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2
feb 12

Millennium – Uomini che odiano le donne

Millennium - Uomini che odiano le donne

Millennium – Uomini che odiano le donne
(The Girl with the Dragon Tattoo)

di David Fincher (USA, 2011)
con Rooney Mara, Daniel Craig, Robin Wright, Steven Berkoff,
Christopher Plummer, Stellan Skarsgård, Joely Richardson,
Yorick van Wageningen, Geraldine James, Goran Visnjic,
Donald Sumpter, Tony Way, Ulf Friberg, Per Myrberg

Uno dei migliori thriller degli ultimi anni. Da vedere assolutamente. Qui il trailer italiano.
Non importa che abbiate letto o meno il romanzo omonimo di Stieg Larsson da cui è tratto o che abbiate visto o meno la precedente trilogia cinematografica svedese.
David Fincher ha fatto un ottimo lavoro, anche se mi pare di capire, appunto, che la base da cui partiva (la storia originale e lo script) fosse già ottima. Millenium è un film affascinante sin dai titoli di testa, che sembrano un videoclip di ottima fattura.
Grande è la sapienza nel costruire i personaggi, pian piano, gradualmente; su di loro scopriamo molte cose eppure chi racconta non svela tutto e subito.
La pellicola è molto lunga (160 minuti circa) ma non annoia affatto, tanto sono avvincenti le vicende (scusate il bisticcio di parole).
Della trama non svelo molto. Sappiate che il protagonista maschile (Mikael Blomkvist) è un giornalista svedese che, dopo essere stato condannato per diffamazione a mezzo stampa, accetta l’incarico di svelare il mistero dietro la scomparsa di una giovane donna, avvenuta circa 40 anni prima nel gelido nord del Paese. Il committente è Henrik Vanger: un vecchio signore molto ricco, il patriarca di una potente famiglia svedese, ex magnate dell’industria nazionale, nonché zio della ragazza scomparsa. Per convincerlo ad accettare il caso, l’anzianissimo Vanger offre a Blomkvist tanto denaro, un posto in cui fuggire dai riflettori dopo la sconfitta professionale e la testa del tizio che ha l’fatto condannare (il potente presidente di una grande società).
La protagonista femminile invece è Lisbeth Salander: una giovane smunta e tatuatissima – una specie di eroina punk decadente – che di mestiere fa l’hacker e che proprio sul giornalista in questione ha compiuto le sue ultime approfonditissime ricerche. Non c’è neanche bisogno di dirlo: questa tipetta è una sociopatica che ce l’ha a morte con gli uomini. Ciò nonostante però, accetterà di aiutare Mikael nella sua indagine. Stop. Andate a vedere il film e godetevelo.
Aggiungo solo che Craig ha la solita faccia da capomastro teutonico. Perfetto dunque per un ruolo da macho scandinavo. Sarà stato scelto per questo? Comunque nei panni di un giornalista io avrei qualche ceffo meno rude e più intellettualoide, insomma alla cui vista non ti venga in mente un tondino o una sparachiodi. Rooney Mara nei panni di Lisbeth è favolosa. Grande scelta di cast. Tra l’altro è anche bellina ma lo si scopre solo in coda, quando abbandona per un attimo il look da tetra sopravvissuta.
Al gigante Christopher Plummer l’onore di interpretare il grande vecchio patriarca. “Gigante” nel senso di mostro di recitazione.
Joely Richardson l’ho trovata enigmatica e distaccata, bella sì ma non particolarmente affascinante.
Robin Wright bah. Come sempre.
Steven Berkoff veste i panni del consigliere di Henrik Vanger.
Il croato Goran Visnjic è un volto che inizia a sbucarmi spesso davanti. Recentemente l’ho visto recitare anche nella serie tv “Pan Am”. Qui dà il volto al titolare dell’agenzia investigativa che ingaggia la protagonista per le ricerche approfondite nei meandri delle vite digitali delle persone.
Mi hanno detto che il film è stato sul serio girato in Svezia, ossia all’incirca lì dove è ambientato. Io ci credo, dal momento che ho visto dei paesaggi davvero affascinanti; mi riferisco sia ai boschi e ai paesaggi innevati dell’isola di Hedestad, che agli scorci delle città ipermoderne (Londra e Stoccolma).
Brano musicale più buffo della pellicola: “Orinoco Flow” di Enya. Ma non vi dico in che momento viene suonato.
Voto globale alla pellicola: 8. Non perdetelo.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Un ringraziamento particolare a Fusion Digital che mi ha invitato al TweetUp con anteprima.
Il film arriverà nelle sale italiane solo domani, venerdì 3 febbraio 2012.


2
dic 11

Dannazione

Dannazione 

di Chuck Palahniuk
Mondadori, Strade Blu – Dark
250 pagg. – 17,50 Euro

Immaginate una fusione tra l’inferno dantesco e il Mago di Oz. Qui la Dorothy della situazione si chiama Madison Spencer ed è morta. La voce narrante, nonché protagonista del romanzo, è una ragazzina in età prepuberale molto colta e sagace, oltre che cinica. Si trova all’inferno perché è morta (ovviamente) anche se inizialmente non si capisce precisamente cosa abbia fatto per meritarsi la dannazione eterna. Di lei sappiamo però che ha due genitori molto famosi, due vip appartenenti al mondo dello showbiz.
Non voglio svelarvi molto perché questo libro è davvero fantastico e va scoperto pagina dopo pagina, ma lasciatemi elogiare l’approfondita ricerca che l’autore ha compiuto sui miti del passato legati ai demoni e alla rappresentazione dell’inferno. Scandagliando l’immaginario dei nostri avi, le diverse culture delle varie zone del mondo, le religioni monoteiste e politeiste dalle origini dell’apparizione dell’uomo sulla Terra ad oggi, Palahiunk è riuscito a tracciare un quadro dell’Inferno molto vario, non del tutto attinente all’interpretazione offerta dal Cristianesimo. A dirla tutta, forse in alcuni passaggi la descrizione degli inferi è un po’ troppo da “macchietta”, grottesca e infantile. Ma, d’altronde, la protagonista ha meno di 13 anni ed è lei a raccontare.
Questa volta persino il finale è degno di plauso. Mi spiego: io adoro Palaniuk, credo che sia un grande raccontastorie, che scriva benissimo, ma solitamente “cicca” i finali. Cioè il più delle volte crea delle opere straordinarie che però terminano in modo banale e/o deludente. Questa volta no. La storia di “Dannazione” si evolve in maniera stupenda, tutto fila liscio e in coda troviamo anche un bel “coup de teatre”. Non aggiungo altro.
Consigliatissimo a tutti quelli che già apprezzano lo stile Palahniuk.

La scheda di Bol.it e quella di IBS.it.


31
ott 11

Milano Calibro 9

Milano Calibro 9

di Fernando Di Leo (Italia, 1972)
con Gastone Moschin, Barbara Bouchet,
Mario Adorf, Philippe Leroy, Ivo Garrani, Lionel Stander,
Frank Wolff, Luigi Pistilli, Mario Novelli, Ernesto Colli

Questo è di certo uno dei più noti film del genere che viene abitualmente definito “Poliziottesco”, ossia quella specie di polizieschi all’italiana, anche categorizzati come “B movies”, molto diffusi negli anni ’70.
Fernando Di Leo è considerato uno dei migliori esponenti di questo filone e questo film lo conferma. Devo essere sincero: non mi aspettavo un prodotto di questa fattura. La sua visione mi ha stupito: ho riscontrato una trama tutt’altro che banale, tecnica registica abbastanza innovativa (per quegli anni) e recitazione di primo livello.
Nota: questo film è stato tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Scerbanenco.
La trama. Un malavitoso abbastanza noto nel giro milanese, tale Ugo Piazza, torna in libertà dopo essere stato in carcere per circa 3 anni. Non appena mette piede fuori da San Vittore, viene raggiunto dagli scagnozzi dell’Americano (un vecchio ganster italo-americano magnificamente interpretato da Lionel Stander), che gli intimano di rivelare il posto dove ha nascosto il generoso bottino di un colpo non andato a buon fine. Il denaro (300.000 Dollari da riciclare) è stato sottratto tre anni prima proprio all’Americano durante uno scambio tra alcuni corrieri. Il vecchio boss pensa che i soldi siano stati occultati da Ugo Piazza ma questi si dichiara più volte innocente e si dimostra comunque reticente a svelare il luogo dove sarebbe nascosto il malloppo, nonostante minacce e ripetute occasioni di violenza fisica. Per non perderlo di vista, comunque, l’Americano decide di riprendere Piazza nella sua banda, mettendogli a fianco altri suoi scagnozzi, come il gretto siciliano Rocco, a fargli da “angeli custodi”. Nel frattempo Piazza riallaccia i rapporti con Nelly, la sua biondissima vecchia ex che si esibisce come ballerina in un nightclub e con l’amico Chino, un killer professionista affiliato ad un’altra banda, un tempo gestita da Zio Vincenzo (Ivo Garrani), un vecchio padrino siciliano ormai cieco.
Non svelo altro per non rovinare la sorpresa – anche se non so che senso abbia evitare lo spoiler per una pellicola che ha ormai quasi 40 anni. Sappiate solo che il finale è alquanto originale e sorprende un po’. Non è impossibile capire come andranno a finire le cose, ma non si tratta nemmeno di un epilogo del tutto scontato.
Gastone Moschin è bravissimo – questo mi pare logico, non sono io a doverlo ribadire. Mi chiedo però se fosse davvero la scelta migliore per questo tipo di personaggio. Mi spiego: Ugo Piazza è un duro, uno furbo, taciturno, leale ma spietato. Un uomo col cuore tenero nei confronti delle persone che stima, ama e rispetta, ma che non si tira indietro quando c’è da sparare o accoltellare uno che se lo merita. Ecco, Moschin non ce l’ha la faccia da duro. Non ce l’ha mai avuta. Quella pelata regolare, quegli occhi chiari, non sono tratti da aspro malavitoso. Per di più quando ha girato questo film aveva già 43 anni. Un bel po’ di rughe e una certa pancetta sono ulteriori elementi che mettono in crisi la figura del gangster protagonista della Milano violenta.
Barbara Bouchet è semplicemente splendida: non solo ultra-bellissima, affascinante, giovanissima e molto dolce, ma anche decisamente brava nel ruolo della bellona che serba devozione nei confronti dell’uomo che le ha rubato il cuore.
Una delle scene più belle (e famose) del film è quella in cui Piazza torna nel night dove era cliente abituale e trova la sua ex che balla tra i tavoli.
Mario Adorf è quasi da macchietta nei panni del violento, stupido e sbruffone Rocco.
Philippe Noiret, sempre alto, molto magro e già stempiatissimo, interpreta Chino, questo giovanottone inflessibile e spietato, esile ma grande picchiattore, assassino scaltro e freddo ma anche grande uomo d’onore, pronto ad aiutare un amico fraterno in difficoltà.
Frank Wolff è il sanguigno commissario capo: un poliziotto vecchia scuola, tutta forza e linguaggio truce; la sua figura si contrappone al giovane, moderno e democratico vicecommissario Mercuri (interpretato da Luigi Pistilli) in una dialettica che serve a far emergere una certa critica sulla gestione dell’0rdine pubblico da parte delle forze dell’ordine durante il buio periodo degli anni di piombo e della contestazione giovanile.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


6
set 11

Il mondo prima che arrivassi tu

Il mondo prima che arrivassi tu

di Giulia Blasi
2010, Mondadori, collana “Shout”
16 Euro, pagg. 264

Irene è una ragazza di diciassette anni circa che vive in provincia, in campagna, vicino un paesino di montagna (forse sull’appennino). Ama molto leggere, va in bici e frequenta la scuola del paese. Non pare essere interessata granché all’altro sesso. La sua migliore amica è Mira, una tipa molto tosta e originale, piccola ma decisa, determinata, una tosta che suona la chitarra e non lesina frasi pregne di sarcasmo. Irene stravede per Mira, la stima tantissimo e le vuole un sacco di bene. Le due vanno a scuola insieme (gran parte dell’azione si svolge tra l’altro sull’autobus che porta i ragazzi a scuola in paese), passano le giornate insieme, sono amiche da una vita. Un giorno però entrambe s’innamorano dello stesso ragazzo: Davide, un calciatore della squadra locale molto carino, un tipo che fino ad allora avevano sempre ignorato. O quasi.
Tutto ha inizio un giorno quando Irene interviene in difesa di un ragazzo vittima di bullismo. Il bel gesto impressionerà Davide intorno a cui però ha già iniziato a ronzare Mira. Il fatto che la sua migliore amica e il ragazzo di cui si è invaghita inizino a suonare nella stessa band di cover punk-rock, inoltre, non migliora le cose. A dirla tutta, questa è la fine di un’amicizia storica e forse il principio dell’età adulta.
Questo romanzo mi è piaciuto molto. L’ho trovato gradevolissimo. Sulla carta sarebbe editoria per teenager ma, a mio modesto parere, va bene anche per i giovani adulti, cioè per quei peter pan che pare non vogliano proprio crescere. Sarà per questo che l’ho trovato interessante?
Unica pecca: è scritto molto bene ma le espressioni, i termini, i ragionamenti della protagonista (che è anche voce narrante) non sono quelli di una minorenne. Tutt’altro. La prosa è proprio quella di una persona che ha superato la trentina – si vedano i vari e costanti riferimenti alla cultura pop. Comunque mi preme precisare che questo non è un grave problema; meglio uno libro per teenager scritto bene con lessico da adulto che uno scritto male e sgrammaticato uscito dalla penna di un ragazzo senza esperienza.
Nota: ogni capitolo ha per titolo una frase estrapolata da un brano di musica indie-rock italiano.

La scheda di BOL.it e quella di IBS.it.


21
lug 11

MASH

M*A*S*H
di Robert Altman (USA, 1970)
con Elliott Gould, Donald Sutherland, Tom Skerritt,
Sally Kellerman, Robert Duvall, Roger Bowen, Rene Auberjonois,
David Arkin, Jo Ann Pflug, John Schuck, Carl Gottlieb,
Bobby Troup, Gary Burghoff, Michael Murphy, Indus Arthur,
Tamara Wilcox-Smith, Danny Goldman, George Wood, Corey Fischer

Tanto di cappello a Robert Altman per aver fatto dell’ironia su una cosa seria come la guerra. Guerra di Corea, per la precisione.
Per farla breve: con il termine MASH (Mobile Army Surgery Hospital) si identifica una divisione medica dell’esercito americano, o meglio un accampamento attrezzato come ospedale per intervenire chirurgicamente sui feriti di guerra direttamente nelle zone dove si combatte.
I protagonisti del film sono una serie di medici militari con un forte spirito goliardico. Attenzione perché si tratta di un gruppo di cazzoni che ha sempre voglia di ridere e scherzare – certo – che evita la serietà come filosofia di vita – anche – ma che è formato da grandi professionisti, dai migliori medici militari su piazza. Come a dire “questi si possono permettere di fare gli scemi solo perché sono degli assi del bisturi”. Fossero stati dei cialtroni incompetenti, chirurghi buoni solo a mettere a rischio la vita dei commilitoni mentre sono sotto i ferri, un film così non l’avrebbero fatto. Ridere sulla vita dei militari? Ma quando mai!
L’ironia sui feriti e sulle vittime, insomma, c’è ma è quasi nascosta, viene accennata ma non si vede, diciamo piuttosto che Altman sorvola. Il tempo per apprezzare una battutina sul cappellano, che farebbe meglio a dare una mano in sala operatoria, piuttosto che prodigarsi nel dare l’estrema unzione ai morti, è poco. Gli scherzi e le buffonate si concentrano dunque tutte sulla tensione sessuale tra medici e infermiere, sullo sport (football e golf), sulle gerarchie, sugli usi e i costumi della vita da campo, tenendo sempre presente che l’unico e solo obiettivo da prendere a pesci in faccia è la disciplina militare e l’estremo rigore di chi è costretto a indossare la divisa.
Siamo delle parti della commedia zozza, insomma, ambientata tra medici e militari ma niente a che vedere con i nostri titoli culto come “La soldatessa alle grandi manovre”. Non possiamo neanche parlare di commedia erotica strettamente intesa, in quanto questa, essendo una produzione americana, non prevede la presenza di nudi di donna. Sì beh, certo: qualche vicenda a tema sesso c’è, uno scherzo sotto la doccia viene anche realizzato, ma sullo schermo non passano mai immagini che possano minimamente turbare lo spettatore statunitense (non sia mai!).
Elliott Gould e Donald Sutherland sono perfetti per questo ruolo. Li adoro. Interpretano due chirurghi ufficiali, rispettivamente: il Capitano Benjamin Franklin Pierce, detto “Hawkeye”, e il Capitano John Francise McIntyre, detto “Trapper”. Il primo si fece crescere dei baffi/basette tipo favoriti mentre il secondo se ne sta per tutto il tempo sulla scena con un paio di occhialini alla John Lennon sul naso, il camicione militare fuori dai pantaloni e un cappello da marinaio (verde mimetico) calato su una capigliatura in puro stile frichettone. Due facce da schiaffi così non le avevo mai viste in una commedia americana. Eccellenti.
A completare il terzetto, poi, c’è anche Tom Skerritt nei panni del bel medico, giovane seduttore dal grande charme.
Jo Ann Pflug porta in dote un dolce faccino di cui ogni militare s’innamora (compreso). Il suo soprannome nell’edizione italiana è “Bocconcino”.
A Sally Kellerman hanno afficato, invece, il ruolo della capo-infermiera procace (ovviamente bionda), ma tutta d’un pezzo (apparentemente), ossia una tipa che sembra timorata di Dio, irreprensibile e ligia al dovere ma che durante la notte si ammucchia con gli ufficiali come tutte le altre.
Robert Duvall fa il bigottissimo Maggiore Frank Burns, un tipo che finirà per abbandonare il fronte ed essere rispedito a casa, perché sospettato di insanità mentale, dopo una lite proprio col capitano “Falco/HawkEye”.
Il film, sceneggiato da Ring Lardner Junior, è basato sull’omonimo romanzo di Richard Hooker. Un paio di anni dopo l’arrivo di questa pellicola nelle sale cinematografiche, la tv americana decise di farne anche una serie che durò la bellezza di 11 stagioni (dal 1972 al 1983). Noi italiani, però, sul piccolo schermo l’abbiamo vista un po’ più tardi – diciamo verso la fine degli anni ’80 (reti Mediaset).

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


4
lug 11

La bambina che raccontava i film

La bambina che raccontava i film

di Hernàn Rivera Letelier
2011, Strade Blu Mondadori
17 Euro, 110 pagg.

Titolo originale: “La Contadora de peliculas”.
Messico, anni ’60. Villaggio di minatori di salnitro. Una famiglia è così povera da non potersi permettere di andare al cinema. Con i risparmi che riesce a mettere insieme faticosamente il capofamiglia (un ex operaio paralizzato su di una poltrona a rotelle che vive con una misera pensione) può permettersi di mandare in sala solo una persona, un solo membro della famiglia. Dopo una specie di concorso interno, la scelta cade su Maria Margarita, una piccola ragazzina – anzi una bambina – il cui compito delicatissimo è quello di recarsi al cinema, guardare attentamente tutto quello che viene narrato, tornare a casa e raccontarlo ai restanti componenti del suo nucleo famigliare (un padre e quattro fratelli, tutti maschi). Vorrei dirvi cosa è successo alla madre di questi ragazzi ma vi lascio con la curiosità. La notizia sarà più godibile, se lo scoprirete da soli.
“La bambina che raccontava i film” è una storia di sogni infranti e di vite spezzate. Un romanzo breve raccontato splendidamente attraverso gli occhi di una piccola sognatrice, una vera e propria “storyteller” in età scolare che diventa quasi un’attrice in erba nel momento in cui prende gusto nell’essere una cantastorie, una vera e propria narratrice di professione, non solo per la sua famiglia, ma addirittura per l’intero villaggio (ivi definito “Officina”). Pagine dense di sofferenza e di tristezza, di povertà assoluta e di spirito di sopravvivenza, di esperienze amare e di arte di arrangiarsi.
La voce narrante è quella della piccola protagonista che, ve lo anticipo, ad un certo punto della storia inizia a farsi chiamare “Fata Delcine”. Il linguaggio adottato da Rivera Leterlier è molto semplice ma efficace. Schietto, senza fronzoli, né giri di parole, va dritto al punto. Lo splendore sta tutto nel modo in cui attraverso le frasi dette (e i pensieri fatti) dalla piccola MM, l’autore riesca a far trasparire allo stesso tempo la gioia di vivere, lo stupore per la scoperta del mondo e il peso di un’esistenza difficile e sfortunata.
Da leggere assolitamente. Per bambine e bambini di tutte le età.

Nota: questo libro sarà anche molto bello ma 17 Euro per un romanzetto che si legge in meno di 2 ore sono uno sproposito.

La scheda di Bol.it e quella di Ibs.it.


17
mag 11

Minority Report

Minority Report

di Steven Spielberg (USA, 2002)
con Tom Cruise, Max von Sydow, Colin Farrell,
Neal McDonough, Steve Harris, Samantha Morton,
Tim Blake Nelson, Lois Smith, Peter Stormare, Kathryn Morris,
Jessica Capshaw, Patrick Kilpatrick, Anna Maria Horsford,
Erica Ford, Michael Dickman, Ann Ryerson, Mike Binder

Dopo un bel po’ di anni ho ri-visto questo film perché – lo ammetto – non ricordavo praticamente nulla.
La trama è nota per cui la riassumo molto velocemente. In un futuro non lontanissimo una divisione della polizia di Washington si occupa di arrestare alcuni criminali ancor prima che compiano un delitto. Questo progetto di “pre-crimine”, basato sulle previsioni di tre sensitivi noti come “precog”, pare funzionare alla perfezione, tanto da essere sul punto di essere diffuso su tutto il territorio degli Stati Uniti D’America. Gli intoppi nascono nel momento in cui lo stesso capo esecutivo del progetto, l’agente John Anderton, viene indicato dal sistema come probabile assassino. Come se non bastasse, nei giorni in cui si verifica questo bizzarro incidente di percorso, l’investigatore federale Ed Witwer fa visita agli uffici della pre-crimine al fine di verificare il corretto funzionamento della stessa e segnalare eventuali anomalie.
Ok, l’idea è buona, ottima anzi. Estremamente originale. Non per nulla è tratta da un romanzo di Philip K. Dick. Dunque il merito non può essere attribuito a chi ha adattato il soggetto e/o agli sceneggiatori, che comunque – va detto – hanno fatto un lavoro più che valido. Ciò che non quadra (al solito) è il modo in cui viene rappresentato il futuro. Ad esempio i computer e la tecnologia: ma come, hai un cervellone centrale interfacciato con la mente umana, controllato attraverso il movimento delle mani davanti ad un gigante schermo a proiezione e non tutti i terminali sono collegati tra loro attraverso una rete? Niente: la rete interna degli uffici della pre-crimine pare non esistere. Non è connessa wireless, né via via cavo. Per portare un file da un pc all’altro gli impiegati usano delle tavolette in plexiglas trasparente. Ridicolo. Nel 2002 non riuscivano a immaginare la condivisione di file tra due pc via rete locale. Bah. Roba da non crederci.
Altra cosa che mi ha dato particolarmente fastidio: perché commistionare la fantascienza con la metafisica? Perché ricorrere alle doti sovrannaturali (e quasi magico/mistiche) di tre speciali esseri umani (i precog) per spiegare la previsione di un delitto? Certo, questa è una critica all’idea di base del romanzo di Dick ma concedetemela ugualmente. Un plot basato esclusivamente su fantascienza pura, ossia su principi pur sempre di fantasia, ma frutto dell’estrapolazione di concetti di fisica e matematica, sarebbe stato molto meglio – almeno dal mio personalissimo punto di vista.
Nota positiva: il futuristico sistema di trasporti cittadino, basato su veicoli dalle linee morbidissime che paiono quasi fluttuare su strade che si stendono su 3 dimensioni (anziché solo su piani orizzontali). Davvero geniale.
Ma parliamo di recitazione. Questo è uno dei pochi film in cui Tom Cruise recita molto bene. Nel novero delle sue pellicole meglio riuscite metterei giusto questa, Magnolia e un paio di altri film al massimo.
Colin Farrell mi ha stupito. Non è mai stato il mio attore preferito. Anzi. Eppure questa volta mi è sembrato perfettamente nella parte. Interpreta un serioso agente governativo mandato alla pre-crimine per controllare con esattezza il funzionamento della macchina burocratica/investigativa che previene i reati di violenza. Incredibile: all’epoca aveva solo 26 anni eppure recitava già come un attore navigato. Davvero bravo.
Max von Sydow è un attorone – non c’è bisogno che lo dica io. Gigantesco. Credibilissimo nella parte del funzionario anziano a capo della divisione pre-crimine. Tra l’altro per l’edizione italiana hanno scelto un doppiatore con un vocione profondissimo che rende il personaggio ancora più intenso.
Buona prova anche per Samantha Morton (nel ruolo della precog Agatha), Kathryn Morris (in quello della moglie del protagonista) e Lois Smith (in quello della scienziata genetista che contribuì alla costruzione del sistema di gestione del pre-crimine, sfruttando le premonizioni dei precog).
Questa volta il voto alla pellicola non lo metto. Non è sempre necessario. Vi basti sapere che la storia è quella di un grande scrittore di fantascienza (uno dei più grandi), che dietro la macchina da presa c’è un regista come Spielberg e che davanti c’è il cast che vi ho citato poco più su. Ne viene fuori un gradevole pastiche sci-fi di matrice filosofica rimpinguato di azione mozzafiato e decorato con estetica futuristica filo-hi-tech.
La domanda che il film ha intenzione di inculcare nello spetattore è: fino a che punto ci si può spingere nella lotta al crimine? Il diritto alla sicurezza di un cittadino confina sempre con la libertà di un altro§; dove inizia l’uno finisce l’altra. E viceversa. Morale: attenzione perché dove c’è di mezzo l’uomo e il suo libero arbitrio è praticamente impossibile prevenire cosa può accadere.

Qui il trailer italiano. Paragonatelo pure con quello originale americano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


7
apr 11

Una vita in più

Una vita in più

di Antonella Boralevi
2010, Rizzoli
18 Euro, 301 pagg.

Ho cercato di leggere questo romanzo senza pregiudizi, cioè senza pensare per tutto il tempo che si trattasse di un libro per “donnette”. Scusate il termine. So che può suonare offensivo – e infatti credo che lo sia – ma d’altronde si tratta di un pregiudizio. Ma lo dico sinceramente: non so se sono riuscito a non farmi condizionare dall’immagine che avevo (che ho) dell’autrice. Non si tratta di odio o disprezzo nei confronti della Boralevi. La conosco anche poco per farmi un’idea precisa su di lei ma, semplicemente, non è tra i miei autori di riferimento. Non mi incuriosisce, non mi stimola. Fatto sta che caparbiamente ho voluto arrivare sino alla fine di questo libro, ho deciso comunque di leggerlo sino in fondo. Lì per lì mi è anche sembrato avvincente. Poi ho cambiato idea.
Roma, anni 2000. Una coppia di omessuali formata da Ernesto Diotallevi (un professore universitario di mezz’età che si occupa di matematica pura) e Michele (un suo ex-studente molto giovane e molto avvenente) decide di avere un figlio attraverso l’inseminazione artificiale. Per affittare di un utero i due si rivolgono a una coppia di origini sudamericane che vive negli Stati Uniti. Ma quando Ernesto si reca a New York per prendere in affidamento il neonato i piani cambiano. Alla vista del bambino, infatti, Ernesto si rende conto improvvisamente di non essere in grado di svolgere il ruolo di padre. La paternità sembra non essere fatta per lui. D’istinto perciò affida il pargolo alla prima persona che gli capita davanti: Lola, un’orfana diciasettenne di origini italiane (probabilmente siciliana) che fa le pulizie nell’ospedale in cui è nato il bambino. Questa giovane molto ingenua e alquanto ignorante sembra essere la balia perfetta per José (questo il nome scelto per il bambino), solo tra le sue braccia, infatti, il piccolo non piange ma riesce a dormire beatamente. Nel giro di un paio di giorni, dunque, Ernesto decide di lasciare José a New York in custodia a Lola, sotto la sorveglianza di un avvocato di fiducia che farà anche da tramite per il versamento dei mezzi economici per il sostentamento del piccolo e di ritornare a casa, a Roma. Le cose comunque a casa non vanno bene. La relazione con Michele è terminata definitivamente (proprio a causa di questa specie di adozione), la felicità dei giorni passati insieme è svanita, lasciando un doloroso vuoto nel cuore del professore. Così, pentito di aver preso una decisione troppo affrettata, Ernesto torna a New York con l’intento di riportare a casa José e la sua balia. Sulla strada non incontra alcun ostacolo ma il ritorno a casa non è come se l’era immaginato. La freddezza nei confronti del piccolo e della ragazzina che ha preso in custodia continua, nonostante ormai vivano tutti sotto lo stesso tetto.
A dirla tutta, ciò che ho trovato poco interessante – e un po’ noioso – è l’eccessivo buonismo che traspare dalla scrittura. In fondo in fondo tutti i personaggi sono persone con qualità positive. Il professore è burbero, distaccato, impulsivo ma anche calmo, impacciato, innamorato e vulnerabile. Michele è uno stronzo insensibile, pieno di sè, ma allo stesso tempo è bello, fascinoso, giovane, pieno di vita, ecc. Lola è ignorante e ingenua ma, allo stesso tempo, anche dolce, materna, generosa, incapace di giudicare il prossimo con cattiveria, ecc. La domestica è anziana, scontrosa e gelosa ma cova anche sentimenti materni nei confronti di Michele. I barboni sono puzzolenti e ma anche gentili e premurosi. I nomadi sono violenti ma mai del tutto pericolosi. Il giovane arabo ruba ma solo per amore e per sopravvivere, seduce una ragazzina ma solo perché è realmente innamorato. Ecco, ripeto: io tutto questo l’ho trovato scontato e anche banale, oltre che buonista.
Voto: 5 e mezzo. Di poco sotto la sufficienza. Alla fine il romanzo si legge, non posso proprio dire che annoi il lettore. Ma forse 300 pagine sono un po’ troppe per questa storiella che si può anche raccontare ai tavolini di “Piazza Italia” in soli 5 minuti.

Disclaimer: questo libro mi è stato inviato da un’amica che mi ha chiesto di recensirlo. Si tratta di una specie di regalo, insomma.

La scheda di Bol.it e quella di IBS.it.


28
gen 11

La versione di Barney

La versione di Barney
(Barney’s Version)

di Richard J. Lewis (Canada, Italia 2010)
con Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Rosamund Pike,
Minnie Driver, Mark Addy, Scott Speedman, Rachelle Lefevre,
Thomas Trabacchi, Clé Bennett, Massimo Wertmüller, Macha Grenon, Atom Egoyan,
Domenico Minutoli, Paul Gross, Mark Camacho, Erika Rosenbaum,
Anna Hopkins, Ellen David, Paula Jean Hixson, Luca Palladini, Ivana Shein,
Jake Hoffman, Harvey Atkin, Saul Rubinek, Marica Pellegrinelli, David Pryde

Iniziamo col dire che putroppo io non ho (ancora) letto il romanzo omonimo di Mordecai Richler da cui è tratto questo film. Dunque non posso permettermi di azzardare paragoni. A me il film, comunque, è piaciuto molto. L’ho trovato molto originale, almeno dal punto di vista del soggetto e del plot.
La versione di Barney racconta la storia di Barney Panofsky, un ebreo di origini polacche di stanza a Montreal. Lo spettatore segue la sua vita (quasi intera) dagli anni della giovinezza fino al momento della morte, passando per l’età adulta e la vecchiaia. Un racconto particolarmente avvincente, sia per la buffa cialtronaggine del protagonista, che per la presenza di alcuni elementi interessanti come un’accusa di omicidio e ben tre matrimonii.
Barney è un facoltoso produttore di soap opera con la passione per l’hockey e qualche problema di tipo alcoolico. Per tutta la vita ha anche fatto da mentore e mecenate ad un suo intimo amico, tale Boogie, un aitante biondo sciupafemmine dedito alla bella vita, all’alcool e all’eroina. Nelle prime battute del film lo vediamo perso in una certa solitudine in un lussuoso appartamento del centro. Subito veniamo a sapere che è divorziato, che ha una figlia adulta e che un vecchio detective ha scritto un libro su di un misterioso caso di morte, in cui Barney è stato sospettato di omicidio. Da questo punto iniziano i flashback, che poi continueranno per tutta la durata del film, alternandosi con diverse altre scene ambientate cronologicamente al tempo zero della narrazione.
Dunque prima lo vediamo giovane a Roma, dove sposa una bellissima e dissoluta ragazza perché crede di averla messa incinta, poi lo vediamo un po’ più adulto in Canada dove, aiutato da suo zio, inzia a fare carriera come addetto al fund raising per la causa anti-shoah e trova moglie presso un’importante famiglia di ebrei di Montreal. Ma questa pare non sia la donna della sua vita. Per quella bisognerà attendere il terzo – abbastanza fortunato – matrimonio. Non aggiungo altro per non svelare troppo.
Il cast è stato scelto alla perfezione.
Paul Giamatti è unico. Davvero. Qui lo si apprezza da tanto tempo. In “La versione di Barney” lo vediamo stravolto dal trucco: prima canuto, flaccido ed estremamente invecchiato, poi molto giovane con una stramba parrucca rossa e riccia. La panza comunque – vera o posticcia che sia – non l’abbandona mai. Truccato o meno, il bello è che rimane sempre se stesso: buffo, gigione e istrione. Bravissimo. Perfettamente nella parte. Per un individuo imperfetto come Barney Panofsky non si poteva certo prendere un palestrato, un bellone, un divo di Hollywood – nel senso più tradizionale del termine. Da premiare.
Scott Speedman ha il physique du rôle per interpretare il dongiovanni. Bello, biondo, alto, mascellone, sorriso magnetico. Uno così trova spazio facilmente nei desideri del sesso femminile. Non si fa fatica a credergli, dunque. Buona interpretazione la sua, sia nelle scene più frivole, che in quelle più drammatiche in cui lo si vede litigare con il protagonista.
Rosamund Pike è una gran signora. Bella sì ma non sfacciata. Elegante, sofisticata, gentile. I suoi modi sono estremamente garbati, dolci ed affettuosi ma mai affettati. La vediamo sia tenera e protettiva, che seria e determinata. Il ruolo non richiedeva altro. La faccia giusta nella parte giusta. Ancora un plauso agli addetti al casting.
Dustin Hoffman è fuori discussione come attore, ma ormai da anni. Incredibile. Difficilmente l’ho visto fuori ruolo (eccezion fatta forse per “Confidence”). Qui dimostra ancora una volta – qualora ce ne fosse bisogno – che è in grado di esprimere una gamma di sentimenti completa: dall’allegria alla tristezza, dalla rabbia alla nostalgia. Il suo ruolo è quello del padre di Barney, Panovski senior, un vecchio poliziotto ebreo in pensione che ha un ottimo rapporto con suo figlio, tanto da spalleggiarlo persino nei momenti più difficili. È indubbio che è uno dei personaggi che più porta allegria e buonumore nel film.
Ricordate Minnie Driver? Era la ragazza che aiutava padre Bobby e i quattro galeotti nel film “Slepeers”. Ottima scelta di cast anche nel suo caso. Ha la faccia e il temperamento giusti per il ruolo della (seconda) moglie stronza, viziata e noiosa di Barney.
Rachelle Lefevre ha poche scene ma ci sa fare, è nella parte. Alta, capelli rossi e ricci, occhi verdi, visino dolce. In altre parole: buona faccia + buon corpo per interpretare la bella e giovane insolente che adora farsi desiderare (e amare) da qualunque uomo incontri sulla sua strada. Intendiamoci: uso un eufemismo per non offendere.
Per Bruce Greenwood la parte di uomo pacato e vegano, un tipo su cui Barney prova a far girare strane voci di omosessualità per evitare (disperatamente) che gli porti via l’amata moglie.
Mark Addy è il vecchio detective che ha passato diversi anni della sua vita a cercare di trovare le prove per incastrare Barney come assassino.
Anna Hopkins interpreta la giovane figlia di Barney.
Ad Ellen David hanno affidato il ruolo dell’anziana protagonista – di origini bulgare – della soap opera prodotta dalla casa di produzione di Barney.
Mi ha fatto molto piacere vedere Thomas Trabacchi coinvolto in un progetto internazionale così importante come questo. È un attore che mi è sempre piaciuto. Ha una faccia molto simpatica. Credibile in questo caso nella parte dell’artista italiano. Peccato che qui in patria non sia molto noto.
Minuscola parte per Massimo Wertmüller: veste i panni del medico che annuncia a Barney la morte di suo figlio.
A Jake Hofmann (il figlio di Dustin) la parte del figlio di Barney/Giamatti. Ottima scelta, dunque, se si pensa alla teoria dei geni recessivi di Mendel.
Decisamente buona anche la selezione di brani che sono andati a comporre la colonna sonora, arricchendo le immagini di un valevole e gradevole accompagnamento.
Dunque buon cast, soggetto interessante, sceneggiatura notevole, regia dignitosissima, musiche gradevoli. Voto complessivo per la pellicola: 8. E non sto scherzando. Da vedere se vi piacciono le storie originali raccontate bene.

Guarda il trailer italiano e quello originale americano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


19
gen 11

Shaft il detective

Shaft il detective
(Shaft)

di Gordon Parks (USA, 1971)
con Richard Roundtree, Moses Gunn,
Charles Cioffi, Christopher St. John, Gwenn Mitchell,
Victor Arnold, Lawrence Pressman, Sherri Brewer,
Margaret Warncke, Camille Yarbrough, Dominic Barto

Uno dei film più rappresentativi di quel filone cinematografico che va sotto il nome di Blaxploitation.
Richard Roundtree interpreta il fascinoso John Shaft: un detective nero (afroamericano, colored, negro – fate un po’ come vi pare) che conosce Harlem come fossero le sue tasche. È un duro con i basettoni, di quelli veri che vanno in giro armati, con il ferro nella fondina. Ama le donne – anzi, è venerato dalle donne – , è sostanzialmente un buono ma sorride poco, tiene sempre gli occhi aperti e cerca di starsene alla lontana dai guai. Il suo quieto vivere, comunque, va in crisi quando Bumby Jonas, il boss nero che controlla il giro di droga e le scommesse ad Harlem, gli chiede di cercare sua figlia Marcy, che è stata rapita. Il lavoro commissionato è un po’ una trappola, perché di mezzo c’è la Mafia italiana, ma Shaft non è un fesso, uno che si lascia abbindolare facilmente. Difatti, grazie ai buoni rapporti con la Polizia di New York, in particolar modo con il tenente Vic Androzzi, e all’aiuto delle Pantere Nere (suoi vecchi amici) il bel detective ruscirà a salvare capra e cavoli, rimettendoci un paio di fori nella pellaccia, ma uscendo dalla vicenda completamente pulito.
Particolarmente buffe le scene di sesso in cui il protagonita è sul serio “l’uomo che non deve chiedere mai”, l’adone nero ai cui piedi tutte le donne (di colore, ovviamente) cadono estasiate. Si tratta solo di un paio di occasioni, a dire il vero, ma fa davvero specie il modo in cui vengono inserite nel contesto (sembrano quasi estranee alla storia) e in cui esprimono picchi di machismo e maschilismo.
Voto globale al film: 6. Se siete amanti del funk delle origini e della cultura nera d’America, dovreste vederlo. Assolutamente.
La colonna sonora della pellicola è molto bella, ça va sans dire. In particolar modo il tema, scritto ed interpretato da Isaac Hayes con i Bar-Keys. Vinse addirittura un Premio Oscar quell’anno.
Nota: la storia è tratta da un romanzo di Ernest Tidyman intitolato “Shaft contro la mafia”.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.