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17
gen 12

La talpa

La talpa
(Tinker Tailor Soldier Spy)

di Tomas Alfredson (Germania, Gran Bretagna, 2011)
con Gary Oldman, John Hurt, Mark Strong,
Toby Jones, David Dencik, Ciarán Hinds, Colin Firth,
Stephen Graham, Benedict Cumberbatch, Kathy Burke,
Svetlana Khodchenkova, Tom Hardy, Oleg Dzhabrailov,
Tomasz Kowalski, Peter McNeil O’Connor, Konstantin Khabenskiy

Film di spionaggio tratto da un romanzo di John Le Carré. Il sottotitolo dell’edizione internazionale è “The Enemy Is Within” (Il nemico è all’interno), il che dovrebbe dire molto sul tipo di pellicola.
Qui potete vedere il trailer italiano.
Dunque andiamo con ordine. Il film è stilisticamente ineccepibile. Tutto molto preciso, pulito, elegante. Anche nelle scene più semplici. Fotografia splendida. Grande cura per gli abiti e per la ricerca/sistemazione delle location. Persino i bugigattoli e le topaie in cui sono girate alcune scene emanano carisma.
Sul cast nulla da eccepire. Oldman è davvero eccelso nella sua flemma da spia esperta/investigatore attempato. Interpreta George Smiley, un agente segreto in pensione che viene ingaggiato dal sottosegretario inglese alla Difesa per scovare la talpa che si nasconde da oltre 25 anni nell’agenzia di intelligence da cui poco tempo prima è stato cacciato via.

Benedict Cumberbatch – quel giovin belloccio con gli occhi blu che fa da protagonista nella straordinaria serie tv inglese “Sherlock” – se la cava egregiamente nei panni del braccio destro di Smiley. Anche nelle scene più concitate in cui si scalda perché viene tenuto all’oscuro di alcuni dettagli, rischiando di essere arrestato.
Colin Firth è Bill Haydon, il solito piacione che seduce donne e nasconde un segreto. Amicone dell’agente Jim Prideaux, Haydon sprizza fascino a fontane, tant’è che in certi frangenti ti fa sospettare persino una liaison omosex tra i due.
John Hurt interpreta il “grande vecchio”. Il più anziano del team nonché direttore del “Circus”, ossia dell’agenzia di spionaggio inglese fulcro della vicenda. Impeccabile. Peccato che il suo personaggio muoia subito e che appaia in non più di 5 scene.
Ciarán Hinds ancora una volta porta dietro con sé in scena la faccia da pezzo di merda (ma non pensiate che sia un insulto).
A Toby Jones e a David Dencik hanno affidato le parti dei due personaggi più odiosi e fastidiosi. Sono rispettivamente: Percy Alleline e Toby Esterhase, due alti dirigenti del Circus, due facce che capisci subito hanno mille cose da nascondere.
Mark Strong è il duro con le giacche di pelle. L’agente Prideaux, il bel tenebroso che va in missione, che sacrifica persino la sua vita per fare chiarezza nell’agenzia. Più avanti lo scopriremo anche professore di francese ai limiti della pedofilia. (Si fa per dire).
Stephen Graham (l’attore che interpreta Al Capone in “Boardwalk Empire”) è quasi una maestranza del Circus. Piccola parte anche per lui.
Kathy Burke fa l’anziana ubriacona obesa, ormai in pensione forzata, a cui però va il merito di individuare la prima fondamentale falla nel sistema di bugie creato a protezione della talpa.
La bionda Svetlana Khodchenkova è la russa che fa perdere la testa al giovane agente Ricki Tarr (interpretato quasi anonimamente da Tom Hardy).
Dicevamo: la pellicola è tratta da un romanzo di Le Carré e Le Carré, lo sappiamo, non si tocca, essendo egli ritenuto un mostro sacro dei romanzi di spionaggio. Ma c’è un ma. Qualcosa non va. Qualcosa non funziona. Alcuni meccanismi non tornano. Alcune sottotrame vengono introdotte e lasciate in sospeso senza alcuna chiara soluzione, inoltre la scena madre, quella cioè in cui si fa luce sull’identità della talpa, è costruita bene sino al momento della rivelazione stessa. Mi spiego: Alfredson è bravo nel creare la tensione, nel costruire suspance, ma al momento del “dunque” – quando deve “quagliare” – si perde. Non realizza. È come un gol fallito a porta sguarnita. Tanto rumore per nulla. Il colpevole non reagisce, nessuno si scompiglia di un millimetro. D’accordo, questi sono inglesi, hanno tonnellate di “self control” ma qui si esagera. I colpevoli capitolano senza opporre la minima resistenza, piangono come donnette quando vengono sgamati, accettano rimpatrii coatti senza nemmeno sferrare un pugno o tentare la fuga all’ultimo momento. Dunque non ci siamo. Questo è il punto debole di un film davvero gradevole.
Forse dura un po’ troppo, vero. Magari è lungo però se vi dicono “è lento” non credeteci. Non si tratta di velocità nel cambio di scena o di dinamiche rallentate dei personaggi. Il problema qui è un altro. Potrei dire di scrittura ma non è così. Anche se non ho letto il testo, sono (quasi) sicuro che si è trattato di una cattiva intepretazione, anzi di trasposizione dalla carta alla celluloide non proprio fedelissima.
Il concetto è che l’investigatore anziano gioca una partita a scacchi con i Russi, con lo spionaggio del blocco avversario – capeggiato dal famigerato Karla: una partita in cui un un certo qual modo egli stesso è coinvolto. Attenzione: siamo nel 1975, in piena Guerra Fredda e gran parte dei protagonisti sono reduci della prima Guerra Mondiale, gente che ha combattuto sul campo e che ha iniziato a muovere i primi passi nell’intelligence proprio nel secondo dopoguerra. Dico questo per contestualizzare il racconto, per dare una cornice storico/geografico/politica alla vicenda che viene raccontata.
Altro punto debole è lo svelamento della verità. Chi sono le vittime e chi i carnefici lo si capisce subito, dopo appena una ventina di muniti dall’inizio del film. Fatta la tara, cioè eliminando il protagonista e chi viene ucciso, il resto è semplice da capire. Il nome della talpa non è immediatamente rivelato ma ben presto viene definito il quartetto di figuri tra cui individuare il traditore.
La colonna sonora, che è stata composta da Alberto Iglesias, a me in un paio di frangenti ha ricordato un pezzo degli Zero 7 estratto dall’album “Simple Things”.

Ahinoi anche questa volta la locandina internazionale è molto più figa di quella italiana.

La scheda IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


6
ott 10

Inception

Inception

di Christopher Nolan (USA, 2010)
con Leonardo DiCaprio, Ellen Page, Marion Cotillard,
Joseph Gordon-Levitt, Tom Hardy, Ken Watanabe,
Dileep Rao, Cillian Murphy, Pete Postlethwaite,
Michael Caine, Tom Berenger, Lukas Haas, Tai-Li Lee

Difficile parlare di un film così senza dilungarsi. Non saprei da dove cominciare. Allora vediamo: “Inception” mi è piaciuto e lo consiglierei più o meno a tutti.
Dopo “Memento” e “Insomnia”, Christopher Nolan ritorna ancora una volta sul tema del sogno, sulla difficoltà che si può avere nel distinguere tra veglia e sonno, tra realtà e non realtà (intesa come struttura cognitivo/sensitiva costruita dalla mente). Questa volta, però, affronta la questione facendo ricorso a soluzioni tecnologiche e/o furistiche, vedi il macchinario che inietta un sedativo di gruppo e che porta le menti di diverse persone in uno stesso sogno. Inoltre “Inception” usa la grammatica dei film d’azione, ossia i suoi classici meccanismi (esplosioni, inseguimenti, colluttazioni, ecc.) anche se non credo che questa fosse una scelta funzionale allo svolgimento della trama. Come dire: Christopher, potevi dirci la stessa cosa anche senza tutto quel “bum bum bum”. La butto lì: forse si trattava solo di assicurarsi una maggiore fetta di pubblico. «Oh, dicono che ‘sto Nolan fa dei filmacci noiosi, incomprensibili». «Ma no, andiamo a vedere isceptio, dai. Nel trailer ci stavano certe mitragliate!»
[SPOILER]
La storia è un po’ complessa ma vedo di spiegarla semplificando il più possibile. C’è un team in grado di entrare nella mente di un essere umano per rubare idee, pensieri e segreti. Si tratta di di persone fra i 20 e i 35 anni – forse un po’ troppo giovani per avere l’esperienza necessaria ma, va beh, sorvoliamo per il momento. Il furto avviene durante il sonno, indotto nella vittima attraverso l’uso di sedativi. Il team si intrufola nella mente dell’uomo, mentre questo sogna, e va alla ricerca del segreto nascosto nel suo subconscio.
Nelle primissime battute vediamo fallire una mirabolante missione: il team non riesce a leggere il contenuto di un documento segreto rinchiuso in una specie di cassaforte della mente. Lo spettatore capisce che qualcosa è andato storto ma ancora non sa cosa. La persona la cui mente stava per essere derubata (un magnate giapponese del settore energetico), accetta di buon grado il rischio che ha corso e, anziché vendicarsi o denunciare i “ladri delle sue idee”, decide di ingaggiarli per una missione uguale ma contraria ai danni del suo accerrimo rivale. Il team leader (il protagonista, cioè Di Caprio) sembra tentennare un po’ ma accetta comunque molto in fretta. La posta in gioco è alta, la missione da compiere è ardua e rischiosa: si tratta di inserire nella mente del figlio di un altro magnate dell’energia l’idea che manterere in vita l’impero del padre dopo la sua morte sia sbagliata. Come ricompensa il protagonista potrà tornare in patria, gli USA, paese da cui è fuggito perché ricercato per l’omicidio di sua moglie. E qui ci sarebbero già due appunti da fare: il protagonista accetta perché è stufo di fuggire, cioè vuole tornare finalmente a casa per poter rivedere e riabbracciare i suoi figli ma gli altri perché accettano? Cosa li spinge? Quale sarà il loro compenso per una missione tanto rischiosa? Non si sa, nessuno lo spiega. Non è dato saperlo.
Secondo buco: il committente della missione – il magnate giapponese – promette di ricompensare il protagonista dandogli la possibilità di ritornare a casa. Dice che lo farà con una sola telefonata. Ma è così che funziona la giustizia negli USA? Basta la telefonata di un finanziere nipponico per far cadere le accuse di omicidio nei confronti di un imputato? Stiamo parlando di giudici corrotti? È forse questa una velata polemica nei confronti dello straripante potere della finanza internazionale sulla democrazia e sui poteri costituiti? Non ne sarei così sicuro.
Ma andiamo oltre: la missione che prevede l’innesto di una idea estranea nel cervello del figlio del magnate si fa. Viene messa in piedi una squadra internazionale di sei persone (un’architetta dalla Francia, un chimico/santone da un paese arabo, ecc.) e si procede. L’obiettivo è scendere di “3 livelli” nella mente della vittima, ossia intrufolarsi in un sogno dentro un sogno dentro un altro sogno. Un sogno al cubo. E qui mi fermo perché ho detto già troppo.
Nodi chiave del racconto sono l’alienazione e l’auto-convinzione. Temi portanti, dunque, la difficoltà di distinguere tra sogno e realtà e la debolezza della natura umana, non sempre capace di tenere separati i propri sentimenti da tutto il resto, di tenere lontano il dolore e il senso di colpa dagli affari.
Una domanda che mi sono posto è: perché rappresentare in modo bellico le resistenze che la mente umana opporrebbe all’infiltrazione di idee esterne? Era necessario? O forse è servito solo a rendere il film più “dinamico” e più avvincente? Lo dico con estrema sincerità e ingenuità. Ma so anche che non avrò risposte.
Adesso comunque dimenticate tutti i miei dubbi e andate a vedere al cinema questo film perché davvero merita una (o più) visioni.
Due parole sul cast. Di Caprio migliora col tempo. Non m’è mai stato simpatico, né lo reputavo un grande attore. Eppure dopo questa prova devo ammettere che la sua professionalità andrebbe riconsiderata. Ah, comunque anche in “The Departed” aveva recitato benissimo.
Joseph Gordon-Levitt ha troppo la faccia da ragazzino. C’era davvero bisogno di prendere uno così giovane? Tra l’altro, magro com’è, in giacca e cravatta è molto buffo, fa un po’ ridere.
Ellen Page è la protagonista del simpatico film “Juno”. La ricordate? Beh, è rimasta caruccia e molto brava. Anche lei forse è un filino giovane per essere ritenuta credibile come “architetta dalla mente geniale” ma nel suo caso faremo un’eccezione: troppo dolce e simpatica. (S’è capito che mi piace?)
Marion Cotillard a volte è affascinante, a volte no. Ma non capisco perché. Sulla sua bravura come attrice drammatica non si discute. Questa per lei mi sembra una prova dignitosa. Mi aveva già fatto una buona impressione in “Nemico Pubblico”. Brava. Mi fa piacere che un’attrice europea (francese) sia entrata nell’Olimpo di Hollywood, ossia intendo è bello vedere che questi bravi attori “nostrani” siano tenuti in considerazione per pellicole così importanti. Grazie, Nolan.
Cillian Murphy è un’altra di quelle facce già viste in giro. Bassino, gracile, mingherlino, se ne va in giro con un doppiopetto gessato blu, tutto abbottonato, a fare l’elegantone. Grande charm. Non si può dire che rubi la scena agli altri attori ma è perfettamente nella parte, sa fare il suo mestiere. Un plauso anche per lui.
Ken Watanabe nei panni del magnate nipponico è molto stiloso. Bella scelta.
A Tom Hardy hanno dato la parte del tipo burbero dai modi spicci, una specie di paramilitare palestrato. Dileep Rao fa il chimico asiatico.
Pete Postlethwaite lo vediamo in sole due scene, magrissimo ed emaciato, sul letto di morte, in fin di vita con i tubicini nel naso. Interpreta il ruolo del magnate del settore energetico il cui impero potrebbe essere smembrato e distrutto dal figlio che erediterà tutto e con cui non ha mai avuto un ottimo rapporto.
Tom Berenger veste i panni del supermanager anziano, braccio destro di Pete Postlethwaite e padrino del giovane rampollo.
Per Lukas Haas solo poche scene in testa, nelle prime battute del film. Interpreta il terzo membro del team che cerca di violare la mente del magnate nipponico. Poi tradisce i colleghi e viene fatto fuori subito. Sto ancora qui a chiedermi: dov’è che ho già visto questa faccia?
Anche per Michael Caine poche pose, credo solo un paio. Qui lo troviamo nei panni dell’anziano suocero del protagonista: un professore di architettura che insegna in un’università francese. Ciò nonostante, il suo personaggio (cosa strana) si occupa dei due piccoli figli del protagonista, che però vivono negli USA.
Film a cui Nolan puòessersi ispirato: Matrix. Ma sono sicuro che ce ne siano anche degli altri.
Altro fattore rilevante per “Inception”: l’impatto visivo. Tutt’altro che da sottovalutare.
Voto complessivo alla pellicola: 9.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


1
mag 09

RockNRolla

RockNRolla

RockNRolla

di Guy Ritchie (GB, 2009)
con Gerard Butler, Tom Wilkinson,
Mark Strong, Thandie Newton, Idris Elba,

Tom Hardy, Toby Kebbell, Jeremy Piven, Karel Roden,
Ludacris, Matt King, Geoff Bell, Gemma Arterton

Se vi è piaciuto “The Snatch” vi piacerà anche questo. Pellicola pulp diretta da Guy Ritchie. Se ‘pulp’ ormai si può ancora definire un genere cinematografco. L’ex marito di Madonna torna con un film dei suoi. Ambientato a Londra, dedicato a Londra. Ritchie mette al centro delle vicende la capitale Britannica, in piena irrefernabile febbre edilizia, e il genere di personaggi che la affollano ai giorni nostri. Così troviamo tratteggiati l’uno di fianco all’altro, il boss borioso ed efferato che si vanta di appartenere alla ‘vecchia guardia’, il suo braccio destro sempre vestito di tutto punto, il magnate russo che vuole investire i suoi milioni di rubli in un quartiere residenziale, una subdola contabile dalla bellezza mozzafiato, una gang di malavitosi che passa il tempo giocando a carte nella bisca, un paio di impresari della scena musicale indie, una rockstar tossicodipendente.
Il quadretto che ne esce vuoi è davvero avvincente. A rendere il tutto ancora più divertente ci pensa il ritmo: incalzante e privo di momenti di stasi. La trama non è nemmeno tanto banale, se si pensa al modo in cui è intricata e all’epifania finale.
Tom Wilkinson grasso è pelato è quasi irriconoscibile. Non sembra lo stesso attore che ha recitato la parte dell’avvocato anziano nel film “Michael Clayton”. Il vecchio boss rozzo gli riesce molto bene.
Mark Strong ha una classe da vendere. Per il suo ruolo – definibile come “l’elegantone” – si prova molto fascino, nonostante sia uno dei ‘cattivi’.
Thandie Newton è minuta ma molto sexy. Qui fa la consulente finanziaria superstylish. Sempre vestita con abiti da cifre esorbitanti, trucco perfetto, mai un capello fuoriposto. Difficile resisterle. Ben presto si rivela come una scaltra faina, assestata ed ingorda di denaro.
Gerard Butler è sempre molto rigido ma inizia a predersi un po’ meno sul serio. One Two è un duro dal cuore tenero. Malavitoso esperto in armi, rapine e combattimento a mani libere, farebbe tutto per la sua gang di amici fidatissimi (Mumbles e Bob “il bello”). Molto divertente la scena del ballo gay cheek-to-cheek.
Ludacris e Jeremy Piven interpretano due sfigati gestori di locali notturni. Gestiscono anche una piccola etichetta discografica e il giro della musica live a Londra. Vivendo ai confini della criminalità, finiranno per esserne vittime.
Karel Roden è perfetto per la parte del riccone russo. Fisicamente è un mix perfetto tra Putin e Abramovich.
Matt King interpreta Cookie, lo spacciatore: uno dei personaggi più bizzarri e spassosi di tutto il film.
Toby Kebbell è perfetto per la parte del tossico. Credbilissimo. Il suo personaggio ricorda molto Pete Doherty, il leader dei Baby Shambles. Il lavoro migliore su di lui, comunque, credo che l’abbia fatto il trucco. Le sue occhiaie parlano (quasi) da sole.
Gemma Arterton putroppo ha poche scene (recita come la segretaria dei due discografici) ma si fa comunque notare per la sua giovane bellezza.
Colonna sonora molto valida. Basta segnalare il brano che apre il film e che fa da sottofondo ai titoli di coda: “I’m A Man”, cover energica che i BlackStrobe hanno realizzato per un blues di Bo Diddley.
Nota: nel film ho notato due citazioni. La prima (voluta) alla scena del ballo tra Vincent Vega e Mia Wallace in “Pulp Fiction”. La seconda (non voluta) alla pellicola di Aldo Giovanni e Giacomo “Tre uomini e una gamba”, quando One Two, di fronte ad un’opera d’arte molto semplice fatta di soli neon afferma qualcosa come: «Il mio elettricista l’avrebbe fatta meglio».

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it

download The Great Debaters

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