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Sono fotogenico

Sono fotogenico

Sono fotogenico

di Dino Risi (Italia, Francia, 1980)
con Renato Pozzetto, Edwige Fenech,
Aldo Maccione, Massimo Boldi, Julien Guiomar,
Gino Santercole, Roberta Lerici, Bruna Cealti,
Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Mario Monicelli, Barbara Bouchet,
Attilio Dottesio, Margherita Horowitz, Luigi Di Sales

Commedia molto divertente con protagonista Renato Pozzetto.
Antonio Barozzi, un giovane sui trent’anni (quando ha girato questo film Pozzetto ne aveva già 40), lascia il suo paesino in provincia di Varese per trasferisi a Roma in cerca di fortuna. Dal momento che si crede fotogenico e ha una grandissima passione per il cinema, ambisce a diventare un attore di fama internazionale. Il suo sogno più grande – addirittura – è vincere un premio Oscar.
Sfortunatamente, però, le cose per lui vanno molto male: si riduce a vivere in una squallida pensione di quart’ordine, si presenta a decine di provini senza ottenere grossi successi, il fotografo che gli realizza il book lo insulta e lo demoralizza, il suo agente non fa che illuderlo e truffarlo, ecc. Insomma riuscirà a recitare solo in qualche tristissimo film con il ruolo di comparsa.
Anche dal punto di vista sentimentale le cose gli vanno tutt’altro che bene: durante le riprese di un film si innamora di Cinzia, una splendida ragazza – anch’ella comparsa – ma questa pare non corrisponde i suoi sentimenti; anzi intrattiene rapporti con diversi uomini, pur illudendo il nostro in un paio di occasioni.
Pensate a questa pellicola come a una versione “showbiz” de “Il ragazzo di campagna”. L’unica differenza è che qui il finale è molto più amaro. In un certo senso “Sono fotogenico” cerca di essere satira di costume, vuole sbeffeggiare un po’ il crudele mondo dei cinematografari romani, elogiare le persone semplici e pure di provincia ma finisce per tracciare un quadro triste e desolante di ambizioni distrutte e di laidi figuri.
Il film è costruito intorno a Pozzetto. Una delle scene più esilaranti è quella della seduta dal fotografo per la realizzazione del book in cui il protagonista mantiene un’unica espressione per tutto il tempo, nonostante gli venga chiesto di interpretare una serie di sentimenti completamente differenti.
Edwige Fenech è giovane e bella come sempre (in questo tipo di film). Ha la parte di Cinzia, l’attricetta dai facili costumi. Peccato sia doppiata da una tizia con un consistente accento romanesco. Certo la sua voce originale con marcato accento francese non sarebbe stata appropriata però mi preme ribadire che parte del suo imperituro fascino deriva anche dalla sua voce e da quel vezzo fonetico. La scena a seno nudo, ovviamente, non può mancare. Se vi mettete a cercate su Google Images con la chiave “Sono fotogenico” potrete capire cosa intendo.
Aldo Maccione interpreta l’avvocato scroccone e volgare che cerca in tutti i modi di truffare il protagonista.
Buffissimo Boldi nei panni del cognato del protagonista: lo vediamo molto magro, dotato di baffetti ridicoli e di capelli completamente impomatati.
A Julien Guiomar hanno dato il ruolo del vecchio attore che tutti chiamano “maestro”, un tizio lercio, situabile ai limiti della pederastia, che tiene lezioni di recitazione al fine di irretire giovani attori provetti.
Mario Monicelli, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman interpretano loro stessi ma lo fanno mettendo in scena solo il loro lato peggiore, dimostrandosi cioè cattivi, superbi, presuntuosi, insofferenti, maleducati, volgari, supponenti, ecc.
Roberta Lerici veste i panni di Marisa, la fidanzata racchia e provinciale che il protagonista aveva prima di lasciare il paisello.
Gino Santercole, invece, impersona il fidanzato storico di Cinzia, un tizio dai capelli rossi e ricci che ha la fama di essere uno picchiatore.
Il soggetto e la sceneggiatura del film sono di Massimo Franciosa, Dino Risi e Marco Risi.
Non lo credevo possibile ma, guardando questo film, ho riso sonoramente e di gusto tre o quattro volte.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

La tragedia di un uomo ridicolo

La tragedia di un uomo ridicolo

di Bernardo Bertolucci

(Italia, 1981)

con Ugo Tognazzi, Anouk Aimée,
Laura Morante, Ricky Tognazzi, Victor Cavallo,

Renato Salvatori, Vittorio Caprioli

Devo essere sincero: questo è un film che non ho capito. Sarà un limite mio ma il finale è troppo “aperto”, non spiega nulla, lasciando troppo all’immaginazione dello spettatore. Chissà perché.
La trama: Primo Spaggiari è un ricco imprenditore sessantenne della provincia di Parma. Vive con sua moglie in una grande casa di campagna, attigua al caseificio di cui è proprietario. Un giorno suo figlio Giovanni viene rapito da alcuni sconosciuti mentre sta tornando a casa in macchina. Il caso vuole che Primo assista incredulo alla scena dal terrazzo di casa perché proprio in quel momento stava osservando l’orizzonte con un binocolo. Da quel momento la vita di Primo e di sua moglie cambieranno radicalmente. Non sapranno come comportarsi di fronte a questa immane sciagura. Il loro primo pensiero è quello di vendere tutti i loro averi, caseificio in primis, per ragranellare il denaro atto a soddisfare le richieste dei sequestratori. Più avanti invece optano per farsi prestare a strozzo da dei notabili locali l’invidiabile cifra di un miliardo di Lire. Nel frattempo le loro esistenze vengono sconvolte anche dalla stretta sorveglianza che gli riserva la polizia, dalle strane lettere autografe di loro figlio che arrivano per conto dei sequestratori e dalla presenza di una ragazza che si identifica come la fidanzata di Giovanni e di una specie di operaio con la vocazione per il sacerdozio. Col passare dei giorni Primo scoprirà anche – suo malgrado – di non conoscere affatto suo figlio. Una delle rivelazioni più sconvolgenti sarà la vicinanza di Giovanni a gruppi dell’estrema sinistra rivoluzionaria.
C’è un sottotesto politico (neanche poi tanto “sotto”) che mi sfugge. Il periodo storico rappresentato è quello che viene definito “gli anni di piombo” ma il film vuol essere di condanna o uno sberleffo alla potenza rivoluzionaria delle nuove generazioni? L’uomo ridicolo del titolo è il protagonista: molto probabilmente è questa la figura che il film vuole prendere di mira, ma non è forse vero che, così come viene rappresentato, suscita nello spettatore anche un certo senso di epatia? Non si prova compassione per un genitore dilaniato dalla tragica fine del suo unico figlio?

Tognazzi in queste prove rendeva lampante il concetto per cui anche un grande comico è capace, se lo vuole, di rendere sublime un’intrerpretazione drammatica.
Anouk Aimée riesce a dare con grande profondità il senso di dolore che una madre prova per la disgrazia di suo figlio. I modi da gran signora, il fascino elegante e l’apparente distacco sentimentale sono tre elementi fondamentali che rendono questa interpretazione magnifica.

Molto buona la scelta di prendere Victor Cavallo per il ruolo dell’addetto al letamaio. Semplice, non sofisticato, quasi rozzo, con marcato accento romano (nonostante il film sia ambientato in Emilia Romagna) dà bene l’idea della classe operaia.

Laura Morante in una delle sue prime grandi prove d’attrice se la cava egregiamente. Nonostante la scena di nudo, la bellezza qui non è sicuramente uno dei suoi punti di forza. Ha dimostrato invece di saper affrontare e affiancare con dignità un attore di gran carriera come Tognazzi. Non deve essere stato semplice recitare con un gigante così, soprattutto nelle scene tête-à-tête.

Ricky Tognazzi appare in pochissime scene. Praticamente inutile. Potevano prendere anche un altro, sarebbe andato bene ugualmente. Forse il suo unico plus è stato l’essere sul serio il figlio del protagonista non per il presunto nipotismo ma per la ovvia somiglianza.

Vittorio Caprioli, nei panni del maresciallo dei Carabinieri, incarna la linea comica: un elemento di cui si sarebbe potuto francamente fare a meno.
Nota: l’immagine che vedete in alto non è la locandina del film ma la copertina del disco che contiene la colonna sonora. Le musiche sono del M° Ennio Morricone.

La scheda di e quella di .

La terrazza

La terrazza

di Ettore Scola (Italia, Francia, 1980)
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman,
Jean-Louis Trintignant, Marcello Mastroianni,
Stefano Satta Flores, Serge Reggiani, Stefania Sandrelli,
Ombretta Colli, Carla Gravina, Milena Vukotic, Galeazzo Benti,
Remo Remotti, Ugo Gregoretti, Age, Leo Benvenuti, Lucio Villari,
Francesco Maselli, Venantino Venantini, Ghigo Alberani,
Marie Trintignant, Maurizio Micheli, Lucio Lombardo Radice,
Hélène Ronée, Ritza Brown, Olimpia Carlisi

Mea culpa. Non conoscevo questo meraviglioso film. Poi l’altro giorno, per caso ho letto il thread di un’utente su FriendFeed che lo citava – mostrandone anche una clip presente su YouTube – e mi si è aperto un mondo. Dunque ho deciso immediatamente di vederlo. E sapete cosa vi dico? Dovrebbero vederlo tutti. O almeno tutti quelli che risiedono a Roma, per capire meglio qual è il mondo che li circonda.
“La terrazza” racconta di un gruppo d’amici che da oltre 20 anni si ritrova su una terrazza (appunto) a dire sempre le stesse cose, ad affrontare sempre gli stessi discorsi, usando addirittura le medesime espressioni. Un gruppo d’amici che oggi definiremmo “radical chic” – borghesi, si diceva una volta. Gente noiosa, stufa della propria condizione, perennemente in conflitto con il proprio io, che non riesce ad accettarsi per quello che è. Tra questi ci sono diversi idealtipi di personaggi: c’è il giornalista abbandonato dalla moglie femminista, anch’essa giornalista (rampante), lo sceneggiatore in crisi creativa, sulla strada della pazzia, che vorrebbe esprimere il suo pensiero ma viene costretto da un produttore avido ed ignorante a scrivere solo testi per film che “facciano ridere”, il funzionario Rai magro e depresso, ossessionato dal proprio peso, il vecchio senatore comunista che, sentendosi estromesso dal proprio partito, si rifugia tra le braccia di una giovane e avvenente donna.

Questa pellicola, insomma, traccia un bel quadretto schietto, cinico e soprattutto autoironico, delle figure che è possibile trovare nei salotti buoni romani, quel ceto benestante e multiforme, sempre uguale a se stesso, che si propone di fare la rivoluzione e di cambiare il mondo – ma solo a parole – schiacchiato com’è nell’ipocrisia di vivere una condizione agiata e di sentire allo stesso tempo il dovere morale di cambiare le cose, di essere privilegiato e incapace di agire, pur avvertendo il bisogno, l’esigenza, di mostrare la retta via alla società, fornendo magari anche un esempio.
Mastroianni intrepreta un giornalista disincantato e disilluso, ormai quasi rassegnato ad aver perso per sempre la donna che ama (sua moglie), la quale, invece, una volta liberatasi del giogo di suo marito (un mix tra un pigmalione/mentore/precettore), ha intrapreso una brillante carriera come giornalista televisiva dal taglio femminista. Questa donna finalmente “liberata”, fiera della propria emancipazione, è sapientemente incarnata dalla fascinosa Carla Gravina, che qui sfoggia un caparbio taglio di capelli corto e riccio.

Vittorio Gassman recita la parte della vecchia gloria, dell’insicuro, dell’uomo che invecchia male, del politico che sente di aver perso il brio, la verve, la voglia di combattere di una volta. Andrà a rifugiarsi tra le braccia della giovane e bella Giovanna (Stefania Sandrelli) quasi esclusivamente per evasione – nonostante poi finisca per innamorarsi sul serio.
Jean-Louis Trintignant mi ha stupito, sinceramente. Il suo ruolo – lo sceneggiatore Enrico – è tra i più intensi di questa pellicola. Lo vediamo impazzire pian piano, preso dai suoi ragionamenti sulla differenza tra satira ed ironia, sulla condizione coatta che si trova a vivere: quella di dover scrivere sceneggiature comiche, nonostante senta il bisogno di approfondire questioni più serie e importanti. Al suo fianco, come comprimaria, recita una lodevole Milena Vukotic; quello che le hanno riservato qui è il ruolo della moglie dalla pazienza biblica, una donna di grande forza d’animo in grado di affrontare con tranquillità e abnegazione la lenta ed inesorabile fine psichica del proprio compagno.
Ugo Tognazzi è il produttore ignorante che vuole produrre solo film divertenti e che quindi manda in crisi il suo storico sceneggiatore. Il suo dramma personale è dovuto alla progressiva riduzione d’interesse nei confronti della propria professione e nell’amara constatazione di aver perso ormai per sempre l’amore della giovane (ed arrogante) moglie – interpretata benissimo da Ombretta Colli – la quale, invece, ormai dedica tutto il proprio tempo al lavoro di ufficio stampa per produzioni cinematografiche indipendenti.
Quello di Serge Reggiani è un personaggio mite, triste, pacato, solitario, ostinatamente serio. Il suo Sergio lavora alla Rai ma è decisamente annoiato, ossessionato dal peso e dal cibo (nel senso che ormai non mangia quasi più), trascorre le sue giornate a pesarsi e a dare udienza a degli sceneggiatori indipendenti da strapazzo che vorrebbero farsi produrre una serie dalla tv di stato. Sul lavoro i capi non ascoltano i suoi pareri, seppur precisi, oculati e altamente professionali, sulla terrazza, invece, quando si trova tra gli amici preferisce starsene in disparte, da solo, a mangiucchiare della verdura e ad osservare gli atteggiamenti altrui.
Galeazzo Benti interpreta quasi se stesso, ossia il ruolo di un vecchio attore di avanspettacolo ormai decaduto che si diletta a far divertire gli invitati con barzellette, storielle, gag e boutade degne del peggiore teatro di rivista.
Un giovanissimo Maurizio Micheli dà il volto al marito di Giovanna: un pubblicitario troppo preso dal proprio lavoro, dagli sponsor e dagli slogan per prendersi cura della propria moglie.
Stefano Satta Flores veste invece i panni del rissoso intellettualoide di origini campane, una specie di giornalista rivoluzionario che si stampa da solo in casa un giornalino rivoluzionario e che alle feste finisce sempre – ma proprio sempre – per azzuffarsi con lo sceneggiatore Enrico.
Quelle di Remo Remotti, Leo Benvenuti, Lucio Villari, Venantino Venantini e Ugo Gregoretti sono solo appariziony, piccole comparsate, ma i loro personaggi riescono comunque a dare molto colore alla fauna che popola la terrazza da cui il film prende il titolo.
Il soggetto è dello stesso regista (Ettore Scola), di Age e di Scarpelli. Le musiche sono composte dal grande M° Armando Trovajoli.
Voto globale: 9.

Nota: la locandina che vedete in testa a questo post è quella francese; l’italiana, che è decisamente meno bella la trovate invece qui.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Signore e signori, buonanotte

Signore e signori, buonanotte

Signore e signori, buonanotte

di Luigi Comencini, Mario Monicelli, Nanni Loy, Ettore Scola, Luigi Magni (Italia, 1976)
con Marcello Mastroianni, Nino Manfredi,

Paolo Villaggio, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi,
Monica Guerritore, Adolfo Celi, Senta Berger, Lucrezia Love,
Eros Pagni, Carlo Croccolo, Gianfranco Barra, Gabriella Farinon,
Mario Scaccia, Angelo Pellegrino, Franco Scandurra,

Sergio Graziani, Andréa Ferréol, Felice Andreasi

Meraviglioso film ad episodi. Commedia all’italiana scritta e diretta a più mani. Tra gli sceneggiatori ci sono Age e Scarpelli, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Ugo Pirro e Ruggero Maccari.
Pellicola a tratti molto divertente. Ho davvero riso di gusto in due o tre frangenti.
Tuttavia va detto che questo è un film molto strano che spesso valica i confini di quello che alcuni chiamano “buon gusto”. Ci sono alcune scene un po’ disgustose, inoltre parecchie tematiche vengono trattate con un tono decisamente grottesco. Ma forse è proprio per questo che si può considerare “Signore e signori, buonanotte” un film davvero fuori dal comune.
Il fil rouge che tiene uniti tutti vari spezzoni di cui è composto il film è una satira (a volte feroce) sul tema della televisione. La pellicola racconta, infatti, il palinsesto di una tv davvero fuori dal comune. Dovrebbe essere la terza rete – anche se nel 1976 RaiTre non era ancora nata. La rete che il film rappresenta è un canale in cui il telegiornale viene condotto da un dongiovanni menefreghista e un po’ vanesio, un romano un po’ sbadato ma dalla dizione perfetta che finisce per sedurre l’avvenente valletta che gli passa le veline (una giovanissima Monica Guerritore). I programmi trasmessi vanno dall’approfondimento gionalistico con interviste in studio alla fiction, passando per il quiz (“Il disgraziometro” – caustica parodia di “Il rischiatutto”) e per il documentario a sfondo socio-demografico. Particolarmente significativo il racconto finto-storico “Il santo soglio” che narra di un conclave cinquecentesco per l’elezione di un papa.
Basta leggere i nomi del cast per capire di quanto alto sia il valore di questa pellicola (non bastassero i nomi dei registi e degli sceneggiatori).
Ugo Tognazzi interpreta due ruoli in maniera pressoché magistrale. In un episodio riveste il ruolo di un generale dell’esercito che si suicida per la vergogna durante una parata militare, poiché impossibilitato a prendervi parte in quanto rimane incastrato in un bagno pubblico da una serie di disgustose disavventure. In un altro episodio mette in scena il dramma di un pensionato costretto a vivere di stenti nella misera più raccapricciante che, nonostante tutto, si autoconvince di vivere una vita dignitosamente sobria.
Anche Vittorio Gasmann interpreta due ruoli. In un episodio è un’agente della CIA che prende in affitto una stanza d’albergo per soli pochi minuti al fine di compiere un assassinio come cecchino attraverso una finestra. In un altro riveste il ruolo dell’ispettore Tuttunpezzo, un poliziotto che pur atteggiandosi da duro finisce per piegarsi ai voleri di un ricco farabutto.
Due ruoli anche per Paolo Villaggio. In un episodio interpreta un sociologo americano di origine tedesca che, prendendo spunto da un libro di Swift, consiglia di risolvere il problema del sovraffollamento demografico di Napoli, mangiando i cittadini più giovani. Nell’altro episodio invece fa la parodia di Milke Buongiorno presentando un quiz televisivo iper-cinico in cui i concorrenti fanno a gara per vincere una sfida di umiliazione raccontando al pubblico le proprie dissavventure.
Nino Manfredi dà il meglio di sé nell’interpretazione di un vecchio cardinale di estrazione popolare, molto malato ma dalla battuta sempre pronta.

Marcello Mastroianni interpreta Paolo T. Fiume, un mezzobusto molto distinto che legge il telegiornale con perfetta dizione ma che spesso si lascia andare ad espressioni colorite in romanesco e dà prova di sbadatezza, superficialità, vanità, menefreghismo e cialtroneria.
Adolfo Celi e Senta Berger intrepretano una coppia, sono cioè marito e moglie. Due distinti signori dell’alta borghesia che imbrogliano un poliziotto cretino (Gassman/Tuttunpezzo), arrivato in casa loro per arrestare il capofamiglia.
Eros Pagni, Carlo Croccolo e Gianfranco Barra formano un buffo terzetto grottesco di addetti alla pubblica sicurezza. Il primo è commissario, il secondo questore, il terzo un poliziotto semplice: tre imbranati che dapprima fanno evacuare la questura poiché temono ci sia una bomba nell’immobile e che poi finiscono per morire sul serio, molto stupidamente, mentre piazzano una bomba vera.
Come già detto, Monica Guerritore è una giovanissima ed avvenente assistente di studio che passe le veline (i fogli con le notizie) al giornalista che legge il telegiornale.
Camillo Milli è buffissimo nel ruolo di un attempato e panzuto (ma atletico) comandante di una squadra di artificieri.
Molto bravo anche Mario Scaccia nei panni di un perfido cardinale candidato al soglio papale.
Film da vedere assolutamente se, come me, siete fan della commedia all’italiana.

Nota: la musiche della colonna sonora sono curate (tra gli altri) da Lucio Dalla e Antonello Venditti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

La vita agra

La vita agra

La vita agra

di Carlo Lizzani (Italia, 1964)

con Ugo Tognazzi, Giovanna Ralli,
Giampiero Albertini, Rossana Martini,
Nino Krisman, Elio Crovetto, Pippo Starnazza,
Enzo Jannacci, Regina Dinelli, Renato Terra,
Antonino Faà di Bruno, Elsa Asteggiano

Inizio degli anni ’60. Siamo in pieno boom economico. Luciano Bianchi (Ugo Tognazzi), un bibliotecario di idee anarchiche, lascia la provincia lombarda per trasferirsi nella metropoli: la grande Milano. Il suo unico obiettivo è quello di mettere una bomba sotto il Pirellone (il grattacielo che si trova in piazza Duca D’Aosta, nel film definito “torracchione”) per vendicare la morte di 43 minatori suoi concittadini, caduti sul lavoro. Il palazzo ospita la sede principale della CIS, un’azienda chimica titolare anche della miniera in cui è avvenuto il grave incidente e responsabile della stessa disgrazia. In breve tempo però, il protagonista si imborghesirà, integrandosi benissimo nella vita della città – anche se lui stesso la definisce “agra”. Dopo un primo periodo di prova nella stessa CIS, ed un tentativo di diventare traduttore per una grande casa editrice, Luciano diventerà un ottimo pubblicitario, un ‘persuasore occulto’. Finirà cioè per passare dalla parte del ‘padrone’: lavorerà per lui e con lui, rassegnandosi infine alla impossibilità di sovvertire l’ordine delle cose – il cosiddetto ‘sistema’.
Durante il soggiorno milanese, inoltre, Luciano incontrerà Anna (Giovanna Ralli), una giovane donna molto bella, con cui condivide idee e valori. La loro sarà una storia intensa ma burrascosa anche perché Luciano, per andare a vivere a Milano, ‘è stato costretto’ a lasciare sua moglie al paese.
Nonostante Tognazzi reciti brillantemente – come suo solito – “La vita agra” non può essere considerato propriamente una commedia. In diversi frangenti, anzi, il tono è tutt’altro che ironico. Forse l’elemento più valido di questa pellicola sono i dialoghi, dal tono spesso drammatico.
Una nota di merito va a Giovanna Ralli – oltre che per l’ovvia bellezza – anche per l’aver saputo rendere perfettamente l’idea di una giovane donna moderna, emancipata ed al passo coi tempi, anzi avanti coi tempi.
Da apprezzare anche l’idea di inserire Enzo Jannacci come cantastorie. Ogni qual volta i due protagonisti si trovano in un’osteria o in un bar della città, un giovanissimo Jannacci è lì con la sua chitarra a cantare brani della tradizione popolare lombarda.
Questo film, diretto da Carlo Lizzani, è stato tratto dal romanzo omonimo di Luciano Bianciardi.
La sceneggiatura invece è stata curata dallo stesso Lizzani, in collaborazione con Sergio Amidei e Luciano Vincenzoni.
Le musiche, gradevolissime, sono a cura del M° Armando Trovajoli.

Nota: curioso come in diversi film italiani degli anni ’50 e ’60 il grattacielo sia presente come simbolo di modernità. Ne “Il vedovo” di Dino Risi, ad esempio, la Torre Velasca è il palazzo in cui i due protagonisti prendono un appartamento.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

I nuovi mostri

I nuovi mostri

I nuovi mostri

di Dino Risi, Ettore Scola, Mario Monicelli (Italia, 1977)
con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi,
Alberto Sordi, Ornella Muti, Luciano Bonanni,
Orietta Berti, Gianfranco Barra, Eros Pagni,
Vittorio Zarfati, Luigi Diberti, Yorgo Voyagis

Quattordici anni dopo “I mostri”, Dino Risi riprova a riprendere il discorso lì dove l’aveva lasciato, avvalendosi per questo film ad episodi anche della collaborazione di altri due mostri sacri della commedia all’italiana: Ettore Scola e Mario Monicelli. Alla sceneggiatura troviamo altri nomi altisonanti come Age & Scarpelli, Bernardino Zapponi, Ruggero Maccari.
Anche qui si cerca di tratteggiare i vizi peggiori del cosiddetto “italiano medio”.

Il film mi ha divertito ma, ad essere sincero, l’ho trovato meno pungente del suo predecessore. Come elemento portante di tutta la pellicola, anche questa volta c’è una grande dose di cinismo ma alcuni episodi sono meno riusciti di altri. Si veda, ad esempio,  il primo denominato “Tantum ergo”, in cui un alto prelato riporta sulla ‘retta via’ un gruppo di parrocchiani di periferia eccessivamente contestatori.
Altri, invece, sono davvero splendidi come: “First Aid (Pronto soccorso)”, in cui un eccellente Alberto Sordi recita la parte di uno snob ed ipocrita rampollo dell’aristocrazia decaduta romana che cerca invano di portare in ospedale un uomo trovato ferito sul marciapiede.  Oppure il desolante “Come una regina”, in cui sempre Alberto Sordi interpreta il ruolo di un figlio ingrato che rinchiude in un ospizio la sua anziana madre – tanto mite  – attraverso un ingannevole e infido startagemma.
Da annali anche la scena de “Hostaria!” in cui un cuoco milanese sboccato (Tognazzi) e un anziano cameriere romano (Gassman) litigano nelle cucine di un’osteria romana, tirandosi dietro tutte le derrate alimentari, per poi cucinarle come zuppa da servire ai clienti.
L’episodio “Senza parole” invece mostra una giovane ed affascinantissima Ornella Muti alle prese con un misterioso amante da “one night stand” che si rivelerà un terrorista aereo di origini arabe. Tremendamente attuale.
Le musiche originali sono del M° Armando Trovajoli.
Nota: nella versione che ho visto io (registrata da RaiUno il 19 Ottobre del 2008) mancavano purtroppo 5 dei 14 episodi che compongono la pellicola.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

I mostri

I mostri

di Dino Risi (Italia, 1963)
con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi,

Ricky Tognazzi, Franco Castellani, Lando Buzzanca,
Marisa Merlini, Michelle Mercier, Mario Brega

Cosa dire di questo film che non sia già stato detto? E’ praticamente un capolavoro della commedia all’italiana, un’opera che, tracciando un profilo sfaccettato dei vizi di quell’italietta del dopoguerra, riesce ad esprimere un cinismo davvero pungente.
Se volete saperne di più potete leggervi quello che scrissi a proposito di questa pellicola nel 2004. La mia opinione non è affatto cambiata.
Elenco degli episodi che compongono il film:
- L’educazione sentimentale
- La raccomandazione
- Il mostro
- Come un padre
- Presa dalla vita
- Il povero soldato
- Che vitaccia!
- La giornata dell’onorevole
- Latin Lovers
- Testimone volontario
- I due orfanelli
- L’agguato
- Il sacrificato
- Vernissage
- La musa
- Scenda l’oblio
- La strada è di tutti
- L’oppio dei popoli
- Il testamento di Francesco
- La nobile arte

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.