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Shaft il detective

Shaft il detective
(Shaft)

di Gordon Parks (USA, 1971)
con Richard Roundtree, Moses Gunn,
Charles Cioffi, Christopher St. John, Gwenn Mitchell,
Victor Arnold, Lawrence Pressman, Sherri Brewer,
Margaret Warncke, Camille Yarbrough, Dominic Barto

Uno dei film più rappresentativi di quel filone cinematografico che va sotto il nome di Blaxploitation.
Richard Roundtree interpreta il fascinoso John Shaft: un detective nero (afroamericano, colored, negro – fate un po’ come vi pare) che conosce Harlem come fossero le sue tasche. È un duro con i basettoni, di quelli veri che vanno in giro armati, con il ferro nella fondina. Ama le donne – anzi, è venerato dalle donne – , è sostanzialmente un buono ma sorride poco, tiene sempre gli occhi aperti e cerca di starsene alla lontana dai guai. Il suo quieto vivere, comunque, va in crisi quando Bumby Jonas, il boss nero che controlla il giro di droga e le scommesse ad Harlem, gli chiede di cercare sua figlia Marcy, che è stata rapita. Il lavoro commissionato è un po’ una trappola, perché di mezzo c’è la Mafia italiana, ma Shaft non è un fesso, uno che si lascia abbindolare facilmente. Difatti, grazie ai buoni rapporti con la Polizia di New York, in particolar modo con il tenente Vic Androzzi, e all’aiuto delle Pantere Nere (suoi vecchi amici) il bel detective ruscirà a salvare capra e cavoli, rimettendoci un paio di fori nella pellaccia, ma uscendo dalla vicenda completamente pulito.
Particolarmente buffe le scene di sesso in cui il protagonita è sul serio “l’uomo che non deve chiedere mai”, l’adone nero ai cui piedi tutte le donne (di colore, ovviamente) cadono estasiate. Si tratta solo di un paio di occasioni, a dire il vero, ma fa davvero specie il modo in cui vengono inserite nel contesto (sembrano quasi estranee alla storia) e in cui esprimono picchi di machismo e maschilismo.
Voto globale al film: 6. Se siete amanti del funk delle origini e della cultura nera d’America, dovreste vederlo. Assolutamente.
La colonna sonora della pellicola è molto bella, ça va sans dire. In particolar modo il tema, scritto ed interpretato da Isaac Hayes con i Bar-Keys. Vinse addirittura un Premio Oscar quell’anno.
Nota: la storia è tratta da un romanzo di Ernest Tidyman intitolato “Shaft contro la mafia”.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

La prima linea

La prima linea

di Renato De Maria (Italia, 2009)
con Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno,
Dario Aita, Fabrizio Rongione, Michele Alhaique, Claudia Coli,
Jacopo Maria Bicocchi, Angelo Campolo, Francesca Cuttica,
Lucia Mascino, Anita Kravos, Marco Iermanò, Franco Demaestri

Mi spiace per De Maria ma questo film non entusiasma. Anzi, parlo per me: non mi ha entusiasmato.
“La prima linea” racconta in prima persona, attraverso le parole del protagonista (Sergio Segio), la storia dell’omonimo gruppo terrorista rosso. La formazione, gli inizi, la salita e la discesa di quel movimento giovanile di estrazione popolare che, tra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ’80, si è battuto in Italia per la rivendicazione dei diritti degli operai e dei lavoratori sfruttati in generale. La chiave di tutto il film è la presa di coscienza del protagonista, il senso di vacuità e di perdita del senso della lotta che investì ad un certo punto i militanti del movimento, ossia la disamina del momento in cui questi, dal rappresentare e farsi portavoce del malcontento della classe operaia, si trovarono isolati a combattere una guerra fine a se stessa, auto-costretti in una spirale di odio e violenza che praticamente aveva perso del tutto i tratti ideologici e idealisti dei primi anni.
Il racconto inizia con l’arresto del protagonista, con la sua dichiarazione di colpevolezza, la presa di coscienza davanti al pubblico e con il conseguente racconto di come andarono i fatti. Tutta la vicenda è un alternarsi di flash-back e flash-forward tra l’atto finale del movimento (la liberazione di alcune militanti del gruppo dal carcere di Rovigo – 3 Gennaio 1982) e il racconto dei primi anni, quelli della formazione del movimento e dell’innamoramento tra il protagonista e una compagna/combattente – tale Susanna Ronconi di Venezia.
Ok. Il film non è un capolavoro. Spesso mi ha annoiato. L’ho guardato a pezzi, in un continuo stop & go. Però devo ammettere che qualcosa di buono c’è.
Primo: Riccardo Scamarcio è migliorato notevolmente davanti alla macchina da presa. La recitazione drammatica inizia ad essere sul serio nelle sue corde. Questo è il suo personaggio migliore mai portato sul grande schermo. Forse anche meglio nel Nero in “Romanzo Criminale”, dove invece aveva avuto poche scene per esprimere il suo talento.
Secondo: Giovanna Mezzogiorno è meno isterica del solito. Grida in una sola occasione. Da non crederci. Anche in questo caso il suo personaggio, Susanna, è di una pesantezza quasi insostenibile ma è forse questo che le si chiedeva, questo che si pretendeva per l’interpretazione di una terrorista tosta ed intransigente.
Terzo: la bravura di tutti i comprimari. Attori giovanissimi: tra i 25 e i 35 anni. Recitano discretamente, possono andarne fieri, anche se i loro personaggi spesso non sono stati ritenuti degni nemmeno di ricevere un nome e un cognome.
Quarto: in tutta la storia ci ho trovato poca retorica. L’analisi del movimento, delle ragioni che spingevano quegli uomini (quei ragazzi) ad agire, a compiere della violenza inaudita, mi è sembrata lucida e soprattutto verosimile. Insomma, realistica, poco romanzata. E questo, alla luce di quanto la fiction italiana sia mediamente iper-farsesca, non è poco.
Voto globale per il film: 6 meno. Sufficienza risicata.

Nota: questa pellicola è liberamente ispirata al libro “Miccia corta” dello stesso Sergio Segio.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Un giorno

Un giorno
di David Nicholls
2010, Neri Pozza. Collana “Bloom”.
pagg. 487 – 18 Euro.
Titolo originale dell’opera: “One Day”.

Uno dei più bei romanzi che abbia mai letto. Davvero. Una storia d’amore semplice, normale, come tante altre, ma magistralmente raccontata.
1988. Due ragazzi inglesi: un lui e una lei. Emma Morley e Dexter Meyhew. S’incontrano a Edinburgo il giorno in cui lei si laurea e trascorrono la classica “one night stand”. Lei è una secchiona, intelligentissima, carina, colta, preparata e schiava del sarcasmo (stile Daria di Mtv); ha origini abbastanza umili, ama il teatro e nella vita vorrebbe scrivere, insomma fare la scrittrice di mestiere o giù di lì. Lui è un belloccio pieno di sé, ha qualche anno più di lei e coltiva un’acerba passione per la fotografia, ricco, brillante ma sciupafemmine, gentile e affascinante ma frivolo. Vive un po’ con la testa tra le nuvole. Piace e si piace: ogni donna che intercetta deve essere sua.
Em & Dex (adorano chiamarsi in questo modo) trascorrono la notte insieme. Iniziano ad amarsi. Forse non fanno nemmeno sesso ma perdono la testa l’uno per l’altra. Si studiano, si guardano, si coccolano, giocano, scherzano, si punzecchiano, sognano ad occhi aperti. Dopo un solo anno li troviamo già molto distanti: lei è a Londra a lavorare come capo-cameriera in uno squallido fast-food che serve piatti latino-americani, mentre lui è inviaggio, in giro per il mondo a concedersi una specie di lungo anno sabbatico prima di decidere cosa fare davvero della propria vita.
L’originalità del testo si deve in gran parte all’artificio retorico che l’autore usa per raccontare la storia di questo amore. Ogni capitolo narra quello che accade il 15 Luglio di ogni anno. Si parte il 15 Luglio del 1988 e si arriva ai giorni nostri, agli anni duemila. Sempre il 15 Luglio, un solo capitolo, un solo giorno per ogni anno. La prima volta che il lettore incontra i protagonisti questi sono giovanissimi, poco più che ventenni, hanno appena terminato gli studi e hanno addosso la voglia di divorare letteralmente il Mondo. Al momento del commiato li si ritrova adulti e molto più maturi, decisamente segnati dalle esperienze che hanno vissuto durante un periodo di tempo lungo quasi 20 anni.
Altro elemento che mi ha reso molto gradevole la lettura di questo libro è l’ampia gamma di sentimenti che l’autore riesce a farti provare. La loquela di Emma è molto divertente, il comportamento di Dexter a tratti è buffo, le loro vicende sono simpaticissime. Ma “Un giorno” tocca anche profondamente le corde del cuore: emoziona, in alcuni punti commuove senza essere mielosamente retorico, riesce persino ad essere molto triste.
Chi legge si appassiona alle vicendere dei personaggi, li sente vivi, reali e molto vicini. Un fattore che contribuisce molto al senso di vicinanza è l’età dei protagonisti e gli scenari in cui essi si muovono. Sullo sfondo di “Un giorno”c’è la Londra godereccia degli anni ’90, gli usi e i costumi dei giovani hip che affollavano il centro e le periferie più cool della capitale britannica. Ma non solo. Emma e Dexter sono solo due ragazzi. Due come noi. Due giovani laureati che cercano un posto nel mondo, che cercano un partner, qualcuno a cui voler bene e a cui affezionarsi, un amico-per-la-vita, due persone molto semplici che affrontano i tipici problemi di quella categoria anagrafica ormai definita come “giovani adulti”, come la ricerca di un alloggio, il lavoro definitivo da fare fino alla vecchiaia, l’età (e la persona) giusta con cui mettere al mondo un erede, ecc.
Libro più che consigliato a tutti quelli che almeno una volta nella vita hanno amato davvero.

La scheda di Bol.it e quella di Ibs.it.
Qui il sito ufficiale di David Nicholls.

Senza veli

Senza veli
(Tell-All)
di Chuck Palahniuk
Strade Blu – Dark, Mondadori, 2010
186 pagg. – 17,50 Euro.
Traduzione a cura di Matteo Colombo

Una gorvernante, tale Hazie Coogan, si prende cura in tutto e per tutto di Katherine Kenton, notissima diva del cinema e del teatro americano. Hazie cucina per Katie, la porta in giro, accudisce la sua casa, l’accompagna alle prove, la sorveglia da dietro le quinte durante gli spettacoli, le legge i copioni, l’aiuta a scegliere i ruoli da interpretare, ecc. Anche se – lei che è voce narrante – ci tiene a precisare che non è una governante, che il suolo ruolo è più importante di quello di dama di compagnia, di accompagnatrice, di donna di servizio o di maggiordomo. Hazie si preoccupa a tal punto di Katie da arrivare persino a decidere quali siano le persone migliori con cui la sua padrona (?) possa intrattenersi e quali possano essere gli uomini migliori con cui accompagnarsi. Il compito principale di Hazie è di proteggere Katie da tutto e da tutti, persino da se stessa. Ma, a quanto pare, non sempre le riesce.
“Senza Veli” è un romanzo costruito come fosse un piece teatrale (o un film), suddiviso in atti e raccontato spesso per scene, con voce narrante (la stessa Hazie) e minuziosa descrizione delle inquadrature, delle luci, ecc.
Avendoli letti tutti, posso permettermi di dire che questo non mi pare sia il miglior romanzo di Palahniuk, anche se merita comunque una lettura. “Senza veli” non stupisce, non strabilia – il finale lo si intuisce alquanto presto, quando ci si trova a metà della lettura – ma si rivela comunque una buona lettura. Onde evitare di confondervi, fate molta attenzione ai nomi dei personaggi descritti.
Nota stilistica: da apprezzare la ricerca effettuata dall’autore. Le pagine sono piene di neologismi come “wasbands” (ex mariti), mutuati da riviste del settore – vedi ad esempio “Variety” – e di namedropping, ossia durante il racconto vengono citati decine e decine di nomi di stelle che hanno reso famosa Hollywood nella prima metà del secolo scorso.

La scheda di Bol.it e quella di IBS.it.

Neppure un rigo in cronaca

Neppure un rigo in cronaca
di Gino & Michele (Gino Vignali e Michele Mozzati)
Feltrinelli – collana “Universale economica”, 2009
185 pagg. – 8 Euro

Il primo vero romanzo di Gino & Michele (storici fondatori dello Zelig cabaret, nonché curatori della celeberrima raccolta “Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano”) ha tutto l’aspetto di essere un’omaggio, un’accorata dedica a Milano. Infatti, sebbene sembri che la città faccia da sfondo al racconto, in realtà il tono nostalgico (ma non passatista) di chi nel capoluogo meneghino ci ha vissuto tutta la vita, rende protagonisti principali proprio i luoghi in cui si svolge l’azione – prima tra questi la Torre Velasca.
Attraverso lo sguardo di due ragazzini, due piccoli curiosoni che crescono e fanno le prime esperienze di vita in un quartiere popolare – uno dei tanti – nella Milano di fine anni ’50, Gino & Michele raccontano il goffo tentativo di cinque amici di mettere a segno un colpo multimilionario con il solo scopo di smascherare un tentativo di corruzione. Gli anni sono quelli del cosiddetto “Boom economico”, mentre l’humus della vicenda è quello della prima integrazione tra cittadini autoctoni e immigrati meridionali: un maestro elementare napoletano di nome Silvio, un barista dandy e sciupafemmine di nome Gilberto, un gelataio pugliese intriso di ideologia comunista di nome Defendente, un giornalista di cronaca di provincia di nome Claudio e uno scassinatore di casseforti siciliano, mago del biliardo, di nome Antonio, ordiscono una specie di rivalsa sociale, tramano cioè di rubare un consistente bottino, conservato in un appartamento della Torre Velasca e originariamente destinato ad essere una mazzetta.
Leggero, fresco e delizioso. Romanzo consigliato a tutti, anche a chi odia Milano.

La scheda di Bol.it e di IBS.it.

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)

Il Grande Elenco Telefonico della Terra e pianeti limitrofi (Giove escluso)
di Gianluca Neri

2010, BUR (Biblioteca Universale Rizzoli) – Collana 24/7

pagg. 291 – Euro 9.50

Romanzo di fantascienza molto buffo e divertente; l’ironia no-sense che lo contraddistingue è palesemente – e dichiaratamente – ispirata alla serie di romanzi di Douglas Adams, capeggiata da , di cui l’autore è grande fan.

2054. Un alieno arriva sulla Terra accompagnato da tutta la popolazione del suo pianeta d’origine. Sebbene il nostro mondo sia stato venduto a loro, qui ad attendere i nuovi padroni, pare non sia rimasto nessuno. L’unica cosa che i nuovi titolari alieni possono fare è telefonare al numero che hanno trovato su di un cartello gigante. Dunque, sperando di trovare un responsabile dell’agenzia immobiliare che ha venduto la Terra, uno di loro, una specie di alieno prescelto che parla la nostra lingua, telefona ma dall’altra parte della cornetta trova a risponderegli un incredulo ragazzo inglese del 2010. In altre parole l’alieno ha usato una cabina per fare una telefonata nel passato, una cosiddetta “Time Call”.
La storia inizia così e si dipana in maniera alquanto lineare, seppure ci siano dei salti temporali, mettendo in risalto tutte le contraddizioni del presente del ragazzo terrestre con lo strambo futuro vissuto, e soprattutto raccontato, brillantemente dall’alieno che ha effettuato la chiamata.
La cosa buffa è che leggendo il testo, e conoscendo l’autore di persona, è impossibile non identificarlo con il protagonista. Certo Gianluca Neri non è inglese ma, ad esempio, è un grande fan di Jessica Alba, esattamente come il tizio inglese che, quando alza la cornetta, si trova a conversare un alieno che chiama dal futuro.

Una curiosità: il romanzo è stato pubblicato su Facebook man mano che veniva scritto. O meglio: non tutti i capitoli sono disponibili online ma i primi sono stati pubblicati proprio dall’autore in corso d’opera, un po’ per sperimentare questa specie di pubblicazione, un po’ per puro spirito di condivisione, un po’ per ricevere feedback diretti ed immediati, un po’ per stimolare la curiosità dei suoi contatti – che poi, in effetti come nel mio caso, sono diventati lettori. È stato proprio così, infatti, che mi sono appassionato a questa storia. Diciamola tutta: forse il romanzo l’avrei acquistato ugualmente, perché Gianluca scrive cose interessanti, con i testi ci sa fare e poi ormai lo considero un amico ma, dopo aver iniziato a leggere, questo aspetto personale è passato decisamente in secondo piano. Non per nulla, appena completata la lettura, mi sono precipitato in libreria ad acquistare una seconda copia di questo romanzo che poi regalerò a mio nipote quindicenne. A proposito: questa è un’ottima lettura anche per ragazzi. Sono sicuro che anche chi ha meno di 20 anni ci mette pochissimo, due o tre pagine al massimo, ad appassionarsi ai due protagonisti di questa incredibile storia.
Consigliatissimo a tutti. Un must per quelli che .

La scheda di e di .

Pigmeo

Pigmeo

di Chuck Palahniuk

Mondadori, Strade Blu, 2009
238 pagg. – 17 Euro

Titolo originale: Pygmy.

Ennesimo romanzo di Chuck Palahiuk di cui è bello tutto, tranne il finale. Quest’autore – uno dei miei preferiti – evidentemente non è in grado di trovare una degna conclusione per i suoi meravigliosi racconti.
“Pigmeo” racconta di un ragazzino venuto dall’est del mondo (forse Cina o Corea – di certo non un paese arabo) per sterminare il popolo americano. Il giovane – tale agente numero 67 – va a vivere sotto mentite spoglie per alcune settimane presso una tipica famiglia americana (padre, madre, figlio adolescente, figlia adolescente) della tipica provincia americana. Quello che tutti chiamano “Pigmeo” (probabilmente a causa della sua statura) e che tutti credono essere povero e spaesato, in realtà è un perfido dissimulatore, una spia coltissima, un terrorista in piena regola dotato di precise nozioni di chimica, anatomia, storia, ecc., sapientemente addestrato alla violenza e iniettato d’odio verso l’Occidente (in generale) e il popolo americano (in particolare).

Pigmeo dovrebbe mettere in ginocchio la Nazione Americana intera, con l’aiuto di un nutrito gruppo di suoi connazionali coetanei – anch’essi giovani superspie – ma non tutto va secondo i suoi piani.
Gradevolissime le sue continue citazioni di frasi di celebri tiranni, dittatori o generali del passato.

Bisogna ammettere che ci sono due o tre colpi di scena che rendono la lettura molto avvincente. Così come va detto che lo stile narrativo è davvero originale. O meglio: ciò che è fuori dalla norma è il modo in cui il protagonista – la voce narrante – racconta le sue gesta e i ricordi. Il romanzo è diviso in 36 capitoli, ognuno dei quali è un dispaccio di tipo militare, narrato in terza persona con il linguaggio sgrammaticato tipico di uno straniero che non conosce perfettamente la lingua. Chissà come avrà fatto Matteo Colombo a tradurlo. Non dev’essere stato affatto semplice rendere in italiano un inglese confuso, sbagliato, rimescolato e pieno di perifrasi.

La scheda di e quella di .
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L'uomo che fissa le capre

L'uomo che fissa le capre

L’uomo che fissa le capre
(The Men Who Stare at Goats)

di Grant Heslov (Usa, 2009)
con George Clooney, Ewan McGregor,
Jeff Bridges, Kevin Spacey, Stephen Lang,
Robert Patrick, Waleed Zuaiter, Stephen Root,
Nick Offerman, Glenn Morshower, Tim Griffin, Rebecca Mader

Questo film non mi ha convinto poi tanto. Sì, certo, il cast è spettacolare ma la trama dov’è? La storia mi appare parecchio vacua, di poco valore. Spesso sembra che il racconto vada avanti per inerzia, senza che sotto ci sia un’idea solida, quasi come se fosse stato definito un punto di partenza ma lo sceneggiatore (o meglio chi ha scritto la storia) non abbia bene chiaro in testa dove voglia andare a parare.
Le due cose buone del film sono: la cialtroneria degli attori principali, il loro gigioneggiare in ruoli al limite dell’assurdo, sempre con quelle buffe espressioni sulla faccia, e l’idea di un corpo segretissimo di militari speciali dediti a sviluppare tecniche che fanno uso del cervello come strumento offensivo. Tra l’altro questi due aspetti in un certo senso coincidono, anzi in parte si accavallano: il primo è diretta causa del secondo. Eppure non funziona, non si può pretendere che questa buffa idea di raccontare le gesta di alcune spie fuori di testa sia così forte da reggere per tutti i 90 minuti del film. Insomma qualcos’altro intorno bisognava pur crearlo. E invece niente. Finisce la pellicola e ti rimane questa sensazione di vuoto, di incompletezza. Mah! Ammetto di essere rimasto alquanto deluso.
George Clooney è fuori discussione. Ci sta tutto nella parte che si è auto-assegnato (Clooney è anche uno dei produttori di questa pellicola). Come dire: guardarlo fare l’agente segreto in missione convintissimo dei suoi superpoteri mentali/paranormali è davvero molto spassoso.
A Jeff Bridges hanno assegnato un altro ruolo stralunato: qui fa la parte di un ufficiale che riesce a creare un corpo intriso di filosofia hippie all’interno dell’esercito americano. Gli hanno detto “facci ancora Lebowski” e lui ha eseguito. Niente di più semplice. Pare che la parte dello sconclusionato gli riesca meglio di qualunque altra.
Ewan McGregor è bravissimo ma sprecato per questo ruolo. Peccato. Potevano prendere un altro giovinastro a fare la parte del giornalista che, mollato dalla giovane moglie, si mette in testa di fare l’eroe andando al fronte come inviato di guerra. L’avrebbero pagato anche molto meno. Il suo ruolo sarebbe quello del protagonista, della voce narrante, in teoria. In pratica gli altri personaggi gli rubano la scena, poiché hanno storie di gran lunga più interessanti.
A Kevin Spacey hanno assegnato il ruolo dello stronzo, del guastafeste che rosica per i successi altrui. Un cattivo il cui profilo, però, non è stato approfondito più di tanto. Dunque occasione sprecata: di certo avrebbe potuto regalare allo spettatore grosse perle.
Ottima performance anche per Stephen Lang: riesce a rendere il suo Generale Hopgood estremamente buffo.
Voto: 6. Questa commedia si merita la sufficienza in quanto riesce a strappare qualche sorriso ma lo sceneggiatore e il regista potevano impegnarsi maggiormente.
Nota: non avendolo letto, non mi esprimo sul romanzo da cui il film è tratto: “Capre di Guerra” di Jon Ronson (edizioni Arcana).

Qui trovate il trailer italiano.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e di MyMovies.it.

Guida galattica per autostoppisti

Guida Galattica per Autostoppisti

Guida galattica per autostoppisti
di Douglas Adams

I edizione Piccola Biblioteca Oscar giugno 1999
Mondadori – 213 pagg. – 8,80 Euro

© 1980 Completely Unexpected Production Limited
© 1996 Arnoldo Mondadori Editore

Mi pento di aver letto questo romanzo solo ora. Sono anni che lo vedo citato a destra e a manca in rete.
L’ho trovato molto divertente e bizzarro. Sì, bizzarro è la parola adatta.

Quel che più mi è piaciuto è il modo in cui l’autore apre delle parentesi, dei piccoli racconti nel racconto, completamente fini a se stessi. Sono sicuro che Adams si sia divertito un sacco a creare quei mondi di fantasia completamente no sense.
La storia è quella di due amici, Arthur Dent e Ford Prefect, l’uno terrestre e l’altro alieno, che riescono a fuggire dalla Terra giusto pochi attimi prima che questa venga distrutta. Inizia così un viaggio intergalattico di cui non si può minimamente immaginare la fine, un percorso costellato da decine di personaggi, luoghi, nomi, oggetti e situazioni completamente fuori di testa.
Mi ha divertito molto scoprire un sacco di citazioni.
1. Babelfish, il noto servizio di traduzione online, trae il suo nome da un pesce citato in questo romanzo. Un piccolo pesce giallo che, posto all’interno del padiglione auricolare, permette all’umano che lo indossa di capire qualsiasi lingua.
2. Il noto brano dei Radiohead “Paranoid Android”, contenuto nell’album “Ok Computer” (1997), prende il nome da un appellativo con cui viene indicato un personaggio: Marvin il robot depresso.
3. Matt Groening per il personaggio di Zap Brannigan (del cartone Futurama) si è ispirato al capitano Zaphod Beeblebrox.
4. Nel capitolo 32 viene citata una delle frasi più note del brano “Blowing in the Wind” di Bob Dylan.

Romanzo più che consigliato. Libro per tutte le età. E se ve lo dice uno che snobba altamente tutta la cultura sci-fi, direi che potete fidarvi.
Mi sa che presto leggerò gli altri libri della stessa saga.

Nota: ho pagato questo libro solo 7,48 Euro perché l’ho preso nel supermarket del centro commerciale del mio paese. Un inutile sconto del 15%. Solo un euro e 40 centesimi in meno. Ma volete mettere la soddisfazione?!

La scheda di Bol.it e quella di IBS.it.

Sono io che me ne vado

Sono Io Che Me Ne Vado

Sono io che me ne vado
di Violetta Bellocchio

Mondadori Strade Blu – pagg. 352 – 18 Euro

Questo è il primo romanzo di Violetta Bellocchio. Non saprei come definirla: giornalista, scrittrice, blogger? Fate voi. Non importa. Quello che conta qui è l’opera. Un’opera prima decisamente valida.
“Sono io che me ne vado” racconta di una ragazza, una ventinovenne un po’ sopra le righe – ma neanche tanto, se vogliamo. Una ragazza che si fa chiamare “Layla” decide di andare a vivere in Versilia, da sola. Chi ha avuto modo di conoscerla sa che non è una che si possa definire proprio socievole. Una volta arrivata lì si mette in testa di aprire un bed & breakfast. E ci riesce, grazie anche all’aiuto di un ragazzo, Sean: una specie di mormone con i capelli rossi dalle strane origini, taciturno e strampalato. Un duo davvero fuori dal comune che riesce a condire le pagine di gradevolissimi dialoghi.
Non vorrei svelare molto ma sappiate che si tratta sostanzialmente di un testo d’Amore. Con la A maiuscola. E di abnegazione. Per altro senza che, nelle oltre 300 pagine, ci sia nemmeno una storia di sesso, romanticherie, un bacio o parole sdolcinate.
Ho particolarmente apprezzato il capitolo dedicato al racconto del modo in cui Layla, la protagonista, si diverte a spezzare il cuore agli uomini che incontra.
Da notare pure l’esplicito riferimento alla bibliografia di Chuck Palahiunk nel nomignolo che la protagonista dà al suo compare: “Diurno”.
Vi riporto la magnifica frase presente sul frontespizio: «Se permetti agli altri di trattarti da vittima, forse avrai la vita più facile ma non ti libererai mai della loro compassione».

Ottima lettura. Consigliata a chi è stufo di leggere le solite cose.

Il sito ufficiale del libro.
La scheda di Bol.it e quella di Ibs.it.