Posts Tagged: USA


23
giu 11

American Life

American Life
(Away We Go)

di Sam Mendes (USA, 2009)
con John Krasinski, Maya Rudolph, Maggie Gyllenhaal,
Carmen Ejogo, Catherine O’Hara, Jeff Daniels,
Allison Janney, Jim Gaffigan, Samantha Pryor,
Conor Carroll, Josh Hamilton, Bailey Harkins

Allora, innanzitutto lasciate perdere il titolo italiano. Non curatevene. Quello originale, “Away We Go”, ha molto più senso, è più indicato.
Questa pellicola racconta di due ragazzi americani poco più che trentenni. Un lui e una lei che si vogliono molto bene, si amano. Lei fa l’illustratrice per delle pubblicazioni di anatomia, lui lavora nel campo delle assicurazioni. Non sono molto abbienti, vivono in una casa senza riscaldamento e con il cartone al posto dei vetri delle finestre. Si sentono un po’ frustrati, troppo poco maturi per mettere su una famiglia vera e propria. Aspettano un bambino ma si sentono dei falliti – lei specialmente. Quando scoprono che i genitori di lui – su cui facevano affidamento per la gestione del bambina in arrivo – si trasferiranno in Belgio (ad Anversa), decidono di fare un lungo viaggio, di spostarsi, di trovare un posto migliore dove andare a vivere, o meglio dove iniziare da zero. Così passano per diverse città degli Stati Uniti (e una del Canada) con la scusa di andare a trovare degli amici, dei familiari, dei parenti (sorelle, fratelli, quasi-cugine) e scoprono pian piano di essere decisamente meglio, o comunque più normali, di tutta una serie di strambissimi personaggi a cui vorrebbero avvicinarsi o con cui vorrebbero stringere delle relazioni.
“American Life”, insomma, è una specie di tragicommedia on the road in cui si sorride un po’ e ci si commuove anche – a seconda della situazione, ovvio. Senza dubbio ci si mette un attimo a familiarizzare con Burt e Verona, i due protagonisti. O almeno io li ho amati sin dalle prime battute del film. Lui (John Krasinski) è buffissimo: un uomo molto alto, magro e barbuto, con i capelli sempre fuori posto, sbadato e fanfarone che spesso si comporta come un ragazzino. Lei (Maya Rudolph) è più saggia e pensierosa, un tantinello insicura, un’animo dolce e già materno, in un certo senso, ancor prima del parto – evento che peraltro nel film non viene narrato.
I genitori di lui, una coppia di cialtroni egoisti e finto-tonti, sono intepretati molto bene da Catherine O’Hara e Jeff Daniels.
A Maggie Gyllenhaal, invece, è stata affidata la parte di una mezza sciroccata che segue filosofie di vita simil-new age come ritenere l’uso dei passeggini dannoso per l’educazione dei figli, allattare al seno anche i bambini altrui, ecc.
Sam Mendes ha diretto una storia scritta e sceneggiata da Dave Eggers e da sua moglie Vendela Vida.
Nota per gli smemorati (come me). Sam Mendes è lo stesso regista di American Beauty”, “Era mio padre” e “Revolutionary Road”.
Voto: 6 e mezzo. Consigliato a chi non categorizza i film in lenti/non lenti.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


23
set 10

Boardwalk Empire (pilot)

Martedì scorso ho visto la puntata pilota di una nuova serie tv americana. Non ne sapevo nulla. Me l’hanno suggerita due amici a cui tengo tantissimo. Mi sono fidato e l’ho vista. La serie si chiama “Boardwalk Empire”, è ambientata ad Atlantic City negli anni 20 del XX secolo, gli anni del proibizionismo. La trasmette il canale HBO – quello de “I Sopranos” e “Sex in the City”, per intenderci. Qui la scheda Wikipedia in inglese.
Io vado matto per le storie di gangster e questa è decisamente una storia di gGangster.
Il tesoriere della contea, tale Enoch “Nucky” Thompson, gestisce una specie di club che funge anche da casa da giochi (leggi casinò) e maneggia tanto denaro sporco. La neonata legge anti-alcool non può che giovare ai suoi affari. Il proibizionismo potrebbe essere la sua fortuna. Difatti una delle prime avventure in cui lo vediamo cacciarsi è stringere affari con la mafia italiana di Chicago. Vi dicono niente i nomi di Charlie “Lucky” Luciano, “Big Jim” Colosimo e Johnny Torrio? Beh, loro. Uno dei problemi più grandi che Nucky deve affrontare è l’insofferenza del suo braccio destro, il giovane James Darmody – anche noto come Jimmy. Il ragazzo infatti, appena tornato dalla guerra di trincea in Europa, non vede l’ora di fare carriera nel mondo della malavita locale. Il ruolo di autista del tesoriere gli va stretto. Lo si capisce subito nei primi 5 minuti della serie. Come reagirà dunque alla sufficienza di Enoch e ai suoi consigli di tenere bassa la cresta e non allargarsi?
La faccia di Enoch è di quelle che ti piacciono la prima volta che la vedi. Steve Buscemi, difatti, l’ho scoperto a metà degli anni ’90 con “Fargo” e credetemi se vi dico che mi è sempre piaciuto un casino. In questo inizio di serie non delude affatto. Il ruolo del malavitoso elegantone, tutto gessato e belle donne, riesce a reggerlo bene, aggiungendoci persino un tocco del tutto personale e originale: la nostalgia. Non che questo non fosse scritto nella sceneggiatura, intendiamoci. Il suo è un gangster poco spavaldo, che dimostra di aver cuore in diversi casi, che sente il bisogno di una donna accanto e che, si capisce subito, è ancora molto innamorato della sua defunta moglie.
La faccia di Jimmy è una faccia da schiaffi, invece. Michael Pitt, cioè, mi dà l’idea di fessacchiotto. Non che reciti male, intendiamoci. Anzi. Ma si porta dietro quelle espressioni da giovinotto farloccone, ecco. Mi dicono che il tizio sia stato già avvistato dalle nostre parti nel telefilm “Dawson’s Creek”.
Da segnalare anche: Kelly Macdonald nei panni della signora Qualunque – ma che presto farà perdere la testa al distinto signor Thompson; Michael Shannon nei panni dell’agente Agent Nelson Van Alden, ossia un agente FBI con la faccia da sbirro tosto irreprensibile e Stephen Graham nei panni di un giovanissimo (e forse anche buffo) Al Capone. Interessante anche il ruolo di Arnold Rothstein, affidato a Michael Stuhlbarg.
Nota bavosa: Aleksa Palladino, l’attrice che interpreta la signora Darmody è davvero caruccia. Una moretta che desta curiosità. Finora gioca un ruolo di secondo piano, fa la mogliettina devota e tranquilla, giusto un po’ preoccupata ma sono sicuro che in seguito il suo personaggio sarà arricchitto dal punto di vista della personalità. Mi aspetto grandi soprese.
Paz de la Huerta, invece, è molto meno figa di come vorrebbero farla apparire. Non basta interpretare una prostituta per accaparrarsi le simpatie dello spettatore maschio.
Pare che il pilota di questa sia costato circa 50 milioni di Dollari e che sia stato girato da Martin Scorsese, che figura anche come produttore (foto sul set). Alla sceneggiatura Terence Winter, la mente che ha scritto i Soprano. Non due fessi qualsiasi, insomma. E infatti il prodotto di qualità c’è e si vede. Credo che, escludendo il cachet per il cast di tutto rispetto, gran parte del denaro per la produzione di questo primo episodio sia stato speso per la costruzione delle scenografie. Si guardi, infatti, alla certosina ricostruzione dei quartieri popolari di Atlantic City e del night club di Nucky in puro stile anni ’20.
A me “Boardwalk Empire” è piaciuto molto. Probabilmente continuerò a seguirlo contemporaneamente alla messa in onda americana, grazie ai prodigi dei torrenti.

Qui potete vederne il trailer.


8
set 10

I Love You, Man

I Love You, Man

di John Hamburg (Usa, 2009)
con Paul Rudd, Rashida Jones, Jason Segel, Lou Ferrigno,
Sarah Burns, Jaime Pressly, Jon Favreau, Jane Curtin,
J. K. Simmons, Andy Samberg, Jean Villepique, Aziz Ansari

Niente di speciale. Una commedia sentimentale americana, come tante altre. L’unica differenza è che in questo caso il protagonista è uomo e il tema dominante è l’amicizia.
Peter (Paul Rudd) e Zooey (Rashida Jones) sono giovani e belli e si amano. Presto convoleranno a nozze. Lui è un agente immobiliare trentenne che ambisce a far carriera con l’obiettivo e breve termine di mettere un po’ di soldi da parte per la cerimonia. I due fidanzatini sembrano felici ma poche settimane prima del matrimonio Peter si accorge di non poter invitare nessuno in qualità di testimone poiché non ha amici veri. Dunque si mette alla ricerca di un “amico del cuore” e, dopo tre o quattro tentativi, riesce persino a trovarlo. Solo che questo ragazzo, Sydney, non è propriamente un tipo comune, anzi è molto buffo, parla in modo schietto e diretto e fa una vita alquanto dissoluta, tanto da sembrare quasi un freak. Inizialmente il rapporto tra Peter e Sydney sarà tutto rose e fiori ma, non appena Zooey – che pure aveva spinto suo marito a trovarsi un “best friend” – dichiarerà la propria gelosia, le cose cambieranno radicalmente. Ma non preoccupatevi perché il lieto fine non può mancare, infatti tutto si sistemerà per il meglio, addirittura proprio il giorno delle nozze, grazie allo spirito d’iniziativa della sposa, che inviterà Sydney al matrimonio, senza dirlo a Peter.
Niente da eccepire per gli attori: risultano tutti abbastaza bravi, simpatici e nella parte.
Se il viso di Paul Rudd dovesse dirvi qualcosa sappiate che ha recitato per diverse puntate nella serie tv Friends (in qualità di ragazzo di Phoebe) e in qualche film come “Troppo incinta (Knocked Up)”.
Jason Segel è buffo. Non fa sbellicare dalle risate ma la sua è di certo una faccia abbastanza simpatica.
Rashida Jones ha il ruolo della fidanzatina carina e ci riesce benissimo perché… è carina. Le lentiggini sul suo naso sono il suo punto di forza. Tanto originali, quanto “cutie”.
Jaime Pressly è una superbionda supersexy nel ruolo della migliore amica della sposa e della fidanzata di un maleducatissimo Jon Favreau (sì, è lui il regista dei due film su IronMan).
Alquanto divertenti le piccole apparizioni di Lou Ferrigno che qui interpreta se stesso.
Per J. K. Simmons, invece, sono un paio di piccoli cammei in qualità del padre dello sposo.
Voto: 6. Film buono nel caso in cui siete chiusi in casa con la vostra ragazza ad annoiarvi e non sapete cosa guardare in tv. P.S.: la vostra lei, comunque, dovrebbe essere una romanticona supersmielata.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


15
apr 10

È complicato

È complicato

di Nancy Meyers

(Usa, 2009)
con Meryl Streep, Alec Baldwin, Steve Martin,
John Krasinski, Rita Wilson, Mary Kay Place,
Lake Bell, Alexandra Wentworth, Hunter Parrish,
Zoe Kazan, Caitlin Fitzgerald, Nora Dunn

Gustosa commedia americana di Nancy Meyers (la stessa regista di “What Women Want”) sui rapporti che legano due coniugi divorziati.
“È complicato”, infatti, racconta la storia di Jane e Jake, due ex di mezza età: lui avvocato, lei titolare di un ristorante. Hanno 3 figli ormai adulti. Non stanno più insieme da 10 anni. Lui si è rispostato con la giovane con cui aveva tradito sua moglie (Agness) e che ha portato in dote un piccolo di circa 4 anni, lei invece, dopo la rottura del matrimonio, è entrata in analisi e da allora non ne è più uscita – nonostante sembri una donna felice e pienamente soddisfatta della sua vita.
Un bel giorno, anzi una bella sera, i due s’incontrano quasi per caso al bancone del bar di un hotel a New York – sono in città per il diploma del loro figlio – e inizano a farsi compagnia: chiacchierano, bevono, cenano, ballano, si divertono e… finiscono a letto. Lui si dichiara subito pronto a rincominciare a stare insieme. Lei invece non vuole ammetterlo. La relazione clandestina comunque ha inizio, anche se durerà poco, a causa anche della fortuita scoperta della tresca da parte del ragazzo della loro figlia maggiore e dall’avvicinamento sentimentale alla signora Jane, da parte del suo architetto, tale Adam: un tenero e gentile signore con i capelli bianchi (magnificamente interpretato da Steve Martin), divorziato e tanto bisognoso di affetto e compagnia, che si occupa della ristrutturazione della casa di Jane.
Cosa mi è piaciuto di questo film:
1. Il cast spettacolare: Streep, Baldwin e Martin sono 3 pezzi da novanta. Lei l’ho trovata meno isterica del solito. Non farintendetemi: è una grandissima attrice ma spesso la voce stridula che le affibiano nel doppiaggio italiano ma la rende un po’ fastidiosa. Baldwin sarà anche ingrassato di una tonnellata ma continua a esercitare un grande fascino – persino su di me che (fino a prova contraria) sono orgogliosamente eterosessuale. A Steve Martin non posso dire proprio nulla: lui è il mio beniamino sin da quando sono ragazzo. Commedie come “Ho sposato un fantasma” e “Due figli di” hanno praticamente segnato la mia formazione cinefila. Pur ricoprendo una parte di secondo piano, il buon Steve non sfigura affatto. Non tira fuori la sua verve da gigione, sta al posto suo, pacatissimo, eppure si vede perfettamente che dà il meglio di sé, rimane nella parte senza strafare, fa il suo da grande professionista qual è. Sono contento che gli offrano queste parti e che lui le accetti di buon grado. Non sono più gli anni ’90. Il suo momento di gloria maxima è decisamente passato, eppure Hollywood non l’ha dimenticato. Noi fan della prima ora ringraziamo.
2. La colonna sonora curatissima: sia per quanto riguarda la selezione di brani contemporanei (che conteneva anche “L’homme et la lumiere” di Coralie Clement), che per quella di classiconi romantici, fatta di pezzi jazz o swing, impreziositi da pianoforti, voci calde e atmosfere extra-soft.
3. Le ambientazioni. Ho lettereralmente adorato l’arredamento e i cibi del ristorante/bakery gestito dalla protagonista. Una vera e propria tana in cui si rifugiano i due piccioncini (Jane e Adam) nel momento di loro maggiore intimità. Per non parlare poi dei due hotel extra lusso (più di 5 stelle) in cui si svolgono diverse scene chiave del film e della casa/magione che ha (giustamente) affascinato la persona che era nella poltroncina accanto alla mia.

Cosa non mi è piaciuto.
Quasi nulla. Ci sono delle scene un po’ agrodolci. Alcune mettono una certa nostalgia addosso. Fa un po’ tristezza vedere come si vive ad una certa età, quando le grandi occasioni sono ormai passate, quando si tirano le somme, quando si cerca di capire cosa è andato storto nella vita, cosa si è sbagliato – soprattutto se chi guarda il film è più giovane di chi lo interpreta come protagonista.

Pellicola di buonissima fattura. Giudizio più che sufficiente. Da vedere assolutamente se siete una coppia affiatata da diversi anni. Anzi ottimo per le signore di una certa età (e di una certa istruzione). I passaggi migliori forse – quelli più divertenti, diciamo – sono quelli in cui la protagonista si confida con le sue amiche a proposito della propria vita sentimentale. Le scene di chiacchiere tra donne di una certa età, ecco, alla Meyers paiono riuscire motlo bene. Sarà una mera questione di immedesimazione? A dirla tutta io le ho trovate un po’ eccessive e fastidiosette. Ma niente di così drammatico. Non durano nemmeno molto.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


25
mar 10

Un (finto) trailer cinematografico per un gelato

Questa volta l’Algida (la Unilever) ha fatto le cose in grande. Ha ingaggiato Bryan Singer come regista (quello de “I Soliti Sospetti” e “X-Men”) e addirittura Benicio del Toro per girare lo spot per il lancio di un nuovo gelato per la linea Magnum. Stiamo parlando del “Magnum Gold”. Sono sicuro che nelle prossime settimane ne sentiremo parlare molto – se non altro perché saremo bombardati da una grossa campagna promozionale. C’è da scommetterci.
Mi dicono che si tratta di un’anteprima mondiale. http://5x5m.com/lp/10199/il_nuovo.html“>Lo spot è sostanzialmente un trailer sullo stile di quelli che si girano per le pellicole in uscita. La protagonista femminile è Caroline De Souza Correa (forse l’avete già vista in “Fast and Furious”). Il film sembra una specie di spy-movie, quasi un mash-up tra “Mission impossible”, “Il sarto di panama”, “Mr. & Mrs Smith” e cose simili. Dura 2 minuti e 42 secondi. Lo vedete embeddato qui sopra. Ne ha parlato anche Perez Hilton.
Ora mi chiedo: questo spot lo trasmetteranno anche in televisione? Ma soprattutto: questa campagna sarà identica anche sul territorio americano, dove invece Benicio Del Toro ha una sua rispettabilita? Perché sappiamo benissimo che le grandi star di Hollywood non girano pubbliclità sul territorio USA, non si “svendono” ai brand – diciamo così – ma per far cassa (grande cassa) vanno all’estero. Soprattutto in Europa e in Giappone. Ricordate il film “Lost in traslation” e la pubblicità del whiskey girata da Bill Murray?

Disclaimer: la segnalazione e la richiesta di pubblicazione di questo video mi è arrivata da Digital PR Roma, tramite Vincenzo Cosenza. Spero che adesso arrivi qualche steccogelato a babbo morto. :D


19
nov 09

L'uomo che fissa le capre

L'uomo che fissa le capre

L’uomo che fissa le capre
(The Men Who Stare at Goats)

di Grant Heslov (Usa, 2009)
con George Clooney, Ewan McGregor,
Jeff Bridges, Kevin Spacey, Stephen Lang,
Robert Patrick, Waleed Zuaiter, Stephen Root,
Nick Offerman, Glenn Morshower, Tim Griffin, Rebecca Mader

Questo film non mi ha convinto poi tanto. Sì, certo, il cast è spettacolare ma la trama dov’è? La storia mi appare parecchio vacua, di poco valore. Spesso sembra che il racconto vada avanti per inerzia, senza che sotto ci sia un’idea solida, quasi come se fosse stato definito un punto di partenza ma lo sceneggiatore (o meglio chi ha scritto la storia) non abbia bene chiaro in testa dove voglia andare a parare.
Le due cose buone del film sono: la cialtroneria degli attori principali, il loro gigioneggiare in ruoli al limite dell’assurdo, sempre con quelle buffe espressioni sulla faccia, e l’idea di un corpo segretissimo di militari speciali dediti a sviluppare tecniche che fanno uso del cervello come strumento offensivo. Tra l’altro questi due aspetti in un certo senso coincidono, anzi in parte si accavallano: il primo è diretta causa del secondo. Eppure non funziona, non si può pretendere che questa buffa idea di raccontare le gesta di alcune spie fuori di testa sia così forte da reggere per tutti i 90 minuti del film. Insomma qualcos’altro intorno bisognava pur crearlo. E invece niente. Finisce la pellicola e ti rimane questa sensazione di vuoto, di incompletezza. Mah! Ammetto di essere rimasto alquanto deluso.
George Clooney è fuori discussione. Ci sta tutto nella parte che si è auto-assegnato (Clooney è anche uno dei produttori di questa pellicola). Come dire: guardarlo fare l’agente segreto in missione convintissimo dei suoi superpoteri mentali/paranormali è davvero molto spassoso.
A Jeff Bridges hanno assegnato un altro ruolo stralunato: qui fa la parte di un ufficiale che riesce a creare un corpo intriso di filosofia hippie all’interno dell’esercito americano. Gli hanno detto “facci ancora Lebowski” e lui ha eseguito. Niente di più semplice. Pare che la parte dello sconclusionato gli riesca meglio di qualunque altra.
Ewan McGregor è bravissimo ma sprecato per questo ruolo. Peccato. Potevano prendere un altro giovinastro a fare la parte del giornalista che, mollato dalla giovane moglie, si mette in testa di fare l’eroe andando al fronte come inviato di guerra. L’avrebbero pagato anche molto meno. Il suo ruolo sarebbe quello del protagonista, della voce narrante, in teoria. In pratica gli altri personaggi gli rubano la scena, poiché hanno storie di gran lunga più interessanti.
A Kevin Spacey hanno assegnato il ruolo dello stronzo, del guastafeste che rosica per i successi altrui. Un cattivo il cui profilo, però, non è stato approfondito più di tanto. Dunque occasione sprecata: di certo avrebbe potuto regalare allo spettatore grosse perle.
Ottima performance anche per Stephen Lang: riesce a rendere il suo Generale Hopgood estremamente buffo.
Voto: 6. Questa commedia si merita la sufficienza in quanto riesce a strappare qualche sorriso ma lo sceneggiatore e il regista potevano impegnarsi maggiormente.
Nota: non avendolo letto, non mi esprimo sul romanzo da cui il film è tratto: “Capre di Guerra” di Jon Ronson (edizioni Arcana).

Qui trovate il trailer italiano.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e di MyMovies.it.


25
mag 09

The Manchurian Candidate

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Interstate 60 the movie themanchuriancandidate

Regarding Henry buy

The Manchurian Candidate

Silk divx di Jonathan Demme (USA, 2004)
con Denzel Washington, Maryl Streep,
Liev Schreiber, Kimberly Elise, Vera Farmiga

Questo è un film un po’ fantascientifico – ma neanche tanto. Ci sono dei militari americani a cui viene fatto il lavaggio del cervello. Uomini programmati per agire in conto terzi ed arrivare persino ad uccidere, comandati a distanza da uno strano congegno elettronico (un chip?) inserito sotto pelle.
Uno di questi militari è un giovane onorevole  – figlio di senatore – candidato alla vicepresidenza degli USA, un ex eroe di guerra, interpretato da Liev Schreiber. L’altro è un maggiore – interpretato da Denzel Washington – un ufficiale non più in servizio e con gravi problemi psichici che va in giro per scuole a raccontare di una missione eroica che è capitata al suo battaglione in guerra.

Entrambi i protagonisti sono reduci della Guerra del golfo – la prima, quella del 1991 – ed entrambi hanno strani incubi, durante i quali rivono il momento dell’exploit eroico e della precedente imboscata.
Il “Manchurian” del titolo si riferisce a “Manchurian Global”, ossia il nome della società che ha progettato e sviluppato la tecnologia per il controllo delle menti umane e che ha intenzione di far insediare alla Casa Bianca un Presidente sul cui cervello ha il pieno controllo.
Jonathan Demme, come regista se la cava. Non sono il solo a pensarlo. Molto originali alcune inquadrature (vedi quella del candidato vicepresidente nella cabina elettorale). Sue le regie anche di grandi film come “Philadelphia” e “Il silenzio degli innocenti”.
Comunque sia, questi thriller americani inziano un po’ a stufarmi. Sono un po’ tutti uguali. Inizi a guardarli e dopo 30 secondi puoi scommetterci che siano stati tratti da un romanzo-mattone alla John Grisham.
Nota: questo film è tratto dal romanzo omonimo di Richard Condon. Può anche essere considerato un remake dell’omonimo film del 1962 diretto da John Frankenheimer.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


10
mag 09

Reportage dall'aperitivo Ford Ka per blogger (Roma)

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Venerdì sera ho avuto l’onore di partecipare all’aperitivo organizzato da Digital PR per Ford. Occasione per presentare ai blogger il restyling del modello “Ka”. L’evento avveniva in contemporanea con Milano. (Flickr Pool)
Impressioni:
A Roma abbiamo avuto l’onore di avere il presidente di Ford Italia, tale Gaetano Thorel. E’ stato lui ad aprire lo speech. (vedi foto sopra by FordKa Ita

Hard to Kill video

) Ha ricordato come la Ford ha voluto fare da sola, è stata l’unica azienda americana del comparto automobilistico a non chiedere al governo degli Stati Uniti aiuti economici per affrontare l’attuale crisi economica. Ci ha parlato delle statistiche di vendita della sua azienda, del fatto che in Gran Breatagna è come se fossero l’azienda di casa, mentre in Italia superano di poco il 10% del mercato e lo ritengono comunque un grande traguardo, poiché è pressoché impossibile scalzare la Fiat – che non scende praticamente mai al di sotto del 30%.

I modelli di punta, ossia quelli che più vendono in Italia, sono 3: Fiesta, Ka e un altro che non ricordo. Forse Mondeo? A quanto pare le cose vanno fin troppo bene per la nuova Ka in termini di commercializzazione. In Italia, in vendita dai primi dell’anno, ci sono così tante richieste da non riuscire a stare dietro con le ordinazioni. Praticamente solo il 50% dei clienti riceve la macchina poco dopo la prenotazione. Tutti gli altri devono attendere diversi mesi, alcuni sino a Settembre/Ottobre 2009. Tutto ciò non è affatto bello. Lo ha amesso a malincuore anche lo stesso Thorel. La Ford vorrebbe anche far di più ma non può aumentare il numero delle unità prodotte – a parità di lasso di tempo – perché la linea di produzione della nuova Ka è in condivisione con la Fiat – che credo la utilizzi per sfornare le nuove 500.
A seguire c’è stato l’intervento del capoccia della Wunderman, l’agenzia di comunicazione a cui la Ford si è affidata per la campagna online. Ha mostrato tutta una serie di slide (Powerpoint) con testo piccolissimo, piene zeppe di dati. Ha spiegato brevemente il pre-lancio e il lancio vero e proprio sulla Rete. Ciò che ha stupito un po’ tutti i presenti – me incluso – è che nelle sue parole e nelle slide non c’era il benché minimo accenno a quello che in gergo (nel bene o nel male) viene chiamato “web 2.0″. Ci ha parlato di mini sito dedicato al nuovo prodotto, di gallerie fotografiche, spot, video, newsletter, ecc. Tutto molto bello, carino. Anche interessante. Sì ma anche tutto ‘one-to-many’, molto ‘broadcast’, dal punto di vista comunicativo. In pratica, nella campagna della nuova Ford Ka non è presente alcun tentativo di voler ingaggiare una conversazione con l’utente/possibile acquirente dell’auto.
Come ha scritto Nicola Mattina su FriendFeed “il sito ad hoc www.ovunqueka.it è tutto una flashata” Perché? Come mai?
Davvero molto strano, visto che per un evento del genere avevano chiamato i blogger italiani (una loro rappresentanza). Come si spiega tutto ciò? Alessio Jacona si è fatto portavoce di coloro i quali avrebbero dovuto esprimere questo dubbio e ha posto la domanda, con garbo e nei termini corretti, ma devo dire che la risposta è stata alquanto evasiva e poco chiara. Insomma il solito “c’è molto da fare, abbiamo inziato, la strada da percorrere è quella” e così via. Belle parole. Ma pochi fatti. L’unico accenno di interazione è forse l’apertura di una specie di community in cui si chiede agli utenti di indicare su di una mappa alcuni punti di interesse. Un geotagging collaborativo realizzato usando Socialight.
Chiusa questa parentesi istituzionale ci sono state un paio di domande. Luca Mascaro (dalla Svizzera, in transito per Roma) ha chiesto come mai non venisse dato ascolto a quei fidelissimi di Ford che, nonostante siano pochi, in alcuni forum spesso si lamentano del fatto che certe auto disponibili negli States (vedi Mustang) non siano invece disponibili nel nostro Paese. La risposta del presidente è stata un’altra candida ammissione: Ford Italia è dispiaicuta ma non ha tempo per occuparsi di questo. La monitorizzazione delle conversazioni in Rete sui brand Ford, a quanto pare, avviene, ma non è una pratica continuativa. Eppure se si pensa che una cifra altissima viene spesa sul Web (il 10% dell’intero budget in comunicazione) non ci si spiega come mai non si possano impiegare almeno due addetti junior alla comunicazione a tempo pieno per assolvere a questo compito e intessere dunque un rapporto più diretto con i fan/la clientela.
A speech ultimato mentre si gozzovigliava, chi lo voleva poteva effettuare un drive test con l’auto. Io me lo sono perso – al solito – perché ero troppo preso dal cibo e a chiacchierare con altri blogger conoscenti (amici?) presenti all’evento.
A fine serata si è anche tenuta una piccola riffa. Sono stati estratti due numeri e così due blogger (WonderPaolastra e Laura Fujiko) hanno ricevuto la Ka in prova gratuita, ciascuno per una settimana.
Il Red è un locale davvero bello. Si trova all’interno del complesso dell’Auditorium – Parco della musica di Roma. Di certo si tratta di un posto da fighetti ma mi è sembrato una location consona all’evento. Grande, spazioso, affascinante arredamento contemporaneo, ottima amplificazione, doppia sala (cocktail e cena) più un bel po’ di tavolini allestiti all’esterno, sotto la passeggiata a galleria dell’Auditorium. Il barista al banco è stato molto bravo nel preparare i cocktail analcolici – credo che ormai lo sappiate: sono astemio. Cibo molto buono e vario: riso basmati col ragù, soufflé di patate, tartine, pizzette, spiedino di pomodori pachino e mozzarelline, ecc.
I gadget di questo evento: un modellino della macchina in massiccio metallo cromato (ferro? acciaio? leghe varie?), una maglietta nera in cotone con la grafica del nuovo sito Ka e un bel libro fotografico in cartone pesante (con copertina magnetica) contenente un cd pieno di foto della macchina ad alta definizione. Sarà stato materiale per la stampa riciclato per i blogger?


27
feb 09

Blog autorevole testimonial

Sprint quotidiano pubblicità

Per pubblicizzare un paio di modelli di cellulari in offerta (LG Lotus e Samsung Instinct), la compagnia di telefonia mobile Sprint ha utilizzato uno stralcio di recensione presa da Gizmodo.com, un blog molto seguito in tutto il Mondo che si occupa di hi-tech. La campagna ha letteralmente invaso New York: quotidiani, aeroporti e persino Times Square.
Comunque sia, lo stesso blog – che pur aveva autorizzato tale citazione senza prendere denaro in cambio – ne è rimasto sorpreso, a tal punto da mettere in piedi una specie di concorso per il lettore che realizza la migliore foto ad alta qualità della campagna esposta in pubblico.
(Clicca sull’immagine per visualizzarla a dimensione maggiore)

Point of Origin divx

Fonte: Gizmodo.com


31
gen 09

Barack from Venus

“Venus” by Air + President Barack Obama 2009 Inauguration and Address.

L’idea è mia. La realizzazione pure.

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