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11
dic 11

Il giocattolo

Il giocattolo

Il giocattolo

di Giuliano Montaldo (Italia, 1979)
con Nino Manfredi, Arnoldo Foà, Vittorio Mezzogiorno,
Pamela Villoresi, Marlène Jobert, Olga Karlatos,
Daniele Formica, Mario Brega, Arnaldo Ninchi, Mario Cecchi,
Luciano Catenacci, Renato Scarpa, Carlo Bagno

Vittorio Barletta è il ragioniere di una grossa azienda lombarda. Per il suo capo, l’industriale Nicola Griffo, è un fidato braccio destro che si occupa di tutto: va a versare e a ritirare il denaro dalla banca, nasconde in casa libri della “contabilità occultata”, fa da testa di legno per l’apertura di società off shore, ecc. Dopo essere stato ferito durante la rapina in un supermarket, si prende un breve periodo di convalescenza e si dedica al suo hobby preferito: riparare orologi d’epoca. Tornato al lavoro, si rende conto che Nicola Griffo l’ha sostituito con un altro gorilla, un vecchio ufficiale in pensione che pare garantire più sicurezza alla società perché abitualmente porta con sé una pistola. Per riguadagnare la fiducia del suo capo, riprendersi il suo ruolo in azienda e non sentirsi “superato”, Vittorio decide quindi di comprare un’arma. Uscito dall’armeria, viene però picchiato e derubato della pistola. Il momento di debolezza e riflessione comunque dura poco: Vittorio non demorde. Il suo amico poliziotto Sauro Civer gli regala un’altro costoso revolver e lo porta ad allenarsi al poligono di tiro. Vittorio si scoprirà un grande tiratore sportivo ma in poco tempo l’istinto omicida prenderà il sopravvento su di lui. Una sera, per caso, si trova coinvolto in una sparatoria in pizzeria e non può fare a meno di usare l’arma per uccidere: dopo aver visto il suo amico Sauro morire sotto i suoi occhi, istintivamente decide di rispondere al fuoco, spara per vendetta e uccide il malvivente assassino mentre si dà alla fuga. A questo punto Vittorio diverrà definitivamente schiavo della sua arma, non riuscirà più a separarsene, senza contare che sarà pian piano estromesso dalla sua azienda e finirà per allontanarsi anche da sua moglie, che peraltro nel frattempo si è gravemente ammalata.
In apertura la pellicola ha quasi un taglio reazionario e fascistoide, sembra cioè che stia lì lì per affermare attraverso le immagini un qualuquistico: “Signora mia, quanta violenza c’è al giorno d’oggi”. Poi prende una piega diversa e finisce per illustrare la deriva pericolosa e incontrollata che spesso prende il desiderio di auto-difesa. Un film sui rischi del farsi giustizia da soli? Forse. Alcuni l’hanno addirittura considerato una versione italiana de “Il giustiziere della notte”, ma non saprei sire se è corretto, dal momento che non l’ho visto.
Manfredi è in parte, come al solito. Probabilmente un tantinello troppo anziano (aveva 58 anni quando ha girato) ma non mi è sembrato un grande problema. Nei panni del ragioniere “buono e fesso” ci sta bene, forse meno in quelli del giustiziere ma non importa.
Ottima performance per Vittorio Mezzogiorno. Suo è il ruolo del giovane poliziotto campano, leale e coscenzioso.
Buona recitazione anche per la Jobert, qui nei panni della tranquilla e comprensiva signora Barletta.
Deliziosi i duetti tra Nicola Griffo (Arnoldo Foà) e sua figlia Patrizia (Pamela Villoresi): non sopportandosi, si dicono in faccia ogni sorta di cattiveria, spesso alla presenza di Vittorio. L’uno è un padre padrone, ricchissimo e arrogante, che vuole tenere sua figlia lontano dal rischio di un rapimento a fini di riscatto miliardario, l’altra si sente schiava della limitazione di libertà imposta da suo padre e schifata dal suo forte attaccamento al denaro.
Mario Brega interpreta uno dei compari del malavitoso assasinato in cerca vendetta.
Daniele Formica invece recita nel ruolo del gestore del poligono frequentato da Sauro e Vittorio.
Nota: il soggetto è stato scritto da Sergio Donati, che ha curato anche la sceneggiatura con lo stesso Manfredi con il regista Montaldo.
Voto: 5 e mezzo. Discreto.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


8
dic 11

Midnight in Paris

Midnight in Paris

di Woody Allen (Francia, 2011)
con Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard,
Michael Sheen, Carla Bruni, Adrien Brody, Kathy Bates,
Nina Arianda, Kurt Fuller, Tom Hiddleston, Alison Pill,
Mimi Kennedy, Léa Seydoux, Corey Stoll, Lil Mirkk, Gad Elmaleh

Partiamo con le cose semplici. Questo è migliore del precedente film di Woody Allen. Dunque i delusi potranno rifarsi. Almeno in parte.
Mi spiego. La commedia è gradevole ma non siamo di fronte a quei capolavori a cui Allen ci aveva abituato durante i decenni precedenti. Peccato. Comunque sia, Midnight in Paris, pur essendo privo del tipico umorismo sagace che da anni contraddistingue le produzioni cinematografiche di questo regista, non è un cattivo film. Anzi.
Il protagonista, tale Gil, è un giovane scrittore americano in vacanza a Parigi con la sua ragazza e i di lei genitori. Innamoratissimo della città, ha il desiderio di trasfericisi a vivere ma la sua ragazza Inez non pare essere del tutto d’accordo. Mentre cenano in lussuoso ristorante i due incontrano un’altra coppia di americani: Paul, un professore vecchio amico di Inez, e la sua compagna. Iniziano così a visitare Parigi in quattro ma Gil presto si stufa e decide di abbandonare la comitiva, anche perché Paul gli risulta particolamente antipatico a causa della sua pedanteria. Inez invece, affascinatissima dal suo amico colto e barbuto, decide di continuare con lui il tour culturale per la città da sogno.
Mentre la sua ragazza è in giro per Parigi, Gil preferisce passeggiare in solitudine per la città; così facendo, una notte si imbatte per caso in degli strani personaggi, un gruppo di artisti del passato di cui è fan da sempre: Ernest Hemingway, Cole Porter, Francis Scott e Zelda Fitzgerald. Inizialmente gli sembrerà tutto un sogno (anche perché è abbastanza alticcio) ma ci metterà poco ad accorgersi che si tratta di una specie di realtà parallela in cui si trova immerso, una specie di “Inception” nel passato – per la precisione negli anni ’30.
Di questa vita notturna vissuta in compagnia dei suoi amici artisti Gil s’innamorerà senza remore. Sarà il suo rifugio dai problemi diurni con la sua ragazza e il presente. Di notte incontrerà anche Adriana, una bellissima moretta per cui perderà la testa. Persino la sua autostima, dai livelli bassi in cui si trovava prima delle frequentazioni notturne, farà notevoli progressi grazie all’incontro con Gertrude Stein, che accetterà di leggere il libro che sta scrivendo e gli fornirà diversi consigli su come procedere con il lavoro.
Non vi svelo il finale ma sappiate che nasconde una morale. Anche condivisibile, a dire il vero: né banale, né troppo scontata.
Domanda importante: ma si ride durante la visione di questo film? Mah. Poco, direi quasi mai. A parte una scena straordinaria in cui il protagonista incontra in un bar uno stralunatissimo Salvator Dalì (magnificamente interpretato da Adrien Brody) che non fa altro che rifersi alla figura del rinoceronte. Ma questo è solo il mio personalissimo parere.
Owen Wilson è un’attore che mi sta un sacco simpatico; bravissimo, certo, ma sinceramente non so è stata la scelta perfetta per questa pellicola. Diciamo che non è fuori ruolo ma personalmente lo preferivo nei panni di personaggi demenziali. Quella non è la faccia di uno scrittore americano con problemi esistenziali.
Rachel McAdams invece è perfetta. Fa la giovane americana di buona famiglia, una biondina dolce e sexy anche un po’ stronzetta, la fidanzatina perfetta che ti sta al fianco finché non si stufa o non si presenta il primo problema serio. Non so come dirvelo: io l’ho trovata molto più che attraente. Per i primi 20 minuti di pellicola non ho fatto altro che guardare e pensare alle sue gambe.
Michael Sheen interpreta un giovane professore americano che viene invitato alla Sorbonne. Affascinantissimo. La barba nera e folta gli dona molto. Peccato abbia dovuto recitare la parte di un rompiscatole saputello e pretenzioso.
Marion Cotillard è bella, ma questo lo sappiamo. Qui recita la parte della ragazza giovane e frivola che non sa quel che vuole. Il personaggio di Adriana è un’apparente ingenua che si fa affascinare da enormi personalità e che attraverso questo atteggiamento nasconde il suo vuoto esistenziale. Riesce comunque a far innamorare il protagonista con un solo sguardo. Bontà sua.
Di Adrien Brody ho già detto.
Carla Bruni: quasi “non pervenuta”. Ha solo un paio di scene nei panni di un’insulsa guida turistica. Il presidente francese ci scuserà per questo.
Kathy Bates nei panni di Gertrude Stein per me è un “Boh”.
Mi ha stranito vedere Alison Pill nei panni di Zelda Fitzgerald. Il suo ruolo è emblematico. Risulta buffa in un primo momento e tragica poco dopo. Un peperino frizzante prima e un anima in pena in preda alla disperazione più profonda dopo. La bravura di Allen credo stia anche nel saper raccontare personalità di questo tipo, nonostante in questo caso l’abbia fatto attraverso un paio di pennellate/scene appena.
Molto buffo anche Gad Elmaleh, l’attore a cui hanno affidato il ruolo di un investigatore privato francese. Recita una sola battuta ma la situazione in cui si viene a trovare è decisamente divertente.
Voto: 6. Sufficienza. Da Allen ci si aspetta sempre capolavori.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


4
dic 11

La marcia su Roma

La marcia su Roma

di Dino Risi (Italia, 1962)
con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi,
Angela Luce, Roger Hanin, Mario Brega,
Gérard Landry, Antonio Cannas, Nino Di Napoli,
Daniele Vargas, Edda Ferronao, Carlo Kechler, Liù Bosisio

Una delle commedie più belle della storia del cinema italiano.
Due ex commilitoni che hanno servito la Patria insieme durante la Prima Guerra Mondiale, due cialtroni senza arte né parte che non hanno nulla da perdere, si infervorano per le teorie del movimento Fascista e seguono alcune camice nere alla volta di Roma per realizzare la tristemente nota “Marcia su Roma”. Durante il lungo tragitto, però, si renderanno conto di quanto siano falsi i valori propugnati ufficialmente dal movimento, di quando opportunisti siano i dirigenti e di come sia orribile sporcarsi le mani con la violenza, l’unico sistema che le squadracce usano per ottenere potere e consenso.
Gassman e Tognazzi sono al massimo della forma. L’uno interpreta il ruolo dello sfontato e opportunista, l’altro è il sempliciotto di campagna che sogna di poter avere un giorno un pezzo di terra da coltivare.
Roger Hanin è molto buffo nella parte del Capitano Paolinelli, un fascista con pizzetto scuro e folto che dà ordini con il tipico piglio da federale.
In questa pellicola troviamo anche un giovane Mario Brega nei panni di un rozzo e manesco squadrista.
Nota: il soggetto e la sceneggiatura sono di Age e Scarpelli, Ruggero Maccari, Sandro Continenza, Ghigo De Chiara ed Ettore Scola.
Film da guardare assolutamente. Voto: 9.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


2
dic 11

Dannazione

Dannazione 

di Chuck Palahniuk
Mondadori, Strade Blu – Dark
250 pagg. – 17,50 Euro

Immaginate una fusione tra l’inferno dantesco e il Mago di Oz. Qui la Dorothy della situazione si chiama Madison Spencer ed è morta. La voce narrante, nonché protagonista del romanzo, è una ragazzina in età prepuberale molto colta e sagace, oltre che cinica. Si trova all’inferno perché è morta (ovviamente) anche se inizialmente non si capisce precisamente cosa abbia fatto per meritarsi la dannazione eterna. Di lei sappiamo però che ha due genitori molto famosi, due vip appartenenti al mondo dello showbiz.
Non voglio svelarvi molto perché questo libro è davvero fantastico e va scoperto pagina dopo pagina, ma lasciatemi elogiare l’approfondita ricerca che l’autore ha compiuto sui miti del passato legati ai demoni e alla rappresentazione dell’inferno. Scandagliando l’immaginario dei nostri avi, le diverse culture delle varie zone del mondo, le religioni monoteiste e politeiste dalle origini dell’apparizione dell’uomo sulla Terra ad oggi, Palahiunk è riuscito a tracciare un quadro dell’Inferno molto vario, non del tutto attinente all’interpretazione offerta dal Cristianesimo. A dirla tutta, forse in alcuni passaggi la descrizione degli inferi è un po’ troppo da “macchietta”, grottesca e infantile. Ma, d’altronde, la protagonista ha meno di 13 anni ed è lei a raccontare.
Questa volta persino il finale è degno di plauso. Mi spiego: io adoro Palaniuk, credo che sia un grande raccontastorie, che scriva benissimo, ma solitamente “cicca” i finali. Cioè il più delle volte crea delle opere straordinarie che però terminano in modo banale e/o deludente. Questa volta no. La storia di “Dannazione” si evolve in maniera stupenda, tutto fila liscio e in coda troviamo anche un bel “coup de teatre”. Non aggiungo altro.
Consigliatissimo a tutti quelli che già apprezzano lo stile Palahniuk.

La scheda di Bol.it e quella di IBS.it.


30
nov 11

Per grazia ricevuta

Per grazia ricevuta

di Nino Manfredi (Italia, 1971)
con Nino Manfredi, Lionel Stander, Paola Borboni,
Delia Boccardo, Fausto Tozzi, Enzo Cannavale, Mariangela Melato,
Tano Cimarosa, Gastone Pescucci, Véronique Vendell

Piccolo capolavoro diretto, scritto e sceneggiato da Nino Manfredi con l’aiuto di Leo Bevenuti, Piero De Bernardi e Luigi Magni.
Il film racconta l’esistenza sfortunata di un uomo: una vita intera fortemente segnata dalla fede ma in maniera quasi coatta.
In apertura di pellicola vediamo il protagonista viene portato in una clinica privata perché si trova in condizioni disastrose a causa di un incidente. L’uomo ha il cranio fratturato e altre gravi lesioni sul resto del corpo. Durante l’operazione chirurgica d’emergenza che dovrebbe tentare di salvargli la vita, lo spettatore assiste a dei flashback che gli raccontano tutta la vita dello sfortunato.
Il piccolo Benedetto è un orfano che vive con una zia molto giovane e alquanto dissoluta. Il giorno della sua prima comunione il ragazzo, che è molto discolo, scappa via dalla chiesa perché si sente in colpa per i peccati commessi. Durante la fuga cade da un dirupo ma rimane illeso. Tutti gli abitati del suo piccolo paesino di campagna crederanno in un miracolo, in un intervento salvifico del santo protettore del ragazzino: Sant’Eusebio. La vita di Benedetto così prosegue in clausura, o quasi, rinchiuso cioè (in apparenza volontariamente) dentro un monastero in compagnia di decine di monaci.
Un giorno però l’insistenza di un saggio frate e l’incontro fortuito con una giovane e bella maestrina lo porteranno ad abbandonare questo auto-esilio e a tuffarsi nella vita di mondo, intraprendendo la carriera di commesso viaggiatore. Le sue peregrinazioni termineranno il giorno in cui incontrerà Oreste, un farmacista anziano pieno di vitalità e del tutto anti-clericale, e la sua dolce figlia Giovanna.
Manfredi ovviamente interpreta il protagonista in età adulta. Il suo personaggio è tenerissimo, un uomo semplice e gentile che si sente in trappola, sopraffatto com’è dalle sue paure, un ragazzino mai cresciuto, timoroso del suo destino, che combatte per tutta la vita tra la natura umana (gli istinti) e le credenze religiose che gli sono state inculcate con insistenza durante gli anni della giovinezza.
Il simpatico Lionel Stander interpreta l’anziano farmacista.
Delia Boccardo è la giovane e timida Giovanna, la compagna di Benedetto.
A Paola Borboni il ruolo dell’arcigna madre di Giovanna, una cinica signora anziana che non smette di pensare al suo tornaconto anche quando il compagno di sua figlia è in punto di morte.
Mariangela Melato ha il ruolo della maestrina con la gonna corta, ossia colei che, morsa da una vipera, incosciamente mette in crisi la fede di Benedetto.
La bella Véronique Vendell interpreta un’affascinante e maliziosa ragazza che insidia la verginità del giovane Benedetto.
Gastone Pescucci è il buffissimo e laido Avvocato che accompagna la mamma di Giovanna in ospedale.
Mario Scaccia ha la parte del frate saggio che capisce il dramma interiore di Benedetto.
Il baffuto venditore ambulante di origini siciliane che rifornisce il monastero ha la faccia di Tano Cimarosa.
Enzo Cannavale interpreta una specie di malato immaginario di origini napoletane, un po’ ficcanaso un po’ gentiluomo, che fa compagnia a Giovanna mentre Benedetto è sotto i ferri.
Non avevo mai visto prima d’ora questo film, anche se ne avevo sempre sentito parlare e conoscevo già la canzoncina pseudo-sacra dedicata a Sant’Eusebio. L’ho visto lunedì sera in tv, quasi per caso, su Iris e l’ho trovato davvero originale. Incredibile come una commedia riesca a parlare di un tema così alto come la fede. Apprezzabilissimo anche il tentativo (riuscito) di fondere tabù religiosi, credenze popolari, tormenti psicologici, filosofie di vita e altro ancora in un’unica coerente opera filmica, senza lasciare alcuna sbavatura.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


23
nov 11

Scialla! (Stai sereno)

Scialla! (Stai sereno)

di Francesco Bruni (Italia, 2011)
con Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano,
Barbora Bobulova, Raffaella Lebboroni, Giacomo Ceccaroni,
Giuseppe Guarino, Prince Manujibeya, Vinicio Marchioni,
Arianna Scommegna, Paola Tiziana Cruciani

Ancora una pellicola in cui si racconta di come un adulto (una figura saggia, una specie di tutore) riporti sulla retta strada un giovane che si era perso, che non aveva ancora trovato se stesso, avendo ignorato per tutta la sua vita il piacere della conoscenza. Un film sulla falsa riga di “Good Will Hunting (Genio ribelle)”, “Scoprendo Forrester”, “Dangerous Mind”, ecc. Storia già vista, insomma. Declinata però in salsa romana.
La figura saggia (anche se non del tutto) in questo caso è Bruno, un veneto sulla cinquantina, di stanza a Roma, ex professore ormai ritirato a vita privata, che per sbarcare il lunario dà lezioni private a studenti e scrive come ghostwriter biografie di personaggi più o meno famosi. Il ragazzo è Luca, un quindicenne di estrazione popolare che gioca a fare il duro, un coattello che ha pochissima voglia di studiare mentre sogna di diventare un grande boss della mala. All’inizio della storia due si conoscono già, l’uno è il professore, l’altro è lo studente svogliato (irrecuperabile), poi subito dopo i rapporti tra i due cambiano. Bruno, pigro solitario e misogino impenitente, scopre improvvisamente che Luca è suo figlio, la madre del ragazzo infatti gli rivela il segreto che aveva mantenuto per anni e gli affida la custodia di Luca, dal momento che è costretta a partire per il Mali per questioni di lavoro. Luca non sa che Bruno è suo padre. Tra i due inizialmente si instaura una sorta di rapporto di pacifica convivenza: il giovane fa i suoi porci comodi mentre l’adulto sopporta di malavoglia, nella speranza che il ragazzo non arrechi grande fastidio. Tra l’altro Bruno, che prendersi grosse responsabilità non ha mai voluto, né fare il padre, si comporta in modo che sottotraccia la relazione rimanga alquanto fredda e distaccata, qualcosa insomma che non sconfini in un grande coinvolgimento. Ma le cose non vanno affatto così. A scuola Luca è uno dei peggiori: mal visto dai professori e grande menefreghista. Quando Bruno si reca per la prima volta al colloquio con i docenti e apprende che il ragazzo rischia di farsi bocciare, decide di cambiare musica e di mettersi a fare l’adulto coscienzioso, il tutore al pieno delle responsabilità affidategli. Sotto la sua guida il ragazzo iniziera ad interessarsi un po’ allo studio. Durante le ore di libera uscità, però, finirà anche per cacciarsi in guai molto grossi, spinto dalla voglia di dimostrare quanto è cazzuto.
Spiace che in un filmetto di così bassa levatura sia finito Bentivigoglio. Lo stimo da tanto tempo. Merita copioni migliori. Non che qui non se la cavi. Anzi, in certi passaggi è perfetto, ha l’età giusta e l’aspetto adatto per un ruolo del genere, ma per un attore di Serie A ci vogliono ben altre proposte.
Filippo Scicchitano (alla sua prima apparizione sul grande schermo) se la cava molto bene. Del tutto credibile. Bravo. Il ragazzo di strada è nelle sue corde. Speriamo di vederlo presto in altri ruoli differenti.
Un ruolo piccolo ma fondamentale è stato affidato al grande (e affascinante) Vinicio Marchioni – sì il Freddo della serie “Romanzo Criminale”. Interpreta anche qui un gangster, uno spacciatore giovane ma già molto potente, amante dell’arte e del cinema.
L’affascinante Barbora Bobulova (qui con capigliatura rosso-vamp) recita la parte dell’ex pornostar rumena, ormai ricca e famosa, che racconta allo scrittore ghostwriter la sua burrascosa vita, in particolare i dettagli della sua carriera a luci rosse.
A Paola Tiziana Cruciani il ruolo dell’impicciona titolare del bar tavola calda in cui Bruno consuma quasi tutti i suoi pasti.
In breve. Consigliato? No. Spiace perché Francesco Bruni come sceneggiatore è in gamba. Sua è ad esempio la sceneggiatura di “Ovosodo”, “Ferie d’Agosto” e “My Name Is Tanino”.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


19
nov 11

Anche se è amore non si vede

Anche se è amore non si vede

Anche se è amore non si vede

di Salvatore Ficarra e Valentino Picone (Italia, 2011)
con Salvo Ficarra, Valentino Picone, Ambra Angiolini,
Giovanni Esposito, Diane Fleri, Sascha Zacharias,
Fabrizio Romano, David Furr, Rossella Leone, Maria Di Biase,
Tito Tomassini, Stella Sabbadin, Alessandro Curino, Corrado Nuzzo

Un altro film di Ficarra e Picone. Questa volta i due attori si mettono anche dietro la camera da presa ma sinceramente il risultato non cambia molto. Devo essere sincero: non sono rimasto deluso, ma è anche vero che non è che mi aspettassi granché. Questi due ragazzi un tempo mi stavano abbastanza simpatici ma da tempo non fanno altro che ripetersi. Peccato. Il film sta tutto sulle spalle di Ficarra. I pochi frangenti in cui si ride si devono a lui, al suo modo di parlare, di alludere, al suo piglio da giullare.
“Anche se è amore non si vede” è la solita commedia degli equivoci. Valentino e Gisella sono una coppia storica, stanno insieme da tanti anni, ma lui è troppo appiccicoso, troppo assillante e sdolcinato, la riempie insomma di troppe attenzioni, tanto da costringerla a lasciarlo. La decisione però è difficile, Gisella è sicura di volerlo mollare ma non ha il coraggio di riferire a Valentino le sue intenzioni, per cui decide di rivolgersi a Salvo, il migliore amico del suo ragazzo. Sarà lui a dover comunicare la brutta notizia. Salvo e Valentino, oltre a essere grandi amici, sono anche colleghi: portano in giro i turisti stranieri per le strade di Torino sopra un bus a due piani di cui sono proprietari. In occasione del matrimonio di due amici della loro comitiva (Orazio e Angela) torna in città anche Sonia, una vecchia amica che si è trasferita negli Stati Uniti e che lì ha trovato un compagno, tale Peter. Il legame tra Sonia e Salvo è sempre stato fortissimo. Ora che sono in Italia, le cose tra Sonia e Peter non sembrano andare per il meglio, anche perché Sonia è sempre stata segretamente innamorata di Salvo. Anche lei però non ha il coraggio di comunicare i suoi sentimenti, così decide di affidare il segreto a Valentino. Sarà quindi lui a dover dire a Salvo cosa prova Sonia.
Due parole su Ambra. Non so perché ma non riesco ad essere imparziale nell’esprimermi su di lei. Ho sempre dei pregiudizi nei suoi confronti. Non la trovo una grande attrice – in questo film spesso va sopra le righe – in più mi ispira una certa antipatia. Qui poi le sue braccia da bodybuilder (spesso nude) incutono anche un certo timore.
Diane Fleri l’ho scoperta con il film “Mio fratello è figlio unico” e da allora non ho smesso di provare simpatia per lei; è dolcissima, ha un sorriso particolarmente accattivante e il rotacismo la rende un po’ buffa. Credo che possa recitare ancora per molto tempo, e con successo, la parte della fidanzatina.
Per il ruolo della stangona bionda straniera che fa la guida turistica avrebbero dovuto prendere qualche altra attrice. Secondo me Sascha Zacharias non è stata una buona scelta di cast.
Orazio è interpretato dal simpaticissimo Giovanni Esposito. La scena più divertente del film la interpreta lui a pochi minuti dalla chiusura della pellicola. La barese Rossella Leone interpreta Angela, la sua futura moglie.
Giudizio complessivo sul film: 5 e mezzo. Sì, film buffo, simpatico. Ma fino a un certo punto. Piacerà di certo ai fan di Ficarra & Picone, a quelli che li hanno conosciuti con Striscia la notizia o che amavano le loro performance sul palco di Zelig. Ma anche a quelli che hanno riso guardando le loro precedenti pellicole. Io invece l’ho trovato addirittura fastidioso dal momento in cui ha iniziato a esagerare con le situazioni farsesche come la scazzottata in stile “Bud Spencer & Terence Hill” o la scena dell’autobus bloccato nel traffico.

Il trailer. La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

P.S.: ringrazio pubblicamente Tony per avermi invitato all’anteprima romana di questo film.


15
nov 11

La peggior settimana della mia vita

La peggior settimana della mia vita

di Alessandro Genovesi (Italia, 2011)
con Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi,
Antonio Catania, Monica Guerritore, Alessandro Siani,
Nadir Caselli, Chiara Francini, Gisella Sofio,
Arisa (Rosalba Pippa), Alessandro Genovesi, Andrea Mingardi

Avete presente “Ti presento miei” e “Mi presenti i tuoi”? Bene. Fatene un mix, una sintesi di entrabe le pellicole, e immaginate il tutto in salsa italiana. Questo è “La peggior settimana della mia vita”. Una specie di commedia romantica, scritta da Alessandro Genovesi e Fabio De Luigi (e diretta dal primo dei due) e ispirata a serie tv inglese.
Qui potete vederne il trailer.
Si ride? No. Si ridacchia, si sorride. Non ci si scompiscia, ecco. Ma il tutto è gradevole, soprattutto grazie alla simpatia del protagonista: De Luigi, artista che io adoro – lo ammetto.
La trama è semplice. Milano. Due fidanzati stanno per sposarsi. Un ragazzo e una ragazza (due come tanti). Quello che vediamo sul grande schermo è il racconto degli ultimi 7 giorni che precedono il loro matrimonio, ovviamente infarcito da decine di gag, a volte anche al limite della comicità slapstick.
Lui (Paolo) è un imbranato cronico con un amico idiota e farfallone (Ivano), oltre che molesto (per altro napoletano); lei (Margherita) è una ragazza molto giovane e molto carina (probabilmente anche abbastanza frivoletta), il papà di lei è un tizio molto rigido, la mamma di lei è un po’ cretinetta, pessima in cucina e con un vago sospetto di alcolismo. La nonna è buffissima. La sorella giovane di lei è la solità stronzetta finto-rivoluzionaria.
Tra una scena e l’altra i nomi dei giorni scandiscono il countdown al “Grande Giorno”. Il tempo passa veloce scorrendo tra le vaccate del protagonista, che infatti non fa altro che rendersi odioso agli occhi dei futuri suoceri e incappare in uno strano groviglio di ombre riguardo la sua fedeltà; Paolo comunque è uno a posto, un ragazzo (quarantenne?) simpatico e serio che ha come sola colpa quella di essere molto maldestro e sbadato. Ovviamente il lieto fine c’è. Non sto nemmeno a dirlo.
De Luigi interpreta Paolo, il protagonista. Io lo adoro (sin dai tempi in cui militava a “Mai dire Gol”). Non lo ripeto. Aggiungo solo che mi sembra il giusto corrispettivo italiano per un personaggio interpretato negli USA da Ben Stiller. Senza di lui forse il film sarebbe stato un mega-flop. Tra le altre cose è stato anche bravo a scriversi un personaggio adatto al proprio stile recitativo: il goffo/buffo/simpatico ragazzone cresciuto. Una figura questa per nulla distante da quella che recitava nella serie tv “Love Bugs”.
Cristiana Capotondi diventa sempre più bella. Non esagero se dico che in certi casi davvero è uno splendore. Qui recita anche discretamente nelle vesti di Margherita, la giovane promessa-sposa. Credo che con gli anni stia diventando dunque anche più brava.
Monica Guerritore, che interpreta Clara, la mamma di lei, è forse l’unica che recita sopra le righe. In diverse scene infatti la vediamo esagerare con la rappresentazione dei sentimenti. D’accordo, è una commedia quasi farsesca ma gli altri attori appaiono decisamente più misurati nei gesti, nella voce, ecc.
Antonio Catania (Giorgio) è un altro dei miei beniamini. Grande. Una sola delle sue espressioni basta per far sbocciare un sorriso. Attualmente è di certo uno degli attori comici più simpatici in Italia. Lo apprezzo dai tempi di Mediterraneo. Qui veste i panni del padre serioso, un po’ antipatico, molto rigido e anche un po’ autoritario, nonostante risulti allo stesso tempo un buono, disposto a passare sopra tutti gli errori del suo futuro genero per amore della felicità di sua figlia.
Alessandro Siani ha preso il ruolo di Ivano, l’amico frizzante, ma anche un po’ antipatico, di Paolo. Un vero menefreghista (anche un po’ stronzo) che ha la mera funzione di aumentare il livello di casini combinati.
Andrea Mingardi interpreta Dino, il papà di Paolo: un musicistà ultra-sessantenne molto libertino che si presenta all’importante cena di famiglia pre-matrimonio in compagnia di una giovanissima corista (la sua amante/fidanzata).
Nadir Caselli è Ginevra, la sorella di Margherita: un’altra ragazza molto giovane e molto carina che ha come unico scopo quello di contraddire tutto e tutti, di agire senza rifletterci su più di tanto e di prendere tutto alla leggera, con un sorriso.
A Chiara Francini il compito di dare faccia, voce e (soprattutto) corpo a Simona: una collega di Paolo (ex fiamma) decisamente matta e prosperosa, oltre che follemente innamorata.
La nonna è interpretata dalla leggendaria Gisella Sofio.
Il regista si è ritagliato il ruolo del prete con forte accento svizzero (o nord-comasco).

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


8
nov 11

La kryptonite nella borsa

La kryptonite nella borsa

di Ivan Cotroneo (Italia, 2011)
con Luigi Catani, Valeria Golino, Cristiana Capotondi,
Libero De Rienzo, Luca Zingaretti, Vincenzo Nemolato,
Monica Nappo, Gennaro Cuomo, Fabrizio Gifuni, Sergio Solli
Massimiliano Gallo, Antonia Truppo, Rosaria De Cicco,
Nunzia Schiano, Carmine Borrino, Anita Caprioli, Lucia Ragni

Questo film non mi è piaciuto più di tanto. Mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Mi aspettavo qualcosina in più. Non che io sia entrato in sala con grandi aspettative, ma la storia in principio sembrava gradevole. Poi si è rivelata un nulla di fatto. Non uso nemmeno il termine “flop” perché sarebbe sbagliato. Non è stata un fallimento, la trama arriva ad un punto ben preciso ma è banale, non ha nulla si straordinario. Diciamo pure, dunque, che tutte le forze sono state impiegate nella forma, trascurando decisamente la sostanza. E non tiratemi fuori quella stronzata de “La forma è sostanza”. Magari fatelo sul vostro blog. Non qui.
“La kryptonite nella borsa” è una commedia scritta, sceneggiata e diretta da Ivan Cotroneo. Sì, lo stesso che ha sceneggiato anche la serie tv “Tutti pazzi per amore”. E questo lo si avverte lontano un miglio. Non c’è Solfrizzi ma l’atmosfera “camp”, tutta fatta di canzoncine, colori sgargianti ed estetica hippie, è rappresentata in tutto il suo orrendo sfarzo; è un po’ come se il film volesse urlare allo spettatore: “Sono kitsch e me ne vanto”.
La trama. Napoli, 1972 (o giù di lì). La famiglia Sansone è una famiglia come tante altre: allegra e molto allargata. La compongono: mamma Rosaria, papà Antonio, un figlio pre-adolescente (Peppino) più un nonno, una nonna e tre giovani zii (Federico, Salvatore e Titina). Quella della famiglia Sansone è, però, una felicità poco stabile, più che altro apparente. Difatti la gioia che pare aleggiare nella casa è messa presto in discussione da una triste notizia: il papà (commerciante di macchine da cucire Singer) tradisce la mamma (dattilografa) con una ragazza più giovane di Portici. Alla notizia Rosaria (una donna ancora piacente di soli 38 anni) cade in depressione, smette di lavorare, di occuparsi della sua famiglia e decide di passare le sue giornate a letto, accusando un fantomatico mal di testa. A subire le conseguenze di questo stato depressivo è il piccolo Peppino, un ragazzino occhialuto e riccioluto di appena 10 anni, che sembra avere sempre un’espressione un po’ triste. Questo ragazzino, infatti, non potendo essere accudito da sua madre, viene sballottato da un baby-sitter all’altro – per così dire; dopo la scuola quindi trascorre i suoi pomeriggi o con i due zii più giovani: due hippie che frequentano comuni, balere e femministe, sognando di andare a vivere nella swinging London, oppure con i nonni materni (iper-tradizionalisti) o con una collega di sua madre, una specie di zitella che va spesso in spiaggia, anche con il cielo nuvoloso, con la speranza di farsi notare da qualche bel giovanotto disposto poi a prenderla in moglie. La figura di Gennaro, il cugino un po’ picchiatello di Peppino che crede di essere Superman, dovrebbe essere un elemento fondamentale. Dico dovrebbe perché nell’economia della trama la sua funzione non è del tutto chiara. Ad ogni modo, dopo la sua morte, il ragazzino continua a vederlo in giro, a immaginarlo a mo’ di angelo custode e a confidarsi con lui. Un vero e proprio amico immaginario, insomma.
Ma non vi dico altro perché ho già svelato abbastanza.
Sappiate che il titolo fa riferimento ad una battuta che viene citata nel primo minuto del film ma che nient’altro ha a che vedere col resto della pellicola.
La recitazione degli attori è uno dei pochi aspetti positivi di “La kryptonite nella borsa”.
Il piccolo Luigi Catani (credo per la prima volta sul grande schermo) è molto simpatico. La sua è una faccia buffa – il merito forse è anche dei grandi occhialoni neri e dei ricci voluminosi. Buona scelta di cast.
Valerio Golino è forse quella che recita meglio, se si esclude il bimbetto e il grandissimo Gifuni. Il suo è il personaggio meno caricaturato, meno macchietta. Sarà forse la depressione, non so. Comunque sia, lasciatemi dire che recita molto bene. Brava. Fa il suo dovere, porta a casa la parte.
Zingaretti gigioneggia un bel po’ e si vede. Si vede anche che si diverte. Ci fa piacere. Se è contento lui, il sentimento di certo viene trasmesso con più facilità allo spettatore.
Fabrizio Gifuni è magnifico nel ruolo dello psichiatra: un quarantenne molto fascinoso, con la voce un po’ roca, che si prende il delicato compito di curare le nostalgie della signora Rosaria.
Tegolino (Cristiana Capotondi) fa l’eterna ragazzetta. Molto carina e molto svampita. Perfetta. Non avrebbero potuto scegliere di meglio.
Libero De Rienzo sottotono. Peccato. Un attore che ha grandi potenzialità comiche è stato relegato a una figura di secondo piano. Ha poche battute e il suo non essere napoletano non l’aiuta.
Peraltro, faccio notare che tutti i personaggi principali non sono napoletani ma si sono sforzati di recitare con l’accento napoletano. Il risultato non è affatto positivo ma in questo caso facciamo un’eccezione e apprezziamo lo sforzo.
Vincenzo Nemolato è buffissimo nei panni di Superman in pigiama. Davvero una buona scelta per il ruolo del giovane picchiatello napoletano.
Per Monica Nappo si potrebbe usare il termine “caratterista”, se non venisse spesso frainteso. I suoi buffi mugugni, comunque, la rendono simpaticissima. La racchia stagionata è nelle sue corde. Lo dico con grande stima, senza volerle mancare di rispetto.
Sergio Solli interpreta Vincenzo, il nonno burbero. Molto simpatico. Qui lo si apprezza sin dai tempi in cui recitava nei film di Luciano De Crescenzo. Lo ricordate nel ruolo dello spazzino in “Così parlò Bellavista”?
A Lucia Ragni il ruolo della nonna super-autoritaria.
Antonia Truppo è valeria, la giovane amante di Antonio. Una moretta non bellissima ma che è credibile come sfasciafamiglie.
Anita Caprioli ha un ruolo minuscolo: la Madonna sul podio (in seconda posizione). Non ha nemmeno una battuta. Il suo è un personaggio muto che si esprime solo a gesti e con le espressioni del volto.
Gennaro Cuomo interpreta lo zio più anziano di Peppino: un bamboccione che passa tutto il tempo in casa in pigiama a studiare. Un mantenuto che frequenta il primo anno di università da oltre 6 anni.
Rosaria De Cicco, invece, ha l’infausto compito di impersonare la maestra: una tizia severa e stronza, oltre che un tantinello menfreghista e con poca voglia di lavorare.
La colonna sonora è molto furbetta – per non dire paracula; comprende diversi brani estremamente noti come “Lust For Life” di Iggy Pop e “These Boots Were Made For Walking” di Nancy Sinatra. Quest’ultima canzone fa anche da brano per i titoli di coda ma nella versione coverizzata dai Planet Funk.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


5
nov 11

Terraferma

Terraferma

di Emanuele Crialese (Italia, Francia, 2011)
con Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro,
Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T.,
Claudio Santamaria, Martina Codecasa, Tiziana Lodato,
Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Rubel Tsegay Abraha

Ancora una volta Crialese riesce ad emozionare raccontando una storia che coinvolge i Siciliani e l’emigrazione. Questa volta però non sono i protagonisti ad emigrare verso il Nuovo Mondo ma è il Vecchio Mondo ad accogliere i nuovi migranti dal Sud del Mondo. In altre parole: gli Italiani non vanno in cerca di fortuna fuori dai confini nazionali (come accadeva all’inizio del ’900 e come veniva raccontato nel film “Nuovomondo”) ma si trovano – volenti o nolenti – nel ruolo di popolazione accogliente, che è chiamata cioè a dare asilo sulla propria(?) terra ad anime in pena in fuga verso un Mondo migliore. Guarda il trailer.
Terraferma racconta di una famiglia di pescatori che vive in una piccolissima isola della Sicilia meridionale (molto probabilmente Lampedusa). Una famiglia umile e abbastanza povera, che vive solo di quello che riesce a cavare fuori dal mare (cioè pesce). Le figure chiave del racconto sono sostanzialmente tre:
il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio), un uomo anziano sulla settantina, molto tradizionalista e tutto d’un pezzo, un po’ malato ma testardo e con un cuore grande, più che deciso a continuare la propria attività di pescatore fino all’ultimo giorno della sua vita, nonostante suo figlio minore voglia convincerlo a vendere il peschereccio che cade ormai a pezzi;
la nuora Giulietta (Donatella Finocchiaro), una vedova sulla quarantina, moglie del figlio maggiore del nonno, fermamente convinta ad abbandonare l’attività della pesca per darsi al turismo e magari trasferirsi in un’altra località;
il nipote Filippo (Filippo Puccillo), figlio della nuora e del figlio maggiore del nonno – che ha perso la vita in mare proprio a causa della pesca – un ragazzetto molto semplice e ignorantello, che dà quasi l’impressione di essere un po’ ritardato, non si è mai allontanato dall’isolotto, parla quasi solo in dialetto ed è legatissimo alla figura del nonno, l’uomo che in fin dei conti gli ha insegnato sia il mestiere di pescatore, che un po’ anche la vita.
Figura di secondo piano, ma ugualmente importante, è Nino (Beppe Fiorello) – ossia il figlio minore del nonno – una specie di capovillaggio, quasi esclusivamente interessato al denaro, alla ricchezza che può derivare dall’attività turistica; in un certo senso questo personaggio rappresenta il simulacro delle nuove generazioni, che vogliono emanciparsi dalle tradizioni, arricchirsi, fuggire le umili origini e magari anche tentare la scalata sociale.
Punto di snodo del film è il momento in cui Giulietta, con l’aiuto di suo figlio, rimette a posto la vecchia casa di famiglia e l’affitta ai primi turisti che arrivano sull’isola per la bella stagione: tre ventenni del Nord Italia. Contemporaneamente sulle rive dell’isola sbarcano quasi improvvisamente anche gruppi di immigrati clandestini. Spetta al nonno, per puro caso, l’infausto compito di ripescare dal mare alcuni di essi in cerca d’aiuto. La bontà e il grande senso di umanità che contraddistinguono questo anziano signore dalla barba canuta lo porteranno a dare ospitalità, in via del tutto clandestina, a Sara (Timnit T.), una giovane donna incinta tirata fuori dal mare in pessimo stato, e a suo figlio. Tra le quattro mura del garage dove vivono ormai Giulietta e Filippo, il vecchio e sua nuora aiuteranno la giovane gestante a mettere al mondo una bambina. Filippo nel frattempo scopre l’amicizia tra coetanei e i primi moti sentimentali verso l’altro sesso.
Anche questa pellicola di Crialese mi ha lasciato un’impressione positiva. Sia il soggetto, che la sceneggiatura sono opera sua. “Terraferma” racconta l’oggi, racconta il vero e lo fa molto bene: porta in superficie e mostra da vicino la gravissima situazione della Sicilia di fronte al flusso migratorio continuo che fa sbarcare centinaia di Africani disperati sulle coste dell’isola. Era molto facile cadere nella banalità del dualismo buoni contro cattivi, brava gente contro persone avide e ignoranti, autoctoni vs. migranti. Ma così non è stato, fortunatamente. La storia riesce ad avere una sua dignità e una credibilità, pur senza ammantarsi di pietismo, o proprio perché non eccede nel voler dimostrare il teorema “Italiani brava gente”. Certo, i buoni sentimenti ci sono, emergono, ma senza esagerazione; anzi uno dei fattori più interessanti della pellicola è proprio la trasformazione che avviene in taluni personaggi, la loro maturazione a seguito del coinvolgimento negli eventi.
Che dire della fotografia? Ancora una volta il regista (e la produzione) hanno scelto un validissimo direttore della fotografia (Fabio Cianchetti), un grande professionista che in questo caso ha fatto il suo mestiere egregiamente. Basta vedere alcune scene, come quella di Filippo che guida il suo motorino in piedi, in controluce con il mare sullo sfondo, o l’ultima inquadratura, quella della barca ripresa dall’alto mentre si allontana in mare aperto.
Tiziana Lodato recita nei panni di Maria, la moglie di Nino. In quelle poche scene in cui appare, la vediamo dietro il bancone del bar sulla spiaggia al servizio dei turisti.
Per Claudio Santamaria invece un cammeo; due sole scene in cui dà il volto a un ufficiale della Guardia di Finanza di stanza sul porto dell’isola, un settentrionale molto autoritario e dalle maniere spicce che si comporta in modo brusco con i cittadini perché deve far eseguire gli ordini che gli arrivano dall’alto e perché forse si sente un po’ un pesce fuor d’acqua nell’isolotto siciliano.
Nota 1: anche questa volta la pellicola di Crialese è la candidata italiana agli Oscar (Academy Awards) nella categoria – ovviamente – di miglior film straniero.
Nota 2: Terraferma, comunque, ha già vinto il “Premio speciale della giuria” all’edizione 2011 della Mostra del Cinema di Venezia.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.