Posts Tagged: Stefania Sandrelli


22
gen 12

Il giorno in più

Il giorno in più

di Massimo Venier (Italia, 2011)
con Fabio Volo, Isabella Ragonese,
Roberto Citran, Valeria Bilello, Luciana Littizzetto,
Stefania Sandrelli, Lino Toffolo, Pietro Ragusa, Irene Ferri,
Camilla Filippi, Stella Pecollo, Jack Perry, Paolo Bessegato,
Anna Stante, Hassani Shapi, Nick Nicolosi

Questa pellicola, in cui recita Fabio Volo, è tratta da un libro di Fabio Volo. Scusate la ridondanza.
Come possiamo chiamarlo quello di Fabio Volo? Buonismo a buon mercato? Sentimentalismo da quattro soldi? Non importa. La sua non è letteratura di alta qualità. Forse. Ma a chi fa danno? A me no di certo. Dunque perché accanirsi contro quest’uomo?
Ma parliamo del film. Fino a 10 minuti della fine pensi che sia solo una banalissima commedia sentimentale. All’italiana. Poi diventa un WTF (What The Fuck) – direbbero gli anglofoni. Cioè la fine è totalmente assurda: una serie di coincidenze più che forzate. Una sequela di fatti che è praticamente impossibile che si verifichi. E il tutto perché? Per quale motivo? A che scopo? Per far sì che la storia finisca bene. Che i due amanti si ritrovino e si amino per sempre. Bah!

Milano. Il protagonista – tale Giacomo – è un trentenne immaturo, belloccio, benestante. Per vivere fa l’account in una grossa società. Vive solo perché la sua ragazza lo ha appena lasciato. Lei voleva qualche certezza in più mentre lui non vuole proprio saperne di fare sul serio. Non riesce a stare con una ragazza per più di qualche mese. Finita questa storia decide di starsene un po’ da solo. Non potendo più usare la macchina – perché la sua ex gli ha lanciato le chiavi nel naviglio – ogni giorno è costretto ad andare al lavoro con i mezzi pubblici. Proprio sul tram incontra – ogni mattina – una misteriosa ragazza e se ne innammora. Così, senza motivo. Sul tram. Che romanticheria, eh? Nel frattempo racconta a tutti di essere fidanzato con una tizia di cui è pazzamente innamorato perché ha notato che, così facendo, non viene più additato come il single stronzo sciupafemmine.
Dai e dai, a forza di lanciarsi gli sguardi, finisce che si parlano. Dunque un giorno Giacomo e Michela scendono dal tram e vanno a prendere un caffé, fanno conoscenza. A momenti lui viene preso per un pazzo perché un imprevisto lo costringe a gettare la maschera subito. Le dice quindi che in giro ha raccontato balle sul loro conto, che si è inventato tutto. Che è lei il volto della donna con cui dice di essere fidanzato. Comunque la situazione non precipita. Infatti escono a cena insieme e… niente. La serata non finisce come sarebbe potuta finire. Leggi: non vanno a letto insieme. Lei sta per partire. Deve andare negli USA perché è appena stata assunta come editor in un’importante casa editrice. Per cui non approfondiscono. Non vanno “oltre”. Si salutano mestamente e tutto finisce lì. Apparentemente.
Sì perché poi lui scopre di dover andare in Argentina per lavoro. Una settimana circa in Sud America. Arrivato a New York in aereo però, Giacomo decide di fare una pazzia: va a trovare Michela. Non prende la coincidenza per Buenos Aires ma va a farle una sopresa. L’incontro inizia con il piede sbagliato però si rimette subito sulla strada giusta. I due trascorrono insieme quattro meravigliosi giorni giocando a fare i fidanzatini a New York. Anche questa è un’altra bella romanticheria forzata, non trovate?
La gelosia però fa brutti scherzi. Il capo di Michela è visibilmente innamorato di lei e a Giacomo questo non va giù, peraltro lui ha dei casini a casa con l’appartamento per cui deve tornare al più presto in Italia. Insomma si lasciano male. Così lei resta a New York perché indaffaratissima con incontri di lavoro e lui torna con la coda tra le gambe a Milano, dove si accorge poi di essere un brutta persona, di essersi comportato male con gli amici, con la famiglia e con l’unica persona che ama davvero.
Ecco. Qui il film prende una bruttissima piega. Diventa palesemente assurdo. Lui torna a NY. Lascia una lettera d’amore tra i libri di lei, intrufolandosi in casa sua come se fosse un ladro. Lei però non la legge subito, anzi non si accorge, trasloca. Il tomo si perde e prima di arrivare nelle mani di lei compirà un viaggio dalla probabiltà pressoché nulla (nel mondo reale). Comunque sarà solo la serendipità a far sì che le parole di Giacomo arrivino a Michela. Pare che “Il giorno in più” abbia parecchi punti in comune con il film “Serendipity”. (M’han detto) Sarà vero?
Sulla recitazione di Fabio Volo non mi esprimo. Non è un attore. Non è tenuto ad essere un grande interprete. Sappiamo tutti che la sua facciona sta sulla locandina per portare il maggior numero di donne al cinema. Tutto qui. E a me sta bene che sia così. Perché fare i moralisti inutilmente?
Isabella Ragonese invece è sempre più brava. Perfetta per questa parte. Spiace che ormai chiamino lei solo per quei ruoli in cui non c’è bisogno di una bellona o di una superfiga. Non sarà un po’ svilente? A me spiace. Se fossi nei suoi panni, inizierei a sentirmi un po’ offeso. Anzi offesa.
Il personaggio più simpatico del film è quello interpretato dal redivivo Lino Toffolo: il compagno della mamma di Giacomo (Stefania Sandrelli), ossia un uomo sulla settantina molto affettuoso e premuroso, oltre che paziente. Insomma buffo ma buonissimo.
A Pietro Ragusa la parte dell’account incapace ma logorroico. Un ex fisico ridottosi a lavorare in una maxi azienda come addetto al rapporto con i clienti. Una specie di super-sfigato separato e con figli. Il primo ad essere licenziato dal reparto risorse umane nel momento di crisi.
La più sexy del film è Irene Ferri, che putroppo però ha solo un paio di scene. Qui interpreta una manager “spregiudicata” o meglio fedifraga.
Valeria Bilello fa la parte della isterica, una che dà di matto perché non ne può più degli infantilismi del suo ragazzo. Tra l’altro il personaggio ha pure ragione. Brava. In parte.
Luciana Littizzetto ha solo un cameo (girato in ascensore). Dà il volto a un’account incazzatissima con il protagonista perché questo le ha soffiato un importantissimo viaggio di lavoro su cui lavorava da tempo.
Hassani Shapi ha il ruolo di vicino di casa del protagonista. Una specie di maggiordomo saggio, nonché consigliere sentimentale di Giacomo.
Roberto Citran è il capo della grande azienda che commissiona a Giacomo il lavoro in Argentina, nonché papà della sposa. A proposito: ne approfitto per dire che, a mio avviso, la scena del matrimonio della figlia dell’imprenditore (Stella Peccolo) è quasi un pezzo iper-realista. Racconta l’Italia del 2011 in maniera incredibile. Perfetto. Una delle cose migliori di tutta la pellicola.
La colonna sonora l’ho già rimossa.
Nota senza senso: Fabio Volo recita per tutto il film con la barba.
Nota sul cast: il regista è lo stesso dei film di Aldo, Giovanni e Giacomo.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


3
mag 11

Io la conoscevo bene

Io la conoscevo bene

di Antonio Pietrangeli (Italia, 1965)
con Stefania Sandrelli, Nino Manfredi,
Enrico Maria Salerno, Ugo Tognazzi, Turi Ferro, Karin Dor,
Franco Nero, Robert Hoffmann, Sandro Dori, Franca Polesello,
Jean-Claude Brialy, Véronique Vendell, Solvj Stubing, Robert Mark

Non fosse un film del 1965, potremmo dire che si tratta di uno spaccato della vita da precario. Ma non è proprio così, perchè “Io la conoscevo bene” è una commedia dolce-amara che tratta anche altre tematiche, al di là di quelle del lavoro, come i sogni, l’essere giovani, la libertà sessuale, il rampantismo, il piccolo/grande mondo dello spettacolo italiano, i salotti della cosiddetta “Roma bene”, ecc.
Fino a ieri non avrei mai pensato che la Sandrelli potesse reggere un film tutta da sola, invece oggi devo ricredermi. Evidentemente lo fa, anzi lo ha fatto e ci è riuscita anche benissimo. Perfetta per il ruolo di Adriana, la giovane bella e spensierata, che dalla provincia – anzi dalla campagna Pistoiese – emigra nella grande città crudele, nella immensa Capitale, portandosi dietro i sogni di gloria. Una ragazza frivola e spensierata che si barcamena tra mille lavori più o meno umili (come la maschera a teatro, la parrucchiera, la l’hostess del bowling, la modella), aspettando che il desiderio di diventare una famosa attrice si realizzi. Adriana, nella sua ingenuità, ha anche una vita sessuale molto allegra (per così dire) ma il suo approccio è più quello di una “Bocca di rosa”, che di una prostituta. Gentile con tutti, si concede solo a chi le sta simpatico o ispira sentimenti buoni (pena, compassione, allegria, timidezza, ecc. ). In un gesto discretamente sorprendente arriva comunque anche a negarsi all’uomo che forse più avrebbe potuto aiutarla a realizzare il suo grande sogno: tale Roberto (Enrico Maria Salerno), un attore tanto noto quanto, gretto, volgare e materialista.
Ugo Tognazzi ha una parte abbastanza piccola ma decisamente drammatica. Il suo personaggio, Baggini – vecchio attore di teatro, si trova a una festa mondana a elemosinare un po’ di lavoro nel cinema proprio a Roberto, l’attore ormai celebre che in passato lui stesso ha contribuito a lanciare nel mondo dello spettacolo.
Nino Manfredi, invece, lo troviamo nel ruolo di un piccolo “press agent”, un tale che si finge talent scout professionista ma che in realtà è poco più di un ignorante ruffiano.
Il film per diversi minuti rimane sospeso. La sensazione di nostalgia e tristezza che attanaglia la protagonista non si palesa immediatamente ma cresce piano, di pari passo con lo svolgersi della narrazione. Da tenere in considerazione, comunque, anche una certa quota di disillusione che il regista (lo sceneggiatore?) fa emergere dal racconto, sia attraverso il personaggio principale, che per bocca delle altre figure che gli ruotano intorno.
La migliore descrizione sintetica di cosa sia, e di cosa rappresenti, Adriana la dà lo scrittore, un tizio colto di mezza età con cui la protagonista ha una breve relazione: «le va bene tutto, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente, eppure povera figlia – dico io – gliene capitano tutti i giorni, le scivola tutto addosso, senza lasciare traccia come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni zero, morale nessuna, neppure quella dei soldi perché non è nemmeno una puttana. Per lei ieri e domani non esistono. Non vive neanche giorno per giorno, perché già questo la costringerebbe a programmi troppo complicati. Perciò vive minuto per minuto. Prendere il sole, sentire i dischi e ballare sono le sue uniche attività. Per il resto è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi. Non importa con chi, con se stessa mai».
I critici, quelli veri, direbbero qualcosa come: “Stefania Sandrelli sa di essere bella e qui gioca con la sua femminilità”. Una pellicola costruita quasi ad arte per fare innamorare gli spettatori maschili di tutte le età. Guardate questo fotogramma del suo sguardo per capire cosa intendo. Oppure quest’altro che io stesso ho “cristallizzato”.
Lasciatemi spendere due parole per la magnifica colonna sonora che contiene pezzi di Sergio Endrigo, Mina, Peppino Di Capri, Ornella Vanoni, le Gemelle Kessler, Millie e altri ancora. Tra tutti, a mio avviso, i più belli sono quelli eseguiti da Gilbert Becaud: “More” e “Toi”. Le musiche originali, invece, sono composte e dirette dal grandissimo M° Piero Piccioni.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


29
mar 11

La donna della mia vita

La donna della mia vita

di Luca Lucini (Italia, 2010)
con Alessandro Gassman, Valentina Lodovini, Luca Argentero,
Stefania Sandrelli, Giorgio Colangeli, Lella Costa, Sonia Bergamasco,
Gaia Bermani Amaral, Franco Branciaroli, Morena Salvino

Non che mi aspettassi granché, ma questa commedia mi ha deluso un po’. L’ho trovata abbastanza prevedibile, soprattutto sul finale. Qui potete guardare il trailer.
“La donna della mia vita” racconta la storia di due fratelli: Leonardo (il minore) e Giorgio (il maggiore). Il primo vive a Milano e lavora in fabbrica con suo padre (una piccola azienda dolciaria milanese), è molto introverso, schivo, chiuso ai limiti della depressione. Il secondo, invece, di mestiere fa il medico e vive a Roma ma, pur essendo sposato, non si nega diverse scappatelle con colleghe, pazienti, conoscenti, ecc. Uno sciupafemmine insomma. Entrambi comunque sono due bei ragazzoni mori molto affascinanti. Fisicamente sembrano somigliarsi abbastanza, anche se nati da due padri diversi.
Un giorno, dopo aver tentato il sucidio perché abbandonato dalla sua ragazza, il timifo Leonardo incontra Sara – una dolce anima in pena in cerca di conforto – e se ne innammora. Sembrano una coppia felice, il loro rapporto rasenta la perfezione, anche se in realtà si basa quasi esclusivamente sull’odio espresso da Sara nei confronti del suo ex amante, un tizio sposato e bugiardo noto come “Lo stronzo”. Quello che Leonardo non sa è che “Lo stronzo” in realtà sarebbe suo fratello Giorgio. All’inizio nemmeno Sara sa di questa coincidenza ma poi le cose pian piano si scoprono e da questo insolito intreccio amoroso nascono tutta una serie di situazioni allo stesso tempo buffe e tragiche. Comunque sia, chi guarda capisce presto che la storia tra Sara e Giorgio non è del tutto finita.
A questa trama (apparentemente primaria) se ne intreccia un’altra (la vera portante), quella di Alba, la mamma dei due ragazzi: una donna che definire “cardine della famiglia” sarebbe estremamente riduttivo. Nel corso degli anni, sin dalla giovinezza, Alba sembra aver condizionato (per non dire eterodiretto) le vite di tutte le persone che con lei sono entrate in contatto. A partire dai due figli, sempre indirizzati verso atteggiamenti che poco avevano a che fare con le loro naturali inclinazioni, fino ad arrivare al primo marito (Alberto, padre di Giorgio) e al secondo (Sandro, padre di Leonardo). Con Giorgio Alba è sempre stata molto severa, inoltre gli ha sempre detto di assomigliare a suo padre, sin da quando era bambino, l’ha cresciuto nel mito del padre farfallone e dongiovanni, portandolo a diventare lo stesso tipo di uomo adulto. Leonardo invece è sempre stato il “cocco di mamma”, il preferito di Alba, il più protetto e collolato. Oddio, forse pure troppo protetto.
Non vorrei svelarvi tutti i particolari ma sappiate che la cosa buona di questo film è che non ci sono figure positive e negative. Tutti tradiscono tutti. Non se ne salva uno. Anche i più tranquilli e sornioni finiscono per girare le spalle alle persone a cui vogliono bene, fosse anche solo per prendersi “una boccata di libertà” dalla propria routine.
Alessandro Gassman più cresce più diventa bravo (non che sia mai stato cane nel recitare). Qui è al top della forma. Ganzo e adeguato. Un bonazzo che si trova benissimo nella parte del figaccione rubacuori e stronzo. Sembra facile ma non credo che venga proprio spontaneo recitare a quella maniera.
Posso essere sincero? Ormai sono pazzo per la Lodovini. La trovo bellissima, oltre che bravissima. Più la vedo sul grande schermo e più mi piace. Non posso farci proprio niente. Nei film gli uomini s’innamorano di lei e a te sembra tutto naturale, semplice, quasi sconato. La scelta di cast dunque è perfetta. In una parola: Funziona!
Peccato per Argentero: l’ho sempre ritenuto un bravo attore ma questa volta è stato spesso costretto a recitare sopra le righe, è stato spinto a gigioneggiare marcatamente per far arrivare il senso di ridicolo allo spettatore. La sua interpretazione rischia in parecchi casi di sfociare nella farsa.
Della Sandrelli cosa posso dire? Il ruolo non è semplice: ci sono alcune scene proprio inopportune, come gli spiegoni insostenibili o le premesse eccessivamente retoriche e didascaliche. Potevano risparmiarcele, ecco. Lei comunque interpreta tutto con grande dignità e professionalità.
Giorgio Colangeli sta diventando uno dei miei attori preferiti. In questo caso ho apprezzato molto la bonarietà del suo personaggio, così come la mitezza, la pacatezza e la saggezza che trasmette, oltre che la voglia di vivere espressa nella bizzarra liaison (dai tratti quasi infantili) con la contabile della fabbrichetta che dirige.
Colonna sonora: boh. Non pervenuta. Quasi non mi sono accorto del commento musicale. Ricordo solo un pezzo di Lily Allen dal titolo “Fuck You”.
Voto alla pellicola 6 +. Il “+” è da conferire solo alla figaggine emanata dai tre attori protagonisti che campeggiano sulla locandina.
Nota 1: il soggetto è di Cristina Comencini.
Nota 2: qualche critico ha definito questa pellicola “commedia borghese”, qualche altro “il cinema lounge di Luca Lucini”.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


19
ott 10

La passione

La passione

di Carlo Mazzacurati (Italia, 2010)
con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston,
Kasia Smutniak, Corrado Guzzanti, Cristiana Capotondi,
Stefania Sandrelli, Marco Messeri, Maria Paiato,
Giovanni Mascherini, Fausto Russo Alesi, Cosimo Messeri

Né una commedia, né un dramma. Seppur ci sono scene simpatiche, non si ride a crepapelle. Non andate a vedere questo film perché ci recita il vostro comico italiano preferito – Corrado Guzzanti – perché appare in due o tre scene al massimo, diciamo che non è propriamente un personaggio centrale.
“La passione” racconta di Gianni Dubois, un regista con il blocco creativo che da 5 anni non riesce a portare un film nei cinema. Gianni ha il produttore con il fiato sul collo, deve cercare assolutamente di inventarsi una storia nuova, qualcosa di originale e “vendibile”, buona per essere sceneggiata per il grande schermo ma non ci riesce. Per di più un giorno viene chiamato da un’agente immobiliare perché le forze dell’ordine stanno per irrompere nel suo appartamento, una casa che il regista affitta a turisti in un piccolo peaesino toscano. Così Gianni si precipita in Toscana e scopre che in realtà l’allarme è una specie di trappola. Al regista, infatti, viene chiesto di fermarsi nel paese per dirigere la rappresentazione del venerdì sacro (La passione di Cristo); nel caso in cui non accetti la proposta il comune – nella persona del sindaco e di un suo fedelissimo assessore – minaccia di sporgere denucia nei suoi confronti presso la Sovrintendenza per i Beni Culturali, perché i tubi di scarico del suo appartamento, ormai vecchi e fradici, sono rotti e sgocciolano su di un vecchio affresco presente nella cappella che si trova sotto l’appartamento di Gianni.
Dunque, suo malgrado, il regista accetta di restare ma il tempo per realizzare la recita è limitatissimo (all’incirca 4 giorni) e per di più Gianni ammette di non avere nessuna esperienza precedente nel campo. Ad aiutarlo, comunque, ci penserà una specie di busker-galeotto, un attore di strada dalla mole gigante che gira per le piazze con un camioncino ed interpreta un buffo e maldestro alieno. Inutile aggiungere che per arrivare alla rappresentazione i nostri dovranno affrontare decine di imprevisti dai più semplici ai più improbabili.
Silvio Orlando è un altro attore la cui professionalità e del tutto fuori discussione. Qui gran parte della sua bravura sta nelle espressioni da cane bastonato che assume ogni due o tre scene. Forse questo è un filmetto che gli sta un po’ stretto. Bah.
Battiston è ancora più adorabile del solito. Qui lo vediamo nei panni dell’avanzo di galera redento, che vede in Gianni Debois il suo maestro e che perciò fa di tutto per dargli una mano, finendo praticamente con supplire alla sua assenza e per sostituirlo in tutto quello che riguarda la preparazione della recita.
Cristiana Capotondi – per gli amici “Tegolino” – è sempre molto bella, dolce e carina. In questo caso il suo compito è quello di interpretare una giovane attrice italiana, molto stronza ed egoista, che essendo diventata popolare con una fiction tv (avete presente Vittoria Puccini e Elisa di Rivombrosa? Il riferimento è esattamente quello) e si crede una grande diva.
Corrado Guzzanti intrepreta un attorucolo di fama locale che per mestiere legge le previsioni del tempo in una piccola tv toscana. Gli viene chiesto di interpretare la parte di Gesù nella recita ma il suo smisurato ego e il pessimo carattere lo faranno entrare in rotta con il regista e l’organizzazione tutta.
Stefania Sandrelli intrepreta la sindachessa del paesello.
Marco Messeri è delizioso nel ruolo dell’assessore incazzoso e vendicativo che fa di tutto per mettere i bastoni tra le ruote al regista e ai suoi collaboratori.
A Kasia Smutniak la parte della giovane e dolce barista di origini polacche, di cui si invaghisce il regista. Nei pensieri di Dubois sarà lei la protagonista del film che vorrebbe dirigere.
Il finale del film è inconsistente. Quando la pellicola si conclude allo spettatore viene da chiedersi “Embè?”
Voto complessivo: appena sotto la sufficienza.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


18
mag 10

C'eravamo tanto amati

C’eravamo tanto amati

di Ettore Scola (Italia, 1974)
con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli,
Stefano Satta Flores, Aldo Fabrizi, Giovanna Ralli, (Sora) Lella Fabrizi,

Marcella Michelangeli, Amedeo Fabrizi, Ugo Gregoretti, Luciano Bonanni,

Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Mike Bongiorno, Isa Barzizza, Vittorio De Sica

Film a metà strada tra il dramma e la commedia, pietra miliare della cinematografia italiana. Uno dei capolavori di Ettore Scola che qui, oltre che la regia, firma anche la sceneggiatura con Age e Scarpelli.
La storia è quella di tre ragazzi poco più che ventenni – Antonio, Gianni e Nicola – che si conoscono durante gli anni della resistenza, mentre fanno i partigiani in montagna, e finiscono per diventare amici per la pelle a causa della condivisione di esperienze drammatiche. A guerra finita ognuno torna alle sue attività: Antonio a Roma a svolgere il servizio di paramedico all’Ospedale San Camillo, Gianni a Pavia a completare gli studi di Giurisprudenza e Nicola a Nocera Inferiore (Campania). Questi ragazzi/uomini sono ferventi sostenitori del PCI (Partito Comunista Italiano) ma, tutto sommato, non trovano grosse difficoltà ad ambientarsi negli anni in cui si costituisce la Repubblica Italiana e la Democrazia Cristiana prende in mano le redini del potere.
Qualche anno dopo i tre amici dopo si ritrovano a Roma. Gianni è tornato nella capitale per fare attività di praticantato in uno studio legale, mentre Nicola fugge dal suo paese, lasciando moglie e figlio, a causa di alcuni dissidi ideologici con il preside e con altri professori della scuola in cui insegna. Nel frattempo Antonio conosce una ragazza bellissima di nome Luciana e se ne innamora. La storia sembra funzionare ma questa, alla sola vista di Gianni, perde la testa e inizia una relazione anche con lui. La situazione si chiarisce molto presto ma Antonio ovviamente ne soffre molto. L’amicizia con Gianni sembra definitivamente compromessa.
Quando quest’ultimo, però, inizia a lavorare per Romolo Catenacci, un vecchio imprenditore edile corrotto e affarista, e a frequentare sua figlia – tale Elide, la sua relazione con Luciana va in malora. I due infatti si lasciano in malo modo. Luciana tenta allora di ristabilire i rapporti con Antonio ma quando si vede rifiutata finisce prima per rifugiarsi tra le braccia di Nicola e poi per tentare il suicidio. Non appena rimessasi in piedi, l’unica soluzione per lei sarà allontanarsi da Roma.
Ma la storia non finisce qui perché la pellicola continua a raccontare le vicende dei tre amici che si incrociano ancora diverse volte negli anni a seguire. Lo spettatore segue le vite di Antonio, Gianni, Nicola e Luciana ancora per molto tempo – per più di un decennio. Sebbene questo film abbia più di 30 anni e sia stato visto da milioni di italiani, mi sembra corretto non svelare completamente la trama. Soprattutto il finale.
Cosa dire degli attori, se non che sono eccelsi? Danno il meglio, sia nelle scene comiche, che in quelle drammatiche.

Manfredi ancora una volta tira fuori la sua cultura di romano d.o.c., di popolano, di uomo della strada, di cittadino de Roma (sebbene fosse di origini ciociare) – e non solo per l’accento del suo personaggio. Il suo portantino è un pover’uomo come tanti che ancora crede in alcuni valori, nel rispetto della donna e nell’ideologia di un mondo ingiusto, duro, spietato con i più deboli ma in cui ancora vale la pena arrabattarsi per non perdere la diginità, con la speranza di avere domani un briciolo di felicità in più.
Gassman è eccelso nella parte del giovane idealista che pian piano perde per strada tutti i valori, vendendosi al dio del denaro e del potere. Il suo personaggio subisce il fascino del suocero, un uomo non solo ricco ma anche avido e soprattutto ignorante, che però, tutto sommato, sa riconoscere in lui la personalità del vincente. Incredibile come questo attore riesca ad esprimere così tanto fascino; forse gli veniva davvero naturale, forse doveva fingere pochissimo.

Stefano Satta Flores interpreta un po’ il “paglietta meridionale”, l’intellettuale cinefilo idealista. Il suo Nicola ha un tale pallino per il cinema che arriva ad anteporre i sogni alla famiglia. Lascia infatti la provincia campana per la grande capitale ma probabilmente è quello che meno riuscirà a realizzarsi nella vita.
Stefani Sandrelli fa la ragazza giovane, dolce, bella e frivola. Un tipino (inizialmente) privo di personalità che vive con la testa sulle nuvole quasi come immaginando di essere in un fotoromanzo. Questo suo particolare temperamento la porterà a cadere tra le braccia dei tre protagonisti, e quindi ad essere motivo di discordia tra loro. Notevole la sua evoluzione: da donnino fragile e piagnucoloso a donna coraggiosa e combattiva.
Altro grande exploit è quello del personaggio di Giovanna Ralli. La sua Elida appare inizialmente come giovane figlia viziata, ignorante e grassottella dell’imprenditore edile romano (un magistrale Aldo Fabrizi). Col tempo, anche grazie ai consigli, ai suggerimenti e agli insegnamenti di Gianni, diventerà una donna emancipata e colta. Putroppo, una lunga storia d’amore non corrisposto, la porterà a sacrificare la propria vita.

Piccolo cammeo per Mike Bongiorno, Federico Fellini, Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica – ognuno nella parte di se stesso. Il loro ruolo è quello di dare un quadro storico di riferimento alle vicende. Il periodo in cui si muovono i personaggi di questa pellicola, infatti, è l’Italia della Dolce vita e, allo stesso tempo, quella che si ferma il giovedì sera per guardare in tv “Lascia o raddoppia”.

Nota 1: le musiche sono del M° Armando Trovajoli.
Nota 2: questa pellicola è stata dedicata a Vittorio De Sica.

.

La scheda di e quella di .


4
mag 10

La terrazza

La terrazza

di Ettore Scola (Italia, Francia, 1980)
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman,
Jean-Louis Trintignant, Marcello Mastroianni,
Stefano Satta Flores, Serge Reggiani, Stefania Sandrelli,
Ombretta Colli, Carla Gravina, Milena Vukotic, Galeazzo Benti,
Remo Remotti, Ugo Gregoretti, Age, Leo Benvenuti, Lucio Villari,
Francesco Maselli, Venantino Venantini, Ghigo Alberani,
Marie Trintignant, Maurizio Micheli, Lucio Lombardo Radice,
Hélène Ronée, Ritza Brown, Olimpia Carlisi

Mea culpa. Non conoscevo questo meraviglioso film. Poi l’altro giorno, per caso ho letto il thread di un’utente su FriendFeed che lo citava – mostrandone anche una clip presente su YouTube – e mi si è aperto un mondo. Dunque ho deciso immediatamente di vederlo. E sapete cosa vi dico? Dovrebbero vederlo tutti. O almeno tutti quelli che risiedono a Roma, per capire meglio qual è il mondo che li circonda.
“La terrazza” racconta di un gruppo d’amici che da oltre 20 anni si ritrova su una terrazza (appunto) a dire sempre le stesse cose, ad affrontare sempre gli stessi discorsi, usando addirittura le medesime espressioni. Un gruppo d’amici che oggi definiremmo “radical chic” – borghesi, si diceva una volta. Gente noiosa, stufa della propria condizione, perennemente in conflitto con il proprio io, che non riesce ad accettarsi per quello che è. Tra questi ci sono diversi idealtipi di personaggi: c’è il giornalista abbandonato dalla moglie femminista, anch’essa giornalista (rampante), lo sceneggiatore in crisi creativa, sulla strada della pazzia, che vorrebbe esprimere il suo pensiero ma viene costretto da un produttore avido ed ignorante a scrivere solo testi per film che “facciano ridere”, il funzionario Rai magro e depresso, ossessionato dal proprio peso, il vecchio senatore comunista che, sentendosi estromesso dal proprio partito, si rifugia tra le braccia di una giovane e avvenente donna.

Questa pellicola, insomma, traccia un bel quadretto schietto, cinico e soprattutto autoironico, delle figure che è possibile trovare nei salotti buoni romani, quel ceto benestante e multiforme, sempre uguale a se stesso, che si propone di fare la rivoluzione e di cambiare il mondo – ma solo a parole – schiacchiato com’è nell’ipocrisia di vivere una condizione agiata e di sentire allo stesso tempo il dovere morale di cambiare le cose, di essere privilegiato e incapace di agire, pur avvertendo il bisogno, l’esigenza, di mostrare la retta via alla società, fornendo magari anche un esempio.
Mastroianni intrepreta un giornalista disincantato e disilluso, ormai quasi rassegnato ad aver perso per sempre la donna che ama (sua moglie), la quale, invece, una volta liberatasi del giogo di suo marito (un mix tra un pigmalione/mentore/precettore), ha intrapreso una brillante carriera come giornalista televisiva dal taglio femminista. Questa donna finalmente “liberata”, fiera della propria emancipazione, è sapientemente incarnata dalla fascinosa Carla Gravina, che qui sfoggia un caparbio taglio di capelli corto e riccio.

Vittorio Gassman recita la parte della vecchia gloria, dell’insicuro, dell’uomo che invecchia male, del politico che sente di aver perso il brio, la verve, la voglia di combattere di una volta. Andrà a rifugiarsi tra le braccia della giovane e bella Giovanna (Stefania Sandrelli) quasi esclusivamente per evasione – nonostante poi finisca per innamorarsi sul serio.
Jean-Louis Trintignant mi ha stupito, sinceramente. Il suo ruolo – lo sceneggiatore Enrico – è tra i più intensi di questa pellicola. Lo vediamo impazzire pian piano, preso dai suoi ragionamenti sulla differenza tra satira ed ironia, sulla condizione coatta che si trova a vivere: quella di dover scrivere sceneggiature comiche, nonostante senta il bisogno di approfondire questioni più serie e importanti. Al suo fianco, come comprimaria, recita una lodevole Milena Vukotic; quello che le hanno riservato qui è il ruolo della moglie dalla pazienza biblica, una donna di grande forza d’animo in grado di affrontare con tranquillità e abnegazione la lenta ed inesorabile fine psichica del proprio compagno.
Ugo Tognazzi è il produttore ignorante che vuole produrre solo film divertenti e che quindi manda in crisi il suo storico sceneggiatore. Il suo dramma personale è dovuto alla progressiva riduzione d’interesse nei confronti della propria professione e nell’amara constatazione di aver perso ormai per sempre l’amore della giovane (ed arrogante) moglie – interpretata benissimo da Ombretta Colli – la quale, invece, ormai dedica tutto il proprio tempo al lavoro di ufficio stampa per produzioni cinematografiche indipendenti.
Quello di Serge Reggiani è un personaggio mite, triste, pacato, solitario, ostinatamente serio. Il suo Sergio lavora alla Rai ma è decisamente annoiato, ossessionato dal peso e dal cibo (nel senso che ormai non mangia quasi più), trascorre le sue giornate a pesarsi e a dare udienza a degli sceneggiatori indipendenti da strapazzo che vorrebbero farsi produrre una serie dalla tv di stato. Sul lavoro i capi non ascoltano i suoi pareri, seppur precisi, oculati e altamente professionali, sulla terrazza, invece, quando si trova tra gli amici preferisce starsene in disparte, da solo, a mangiucchiare della verdura e ad osservare gli atteggiamenti altrui.
Galeazzo Benti interpreta quasi se stesso, ossia il ruolo di un vecchio attore di avanspettacolo ormai decaduto che si diletta a far divertire gli invitati con barzellette, storielle, gag e boutade degne del peggiore teatro di rivista.
Un giovanissimo Maurizio Micheli dà il volto al marito di Giovanna: un pubblicitario troppo preso dal proprio lavoro, dagli sponsor e dagli slogan per prendersi cura della propria moglie.
Stefano Satta Flores veste invece i panni del rissoso intellettualoide di origini campane, una specie di giornalista rivoluzionario che si stampa da solo in casa un giornalino rivoluzionario e che alle feste finisce sempre – ma proprio sempre – per azzuffarsi con lo sceneggiatore Enrico.
Quelle di Remo Remotti, Leo Benvenuti, Lucio Villari, Venantino Venantini e Ugo Gregoretti sono solo appariziony, piccole comparsate, ma i loro personaggi riescono comunque a dare molto colore alla fauna che popola la terrazza da cui il film prende il titolo.
Il soggetto è dello stesso regista (Ettore Scola), di Age e di Scarpelli. Le musiche sono composte dal grande M° Armando Trovajoli.
Voto globale: 9.

Nota: la locandina che vedete in testa a questo post è quella francese; l’italiana, che è decisamente meno bella la trovate invece qui.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


5
feb 10

La prima cosa bella

La prima cosa bella

di Paolo Virzì (Italia, 2010)
con Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti,
Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Aurora Frasca,
Marco Messeri, Dario Ballantini, Paolo Ruffini, Bruno Michelucci,

L’ultima fatica di Virzì è un bellissimo film agrodolce: il racconto della storia di una famiglia livornese tra alti e bassi, in cui momenti dolci e leggeri si alternano continuamente a situazioni profondamente drammatiche. C’era anche da commuoversi, soprattutto verso la fine. Io non ho pianto ma c’è mancato davvero poco.
Bravi tutti. Bravo il regista a raccontare una storia semplice e intensa allo stesso tempo. Bravi tutti gli attori a recitare con accento livornese, nonostante quasi nessuno fosse del posto.
Su Claudia Pandolfi sto iniziando a ricredermi. Non m’è mai piaciuta (né come attrice, né come donna). Qui, invece, recita benissimo. C’è anche una scena particolarmente vivida, attraverso cui riesce a trasmettere sensazioni forti: un primo piano fisso in cui il suo personaggio piange mentre confessa un grandissimo affetto nei confronti di suo fratello. Ebbene, per un attore/attrice passaggi come questi sono testimonianza di grande professionalità.
Mastandrea, col tempo, diventa sempre più credibile. La sua è ormai una recitazione totalmente matura. Eccellente.
Micaela Ramazzotti per me non è bellissima, non mi dice granché (non scassate, non mi frega se voi la trovate bona). Anche su di lei avevo un pregiudizio. L’avevo vista recitare solo in . Lì faceva la sciacquetta, qui anche (più o meno). Comunque se la cava davvero bene.
Stefania Sandrelli recita molto meglio della sua media personale però – permettetemi di dire – che la sua malata terminale è un po’ troppo vitale e allegrotta, per essere (appunto) moribonda.
Marco Messeri è buffo, come sempre.
Paolo Ruffini ne esce benissimo: mi ha stupito vedero nel ruolo da giovane avvocato allampanato.

Aurora Frasca e Bruno Michelucci, i due bimbi che interpretano i piccoli Bruno e Valeria, sono davvero bravissimi. Spesso rubano la scena alla madre – come è giusto che sia.
Dario Ballatini è perfettamente a suo agio nei panni del viscido avvocato.
Fabrizia Sacchi interpreta una donna ostinata e positiva, con le spalle molto larghe che ha scelto di stare al fianco di un uomo su cui molti non scommetterebbero un centesimo. Di lei non dico né bene, né male. Dico solo che per tutta la durata del film sono stato a cercare di ricordarmi il suo nome – era un volto che mi risultava troppo noto.

Bravo anche a chi ha scelto la colonna sonora: i pezzi di musica leggera italiana degli anni ’70 ti rimangono così tanto in testa che continui a cantarli anche quando esci dalla sala.
Nota: la sceneggiatura, oltre che da Paolo Virzì, è stata scritta anche da Francesco Piccolo e Francesco Bruni.

Siccome sono pigro, vi consiglio di leggere questo post di Akille dal titolo . Ha scritto praticamente tutto lui. È un’ottima analisi. Mi trova completamente d’accordo. C’è davvero poco da aggiungere.
Voto 8.

La scheda di e quella di .