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12
gen 12

Immaturi

Immaturi

di Paolo Genovese (Italia, 2011)
con Barbara Bobulova, Ambra Angiolini, Luca Bizzarri,
Paolo Kessisoglu, Ricky Memphis, Raoul Bova, Anita Caprioli,
Luisa Ranieri, Michele La Ginestra, Maurizio Mattioli, Giovanna Ralli,
Giulia Michelini, Alessandro Tiberi, Nadir Caselli, Aurora Giovinazzo

Guarda il trailer ufficiale

Questa commedia, estremamente leggera, ambisce ad essere un film rappresentativo di una generazione ma non credo proprio che vi riesca. Io l’ho trovato alquanto banalotto, bello pieno di luoghi comuni, alcuni anche abbastanza improbabili.
Prologo: dopo circa 15 anni, un gruppo di amici – ex compagni di scuola di circa 35 anni – viene chiamato dal Ministero della Pubblica Istruzione a rifare l’esame di maturità (classica), dal momento che il primo è stato invalidato a causa di un disguido amministrativo. Questi giovani adulti – ancora abbastanza immaturi, appunto – si trovano ancora una volta tutti insieme a rivivere quei momenti che ormai credevano di aver dimenticato o comunque messo da parte.
Tra le varie figure rappresentate (alcuni abbastanza idealtipiche) troviamo: 1. lo stronzo che tradì il migliore amico da giovane per una ragazza e che è diventato un uomo che tradisce la moglie (Kessisoglu); 2. lo psichiatra infantile che aiuta i bambini per mestiere ma che non riesce a risolvere i propri problemi di responsabilità e maturità di fronte all’arrivo di un figlio del tutto inaspettato (Bova); 3. l’eterno ragazzo che non vuole impegnarsi e che, pur di rimanere fidanzato per sempre con la sua ragazza, arriva a fingere di essere sposato e con prole (Bizzarri); 4. la cuoca ninfomane che segue un corso per guarire dalla suo infinito desiderio per il sesso e finisce per innamorarsi di un uomo dopo una lunga storia di corteggiamento casto e romantico (Angiolini); 5. la divorziata giovane e bella con figlia che esprime una maturità superiore alla madre (Bobulova); 6. il bamboccione impacciato che vive ancora con i suoi e che non esprime alcuna intenzione di andarsene (Memphis).
Con l’intento di studiare per prepararsi a rifare l’esame di maturità, questi ragazzi cresciutelli incontrano vecchi amici (come il tizio mite che si è fatto prete) e riprendono a trascorrere del tempo insieme, rivangando ovviamente le cose belle (e anche qualcuna brutta) vissute fianco a fianco ai tempi del liceo. E qui ci sono valanghe di dialoghi e immagini che vorrebbero evocare nostalgia, senza neanche riuscirci completamente, sì insomma tutta la prosopopea del “come era bello un tempo, quelli sì che erano anni in cui era gradevole essere giovani, mica come adesso”.
A parte tutto il cast mi sembra molto azzeccato. L’intento di mettere insieme facce molto note era di portare quanta più gente nelle sale cinematografiche e mi pare che l’esperimento sia riuscito – tant’è che proprio la scorsa settimana è arrivato nei cinema il seguito di questa pellicola.
Paolo Kessisoglu veste benissimo i panni dell’egoista menefreghista, così come Luca Bizzarri quelli dell’eterno Peter Pan.
La faccia seriosa di Bova va bene per il ruolo di un dottorino un po’ musone, tutto preso dalla difficoltà di accettare le responsabilità della paternità.
Ricky Mempis, che da sempre recita la parte del duro borgataro, qui fa quasi tenerezza come bamboccione impacciato e ultra sensibile.
Barbara Bobulova donna manager in carriera è credibile. Biondina, carina, fa una corte tenerissima al buon Memphis. I due personaggi si amano dai tempi del liceo ma non hanno mai avuto modo di “approfondire”.
La Ginestra prete è perfetto.
Luisa Ranieri è bona come sempre. Qui dà il volto un architetto con la testa sulle spalle, ossia alla fidanzata incinta di Bova che, pur di fronte all’indecisione del suo compagno, non si comporta da isterica, non fugge via offesa ma decide di attendere un suo rinsavimento.
La ragazzina che interpreta sua figlia (Aurora Giovinazzo) è in gamba, anche se la sua recitazione non è delle migliori. Ma potrà migliorare in futuro. Questa potrebbe essere, tra l’altro, la sua prima apparizione sul grande schermo.
Giovanna Ralli è la mamma iperprotettiva di Ricky Memphis, ossia l’essere che l’ha reso “mammone”.
Maurizio Mattioli è invece suo padre. Lasciatemelo dire: il più divertente attore di questa pellicola. Ogni sua scena è incredibilmente spassosa: i suoi interventi con marcato accento romanesco, quei tentativi di mandare via di casa suo figlio, sono straordinari.
Nadir Caselli è una ragazzina molto giovane, una maturanda che scambia decine di SMS con il personaggio di Bizzarri e che poi va a svenire strafatta di alcool e pasticche in discoteca. Leggi: personaggio superstereotipato su attrice molto caruccia.
Anita Caprioli forse è un po’ troppo giovane per recitare nella parte di coetanea di questi altri attori.
L’unica fuori ruolo – ancora una volta – è Ambra. Non me ne voglia ma non riesco a vederla recitare la parte di una stimata cuoca, per di più ninfomane. Mah.
Alessandro Tiberi – lo stagista della serie Boris – è il figlio del titolare del ristorante in cui lavora la cuoca, un giovane molto timido, segretamente innamorato della regina dei fornelli.
Nota localistica: il film sarebbe ambientato a Roma ma di romano, a parte l’accento di Mattioli e Memphis, c’è davvero ben poco.
Voto 5 e mezzo. Meno che sufficiente.
La colonna sonora non è male, forse solo un po’ “paracula”. Dei pezzi salverei comunque poco: giusto una cover di “Last Nigth A Dj Saved My Life” degli Indeep, coverizzata da Loredana Majuri.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


15
nov 11

La peggior settimana della mia vita

La peggior settimana della mia vita

di Alessandro Genovesi (Italia, 2011)
con Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi,
Antonio Catania, Monica Guerritore, Alessandro Siani,
Nadir Caselli, Chiara Francini, Gisella Sofio,
Arisa (Rosalba Pippa), Alessandro Genovesi, Andrea Mingardi

Avete presente “Ti presento miei” e “Mi presenti i tuoi”? Bene. Fatene un mix, una sintesi di entrabe le pellicole, e immaginate il tutto in salsa italiana. Questo è “La peggior settimana della mia vita”. Una specie di commedia romantica, scritta da Alessandro Genovesi e Fabio De Luigi (e diretta dal primo dei due) e ispirata a serie tv inglese.
Qui potete vederne il trailer.
Si ride? No. Si ridacchia, si sorride. Non ci si scompiscia, ecco. Ma il tutto è gradevole, soprattutto grazie alla simpatia del protagonista: De Luigi, artista che io adoro – lo ammetto.
La trama è semplice. Milano. Due fidanzati stanno per sposarsi. Un ragazzo e una ragazza (due come tanti). Quello che vediamo sul grande schermo è il racconto degli ultimi 7 giorni che precedono il loro matrimonio, ovviamente infarcito da decine di gag, a volte anche al limite della comicità slapstick.
Lui (Paolo) è un imbranato cronico con un amico idiota e farfallone (Ivano), oltre che molesto (per altro napoletano); lei (Margherita) è una ragazza molto giovane e molto carina (probabilmente anche abbastanza frivoletta), il papà di lei è un tizio molto rigido, la mamma di lei è un po’ cretinetta, pessima in cucina e con un vago sospetto di alcolismo. La nonna è buffissima. La sorella giovane di lei è la solità stronzetta finto-rivoluzionaria.
Tra una scena e l’altra i nomi dei giorni scandiscono il countdown al “Grande Giorno”. Il tempo passa veloce scorrendo tra le vaccate del protagonista, che infatti non fa altro che rendersi odioso agli occhi dei futuri suoceri e incappare in uno strano groviglio di ombre riguardo la sua fedeltà; Paolo comunque è uno a posto, un ragazzo (quarantenne?) simpatico e serio che ha come sola colpa quella di essere molto maldestro e sbadato. Ovviamente il lieto fine c’è. Non sto nemmeno a dirlo.
De Luigi interpreta Paolo, il protagonista. Io lo adoro (sin dai tempi in cui militava a “Mai dire Gol”). Non lo ripeto. Aggiungo solo che mi sembra il giusto corrispettivo italiano per un personaggio interpretato negli USA da Ben Stiller. Senza di lui forse il film sarebbe stato un mega-flop. Tra le altre cose è stato anche bravo a scriversi un personaggio adatto al proprio stile recitativo: il goffo/buffo/simpatico ragazzone cresciuto. Una figura questa per nulla distante da quella che recitava nella serie tv “Love Bugs”.
Cristiana Capotondi diventa sempre più bella. Non esagero se dico che in certi casi davvero è uno splendore. Qui recita anche discretamente nelle vesti di Margherita, la giovane promessa-sposa. Credo che con gli anni stia diventando dunque anche più brava.
Monica Guerritore, che interpreta Clara, la mamma di lei, è forse l’unica che recita sopra le righe. In diverse scene infatti la vediamo esagerare con la rappresentazione dei sentimenti. D’accordo, è una commedia quasi farsesca ma gli altri attori appaiono decisamente più misurati nei gesti, nella voce, ecc.
Antonio Catania (Giorgio) è un altro dei miei beniamini. Grande. Una sola delle sue espressioni basta per far sbocciare un sorriso. Attualmente è di certo uno degli attori comici più simpatici in Italia. Lo apprezzo dai tempi di Mediterraneo. Qui veste i panni del padre serioso, un po’ antipatico, molto rigido e anche un po’ autoritario, nonostante risulti allo stesso tempo un buono, disposto a passare sopra tutti gli errori del suo futuro genero per amore della felicità di sua figlia.
Alessandro Siani ha preso il ruolo di Ivano, l’amico frizzante, ma anche un po’ antipatico, di Paolo. Un vero menefreghista (anche un po’ stronzo) che ha la mera funzione di aumentare il livello di casini combinati.
Andrea Mingardi interpreta Dino, il papà di Paolo: un musicistà ultra-sessantenne molto libertino che si presenta all’importante cena di famiglia pre-matrimonio in compagnia di una giovanissima corista (la sua amante/fidanzata).
Nadir Caselli è Ginevra, la sorella di Margherita: un’altra ragazza molto giovane e molto carina che ha come unico scopo quello di contraddire tutto e tutti, di agire senza rifletterci su più di tanto e di prendere tutto alla leggera, con un sorriso.
A Chiara Francini il compito di dare faccia, voce e (soprattutto) corpo a Simona: una collega di Paolo (ex fiamma) decisamente matta e prosperosa, oltre che follemente innamorata.
La nonna è interpretata dalla leggendaria Gisella Sofio.
Il regista si è ritagliato il ruolo del prete con forte accento svizzero (o nord-comasco).

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


22
ott 11

A Dangerous Method

A Dangerous Method

di David Cronenberg (Gran Bretagna, Francia, Canada, Irlanda, 2011)
con Keira Knightley, Michael Fassbender, Viggo Mortensen,
Vincent Cassel, Sarah Gadon, André Hennicke

Ancora una volta Cronenberg non delude.
A Dangerous Method racconta le vicende personali dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung o, più precisamente, dei suoi rapporti più o meno sentimentali con la sua paziente Sabina Spielrein e delle relazioni professioniali con quello che può essere considero il suo mentore/ispiratore, il padre della psicanalisi, Sigmund Freud.
La storia è lineare, raccontata senza salti logici, né flashback o flash forward. Tutto molto chiaro e semplice da seguire. Il film è così ricco di eventi e dialoghi che non ci si annoia mai. Applausi.
Al centro dei fatti c’è la figura di Jung e i suoi chiaro/scuri, ossia il fascino che subisce verso la sua giovane paziente (la Spielrein), che poi diventerà sua collaboratrice e amante, la riluttanza nel vivere sino in fondo i suoi sentimenti verso questa donna, la deontologia professionale, il conformismo, l’essere pavidi, il complesso di inferiorità nei confronti di Freud, il desiderio di spingere oltre i confini della scienza e della razionalità gli studi sulla psiche umana.
Grande merito della riuscita della pellicola va dato ai tre attori protagonisti (quelli che vedete nella locandina).
A mio avviso, l’idea di prendere Michael Fassbender per interpretare Jung è stata ottima. Non solo dal punto di vista dell’aspetto fisico ma anche per la compostezza della sua recitazione e per qualche ragione legata alla prossemica e al modo in cui questo attore ha trasmesso agli spettatori il pensiero e le emozioni dello psichiatra svizzero.
Keira Knightley vi pare carina? Ok, piace anche a me – a volte – ma non è importante in questo caso. Parliamo di come e cosa recita. Di primo acchitto, nelle prime scene in cui il suo personaggio dà di matto, ti sembra quasi che stia esagerando, che stia andando sopra le righe. Ma vi assicuro che non è proprio così. Le sue doti recitative si possono apprezzare meglio più avanti, cioè nei passaggi durante i quali la Spielrein prende coscenza del suo ruolo, diventa determinata e decide di vivere la sua vita da adulta, lontano dall’ala protettiva di Jung.
Ad alcuni spettatori Viggo Mortensen è risultato quasi irriconoscibile. I truccatori l’hanno invecchiato pesantemente – barba grigia compresa – per renderlo il più possibile simile a Freud. Incredibile quanta flemma sia riuscito ad infondere al suo personaggio. Mimesi riuscita alla perfezione: per tutta la durata del film si ha la convinzione di trovarsi proprio davanti all’esimio fondatore della psicologia.
Viggo Mortensen ha solo poche scene. Interpreta uno dei tanti pazienti di Jung, una specie di giovane viveur scavezzacollo, mezzo matto, appassionato di donne e psicologia, cronicamente represso a causa dell’eccessivo autoritarismo di suo padre.
Alla bella Sarah Gadon è stata assegnata la parte della dimessa signora Jung, una tipa apparentemente innoqua che in un’occasione però, di fronte al tradimento di suo marito, prova a giocare la disperata arma della pubblica diffamazione.
La ricostruzione di abiti, interni e luoghi in generale è pressoché ineccepibile. Grandi applausi anche da questo punto di vista, dunque.
Colonna sonora non pervenuta. Non ci ho fatto caso. Non me la ricordo.

Nota: il film è tratto dalla pièce teatrale ”The Talking Cure” di Christopher Hampton e dal romanzo “A Most Dangerous Method” di John Kerr.

Qui trovate la locandina per il mercato americano.
Qui il trailer originale in HD
. Qui quello in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


28
gen 11

La versione di Barney

La versione di Barney
(Barney’s Version)

di Richard J. Lewis (Canada, Italia 2010)
con Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Rosamund Pike,
Minnie Driver, Mark Addy, Scott Speedman, Rachelle Lefevre,
Thomas Trabacchi, Clé Bennett, Massimo Wertmüller, Macha Grenon, Atom Egoyan,
Domenico Minutoli, Paul Gross, Mark Camacho, Erika Rosenbaum,
Anna Hopkins, Ellen David, Paula Jean Hixson, Luca Palladini, Ivana Shein,
Jake Hoffman, Harvey Atkin, Saul Rubinek, Marica Pellegrinelli, David Pryde

Iniziamo col dire che putroppo io non ho (ancora) letto il romanzo omonimo di Mordecai Richler da cui è tratto questo film. Dunque non posso permettermi di azzardare paragoni. A me il film, comunque, è piaciuto molto. L’ho trovato molto originale, almeno dal punto di vista del soggetto e del plot.
La versione di Barney racconta la storia di Barney Panofsky, un ebreo di origini polacche di stanza a Montreal. Lo spettatore segue la sua vita (quasi intera) dagli anni della giovinezza fino al momento della morte, passando per l’età adulta e la vecchiaia. Un racconto particolarmente avvincente, sia per la buffa cialtronaggine del protagonista, che per la presenza di alcuni elementi interessanti come un’accusa di omicidio e ben tre matrimonii.
Barney è un facoltoso produttore di soap opera con la passione per l’hockey e qualche problema di tipo alcoolico. Per tutta la vita ha anche fatto da mentore e mecenate ad un suo intimo amico, tale Boogie, un aitante biondo sciupafemmine dedito alla bella vita, all’alcool e all’eroina. Nelle prime battute del film lo vediamo perso in una certa solitudine in un lussuoso appartamento del centro. Subito veniamo a sapere che è divorziato, che ha una figlia adulta e che un vecchio detective ha scritto un libro su di un misterioso caso di morte, in cui Barney è stato sospettato di omicidio. Da questo punto iniziano i flashback, che poi continueranno per tutta la durata del film, alternandosi con diverse altre scene ambientate cronologicamente al tempo zero della narrazione.
Dunque prima lo vediamo giovane a Roma, dove sposa una bellissima e dissoluta ragazza perché crede di averla messa incinta, poi lo vediamo un po’ più adulto in Canada dove, aiutato da suo zio, inzia a fare carriera come addetto al fund raising per la causa anti-shoah e trova moglie presso un’importante famiglia di ebrei di Montreal. Ma questa pare non sia la donna della sua vita. Per quella bisognerà attendere il terzo – abbastanza fortunato – matrimonio. Non aggiungo altro per non svelare troppo.
Il cast è stato scelto alla perfezione.
Paul Giamatti è unico. Davvero. Qui lo si apprezza da tanto tempo. In “La versione di Barney” lo vediamo stravolto dal trucco: prima canuto, flaccido ed estremamente invecchiato, poi molto giovane con una stramba parrucca rossa e riccia. La panza comunque – vera o posticcia che sia – non l’abbandona mai. Truccato o meno, il bello è che rimane sempre se stesso: buffo, gigione e istrione. Bravissimo. Perfettamente nella parte. Per un individuo imperfetto come Barney Panofsky non si poteva certo prendere un palestrato, un bellone, un divo di Hollywood – nel senso più tradizionale del termine. Da premiare.
Scott Speedman ha il physique du rôle per interpretare il dongiovanni. Bello, biondo, alto, mascellone, sorriso magnetico. Uno così trova spazio facilmente nei desideri del sesso femminile. Non si fa fatica a credergli, dunque. Buona interpretazione la sua, sia nelle scene più frivole, che in quelle più drammatiche in cui lo si vede litigare con il protagonista.
Rosamund Pike è una gran signora. Bella sì ma non sfacciata. Elegante, sofisticata, gentile. I suoi modi sono estremamente garbati, dolci ed affettuosi ma mai affettati. La vediamo sia tenera e protettiva, che seria e determinata. Il ruolo non richiedeva altro. La faccia giusta nella parte giusta. Ancora un plauso agli addetti al casting.
Dustin Hoffman è fuori discussione come attore, ma ormai da anni. Incredibile. Difficilmente l’ho visto fuori ruolo (eccezion fatta forse per “Confidence”). Qui dimostra ancora una volta – qualora ce ne fosse bisogno – che è in grado di esprimere una gamma di sentimenti completa: dall’allegria alla tristezza, dalla rabbia alla nostalgia. Il suo ruolo è quello del padre di Barney, Panovski senior, un vecchio poliziotto ebreo in pensione che ha un ottimo rapporto con suo figlio, tanto da spalleggiarlo persino nei momenti più difficili. È indubbio che è uno dei personaggi che più porta allegria e buonumore nel film.
Ricordate Minnie Driver? Era la ragazza che aiutava padre Bobby e i quattro galeotti nel film “Slepeers”. Ottima scelta di cast anche nel suo caso. Ha la faccia e il temperamento giusti per il ruolo della (seconda) moglie stronza, viziata e noiosa di Barney.
Rachelle Lefevre ha poche scene ma ci sa fare, è nella parte. Alta, capelli rossi e ricci, occhi verdi, visino dolce. In altre parole: buona faccia + buon corpo per interpretare la bella e giovane insolente che adora farsi desiderare (e amare) da qualunque uomo incontri sulla sua strada. Intendiamoci: uso un eufemismo per non offendere.
Per Bruce Greenwood la parte di uomo pacato e vegano, un tipo su cui Barney prova a far girare strane voci di omosessualità per evitare (disperatamente) che gli porti via l’amata moglie.
Mark Addy è il vecchio detective che ha passato diversi anni della sua vita a cercare di trovare le prove per incastrare Barney come assassino.
Anna Hopkins interpreta la giovane figlia di Barney.
Ad Ellen David hanno affidato il ruolo dell’anziana protagonista – di origini bulgare – della soap opera prodotta dalla casa di produzione di Barney.
Mi ha fatto molto piacere vedere Thomas Trabacchi coinvolto in un progetto internazionale così importante come questo. È un attore che mi è sempre piaciuto. Ha una faccia molto simpatica. Credibile in questo caso nella parte dell’artista italiano. Peccato che qui in patria non sia molto noto.
Minuscola parte per Massimo Wertmüller: veste i panni del medico che annuncia a Barney la morte di suo figlio.
A Jake Hofmann (il figlio di Dustin) la parte del figlio di Barney/Giamatti. Ottima scelta, dunque, se si pensa alla teoria dei geni recessivi di Mendel.
Decisamente buona anche la selezione di brani che sono andati a comporre la colonna sonora, arricchendo le immagini di un valevole e gradevole accompagnamento.
Dunque buon cast, soggetto interessante, sceneggiatura notevole, regia dignitosissima, musiche gradevoli. Voto complessivo per la pellicola: 8. E non sto scherzando. Da vedere se vi piacciono le storie originali raccontate bene.

Guarda il trailer italiano e quello originale americano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


21
gen 11

The Town

The Town

di Ben Affleck, (USA, 2010)
con Ben Affleck, Rebecca Hall, Jon Hamm,
Jeremy Renner, Blake Lively, Pete Postlethwaite, Slaine,
Owen Burke, Chris Cooper, Corena Chase, Dennis McLaughlin,
Brian Scannell, Tony V., Kerri Dunbar, Brian Scannell

Cos’è “The Town”? Come definirlo? Un thriller. No, non credo. Non mi pare. Diciamo che si tratta di un film di furti e violenza. Di vite metropolitane sbandate.
Quattro ragazzacci di Charleston (un sobborgo di Boston) vivono di rapine: banche, camion blindati portavalori e qualsiasi altro luogo che contenga molta moneta “liquida”.
La prima rapina, la più importante per la storia, avviene tutta in pochi minuti, in testa al film, ancor prima che il regista ci abbia mostrato lo stesso titolo del film. Durante questo colpo la direttrice della filiale viene un bel po’ brutalizzata: prima la costringono ad aprire la cassaforte a tempo poi la prendono in ostaggio e infine la mollano bendata su di una spiaggia. Si dà il caso che la tizia in questione non è una tardona di brutto aspetto. Tutt’altro. Trattasi di Claire Keesey, una trentenne mora, decisamente caruccia, un tipetto interessante che viene da fuori città, una specie di “gattamorta” dotata di un visino che fa perdere la testa proprio ad uno dei 4 rapinatori. Guarda tu un po’ il caso.
Infatti la rapina va a buon fine, però, temendo che l’ostaggio abbia dato all’FBI dettagli sufficienti a metterli nei guai, i 4 rapinatori decidono di seguirla da vicino, da molto vicino. Del pedinamento se ne occupa il belloccio Doug “Dougy” McRay (Ben Affleck). L’idea comunque non è delle migliori perché tra i due nasce subito della simpatia e del tenero. Insomma finiscono insieme ma la storia ovviamente non può funzionare perché le rapine devono continuare e fraternizzare con il pericolo N. 1 non è la strategia migliore. La polizia peraltro, non aiuta perché ci mette davvero pochissimo a mangiare la foglia – come si dice in gergo.
Di film su rapine e rapinatori ne abbiamo visti, anche di casi in cui la vittima finisce per perdere la testa per il proprio aguzzino ma, ad essere sinceri, va detto che in questo caso Affleck ha mescolato bene le carte. Affleck ha scritto, sceneggiato e diretto la pellicola – oltre che ad avervi recitato. Proprio dal punto di vista della recitazione mi preme far presente che il ragazzotto è cresciuto, e molto. Adesso va preso sul serio, ma forse ero io a non dargli la giusta importanza, finora.
Il film non è banale ma si fa guardare volentieri. Chi guarda non indovina subito come vanno a finire le cose e per una volta la polizia non è piena di gente imbecille ed incapace. Si può dire insomma che si tratta di una partita abbastanza equilibrata tra buoni e cattivi, anche se tra questi ultimi c’è il protagonista che non è una figura totalmente negativa, anzi lo spettatore ci mette proprio poco a parteggiare per lui. Altri due elementi già visti e sentiti che vengono aggiunti alla trama sono: una madre scomparsa, un rapporto disastrosto tra il padre e il suo protagonista, l’amicizia fraterna tra i due membri principali della banda, un certo senso etico che spinge il protagonista a rapinare le banche a picchiare la gente ma a non usare le armi da fuoco a meno che non costretto. Bah! Ma anche questi fattori, tutto sommato, contribuiscono a rendere la minestra più sapida.
Forse l’ho già detto, non vorrei ripetermi, ma Affleck è stato bravo a costruirsi un bel personaggio. Interessante, problematico e proprio per questo affascinante. Tra le altre cose, anche fisicamente si è messo su bene. Asciuttissimo, molto dimagrito, si è fatto riempire il corpo di tatuaggi (Finti? Quanti?) Il suo è un personaggio che di certo ha trovato apprezzamento presso ampie fette di pubblico femminile.
Quello che recita meglio, comunque, secondo me è Jeremy Rener, il componente più sbandato della banda di rapinatori. Il quasi-fratello di Dougy, quello che non vede l’ora di pestare la gente, di menare le mani. Il violento, la testa calda, l’unico che ha davvero poco da perdere.
Non male anche Blake Lively nei panni della ragazza madre sbandata, spacciatrice e innamorata del protagonista. Credo che questo sia un personaggio nelle sue corde (Nota: non ho mai visto una sola puntata della serie “Gossip Girl”).
Pete Postlethwaite, come al solito, fa la sua porca figura. Sempre più magro e sfigurato, interpreta una figura secondaria e defilata – ma solo fino a un certo punto: il fioraio basista. È morto di recente. Un po’ mi spiace. Sarà stato questo il suo ultimo personaggio sul grande schermo?
Di Rebecca Hall ho già detto. Il gattamortismo è la posa che le riesce meglio. Caruccia ma non bellona. Dentatura importante, fronte alta, ma si fa apprezzare. Donna idealtipica per romanticoni sognatori. Interpretazione fuori discussione. Il suo è un ruolo azzeccato. Insomma è una tipa per cui si può perdere la testa. Anche se una domanda me la pongo: ma negli USA è normale che una ragazza poco più che trentenne diriga una filiale di banca a Boston?
Jon Hamm è il Don Draper di “Mad Men”. L’avete riconosciuto? Ne sono sicuro. Comunque è più forte di me: nel ruolo del perspicace agente dell’FBI non so proprio vedermelo. Troppo giovane e belloccio per fare il federale rognoso, il cagnaccio segugio a cui non la si fa.
Tutto sommato il film è gradevole. Ci sono anche scene d’azione (inseguimenti, sparatorie, scazzottate, ecc.), cioè tanto materiale buono per chi se ne impippa di tutto il resto. Voto più che sufficiente: 6 e mezzo.

P.S.: la locandina americana è molto più bella.

Qui potete vedere il trailer italiano. Qui quello americano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


25
mar 10

Un (finto) trailer cinematografico per un gelato

Questa volta l’Algida (la Unilever) ha fatto le cose in grande. Ha ingaggiato Bryan Singer come regista (quello de “I Soliti Sospetti” e “X-Men”) e addirittura Benicio del Toro per girare lo spot per il lancio di un nuovo gelato per la linea Magnum. Stiamo parlando del “Magnum Gold”. Sono sicuro che nelle prossime settimane ne sentiremo parlare molto – se non altro perché saremo bombardati da una grossa campagna promozionale. C’è da scommetterci.
Mi dicono che si tratta di un’anteprima mondiale. http://5x5m.com/lp/10199/il_nuovo.html“>Lo spot è sostanzialmente un trailer sullo stile di quelli che si girano per le pellicole in uscita. La protagonista femminile è Caroline De Souza Correa (forse l’avete già vista in “Fast and Furious”). Il film sembra una specie di spy-movie, quasi un mash-up tra “Mission impossible”, “Il sarto di panama”, “Mr. & Mrs Smith” e cose simili. Dura 2 minuti e 42 secondi. Lo vedete embeddato qui sopra. Ne ha parlato anche Perez Hilton.
Ora mi chiedo: questo spot lo trasmetteranno anche in televisione? Ma soprattutto: questa campagna sarà identica anche sul territorio americano, dove invece Benicio Del Toro ha una sua rispettabilita? Perché sappiamo benissimo che le grandi star di Hollywood non girano pubbliclità sul territorio USA, non si “svendono” ai brand – diciamo così – ma per far cassa (grande cassa) vanno all’estero. Soprattutto in Europa e in Giappone. Ricordate il film “Lost in traslation” e la pubblicità del whiskey girata da Bill Murray?

Disclaimer: la segnalazione e la richiesta di pubblicazione di questo video mi è arrivata da Digital PR Roma, tramite Vincenzo Cosenza. Spero che adesso arrivi qualche steccogelato a babbo morto. :D


11
mag 09

Florida [Studio]

Detto in parole povere: Lorenzo Giordano (regista), Marco Bonini (montatore) e Vito D’Onghia (volto) hanno tirato fuori un cortometraggio da un vecchio post/racconto

Thelma & Louise move

di Simone C. Tolomelli, a.k.a. Sasaki Fujika. Produzione a costo zero. Titolo: Florida [Studio]

. Qui sopra potete vederne il trailer.
Uomo contro l’uomo. La condizione umana che divide e unisce allo stesso tempo. Prigioniero e carceriere come due facce della stessa medaglia. Miseria e schiavitù dell’essere umano nel ruolo che gli viene riservato.
Cliccando qui invece potete vedere il corto interamente. Durata: 10 minuti circa.
A me non è dispiaciuto. Ne ho parlato anche sul blog di TheBlogTv.it.


17
apr 09

Se Mastandrea interpreta Lupin III

Being There move

Quello che vedete qui sopra è il trailer di “Basette”, un cortometraggio diretto da Gabriele Mainetti ambientato a Roma in cui Valerio Mastandrea interpreta Lupin III. Marco Giallini ha la parte di Gighen (Jigen), Daniele Liotti quella di Ghemon (Goemon), Luisa Ranieri quella di Fujiko e Flavio Insinna quella dell’ispettore Zenigata.
Questo corto ha anche vinto il festival della “25ora – il cinema espanso”, il cui premio consisteva nella distribuzione in 60 sale dell’Istituto Luce in tutta Italia.

Fido full

Un film così merita di essere visto. Non credete?

Fonte: Dario Salvelli Tumblr.

10,000 BC film


9
mar 09

Il terzo trailer di Up

Dopo il primo The Postman film

ed il secondo, ecco finalmente il terzo trailer di Up, prossimo film d’animazione della Pixar diretto da Pete Docter. In uscita nei cinema statunitensi il 29 Maggio.

Fonte: FirstShowing.net via hellzatumblr via Vivere e morire a losanghe.


11
gen 09

Up to the next Pixar movie

Di “Up” vi avevo già parlato lo scorso Novembre. Si tratta del prossimo film della Pixar.
Sneak peak. Qui sopra potete vedere una specie di teaser/trailer – commentato dallo stesso regista: Pete Docter.
Protagonista del lungometraggio animato sarà un signore anziano e burbero che riesce a realizzare il sogno di una vita: fare il giro del mondo. Ci riuscirà attaccando migliaia di palloncini alla sua casa in legno. Ma ben presto si renderà conto che nel lungo viaggio non sarà solo.
In uscita nelle sale USA per Maggio 2009.

Io, ovviamente, non vedo l’ora che arrivi in Italia.

Fonte: Cineblog.it.