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13
ott 11

Drive

Drive

di Nicolas Winding Refn (Usa, 2011)
con Ryan Gosling, Carey Mulligan,
Bryan Cranston, Ron Perlman, Oscar Isaac,
Albert Brooks, Christina Hendricks, Kaden Leos,
James Biberi, Tiara Parker, Cesar Garcia, Chris Muto

Drive è un bel thriller, un crime drama o un noir – se preferite – tratto dall’omonimo romanzo scritto da James Sallis.
Narra di un giovane che, sapendo guidare benissimo, sbarca il lunario come stuntman nel cinema per rischiosissime riprese automobilistiche e come autista su commissione per rapine. Nel resto del tempo fa anche il meccanico in un’autofficina gestita da un tizio non del tutto raccomandabile. Insomma il nostro bazzica nella malavita ma solo tangenzialmente, non è propriamente un malavitoso, anzi. Con lui simpatizzeremo quando scopriremo che è un bravo ragazzo, un uomo dal cuore d’oro che arriverà addirittura ad aiutare il pessimo marito della giovane biondina di cui si è innamorato.
I suoi sentimenti si palesano quasi immediatamente alla vista di Irene una ragazza minuta dai capelli corti, giovane mamma sola che quando non fa la cameriera si occupa del suo piccolo figlio Benicio. Sola perché suo marito, tale Standard Guzman, sta scontanto una pena in prigione.
I guai iniziano proprio quando Mr. Guzman viene scarcerato; l’idillio tra l’autista e la giovane mamma – che passavano giornate splendide da famigliola felice in compagnia del piccolo Benicio – subisce una brusca interruzione ma, ciò nonostante, l’eroe del film decide di continuare ad orbitare intorno a questo nucleo familiare, di non allonanarsi e vegliare sui suoi membri. Anzi interviene proprio in loro difesa, attivamente, cercando di tirare il capofamiglia fuori da una brutta situazione di debiti non pagati e pestaggi.
Ryan Gosling, il protagonista di questa pellicola, ormai non sbaglia un film. Praticamente non l’ho mai visto fuori parte.
Carey Mulligan è la mammina fragile. Un viso non bellissimo (cioè carina ma non bona) tuttavia abbastanza dolce da essere credibile sia come cameriera, che come “sweetheart”.
A Brian Cranston hanno affidato il ruolo del bonario Shannon, il meccanico zoppo titolare del’officina.
In gamba anche il bambino che interpreta Benicio (Kaden Leos) e quello che fa suo padre (Oscar Isaac).
I più bravi comunque – Gosling esluso – sono stati Albert Brooks e Ron Perlman, rispettivamente nei panni di Bernie Rose e Nino: due malavitosi anzianotti ma spietatissimi che celano le proprie attività illecite dietro una pizzeria.
Cos’ha di buono “Drive”, dunque? Sicuramente la fotografia e la recitazione di tutti gli attori. Certo, la trama non è nuova, non è originalissima, ma è comunque raccontata molto bene. Siamo di fronte cioè a un film confezionato decentemente. Il finale tra l’altro non è del tutto scontato. Non ve l’anticipo ma sappiate che non rimarrete delusi.
Cosa c’è che non va in “Drive”? Quasi nulla. Persino la colonna sonora, opera di Cliff Martinez, merita di essere ascoltata. Mi è sembrata degno complemento delle eccellenti immagini: contemporanea, semplice, non invasiva e in linea con le situazioni raccontate.

Qui trovate il trailer italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


22
dic 10

La giusta distanza

La giusta distanza

di Carlo Mazzacurati (Italia, 2007)
con Giovanni Capovilla, Valentina Lodovini, Ahmed Hafiene,
Fabrizio Bentivoglio, Giuseppe Battiston, Natalino Balasso,
Danilo Marescotti, Stefano Sandaletti, Mirko Artuso,
Dario Cantarelli, Roberto Abbiati, Fadila Belkebla,
Raffaella Cabia Fiorin, Silvio Comis, Marina Rocco,
Amri Amine Abdel Jelil, Francesco Apuzzo, Nicoletta Maragno

Piccolo delizioso noir all’italiana ambientato tra le nebbie della pianura padana.
Giovanni, un ragazzo di soli 18 anni con il pallino del giornalismo si fa assumere come collaboratore ombra da una nota firma del Resto del Carlino, tale Bentivegna. Inizialmente scrive pezzi di cronaca di poco conto, anche perché nel suo paesino non succede nulla di rilevante se non un incendio probabilmente doloso e alcune misteriose morti di cani. La sua grande occasione arriva dopo un po’ di mesi quando la giovane e bella Mara, la nuova maestra elementare del paese, viene ritrovata morta. È qui che il ragazzo inizia ad occuparsi seriamente di cronaca giudiziaria. A dire il vero Giovanni decide di condurre da solo le indagini sul caso solo dopo che Hassan, il suo amico meccanico di origine tunisina, che aveva una storia d’amore con la vittima, si suicida perché non riesce a sopportare la vergogna di essere stato giudicato colpevole. Il piccolo cronista è convinto dell’innocenza del meccanico, in cuor suo sa che si trattava di vero amore, che il meccanico mai avrebbe fatto del male alla maestrina dai capelli neri e dal sorriso contagioso; per lui il colpevole è un altro, perciò decide di andare sino in fondo alla faccenda, di scavare, di ripercorrere il caso punto per punto, di riesaminare gli incartamenti del processo per assicurare alla giustizia la persona che sul serio ha posto fine alla vita di Mara.
Dal punto di vista registico e di sceneggiatura il film è costruito molto bene: per più della metà del film lo spettatore assiste alla vita decisamente normale (quasi noiosa e banale) del piccolo paese veneto; è solo negli ultimi minuti che si approda alla parte definibile propriamente thriller del film. Sin dall’inizio, però, e per tutta la durata della pellicola, aleggia comunque una certa atmosfera tetra, pesante, di tristezza mista ad angoscia, di mistero rarefatto; qualsiasi abitante del paese potrebbe perdere la testa da un momento all’altro, chiunque potrebbe nascondere un segreto, ognuno potrebbe uccidere o essere ucciso. Chi guarda non sa cosa succederà, né quando, ma ha la possibilità di godersi la storia, di seguire le vicende narrate che hanno comunque anche risvolti leggeri e simpatici, come il mutismo dell’omino tuttofare coi baffi neri e lo sguardo stralunato, il buffo accento del telefonista in salopette (il simpaticissimo Natalino Balasso), i continui e maldestri tentativi del pingue tabaccaio sborone (Battiston) di sedurre giovani donne, gli stretti legami affettivi dei personaggi nordafricani (Hassan, sua sorella, suo cognato pizzaiolo e alcuni piccoli nipoti) apparentemente bene integrati nella comunità.
“La giusta distanza” non è solo un film sul razzismo latente e/o strisciante degli italiani degli anni 2000: questo sentimento è solo uno degli elementi, sebbene essenziale, che compongono un equilibrato mix. Il film racconta anche la banalità della vita di paese, alcuni tratti salienti del nord-est (pur senza eccessivi luoghi comuni), l’amore sincero di un uomo solo che è fuggito in un paese lontano per rifarsi una vita dignitosa, le piccole/grandi sfortune della vita, la difficoltà di crescere e trovare la propria strada in provincia, l’impegno di alcuni giovani nel portare avanti i propri progetti di vita, dell’accoglienza che ricevono le persone di buon cuore nelle minuscole comunità, della possibilità di riuscire a conseguire gli obiettivi se mossi da tenacia, impegno e passione, ecc.
Giovanni Capovilla è il bravissimo protagonista, la voce narrante della storia. Un giovane dal volto pulito che incarna molto bene lo spirito del bravo ragazzo ingenuo, un tipetto sincero e appassionato che, nonostante non sappia mantenere la “giusta distanza” dai fatti del buon giornalista (il non coinvolgimento sentimentale suggeritogli dal giornalista l’esperienza), riesce comunque ad andare a fondo, a scoprire la verità delle cose.
Bentivoglio interpreta Bencivegna, il giornalista d’esperienza, uno che per inseguire gli obiettivi di carriera ha praticamente perso il contatto con la famiglia e con gli affetti in generale. Qui vediamo l’attore un po’ invecchiato (sarà solo effetto del trucco?), interpretare un ruolo da burbero un po’ scostante ma tutto sommato bonario, un professionista in gamba in grado di vedere nel giovane ragazzo un potenziale giornalista di rango.
Valentina Lodovini è bravissima e molto bella. Ho già detto che è bella? Vorrei ripeterlo più e più volte. Bella di una bellezza semplice. Il suo di certo non è il ruolo da vamp o da maestrina sexy e maliziosa, tutt’altro. La Lodovini interpreta la ragazza della porta accanto. Certo, una quasi-trentenne mora, con occhioni grandi e scuri e un fisico di tutto rispetto, non è molto comune, non tutti hanno una vicina così (probabilmente la vorrebbero), ma credetemi se vi dico che in questa pellicola interpreta il ruolo di una ragazza come tante, normale ma non banale, una non appariscente, dotata di una bellezza interiore importante almeno quanto quella esteriore. I suoi son sorrisi che valgono oro, sorrisi che fanno capire il perché gli abitanti del paesino vadano tutti matti per lei, perché riesca in poco tempo a conquistarsi il cuore e la simpatia di tutte le persone con cui entra in contatto.
Per Battiston ancora un ruolo da omone buffo: un tabaccaio ricchissimo, sborone e marpione, che ha comprato sua moglie – una ragazzona dell’est europeo – attraverso un catalogo online. Il suo forte accento da cittadino del Triveneto è perfettamente allineato con l’area geografica che Mazzacurati ha scelto per ambientare la sua opera.
Ad ogni modo il più bravo davanti alla macchina da presa in questo caso è Ahmed Hafiene. Spero davvero che abbia preso qualche premio. Interpreta Hassan, il meccanico di origine tunisina che viene condannato per aver ucciso la maestra. Sul suo viso porta tutta la sofferenza di un passato difficile, di una vita d’inferno in patria e di grosse difficoltà sul suolo italiano per raggiungere uno status di cittadino sufficientemente integrato nel tessuto sociale. La costruzione del suo personaggio è stata curata nei minimi dettagli: su di lui aleggia sin dal principio un alone di mistero. Hassan è un buono ma ha qualcosa da nascondere. Hassan sembra sincero ma ha l’aria di chi non si scopre mai del tutto. Per un lungo periodo di tempo chi guarda non sa chi è, da dove viene e che intenzioni abbia. Il suo primo contatto con la vittima, ad esempio, è morboso: Hassan s’innamora a prima vista della bella maestra forestiera, tanto da decidere di andare a nascondersi ogni sera sotto casa sua, tra il fogliame degli alberi, per spiarla attraverso le finestre.
Di Natalino Balasso ho già detto: quest’attore mi ha sempre trasmesso una grandissima simpatia, sin dalle sue prime apparizioni in tv, e continua a farlo tutt’oggi.
Di Danilo Marescotti, invece, dico che mi è sembrato un’ottima scelta di casting. Il suo è un volto buono per recitare la parte dell’avvocato menefreghista, razzista e prevenuto che fa il suo lavoro senza passione; un animo adulto inaridito che ha perso ogni speranza nella società e nelle persone, a fare da contraltare alla sete di giustizia e verità del giovane cronista.
Colonna sonora non pervenuta. C’era un commento musicale al film? Sinceramente non mi sono accorto – eccezion fatta per un brano nordafricano suonato durante una festa di paese.
Voto globale alla pellicola: 7 e mezzo. Da guardare. Uno dei quei rari prodotti di cui il cinema italiano dovrebbe andare fiero. Credibile, ben costruito, ben recitato, contemporaneo, dolceamaro, serio ma non noioso e soprattutto dignitoso.

Guarda qui il trailer.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


13
set 10

The American

The American

di Anton Corbijn (Usa, 2010)
con George Clooney, Violante Placido,
Paolo Bonacelli, Irina Björklund, Filippo Timi,
Johan Leysen, Giorgio Gobbi, Thekla Reuten,
Lars Hjelm, Samuli Vauramo

Sì, questo è il film con George Clooney ambientato in Abruzzo. E no, non è un atto di protesta per come è stato gestita l’emergenza post-terremoto. Non c’è alcun accenno al terremoto.
Sì, questo è il film in cui appare Violante Placido nuda. E sì, è splendida nella sua bellezza perennemente in fiore.
Ecco. Detto questo, possiamo passare a parlare d’altro.
Mi dicono che Crobijn sia un fotografo prestato al cinema. Fino a ieri non lo sapevo. Questa è la sua seconda pellicola, dopo il biopic dedicato al cantante dei Joy Division (Ian Curtis). Bene, infatti della fotografia di questo film proprio non ci si può lamentare. Il problema qui è un altro: i buchi nella sceneggiatura. “The American”, tutto sommato, è un buon thriller che riesce a mantenere sullo spettatore la tensione – e forse anche un po’ angoscia – per diversi minuti, cosa che non è proprio semplice e non è da tutti. Ma mi riservo di esprimere dei dubbi.
La pellicola racconta di un uomo molto misterioso, tale Jack, una specie di superspia che gira il mondo in incognito e ammazza la gente. Pian piano scopriamo che si tratta di un uomo ben addestrato a costruire artigianalmente armi sofisticate. Il suo problema è che, dopo essere uscito miracolosamente vivo da un’imboscata tra i nevosi boschi della Svezia, si trova ad essere braccato da un’ignota minacca. Si sente in pericolo, sa che qualcuno lo vuole uccidere ma non sa chi. Persino ifugiarsi in Italia – in uno sperduto paesino dell’Abruzzo – non è stata una buona idea, dal momento che i suoi cacciatori sono riusciti a rintracciarlo anche lì. Il suo unico riferimento è Pavel, un tale anziano dagli occhi di ghiaccio (e la faccia rugosissima) a cui telefona a intervalli regolari.
Ecco, il problema è che lo spettatore non capisce diverse cose. Ci sono diversi buchi, cose da spiegare. I nodi vengono al pettine perché non ci sono risposte alle domande: “Chi sono quelli che pedinano Jack?” Perché lo fanno? Si tratta solo di vendetta? Sono gli stessi che volevano ucciderlo in Svezia? Per chi lavorano? Esattamente a chi fa riferimento Jack? É un indipendente o lavora per un’organizzazione?  Di che organizzazione fa parte Pavel?” Inoltre, quando il nostro incontra Clara, la giovane e bellissima prostituta di cui si innamora immediatamente, è lecito chiedersi: “Come ha fatto a scovare un bordello in una minuscola cittadina se non parla con nessuno? Perché si è innamorato proprio di lei e non di un’altra? Avrà vissuto in solitudine per decenni, dunque perché proprio in quel momento si mette a fare il romanticone e decide di abbandonare tutto? Chi era la donna che si trovava con lui nello chalet svedese? Ne era davvero innamorato?”. Insomma,  diciamo che in molti passaggi il film manca una certa coerenza logica. Per di più la storia di un uomo condannato alla solitudine che per amore dedice di abbandonare tutto, mettendo a serio rischio la propria vita, l’abbiamo già letta, sentita e vista al cinema diverse volte.
Clooney ormai non di discute. Son 15 anni che non sbaglia film. Anzi. Qui ha fatto anche uno sforzo in più: ha sicuramente lavorato molto sul fisico. Si è messo a stecchetto e avrà fatto palestra per mesi pur di apparire un duro tutto muscoli e tatuaggi. A proposito: il simbolismo della farfalla fa un po’ ridere.
Del fulgore accecante e dell’avvenenza della signorina figlia di Michele Placido abbiamo già detto. È amore: in meno di 2 secondi netti.
Anche Irina Björklund interpreta una pericolosissima spia. Il suo aspetto è mutevole. Dovrebbe essere una femme fatale velenosissima ma il suo fascino, a mio vedere, è un po’ spuntato. Sarà per la vicinanza con Violante Placido? Non so, comunque non aveva la faccia da dura, né da scaltra o spietata. Secondo me qui il casting ha un po’ toppato.
Johan Leysen fa bene il suo mestiere. L’asprezza del volto lo aiuta, conferendogli credibilità come capo di una fantomatica organizzazione di super agenti segreti.
Paolo Bonacelli interpreta il prete di campagna saggio che stringe subito amicizia con il misterioso Jack. Ottimo attore, per carità, ma a volte certe frasi dall’alto profilo filosofico sembravano un po’ forzate proprio perché uscite da quella bocca. Non so: forse l’abito talare non fa per lui.
A Filippo Timi hanno concesso un piccolo cammeo. Lo vediamo nel ruolo del meccanico lercio e un po’ trafficone a cui si rivolge Jack quando è alla ricerca di attrezzi e materie prime per le sue armi. La tuta blu gli sta benissimo. Sarà un caso?
Messaggio per i faciloni e per quelli che categorizzano tutto in bianco o nero: questo è un film “lentissimo”.
Voto complessivo: 6. Provaci ancora, Anton.

Note to self: in Italia c’è pià di un luogo che ha deciso di chiamarsi “Castel del Monte”.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


21
ago 10

I soliti sospetti

I soliti sospetti
(The Usual Suspects)

di Bryan Singer (USA, 1995)
con Gabriel Byrne, Kevin Spacey, Chazz Palmintieri,
Benicio Del Toro, Stephen Baldwin, Pete Postlethwaite,
Kevin Pollack, Giancarlo Esposito, Suzy Amis, Dan Hedaya

Non so quante volte ho rivisto questo film: 3, forse 4. Non importa. Il fatto è che trovo sempre molto gustoso il modo in cui lo spettatore scopre i fatti attraverso la ricostruzione del sospettato Verbal e di come scopra solo alla fine, inserendo l’ultima tessera di un puzzle alquanto complicato, quale sia la vera identità del famigerato Keyser Söze.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Qui potete vedere la locandina originale americana.


8
mag 10

L'uomo nell'ombra

L’uomo nell’ombra
(The Ghost Writer)

di Roman Polanski

(Francia, 2010)
con Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall,
Tom Wilkinson, James Belushi, Olivia Williams, Timothy Hutton,
Jon Bernthal, Eli Wallach, Tim Preece, Anna Botting

Sarò breve. Forse un tempo Polanski era bravo nel dirigere i thriller. Oggi meno. A me “Frantic”, ad esempio, era piaciuto molto. Ma erano anche 22 anni fa.

“L’uomo nell’ombra”, invece, mi è piaciuto meno. Tant’è vero che mi sono anche addormentato. Ma forse quello è un problema mio, che ero stanco e ho sbagliato a scegliere lo spettacolo delle 22.30. Quando la pellicola finisce ti accorgi che l’ultimo ad aver capito come stavano davvero le cose è il protagonista. Sì perché chi guarda, lo spettatore, capisce subito che qualcosa non va, accumula subito tutti i sospetti verso un unico preciso personaggio, che poi si rivelerà in effetti il vero responsabile. Non aggiungo altro per non svelare il finale, anche se c’è poco da rimanere sorpresi.
“L’uomo nell’ombra” racconta la storia di un giovane e talentuoso scrittore di biografie che viene ingaggiato da un’importante casa editrice inglese per andare negli USA a completare un libro sull’ex primo ministro britannico, Adam Lang. Il tizio che ricopriva lo stesso incarico prima di lui, cioè quello che ha iniziato a scrivere il libro – il braccio destro del premier – è morto misteriosamente in mare, mentre si trovava su di un traghetto. Questo però non è l’unica zona d’ombra della storia perché, non appena lo scrittore arriva negli Stati Uniti, i media diffondono la voce dell’apertura di un inchiesta del Tribunale dell’Aia sul premier per aver acconsentito al rapimento e alla tortura di alcune persone sospettate di terrorismo. Ovviamente lo scrittore, suo malgrado, resterà invischiato nella vicenda, ma la sua curiosità e la sua coscienza lo obligheranno ad indagare, per fare chiarezza su quello che è successo realmente.
Ewan McGregor non si discute. Ha la faccia, i natali e l’età giusta per reggere un ruolo di questo tipo, peraltro da protagonista. Voto 8.
Pierce Brosnan dovrebbe pensare di darsi alla politica. Il Premier inglese, come figura, è proprio nelle sue corde. Ha charme da vendere. Persino nelle scene più concitate, quelle in cui il suo personaggio si adira, riesce a mantere un aplomb invidiabilissimo. Maestro d’eleganza. Uno dei miei attori preferiti. Voto 8.

Kim Cattrall – la Samantha della saga “Sex and the City” – qui riveste il ruolo della segretaria personale del premier. Sui due aleggia anche il sospetto di una relazione clandestina ma la storia non conferma, né smentisce. Non chiedetemi se io trovi questa donna affascinante. Non saprei proprio dirvelo. Non mi ha mai fatto perdere la testa ma non è un cesso, ecco. Di certo in questo film perde molta della volgarità che invece le getta addosso il personaggio della serie tv.
Olivia Williams – qui nel ruolo della perfida moglie del premier – ha solo 42 anni. Dico: 42. Roba da non crederci. Sarà forse il personaggio che interpreta, sarà il trucco austero, ma le davo almeno 10 anni in più. Comunque sia recita dignitosamente. Voto 7 e mezzo.

Buona performance anche per Tom Wilkinson, che qui ricopre il ruolo di un vecchio collega di college del premier.
James Belushi fa solo una comparsata nel ruolo di presidente della casa editrice inglese. Di primo acchitto, vedendolo completamente pelato, quasi non lo si riconosce.
Per Timothy Hutton solo un paio di brevi scene da comprimario. Quasi comparsa.
Voto per la pellicola: 6.

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La scheda di , quella di e quella di .


28
dic 09

Sherlock Holmes

Sherlock Holmes

Sherlock Holmes

di Guy Ritchie (GB, 2009)
con Robert Downey Jr., Jude Law,
Rachel McAdams, Mark Strong, Kelly Reilly,
Hans Matheson, Eddie Marsan, James Fox,

Bronagh Gallagher, Robert Stone, William Hope,
Robert Maillet, William Houston, David Garrick,

Terry Taplin, Geraldine James, Joe Egan, James A. Stephens

Alcuni dati preliminari: questo è un film inglese e non americano, prodotto dalla Lin Pictures, dalla Silver Pictures e da Wigram Productions, distribuito in Italia dalla Warner Bros.
La pellicola è tratta dal libro a fumetti di Lionel Wigram, a sua volta ispirato ai personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle.
Premessa personale: non ho mai letto alcun libro di Doyle (mea culpa). Però mi piacerebbe. Chissà, magari lo faccio in futuro.
Sono entrato in sala con aspettative alquanto basse. Reputavo (reputo) molto bravi entrambi gli attori protagonisti, avevo dimenticato che il regista fosse Guy Ritchie, eppure non mi aspettavo granché. Il giorno prima di andare al cinema, guardandone il trailer, questo film mi era sembrato il solito adattamento moderno molto “fracassone”. Insomma mi aspettavo un tipico action movie degli anni 2000, invece mi sono trovato di fronte ad una bella pellicola in cui il contenuto non è stato tralasciato per dare maggiore importanza alla forma. Il che non vuol dire che non ci siano scene molto adrenaliniche (scazzottate, inseguimenti, esplosioni, pistolettate, ecc.) però non tutto è stato architettato per far sbavare quel pubblico che facilmente si eccita nella poltroncina della sala per rumori assordanti, montaggio frenetico, scene violente, ecc.
Ammirevole la cura, infatti, che è stata data – ad esempio – ai dialoghi tra i due co-protagonisti o tra Sherlock Holmes e il suo diretto avversario, Lord Blackwood.
Lo dico senza vergogna: il film mi è piaciuto molto.
Nella pellicola ci hanno infilato un po’ di tutto (esoterismo, massoneria, oligarchia), anche temi che a me non stanno particolarmente simpatici, ma ciò nonostante la visione di “Sherlock Holmes” mi ha incuriosito, appasionato e divertito.
Robert Downey Jr. è fuori discussione. La sua recitazione, intendo. Ma anche la costruzione del suo personaggio merita un plauso, in quanto il protagonista non è l’eroe perfetto senza macchia e senza paura. Certo, Sherlock Holmes anche in questa trasposizione cinematografica rimane un investigatore scaltro, un attento osservatore a cui non sfugge alcun particolare, un uomo di legge (quasi), il portatore di valore positivi, eppure Guy Ritchie lo rappresenta come un solitario misantropo, poco dedito all’ordine e all’igiene personale, un geek ante-litteram che se ne sta in casa, chiuso al buio, a sperimentare i suoi intrugli chimici e alcuni marchingegni.
Jude Law sembra nato con le sembianze del damerino, per cui lo trovo molto indicato per il ruolo del dott. Watson. Buffà la caratterizzazione che gli si è data: l’amico fedelissimo che vorrebbe non farsi immischiare nei pericoli che corre il suo sodale ma che, allo stesso tempo, non riesce a tenersi alla larga.
Un unico appunto riguarda l’età dei due protagonisti. Non so perché ma ho sempre immaginato Holmes & Watson come due signori di mezza età, tra i 50 e i 60 anni. Sebbene Downey e Law siano stati molto validi nel recitare le loro parti, mi chiedo come mai la scelta di cast non sia caduta su attori più maturi. Forse perché questo è il momento d’oro per i due “giovinastri”? Forse perché Robert Downey Jr., al momento, riesce a portare nei cinema molte più donne tra i 20 e i 40 anni di quante potrebbe portarne, che so, Dustin Hoffman?
Rachel McAdams è molto molto carina. Scusate la debolezza. La ricordate in My Name Is Tanino? Io no ma, a quanto pare, ha recitato anche in quel film. E in “State of Play”. In questa pellicola l’ho trovata perfetta nel ruolo di Irene Adler, una fascinosissima truffatrice che è riuscita a far perdere la testa al bell’investigatore privato. È quasi un miracolo che non venga rappresentata come una donnicciola, nonostante le labbra rosso ciliegia a forma di cuore. It’s love!

Mark Strong è una rivelazione, una sorpresa. Anzi no: è una conferma! Mi era già piaciuto molto in RockNRolla (sempre diretto da Ritchie). Lì interpretava uno dei cattivi, l’elegantone, qui invece veste i panni dell’Antagonista con la “A” maiuscola. Un pluri-omicida spietato, già parlamentare della camera dei Lord, un assassino truculento che usa raffinati trucchi di magia per cercare di assoggettare l’Inghilterra e il Mondo intero. Bisogna ammettere che ha un certo fascino, nonostante per tutto il film se ne vada in giro con indosso un giubotto di pelle da gran tamarro di periferia.
Riassumendo: c’è chi ha preferito la seconda parte del film alla prima (a causa della cattiva organizzazione del cinema in cui l’ho visto, mi sono anche perso i primi minuti di proiezione). Io invece ho aprezzato soprattuto alcune scene, quelle meno ‘dinamiche’, a dire il vero. Gradevolissimo, ad esempio, un dialogo a tre fra Holmes, Watson e la fidanzata di quest’ultimo, che avviene al tavolo di un ristorante di Londra. Durante questo randez-vous l’investigatore sfodera tutto il suo acume per ricapitolare cinicamente la vita precedente della commensale promessa sposa. A proposito: buona scelta di cast anche nel caso di Kelly Reilly (Mary Morstan): caruccia e tonta quanto basta per impersonare una giovane tutrice della Londra di fine ’800.
Nota stilistica: questa pellicola piacerà moltissimo ai cultori dello Steampunk.
Rimanete seduti sino all’ultimo fotogramma. Plausi e lodi per i titoli di coda: la grafica ricorda molto le litografia che si usano per le banconote.
Un bravo a Guy Ritchie che ha saputo coniugare un’opera importante con i temi a lui più cari (la vita di strada nei sobborghi inglesi, il pugilato clandestino, ecc.) Questo film gli aprirà di sicuro molte porte a Hollywood; per lui ci saranno nuove e grandi opportunità in futuro. “Sherlock Holmes” sarà di certo un grande successo al botteghino. Nei Stati Uniti, a soli tre giorni dall’uscita nelle sale, ha già incassato più di 65 milioni di $.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


25
mag 09

The Manchurian Candidate

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Interstate 60 the movie themanchuriancandidate

Regarding Henry buy

The Manchurian Candidate

Silk divx di Jonathan Demme (USA, 2004)
con Denzel Washington, Maryl Streep,
Liev Schreiber, Kimberly Elise, Vera Farmiga

Questo è un film un po’ fantascientifico – ma neanche tanto. Ci sono dei militari americani a cui viene fatto il lavaggio del cervello. Uomini programmati per agire in conto terzi ed arrivare persino ad uccidere, comandati a distanza da uno strano congegno elettronico (un chip?) inserito sotto pelle.
Uno di questi militari è un giovane onorevole  – figlio di senatore – candidato alla vicepresidenza degli USA, un ex eroe di guerra, interpretato da Liev Schreiber. L’altro è un maggiore – interpretato da Denzel Washington – un ufficiale non più in servizio e con gravi problemi psichici che va in giro per scuole a raccontare di una missione eroica che è capitata al suo battaglione in guerra.

Entrambi i protagonisti sono reduci della Guerra del golfo – la prima, quella del 1991 – ed entrambi hanno strani incubi, durante i quali rivono il momento dell’exploit eroico e della precedente imboscata.
Il “Manchurian” del titolo si riferisce a “Manchurian Global”, ossia il nome della società che ha progettato e sviluppato la tecnologia per il controllo delle menti umane e che ha intenzione di far insediare alla Casa Bianca un Presidente sul cui cervello ha il pieno controllo.
Jonathan Demme, come regista se la cava. Non sono il solo a pensarlo. Molto originali alcune inquadrature (vedi quella del candidato vicepresidente nella cabina elettorale). Sue le regie anche di grandi film come “Philadelphia” e “Il silenzio degli innocenti”.
Comunque sia, questi thriller americani inziano un po’ a stufarmi. Sono un po’ tutti uguali. Inizi a guardarli e dopo 30 secondi puoi scommetterci che siano stati tratti da un romanzo-mattone alla John Grisham.
Nota: questo film è tratto dal romanzo omonimo di Richard Condon. Può anche essere considerato un remake dell’omonimo film del 1962 diretto da John Frankenheimer.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


24
apr 09

State of Play

State of Play

State of Play

di Kevin McDonald (Usa, 2009)
con Russell Crowe, Ben Affleck, Helen Mirren,
Rachel McAdams, Jeff Daniels, Robin Wright Penn,
Jason Bateman, Katy Mixon, Maria Thayer, David Harbour, Rob Benedict,
Josh Mostel, Harry J. Lennix, Michael Weston, Viola Davis

Thriller diretto dal valido regista di “L’ultimo re di Scozia” e ambientato tra le scrivanie di una redazione giornalistica – il fittizio Washington Globe.
Mentre indaga su di un banale omicidio, Cal McAffrey, un burbero giornalista della vecchia scuola s’imbatte in una storiaccia ad alto rischio, che vede coinvolti una super agenzia di sicurezza privata con funzioni paramilitari e un deputato del Congresso, finito sotto i riflettori per una liaison con la propria assistente (morta suicida in metropolitana). La combattiva direttrice del giornale, pur scettica, si convince a seguire il torbido caso e a mettere al fianco del navigato giornalista una giovane blogger che solitamente si occupa di frivolezze. I segugi del Globe si mettono presto sulla pista giusta ma arrivano anche a rischiare la propria vita. A complicare le cose ci si mettono anche i rapporti d’amicizia tra il protagonista e il deputato e una storia di sesso tra lo stesso giornalista e la moglie del deputato.
Sullo sfondo c’è l’eterno dilemma tra diritto di cronaca e dovere di giustizia. Fino a che punto un giornalista è garantito nel tenere coperte le proprie fonti e fino a che punto a condividere il materiale reperito con le forze dell’ordine che indagano parallelamante sulla vicenda?
Giudizio complessivo sulla pellicola: non male. La storia è avvincente e sorprende nel finale. Nonostante si possano riscontrare diversi topos già visti e rivisti nello sviluppo della narrazione di pellicole del genere – vedi ad esempio le schermaglie tra i due protagonisti nelle prime battute del film che finiscono per trasformarsi in un rapporto di grande stima e amicizia.
The Rebound video

Due parole sugli attori.
Russell Crowe ne esce a testa alta. Questi ruoli da ‘eroe imperfetto’ gli riescono molto bene. Lo vediamo grasso, trasandato, pasticcione, ma molto professionale: un giornalista da strada che si aggira nei meandri della città alla ricerca di storie, di fonti, di informazioni utili al proprio mestiere. Moralmente non proprio impeccabile, essendo sempre combattuto tra i suoi valori e il desiderio di arrivare prima sulla notizia, ma rispettabile. Voto: 8
Rachel McAdams nei panni della giovane blogger Della Frye è davvero caruccia. Magari sarà il trucco, non so. Comunque (mi) piace. La ricordavate voi in “My Name is Tanino”? Io no. Comunque sia è molto credibile nella parte della giornalista d’inchiesta alle prime armi, della ragazza che ha voglia di emergere, di fare un buon lavoro, ma che mostra tutta l’insicurezza di chi non ha alle spalle una certa esperienza ‘con il taccuino in mano’. In questo senso, la critica ai blogger, attraverso la sua figura, poteva essere molto più inclemente, invece fortunatamente si è limitata ad un leggero sbeffeggiamento nelle prime battute, per poi scomparire, lasciando il posto all’impegno del personaggio di Della. Voto: 8.
Helen Mirren fa la tosta. Una direttrice di esperienza e combattiva. Una che riesce a non farsi mettere i piedi in testa (completamente) dalla nuova proprietà editoriale e che, allo stesso tempo, è in grado di dare fiducia ai suoi redattori, ricavandone un grande rispetto. Voto: 7.
Ben Affleck interpreta il giovane deputato Stephen Collins. Una persona ambiziosa che vuole far carriera nel mondo della politica, che vuole mettere alle strette i reponsabili di una cattiva gestione della cosa pubblica, ma che, a causa della propria fragilità e di una vita privata un po’ allegra, finisce per trovarsi dalla parte del torto. Quando la relazione clandestina con la sua assistente viene alla luce, la stampa ne approfitta per metterlo sotto torchio, cavalcando un onda schifosamente moralistica. Voto: 8.
Robin Wright Penn non l’ho mai sopportata. Chissà perché?! Qui però bisogna ammettere che riesce a dare benissimo il senso di una donna tradita che, per il bene della carriera di suo marito, accetta la pubblica gogna e si schiera al suo fianco. Insomma un po’ quello che fece Hillary Rodham Clinton quando suo maritò dovette ammettere la storia di sesso con Monica Lewinsky. In alcuni spettatori il suo personaggio suscita sentimenti di solidarietà ma, a pensarci bene, ti verrebbe da chiederle: “Ma perché? Chi te lo ha fatto fare?” La ragion di Stato viene prima dei sentimenti, prima del rispetto, prima della dignità personale? Sono fortemente dubbioso a riguardo. Voto all’attrice: 8
Jeff Daniels ha poche scene. Non più di due o tre. Lo vediamo grasso come non mai. Altissimo, possente e pallido. Rappresenta un importante capogruppo del Congresso, la figura che trama alle spalle del deputato Stephen Collins. Voto: 7.
Jason Bateman lo abbiamo visto in abiti surreali nella serie tv “Ti presento i miei… (Arrested Development)”. Qui torna prestando la sua faccia ad un laido e corrotto responsabile PR. Voto: 8.
Colonna sonora: non pervenuta. Ossia non ci ho fatto caso più di tanto.
Alcuni blogger che erano con me in sala mi hanno fatto notare una caratteristica tecnica per fini osservatori: le camere usate per la ripresa erano due differenti. Una digitale per le riprese del dibattimento nell’aula del Congresso, l’altra analogica per riprendere tutto il resto.
Questo film arriverà nelle sale cinematografiche italiane venerdì prossimo, 30 Aprile.

Un grazie particolare ai ragazzi di Digital PR Roma (Vincos e Donato “Markingegno”) per avermi invitato a questa anteprima per i blogger. Una proiezione in lingua originale sottotitolata in italiano.

Il sito ufficiale (in inglese). Qui il trailer.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.