, ed in più il sottoscritto ed il Nero si guardano in faccia. Abbiamo riconosciuto le note del vecchio pezzo ed esaltati ci iniziamo a scatenare. Si va avanti così per oltre un’ora tra una settantina di scatti dalla mia Canon digitale (altri 30 li avevo riservati a mr. Pine) e milioni di passettini. La gente intorno sembra divertirsi come noi: le pulzelle agitano i corpi appena scoperti dalle calure primaverili e lanciano gli urletti, gli uomini seguono la scia. La selezione è delle migliori. Nonostante Peterson venga dal nord il suo sound è tutt’altro che duro. L’alternanza tra pezzi carichi, tirati, acidi e quelli easy, bossati, freschi è davvero giusta ed quilibrata. Si balla che è un piacere e ci si sorprende ad ogni passaggio. Diciamocelo: tecnicamente mr. Peterson dagli occhi azzuri non è il “top dei top”, al mixer sperimenta (e non sempre riusce nell’impresa) ma di fronte a lui non bisogna mai dimenticare l’esperienza e l’importanza che ha avuto (ed ancora sta avendo) nella scena britannica. MAX RESPECT!
Ore 02:50
La serata si chiude con un sapore agrodolce. Dopo un altro giro di bevute cheap ai tavolini del luminoso bar si torna al Foyer per vedere se il deejay è disponibile per una foto. Stanno andando tutti via. L’impianto è spento. Il tecnici smontano. Peterson chiacchiera con degli amici. Excuse me? Lo si disturba un po’. Si scattano 2 pose (una per ciascun dj-provetto) poi si chiede il titolo di un paio di pezzi. Prendete nota: uno è “Apache”, quello segnalato poche righe fa. L’altro… l’ho dimenticato. Era un 10 pollici con il centrino bianco e rosso. Peterson ha capito, me l’ha indicato ma io l’ho dimenticato. Bestia!
Si esce dall’Auditorium. Bel complesso davvero! Ma bisognerà tornarci più spesso per apprezzarlo meglio. Nero infila le mani in tasca. In tutte le tasche. Più volte. Ma il telefonino dov’è? Scatto felino. Si torna indietro. In tutti i luoghi. Si fissa il pavimento. Si scandaglia la zona. Si rientra nel bar. Si chiede ai baristi. Nulla. Dell’Acer grigio non c’è alcuna traccia. E vabbè! Bisognava cambiarlo comunque prima o poi. Peccato per i numeri di telefono ivi memorizzati. Sarà una lungo e noioso ricostituire la rubrica.
P.S.: l’immagine dei 2 Banks Of 4 non è stata inserita volutamente perché non si ha avuto la possibilità di ascoltarli.
Grande scelta! Peterson, e’ spesso tra Bristol e London con Jazzanova, always good fun.
Ho puntato anch’io al buio su Courtney Pine una sera di un paio di mesi fa al Barbican per una serata dedicata a Britannia Jazz, Pine aveva invitato un po’ di amici (tra cui Talvin Singh e un ex-Incognito) per una grande jam audio video.
Carleen Anderson eccezionale anche li’, da sola con cover jazz di -don’t look back in anger- oasis.
Good stuff! Noize
Bel post.
Parla de musica lassa perde Lynch.
:o)
enrico
:-D