Posts Tagged: Sam Rockwell


13
giu 11

Conviction

Conviction

di Tony Goldwyn (USA, 2010)
con Hilary Swank, Sam Rockwell, Minnie Driver,
Peter Gallagher, Juliette Lewis, Karen Young, Melissa Leo,
Owen Campbell, Conor Donovan, Loren Dean, Bailee Madison,
Ari Graynor, Tobias Campbell, J. David Moeller

Ispirato a una storia vera, “Convinction” racconta di due fratelli uniti da un legame indistruttibile.
1980 Ayer, Massachussetts (USA). Kenneth Waters, detto Kenny, viene condannato per omicidio di primo grado. La giuria non crede alla sua dichiarazione di innocenza e lo sbatte dentro a vita con l’accusa di aver colpito a morte la sua ex, infliggendole ben 24 coltellate. Sua sorella Betty Ann, che sin dal principio non crede alla versione della polizia, manderà all’aria tutta la sua vita (compreso matrimonio) per laurearsi in legge e tirare suo fratello fuori dal carcere. La trafila sarà lunga e difficile ma la caparbia di Betty Ann e il suo sentimento fraterno saranno più forti.
Ancora una volta ottima prova recitativa per Hilary Swank. Avrebbe quasi meritato un altro Oscar.
Sam Rockwell è fantastico, sia nelle scene in cui dà di matto, che in quelle più drammatiche dove lo vediamo confrontarsi con la Swank in dialoghi e faccia-a-faccia molto intensi.
Minnie Driver interpreta l’amica/avvocato/compagna di corso che aiuta Betty Ann nella battaglia contro la magistratura del Massachussetts. La ricordate in “Sleepers”? Qui la troviamo meno ragazza e più donna (ovvio, ne sono passati di anni). Anche lei perfettamente nel ruolo. Ottima nelle scene in cui costringe Betty Ann a confrontarsi con la realtà delle cose.
Peter Gallagher veste i panni del super-avvocatone belloccio e elegante che si prende carico di tutti quei casi in cui gli imputati hanno subito dei torti da parte della Giustizia americana – in particolar modo dei casi di condannati innocenti.
Juliette Lewis interpreta una delle testimoni chiave del processo a Kenny Waters.
Il film è di quelli intensi. Non è un drammone ma poco ci manca. Se siete di quelle persone che si commuovono per un nonnulla, forse piangerete anche guardando “Conviction”. Ma non importa. Il mio non è un parere negativo. Anzi. Tony Goldwyn costruisce un ottimo film. Un legal (senza thriller) in cui si mettono in primo piano la speranza e i buoni sentimenti, in particolar modo i legami intra-familiari. Non solo quelli tra fratello e sorella ma anche quelli tra madre e figli.
Voto: 7.

Nota personale: io l’ho visto in versione originale (un Divx sottotitolato in inglese). A quanto pare questo film è arrivato anche nelle sale italiane ma pochi se ne sono accorti. Peccato.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


3
mar 11

Il genio della truffa (3)

Il genio della truffa

Il genio della truffa
(The Matchstick Men)

di Ridley Scott (2003)
con Nicholas Cage, Sam Rockwell,
Bruce McGill, Alison Lohman, Sheila Kelley

Credo che non mi stancherò mai di vedere questo film. Spettacolare.
Se sei curioso di sapere cosa ne penso – in maniera più approfondita – leggi qui la scheda che scrissi nel 2004.


6
mag 10

Confessioni di una mente pericolosa

Confessioni di una mente pericolosa
(Confessions of a Dangerous Mind)

di George Clooney

(Usa, 2002)
con Sam Rockwell, George Clooney, Julia Roberts,

Drew Barrymore, Rutger Hauer, Linda Tomassone,
Matt Damon, Brad Pitt, Maggie Gyllenhaal, Fred Savage,

Krista Allen, Michael Cera, Steve Adams, David Julian Hirsh

Seconda visione. Ho visto questo film per la prima volta al cinema nel 2003. .
Comunque è sempre un piacere vedere recitare Sam Rockwell. Qui veste i panni di un trentenne arrivista, un tipo affetto da una specie di disturbo psichico (se così possiamo chiamarlo) in base al quale prova un grosso bisogno di affetto e attenzione. Un po’ come tutti gli esseri umani, d’altronde. Ma forse lui un po’ di più. Chuck Barris è disposto a tutto pur di avere fama, denaro e successo. Il suo campo è la televisione. Sin da giovane la sua passione è inventare giochi e quiz per il piccolo schermo. Frutto del suo estro sono programmi celeberrimi come “Il gioco delle coppie”, “Tra moglie e marito” e “La corrida” (Sì, lo so: la leggenda italiana vuole che sia stato Corrado Mantoni a inventarsi in radio questo spettacolo). Ad ogmi modo, il nostro non si tira indietro di fronte a nulla, nemmeno quando, durante un periodo di crisi finanziaria, creativa e professionale, gli arriva una proposta dalla CIA. Chuck accetta e inzia a fare l’agente segreto, quasi per caso. In un primo momento, trovando delle difficoltà, medita di ritirarsi ma la cosa ben presto inizia a piacergli, soprattutto dopo aver ucciso la prima vittima indicatagli dai servizi. Siamo in periodo di Guerra Fredda e tra i due blocchi, sapete, non si va molto per il sottile. Insomma, lo stress lavorativo, i giochi da inventare e da trasformare in successi televisivi, i viaggi nell’Europa dell’est per compiere degli omicidi, la scoperta di provare godimento nell’uccidere esseri umani, il rischio che un doppiogiochista possa attentare alla propria vita portano il nostro al collasso psichico. L’unica soluzione possibile sarà rinchiudersi in una stanza d’hotel a New York per riflettere e buttare giù il racconto della sua vita, in modo che nessuno da quel punto in avanti potesse compiere gli stessi errori. Ecco il perché “Confessioni di una mente pericolosa” è da considerarsi una biografia non autorizzata della vita di Chuck Barris.
Sam Rockwell è buffo. Buffissimo. Mi sta più che simpatico. Lo adoro. Indescrivibile la sensazione che può dare la sua faccia da schiaffi nelle scene più drammatiche.

George Clooney, oltre a dirigere la pellicola, qui intrerpreta l’agente segreto baffuto e misterioso che recluta Chuck e che gli consegna abitualmente le indicazioni per le missioni da killer. Buffo anche lui.
Strabufissimi anche Matt Damon e Brad Pitt, che fanno uno striminzito cameo nelle vesti di concorrenti al quiz “Il gioco delle coppie”. Sono aggindati come due tamarri di periferia. Memorabili.
Maggie Gyllenhall ha un paio di scene come scipita assistente di studio alla NBC che si fa sedurre dal protagonista.

Julia Roberts è una bella donna. Siamo d’accordo. Ma assegnarle il ruolo della femme fatale mi sembra un tantinello esagerato. Poi, certo, la recitazione non si discute. Però, ecco, la prossima volta pensiamoci meglio. Grazie.

Spiace che Ruther Hauer si sia ridotto a fare queste particine. In questa pellicola, pur non essendo il suo un ruolo centrale, riesce comunque a portare a casa una dignitosissima intepretazione. Attore di mestiere con la A maiuscola.
Drew Barrimore è dolcissima e caruccia. A lei hanno assegnato il ruolo di fidanzatina schietta e briosa ma anche leale e paziente. Le sue caratteristiche mi pare che siano perfetta per quello che questo ruolo richiedeva.
Eccellente la ricostruzione degli studi d’epoca degli anni ’60 e ’70.

Il soggetto è preso dallo stesso libro autobiografico di Barris mentre la sceneggiatura è affidata a quel geniaccio di Charlie Kauffman.

Voto globale al film: 8. Da rivedere ancora.

La scheda di , quella di e quella di .


15
gen 10

Moon

Moon

Moon

di Duncan Jones (Usa, 2009)
con Sam Rockwell, Kevin Spacey,
Dominique McElligott, Rosy Show

Questo è un film bellissimo… e pensare che io stavo per perdermelo! Per cui devo ringraziare il mio caro amico Domenico che mi ha ricordato dell’esistenza di questa pellicola e che sabato scorso mi ha anche detto che giovedì (ieri) sarebbe stato l’ultimo giorno utile per vederlo. Insomma, per farla breve: mercoledì sera sono stato con gli amici al Cinema Greenwich a guardare questo film e l’ho trovato stupendo.
Premessa: io non vado particolrmente matto per i film fantascientifici. Eppure questo l’ho apprezzato particolarmente. Perché? Ancora non lo so bene. Ci sto ancora pensando. Ma una idea di sorta me la soo fatta. Diciamo, per il momento, che ho trovato la storia molto originale, per nulla scontata. Niente che io abbia visto prima sullo schermo, nonostante “Moon” contenga, secondo me, ben 2 citazioni importanti. La prima: il robot di bordo, che ricorda molto Hal 9000 di “2001 Odissea nello spazio”, la sua voce umanoide e il suo rapporto con il protagonista. La seconda: alcune dinamiche del protagonista a bordo della stazione lunare che ricordano quelle raccontate anche in .
Moon racconta la storia di un uomo, Sam Bell, che si trova solo con un robot su di una stazione posizionata sulla faccia non illuminata della Luna, con il preciso scopo di raccogliere l’energia prodotta dal terreno lunare e spedirla sulla Terra. Sam ha la responsabilità di uscire ad intervalli regolari sulla superficie lunare, raccogliere dal ventre di una specie di trattore frantuma-terreno una capsula in cui è stoccata l’energia e di prepararla la spedizione. Tutto qui. La sua missione ha avuto una durata di tre anni e sta quasi per finire quando gli accade un incidente. Durante una delle missioni in esterna, Sam perde il controllo del mezzo e finisce schiacchiato sotto le ruote del trattore gigante. Va detto che questo accade anche – e soprattutto – perché è molto stanco e la lunga solitudine a cui è stato sottoposto lo ha decisamente provato dal punto di vista psicologico. Da qui in poi non vi svelo altro per non rovinarvi la sopresa, anche perché di sorprese ce ne sono molte.
Se vi dicono che si tratta di un film cervellotico non credeteci. Vogliono prendervi in giro o forse chi lo dice non ha capito nulla. Moon è semplice. Forse non completamente lineare ma è chiaro. È sufficiente che lo spettatore stia un po’ attento, se vuole capire davvero cosa accade al protagonista.
Ah, dimenticavo di dirvi che l’attore è uno, uno solo: unico. Un film un attore – o quasi. È pur vero che ci sono altri 4 attori a recitare in “Moon”, oltre a Rockwell, ma si tratta davvero delle mini-comparsate. Questo, insomma, può essere considerato a tutti gli effetti uno one-man-show. Lo spettacolo (e che spettacolo!) è tutto sulle spalle dell’immenso Sam Rockwell, che con questa pellicola dimostra definitivamente di essere un attore non completo, di più: perfetto. Con “Moon” ha mostrare di saper altalenare, con estrema semplicità, da scene leggere, frivole e spensierate, a momenti di pura drammaticità, di saper interpretare con grande professionalità frangenti di disperazione nera e di essere in grado di suscitare sentimenti di commozione nel pubblico. Ragazzi, Rockwell è semplicemente spet-ta-cola-re!
E poi: vogliamo parlare della pulizia stilistica? Tanto di cappello anche al regista, Duncan Jones – che solo a fine visione ho ricordato essere il figlio del più noto David Bowie: è riuscito a raccontare la storia nel migliore dei modi, senza buchi di senso, senza momenti di stanca, senza frenesie e persino evitando il manierismo – in cui era facile cadere, vista l’immensa produzione di pellicole sci-fi nella storia del cinema mondiale.
Altra cosa che ho trovato davvero affascinante è stato l’allestimento degli interni della stazione lunare. Tutto quel bianco, tutte quelle forme esagonali. Wow! Non avrei mai immaginato che riuscissero ad esercitare un tale fascino su di me. Applausi generosi dunque agli scenografi e al direttore della fotografia.

Qual è la morale del film? Mi piacerebbe non ci fosse ed invece c’è. Comunque sia, poco importa: “Moon” è un film che rappresenta la rivalsa dell’uomo sull’uomo – non sulle macchine ma sull’uomo stesso. Il futuro potrebbe anche essere pericoloso ma, se cosi sarà, la colpa si può attribuire solo a noi stessi. Come a dire: è vero che l’uomo è fabbro del suo destino ma a calcare un po’ la mano si rischia di farsi male sul serio. In “Moon” ci trovi sentimenti buoni come l’amicizia, la solidarietà, il sacrificio, il gioco di squadra ma, fortunatamente, questi elementi non vengono spiattellati in faccia a chi guarda, per cui sono tollerabili. Io non li ho trovati né scontati, né furbi, né ruffiani, né eccessivamente sdolcinati.

Della colonna sonora so dirvi poco o nulla. Le orecchie erano distratte dagli occhi – diciamo così. Tuttavia posso dirvi che non mi è sembrato ci fosse un accompagnamento sgradevole, né che facesse a cazzotti con le immagini.
Nota: nell’edizione orginale americana la voce del robot GERTY è di Kevin Spacey.
La locandina è stupenda. .

La scheda di , quella di e di .


9
gen 10

Guida galattica per autostoppisti (film)

Guida galattica per autostoppisti

Guida galattica per autostoppisti
(The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy)

di Garth Jennings

(Usa, 2005)
con Mos Def, Martin Freeman,
Sam Rockwell, Zooey Deschanel, Bill Nighy,
John Malkovich, Mak Wilson, Steve Pemberton,
Stephen Fry, Thomas Lennon, Helen Mirren, Alan Rickman,
Anna Chancellor, Dominique Jackson, Kelly Macdonald

Avendo letto qualche mese fa il romanzo omonimo di Douglas Adams, da cui è stato tratto – ed avendolo trovato divertente – non potevo certo esimermi dalla visione di questa pellicola. E sapete cosa vi dico? Che mi aspettavo di peggio, di molto peggio. Invece l’ho trovata abbastanza attinente al romanzo, almeno per quello che ricordo, che piaccia, o meno, non è stato comunque stravolto.
Il no-sense ideato e narrato da Adams è meno pregnante sullo schermo ma comunque e fortunatamente non si perde del tutto.
Sulla trama e sul contenuto non mi soffermerò, dunque, perché già ne ho scritto. Lasciatemi dire, invece, che ho trovato molto valida la scelta di affidare a Martin Freeman (uno che mai avevo visto prima) la parte di uno dei due protagonisti (Arthur Dent). Insomma la faccia del pavido ce l’ha tutta. Ho trovato delizioso il suo andarsene in giro per le galassie in vestaglia e asciugamano con la faccia di uno che non ha capito (quasi) nulla di quello che gli sta succedendo intorno.
Anche Mos Def è stato per me una grandissima sorpresa. Ma perché non gli affidano altri ruoli? In queste commedie recita benissimo. Mi aveva già fatto una buona impressione anche in “Be Kind Rewind” ma qui credo che, non so, forse si è superato nella parte di Ford Prefect.
Zooey Deschanel è piccola, dolce e carina. Roba da perderci la testa, quasi. Forse troppo giovane per il ruolo di Trillian ma non è importante perché recita benissimo. Non gigioneggia più di tanto, sa tenere la parte della ragazza con la testa sulle spalle (in alcune scene), pur essendo molto, molto, molto carina. Scusate la ripetizione. Vi ho già detto che in alcune espressioni mi ricorda molto la cantante Katy Perry?
Comunque per me il vero ganzo, il mattatore di questa pellicola è il magnifico Sam Rockwell – qui nei panni dello sciamannato Presidente Zaphod Beeblebrox. Ma ditemi voi: uno con l’espressione così sfrontata dove lo trovate? Basta guardarlo per trovarlo immediatamente simpatico. Ma come si fa? Nonostante qui il suo ruolo sia quello del pazzoide egoista, vanesio e pieno di sé, non si riesce a trovarlo odioso, anziché adorabile.

Adoro quando John Malkovich interpreta ruoli comici. Qui lo troviamo nei panni di una specie di santone, un papa acerrimo rivale di Zaphod Beeblebrox durante le elezioni presidenziali.
Bill Nighy fa la parte del vecchietto bonario Slartibartfast, una specie di Cicerone che accompagna Arthur alla scoperta della riproduzione del Pianeta Terra in scala 1:1.
Ad Helen Mirren è stato affidato il compito di dare la voce al supercomputer Deep Thought (Pensiero Profondo) ma la cosa, ovviamente è andata perduta nell’edizione italiana, a causa del doppiaggio.
Stessa cosa dicasi per Stephen Fry che nell’edizione originale raccontava le vicende in qualità di voce narrante.
Nota: il pupazzone bianco latte (lucido) aveva forse un aspetto troppo buffo e “pacione” per rappresentare Marvin, il robot perennemente depresso, sarcastico e col senso dello humor nero.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


19
mag 09

Soffocare (il film)

Soffocare (choke)

Soffocare
(Choke)

di Clark Gregg (USA, 2009)
con Sam Rockwell, Kelly MacDonald, Anjelica Huston,
Brad William Henke, Jonah Bobo, Kathryn Alexander,
Bijou Phillips, Heather Burns, Matt Gerald, Clark Gregg,

Paz de la Huerta, Gillian Jacobs,Viola Harris, Joel Grey

Commedia molto divertente, ispirata all’omonimo romanzo del mio idolo: Chuck Palahiunk.
Dunque, se volete prendete pure questa come una recensione del tutto parziale – o partigiana, che dir si voglia.
Come mi faceva giustamente notare la Signora Maria, i romanzi di Palahniuk non sono del tutto comici – sebbene divertenti – hanno sempre una traccia dominante di orrido e dramma. Eppure qui Clark Gregg, il regista nonchè sceneggiatore della pellicola, ha saputo cavare fuori da quelle pagine un notevole sense of humor, senza peraltro stravolgere la trama. Anzi! A parte il finale, posso dire con tranquillità che la pellicola non di discosta molto dal libro.
E poi, diciamocelo: sulla faccia di Sam Rockwell il personaggio di Victor Mancini ci sta benissimo. È perfetto per questo ruolo: si trova del tutto a suo agio nei panni del sessuomane sciamannato.
Come scrivevo già qui sul mio blog, 4 anni fa: gli ingredienti per fare di questo film un opera deliziosa e delirante ci sono tutti: dipendenza dal sesso, una madre truffatrice d’origine italiana, un amico onanista cronico che raccoglie sassi per tenere le mani impegnate, una dottoressa affascinante, decine di pressioni psicologiche, infanzia travagliata, cattolicesimo sotto forma di credenze popolane e grottesche, ecc.
Il cast femminile è di tutto rispetto. Attrici bravissime ma soprattutto carine: mi riferisco soprattutto alla bionda spogliarellista Cherry Daquiri (Gillian Jacobs) e alla mungitrice del parco a tema storico (Bijou Phillips). La co-protagonista – interepretata Kelly Macdonald – so che potrebbe piacere a molti uomini. Ma non al sottoscritto. Sarebbe perfetta per interpretare tutti i seguiti possibili ed immaginabili della serie della trentenne sfigatella racchietta “Bridget Jones”.
Angelica Houston è meravigliosa. Impareggiabile. Un attrice da premiare per ogni film in cui recita. Qui interpreta la mamma del protagonista, una ex truffatrice ormai ricoverata in una clinica per gravi problemi mentali.
Brad William Henke, invece, fa Denny, il migliore amico del protagonista: un omone che fa tenerezza. Sostianzialmente un bonaccione con problemi sessuali.
Se siete fan di Palahniuk dovete assolutamente guardare questo film.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Spartan dvd


2
mar 09

Frost/Nixon

Frost/Nixon

Frost/Nixon – Il duello
(Frost/Nixon)

di Ron Howard (Usa, 2008)
con Michael Sheen, Frank Langella,
Kevin Bacon, Rebecca Hall, Sam Rockwell,
Toby Jones, Gabriel Jarrett, Eve Curtis, Jason Ciok,
Andy Midler, Matthew MacFadyen, Jim Meskimen,
Kate Jennings Grant, Simone Kessell,  Paul Caroul

Pellicola molto bella che mi sento di consigliare a tutti. Racconta un pezzo della storia americana, anche se non dalla prospettiva principale. La storia di un uomo che è stato a capo del Mondo, un ex-presidente degli Stati Uniti d’America in esilio nel suo stesso stato, raccontata attraverso una lunga intervista rilasciata ad un giovane anchorman. Un uomo dall’ego smisurato che riesce a sfuggire alle sue responsabilità, nonostante le pressioni del paese intero, e che invece capitola di fronte all’occhio inclemente delle telecamere, sotto l’incalzare delle domande di un intervistatore da talk show.
Ho apprezzato particolarmente “Frost/Nixon” per come è recitato e perché racconta una storia vera che non conoscevo. La storia di come un giovane farfallone inglese, un personaggio televisivo di successo, sia riuscito ad intervistare uno degli uomini più controversi della storia americana moderna: Nixon, il responsabile morale del Watergate, il grande colpevole che nessuno era riuscito ad intervistare dopo le storica dimissioni.
Mi spiace che Frank Langella non abbia preso l’Oscar come migliore interprete. Nonostante sia un po’ troppo grasso per rappresentare lo smilzo Nixon, bisogna ammettere che ha fatto un lavoro immane per riuscire a renderlo al meglio. Basti vedere il modo in cui si ingobbisce, il modo in cui cammina trascinandosi un po’ e soprattutto il modo in cui saluta in pubblico, in cui muove le braccia e in cui fa il gesto della vittora (quello con indice ed anulare a formare una “V”).
Michael Sheen è molto bravo. Riesce a tener testa benissimo al suo co-protagonista che di sicuro ha più esperienza (non foss’altro per questioni anagrafiche). Credo che comunque, nell’impersonare un vero dandy cospompolita degli anni ’70, sia stato molto aiutato dal trucco, dalla pettinatura e dai vestiti che gli hanno fatto indossare. Vedi basettoni, acconciatura in stile Mal dei Primitives, giacche blu a doppio petto con 4 bottoni dorati, camicie dal collo alto e rigido, ecc.

Masters of the Universe film

Ottima prova anche per Kevin Bacon: questo qui non ne sbaglia una. Ricordate quanto era bravo in “Sleepers”? Beh, qui siamo agli stessi livelli – o quasi. Lo vediamo interpretare la parte del Colonnello Jack Brennan, ossia il braccio destro del presidente, un ex militare in congedo che segue, assiste e consiglia Nixon in tutto e per tutto. Ecco, diciamo che rappresenta un po’ quello che Smithers è per il Signor Burns dei Simpson (paragone della Signora Maria).
Molto valido anche il personaggio di James Reston Jr., sapientemente interpretato da Sam Rockwell. Un giovane idealista che aiuta David Frost a recuperare le trascrizioni di un dialogo che incastrerà Nixon di fronte alle sue azioni illecite.
Rebecca Hall ha una parte di supporto. Qualcosa di collaterale. Veste i panni di una giovane (e piacente?) ragazza che, sedotta dal fascino di Frost durante un viaggio aereo, finisce per stargli accanto per tutto il periodo della preparazione e della realizzazione dell’intervista. Appare meno carina di quanto non lo fosse in “Vicky Cristina Barcelona”. Quasi non la riconoscevo!
Non male nemmeno Oliver Platt. Ha un ruolo secondario, quello di Bob Zelnick: un giornalista dell’entourage di Frost, uno dei tre più stretti collaboratori che lo aiutano a preparare l’intervista.
Matthew Macfadyen interpreta John Burt, il produttore dell’intervista, una specie di ‘personaggio materasso’ che si occupa di preparare l’intervista e, allo stesso tempo, di fare da paciere tra le esuberanze di Frost e la dedizione al lavoro di Reston e Zelnick.
Toby Jones è il manager di Nixon, una specie di procuratore, una serpe viscida che gestisce la trattativa economica per l’accordo sull’intervista.
A parte la parentesi in cui Nixon fa un lungo monologo al telefono con il suo avversario, da cui si evince che quest’opera cinematografica è stata tratta da una pièce teatrale, direi che il film fila liscio – sebbene duri 122 minuti.

Molto avvincente il duello tra un uomo anziano ex-potente, ma ancora pieno di sé e il giovane artista rampante. Il colpo di coda finale di Frost si intuisce, non è una vera sopresa ma bisogna ammettere che è stato costruito ad arte.
Interessante anche notare come sceneggiatore (Peter Morgan) e regista (Ron Howard) abbiano voluto fermarsi sulla preparazione dell’intervista, sul backstage, su quello che c’è dietro, sulla difficoltà nell’organizzare, nel trovare i fondi e nel far trasmettere l’intervista da un grande network, una volta completata.
Se mi ci fermo a pensare, mi stupisco del fatto che un film così ben fatto sia stato partorito dalla stessa mente che ha portato sul grande schermo il romanzo “Il codice Da Vinci”.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.