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Scialla! (Stai sereno)

Scialla! (Stai sereno)

di Francesco Bruni (Italia, 2011)
con Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano,
Barbora Bobulova, Raffaella Lebboroni, Giacomo Ceccaroni,
Giuseppe Guarino, Prince Manujibeya, Vinicio Marchioni,
Arianna Scommegna, Paola Tiziana Cruciani

Ancora una pellicola in cui si racconta di come un adulto (una figura saggia, una specie di tutore) riporti sulla retta strada un giovane che si era perso, che non aveva ancora trovato se stesso, avendo ignorato per tutta la sua vita il piacere della conoscenza. Un film sulla falsa riga di “Good Will Hunting (Genio ribelle)”, “Scoprendo Forrester”, “Dangerous Mind”, ecc. Storia già vista, insomma. Declinata però in salsa romana.
La figura saggia (anche se non del tutto) in questo caso è Bruno, un veneto sulla cinquantina, di stanza a Roma, ex professore ormai ritirato a vita privata, che per sbarcare il lunario dà lezioni private a studenti e scrive come ghostwriter biografie di personaggi più o meno famosi. Il ragazzo è Luca, un quindicenne di estrazione popolare che gioca a fare il duro, un coattello che ha pochissima voglia di studiare mentre sogna di diventare un grande boss della mala. All’inizio della storia due si conoscono già, l’uno è il professore, l’altro è lo studente svogliato (irrecuperabile), poi subito dopo i rapporti tra i due cambiano. Bruno, pigro solitario e misogino impenitente, scopre improvvisamente che Luca è suo figlio, la madre del ragazzo infatti gli rivela il segreto che aveva mantenuto per anni e gli affida la custodia di Luca, dal momento che è costretta a partire per il Mali per questioni di lavoro. Luca non sa che Bruno è suo padre. Tra i due inizialmente si instaura una sorta di rapporto di pacifica convivenza: il giovane fa i suoi porci comodi mentre l’adulto sopporta di malavoglia, nella speranza che il ragazzo non arrechi grande fastidio. Tra l’altro Bruno, che prendersi grosse responsabilità non ha mai voluto, né fare il padre, si comporta in modo che sottotraccia la relazione rimanga alquanto fredda e distaccata, qualcosa insomma che non sconfini in un grande coinvolgimento. Ma le cose non vanno affatto così. A scuola Luca è uno dei peggiori: mal visto dai professori e grande menefreghista. Quando Bruno si reca per la prima volta al colloquio con i docenti e apprende che il ragazzo rischia di farsi bocciare, decide di cambiare musica e di mettersi a fare l’adulto coscienzioso, il tutore al pieno delle responsabilità affidategli. Sotto la sua guida il ragazzo iniziera ad interessarsi un po’ allo studio. Durante le ore di libera uscità, però, finirà anche per cacciarsi in guai molto grossi, spinto dalla voglia di dimostrare quanto è cazzuto.
Spiace che in un filmetto di così bassa levatura sia finito Bentivigoglio. Lo stimo da tanto tempo. Merita copioni migliori. Non che qui non se la cavi. Anzi, in certi passaggi è perfetto, ha l’età giusta e l’aspetto adatto per un ruolo del genere, ma per un attore di Serie A ci vogliono ben altre proposte.
Filippo Scicchitano (alla sua prima apparizione sul grande schermo) se la cava molto bene. Del tutto credibile. Bravo. Il ragazzo di strada è nelle sue corde. Speriamo di vederlo presto in altri ruoli differenti.
Un ruolo piccolo ma fondamentale è stato affidato al grande (e affascinante) Vinicio Marchioni – sì il Freddo della serie “Romanzo Criminale”. Interpreta anche qui un gangster, uno spacciatore giovane ma già molto potente, amante dell’arte e del cinema.
L’affascinante Barbora Bobulova (qui con capigliatura rosso-vamp) recita la parte dell’ex pornostar rumena, ormai ricca e famosa, che racconta allo scrittore ghostwriter la sua burrascosa vita, in particolare i dettagli della sua carriera a luci rosse.
A Paola Tiziana Cruciani il ruolo dell’impicciona titolare del bar tavola calda in cui Bruno consuma quasi tutti i suoi pasti.
In breve. Consigliato? No. Spiace perché Francesco Bruni come sceneggiatore è in gamba. Sua è ad esempio la sceneggiatura di “Ovosodo”, “Ferie d’Agosto” e “My Name Is Tanino”.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Anche se è amore non si vede

Anche se è amore non si vede

Anche se è amore non si vede

di Salvatore Ficarra e Valentino Picone (Italia, 2011)
con Salvo Ficarra, Valentino Picone, Ambra Angiolini,
Giovanni Esposito, Diane Fleri, Sascha Zacharias,
Fabrizio Romano, David Furr, Rossella Leone, Maria Di Biase,
Tito Tomassini, Stella Sabbadin, Alessandro Curino, Corrado Nuzzo

Un altro film di Ficarra e Picone. Questa volta i due attori si mettono anche dietro la camera da presa ma sinceramente il risultato non cambia molto. Devo essere sincero: non sono rimasto deluso, ma è anche vero che non è che mi aspettassi granché. Questi due ragazzi un tempo mi stavano abbastanza simpatici ma da tempo non fanno altro che ripetersi. Peccato. Il film sta tutto sulle spalle di Ficarra. I pochi frangenti in cui si ride si devono a lui, al suo modo di parlare, di alludere, al suo piglio da giullare.
“Anche se è amore non si vede” è la solita commedia degli equivoci. Valentino e Gisella sono una coppia storica, stanno insieme da tanti anni, ma lui è troppo appiccicoso, troppo assillante e sdolcinato, la riempie insomma di troppe attenzioni, tanto da costringerla a lasciarlo. La decisione però è difficile, Gisella è sicura di volerlo mollare ma non ha il coraggio di riferire a Valentino le sue intenzioni, per cui decide di rivolgersi a Salvo, il migliore amico del suo ragazzo. Sarà lui a dover comunicare la brutta notizia. Salvo e Valentino, oltre a essere grandi amici, sono anche colleghi: portano in giro i turisti stranieri per le strade di Torino sopra un bus a due piani di cui sono proprietari. In occasione del matrimonio di due amici della loro comitiva (Orazio e Angela) torna in città anche Sonia, una vecchia amica che si è trasferita negli Stati Uniti e che lì ha trovato un compagno, tale Peter. Il legame tra Sonia e Salvo è sempre stato fortissimo. Ora che sono in Italia, le cose tra Sonia e Peter non sembrano andare per il meglio, anche perché Sonia è sempre stata segretamente innamorata di Salvo. Anche lei però non ha il coraggio di comunicare i suoi sentimenti, così decide di affidare il segreto a Valentino. Sarà quindi lui a dover dire a Salvo cosa prova Sonia.
Due parole su Ambra. Non so perché ma non riesco ad essere imparziale nell’esprimermi su di lei. Ho sempre dei pregiudizi nei suoi confronti. Non la trovo una grande attrice – in questo film spesso va sopra le righe – in più mi ispira una certa antipatia. Qui poi le sue braccia da bodybuilder (spesso nude) incutono anche un certo timore.
Diane Fleri l’ho scoperta con il film “Mio fratello è figlio unico” e da allora non ho smesso di provare simpatia per lei; è dolcissima, ha un sorriso particolarmente accattivante e il rotacismo la rende un po’ buffa. Credo che possa recitare ancora per molto tempo, e con successo, la parte della fidanzatina.
Per il ruolo della stangona bionda straniera che fa la guida turistica avrebbero dovuto prendere qualche altra attrice. Secondo me Sascha Zacharias non è stata una buona scelta di cast.
Orazio è interpretato dal simpaticissimo Giovanni Esposito. La scena più divertente del film la interpreta lui a pochi minuti dalla chiusura della pellicola. La barese Rossella Leone interpreta Angela, la sua futura moglie.
Giudizio complessivo sul film: 5 e mezzo. Sì, film buffo, simpatico. Ma fino a un certo punto. Piacerà di certo ai fan di Ficarra & Picone, a quelli che li hanno conosciuti con Striscia la notizia o che amavano le loro performance sul palco di Zelig. Ma anche a quelli che hanno riso guardando le loro precedenti pellicole. Io invece l’ho trovato addirittura fastidioso dal momento in cui ha iniziato a esagerare con le situazioni farsesche come la scazzottata in stile “Bud Spencer & Terence Hill” o la scena dell’autobus bloccato nel traffico.

Il trailer. La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

P.S.: ringrazio pubblicamente Tony per avermi invitato all’anteprima romana di questo film.

Terraferma

Terraferma

di Emanuele Crialese (Italia, Francia, 2011)
con Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro,
Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T.,
Claudio Santamaria, Martina Codecasa, Tiziana Lodato,
Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Rubel Tsegay Abraha

Ancora una volta Crialese riesce ad emozionare raccontando una storia che coinvolge i Siciliani e l’emigrazione. Questa volta però non sono i protagonisti ad emigrare verso il Nuovo Mondo ma è il Vecchio Mondo ad accogliere i nuovi migranti dal Sud del Mondo. In altre parole: gli Italiani non vanno in cerca di fortuna fuori dai confini nazionali (come accadeva all’inizio del ’900 e come veniva raccontato nel film “Nuovomondo”) ma si trovano – volenti o nolenti – nel ruolo di popolazione accogliente, che è chiamata cioè a dare asilo sulla propria(?) terra ad anime in pena in fuga verso un Mondo migliore. Guarda il trailer.
Terraferma racconta di una famiglia di pescatori che vive in una piccolissima isola della Sicilia meridionale (molto probabilmente Lampedusa). Una famiglia umile e abbastanza povera, che vive solo di quello che riesce a cavare fuori dal mare (cioè pesce). Le figure chiave del racconto sono sostanzialmente tre:
il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio), un uomo anziano sulla settantina, molto tradizionalista e tutto d’un pezzo, un po’ malato ma testardo e con un cuore grande, più che deciso a continuare la propria attività di pescatore fino all’ultimo giorno della sua vita, nonostante suo figlio minore voglia convincerlo a vendere il peschereccio che cade ormai a pezzi;
la nuora Giulietta (Donatella Finocchiaro), una vedova sulla quarantina, moglie del figlio maggiore del nonno, fermamente convinta ad abbandonare l’attività della pesca per darsi al turismo e magari trasferirsi in un’altra località;
il nipote Filippo (Filippo Puccillo), figlio della nuora e del figlio maggiore del nonno – che ha perso la vita in mare proprio a causa della pesca – un ragazzetto molto semplice e ignorantello, che dà quasi l’impressione di essere un po’ ritardato, non si è mai allontanato dall’isolotto, parla quasi solo in dialetto ed è legatissimo alla figura del nonno, l’uomo che in fin dei conti gli ha insegnato sia il mestiere di pescatore, che un po’ anche la vita.
Figura di secondo piano, ma ugualmente importante, è Nino (Beppe Fiorello) – ossia il figlio minore del nonno – una specie di capovillaggio, quasi esclusivamente interessato al denaro, alla ricchezza che può derivare dall’attività turistica; in un certo senso questo personaggio rappresenta il simulacro delle nuove generazioni, che vogliono emanciparsi dalle tradizioni, arricchirsi, fuggire le umili origini e magari anche tentare la scalata sociale.
Punto di snodo del film è il momento in cui Giulietta, con l’aiuto di suo figlio, rimette a posto la vecchia casa di famiglia e l’affitta ai primi turisti che arrivano sull’isola per la bella stagione: tre ventenni del Nord Italia. Contemporaneamente sulle rive dell’isola sbarcano quasi improvvisamente anche gruppi di immigrati clandestini. Spetta al nonno, per puro caso, l’infausto compito di ripescare dal mare alcuni di essi in cerca d’aiuto. La bontà e il grande senso di umanità che contraddistinguono questo anziano signore dalla barba canuta lo porteranno a dare ospitalità, in via del tutto clandestina, a Sara (Timnit T.), una giovane donna incinta tirata fuori dal mare in pessimo stato, e a suo figlio. Tra le quattro mura del garage dove vivono ormai Giulietta e Filippo, il vecchio e sua nuora aiuteranno la giovane gestante a mettere al mondo una bambina. Filippo nel frattempo scopre l’amicizia tra coetanei e i primi moti sentimentali verso l’altro sesso.
Anche questa pellicola di Crialese mi ha lasciato un’impressione positiva. Sia il soggetto, che la sceneggiatura sono opera sua. “Terraferma” racconta l’oggi, racconta il vero e lo fa molto bene: porta in superficie e mostra da vicino la gravissima situazione della Sicilia di fronte al flusso migratorio continuo che fa sbarcare centinaia di Africani disperati sulle coste dell’isola. Era molto facile cadere nella banalità del dualismo buoni contro cattivi, brava gente contro persone avide e ignoranti, autoctoni vs. migranti. Ma così non è stato, fortunatamente. La storia riesce ad avere una sua dignità e una credibilità, pur senza ammantarsi di pietismo, o proprio perché non eccede nel voler dimostrare il teorema “Italiani brava gente”. Certo, i buoni sentimenti ci sono, emergono, ma senza esagerazione; anzi uno dei fattori più interessanti della pellicola è proprio la trasformazione che avviene in taluni personaggi, la loro maturazione a seguito del coinvolgimento negli eventi.
Che dire della fotografia? Ancora una volta il regista (e la produzione) hanno scelto un validissimo direttore della fotografia (Fabio Cianchetti), un grande professionista che in questo caso ha fatto il suo mestiere egregiamente. Basta vedere alcune scene, come quella di Filippo che guida il suo motorino in piedi, in controluce con il mare sullo sfondo, o l’ultima inquadratura, quella della barca ripresa dall’alto mentre si allontana in mare aperto.
Tiziana Lodato recita nei panni di Maria, la moglie di Nino. In quelle poche scene in cui appare, la vediamo dietro il bancone del bar sulla spiaggia al servizio dei turisti.
Per Claudio Santamaria invece un cammeo; due sole scene in cui dà il volto a un ufficiale della Guardia di Finanza di stanza sul porto dell’isola, un settentrionale molto autoritario e dalle maniere spicce che si comporta in modo brusco con i cittadini perché deve far eseguire gli ordini che gli arrivano dall’alto e perché forse si sente un po’ un pesce fuor d’acqua nell’isolotto siciliano.
Nota 1: anche questa volta la pellicola di Crialese è la candidata italiana agli Oscar (Academy Awards) nella categoria – ovviamente – di miglior film straniero.
Nota 2: Terraferma, comunque, ha già vinto il “Premio speciale della giuria” all’edizione 2011 della Mostra del Cinema di Venezia.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Milano Calibro 9

Milano Calibro 9

di Fernando Di Leo (Italia, 1972)
con Gastone Moschin, Barbara Bouchet,
Mario Adorf, Philippe Leroy, Ivo Garrani, Lionel Stander,
Frank Wolff, Luigi Pistilli, Mario Novelli, Ernesto Colli

Questo è di certo uno dei più noti film del genere che viene abitualmente definito “Poliziottesco”, ossia quella specie di polizieschi all’italiana, anche categorizzati come “B movies”, molto diffusi negli anni ’70.
Fernando Di Leo è considerato uno dei migliori esponenti di questo filone e questo film lo conferma. Devo essere sincero: non mi aspettavo un prodotto di questa fattura. La sua visione mi ha stupito: ho riscontrato una trama tutt’altro che banale, tecnica registica abbastanza innovativa (per quegli anni) e recitazione di primo livello.
Nota: questo film è stato tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Scerbanenco.
La trama. Un malavitoso abbastanza noto nel giro milanese, tale Ugo Piazza, torna in libertà dopo essere stato in carcere per circa 3 anni. Non appena mette piede fuori da San Vittore, viene raggiunto dagli scagnozzi dell’Americano (un vecchio ganster italo-americano magnificamente interpretato da Lionel Stander), che gli intimano di rivelare il posto dove ha nascosto il generoso bottino di un colpo non andato a buon fine. Il denaro (300.000 Dollari da riciclare) è stato sottratto tre anni prima proprio all’Americano durante uno scambio tra alcuni corrieri. Il vecchio boss pensa che i soldi siano stati occultati da Ugo Piazza ma questi si dichiara più volte innocente e si dimostra comunque reticente a svelare il luogo dove sarebbe nascosto il malloppo, nonostante minacce e ripetute occasioni di violenza fisica. Per non perderlo di vista, comunque, l’Americano decide di riprendere Piazza nella sua banda, mettendogli a fianco altri suoi scagnozzi, come il gretto siciliano Rocco, a fargli da “angeli custodi”. Nel frattempo Piazza riallaccia i rapporti con Nelly, la sua biondissima vecchia ex che si esibisce come ballerina in un nightclub e con l’amico Chino, un killer professionista affiliato ad un’altra banda, un tempo gestita da Zio Vincenzo (Ivo Garrani), un vecchio padrino siciliano ormai cieco.
Non svelo altro per non rovinare la sorpresa – anche se non so che senso abbia evitare lo spoiler per una pellicola che ha ormai quasi 40 anni. Sappiate solo che il finale è alquanto originale e sorprende un po’. Non è impossibile capire come andranno a finire le cose, ma non si tratta nemmeno di un epilogo del tutto scontato.
Gastone Moschin è bravissimo – questo mi pare logico, non sono io a doverlo ribadire. Mi chiedo però se fosse davvero la scelta migliore per questo tipo di personaggio. Mi spiego: Ugo Piazza è un duro, uno furbo, taciturno, leale ma spietato. Un uomo col cuore tenero nei confronti delle persone che stima, ama e rispetta, ma che non si tira indietro quando c’è da sparare o accoltellare uno che se lo merita. Ecco, Moschin non ce l’ha la faccia da duro. Non ce l’ha mai avuta. Quella pelata regolare, quegli occhi chiari, non sono tratti da aspro malavitoso. Per di più quando ha girato questo film aveva già 43 anni. Un bel po’ di rughe e una certa pancetta sono ulteriori elementi che mettono in crisi la figura del gangster protagonista della Milano violenta.
Barbara Bouchet è semplicemente splendida: non solo ultra-bellissima, affascinante, giovanissima e molto dolce, ma anche decisamente brava nel ruolo della bellona che serba devozione nei confronti dell’uomo che le ha rubato il cuore.
Una delle scene più belle (e famose) del film è quella in cui Piazza torna nel night dove era cliente abituale e trova la sua ex che balla tra i tavoli.
Mario Adorf è quasi da macchietta nei panni del violento, stupido e sbruffone Rocco.
Philippe Noiret, sempre alto, molto magro e già stempiatissimo, interpreta Chino, questo giovanottone inflessibile e spietato, esile ma grande picchiattore, assassino scaltro e freddo ma anche grande uomo d’onore, pronto ad aiutare un amico fraterno in difficoltà.
Frank Wolff è il sanguigno commissario capo: un poliziotto vecchia scuola, tutta forza e linguaggio truce; la sua figura si contrappone al giovane, moderno e democratico vicecommissario Mercuri (interpretato da Luigi Pistilli) in una dialettica che serve a far emergere una certa critica sulla gestione dell’0rdine pubblico da parte delle forze dell’ordine durante il buio periodo degli anni di piombo e della contestazione giovanile.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

A Dangerous Method

A Dangerous Method

di David Cronenberg (Gran Bretagna, Francia, Canada, Irlanda, 2011)
con Keira Knightley, Michael Fassbender, Viggo Mortensen,
Vincent Cassel, Sarah Gadon, André Hennicke

Ancora una volta Cronenberg non delude.
A Dangerous Method racconta le vicende personali dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung o, più precisamente, dei suoi rapporti più o meno sentimentali con la sua paziente Sabina Spielrein e delle relazioni professioniali con quello che può essere considero il suo mentore/ispiratore, il padre della psicanalisi, Sigmund Freud.
La storia è lineare, raccontata senza salti logici, né flashback o flash forward. Tutto molto chiaro e semplice da seguire. Il film è così ricco di eventi e dialoghi che non ci si annoia mai. Applausi.
Al centro dei fatti c’è la figura di Jung e i suoi chiaro/scuri, ossia il fascino che subisce verso la sua giovane paziente (la Spielrein), che poi diventerà sua collaboratrice e amante, la riluttanza nel vivere sino in fondo i suoi sentimenti verso questa donna, la deontologia professionale, il conformismo, l’essere pavidi, il complesso di inferiorità nei confronti di Freud, il desiderio di spingere oltre i confini della scienza e della razionalità gli studi sulla psiche umana.
Grande merito della riuscita della pellicola va dato ai tre attori protagonisti (quelli che vedete nella locandina).
A mio avviso, l’idea di prendere Michael Fassbender per interpretare Jung è stata ottima. Non solo dal punto di vista dell’aspetto fisico ma anche per la compostezza della sua recitazione e per qualche ragione legata alla prossemica e al modo in cui questo attore ha trasmesso agli spettatori il pensiero e le emozioni dello psichiatra svizzero.
Keira Knightley vi pare carina? Ok, piace anche a me – a volte – ma non è importante in questo caso. Parliamo di come e cosa recita. Di primo acchitto, nelle prime scene in cui il suo personaggio dà di matto, ti sembra quasi che stia esagerando, che stia andando sopra le righe. Ma vi assicuro che non è proprio così. Le sue doti recitative si possono apprezzare meglio più avanti, cioè nei passaggi durante i quali la Spielrein prende coscenza del suo ruolo, diventa determinata e decide di vivere la sua vita da adulta, lontano dall’ala protettiva di Jung.
Ad alcuni spettatori Viggo Mortensen è risultato quasi irriconoscibile. I truccatori l’hanno invecchiato pesantemente – barba grigia compresa – per renderlo il più possibile simile a Freud. Incredibile quanta flemma sia riuscito ad infondere al suo personaggio. Mimesi riuscita alla perfezione: per tutta la durata del film si ha la convinzione di trovarsi proprio davanti all’esimio fondatore della psicologia.
Viggo Mortensen ha solo poche scene. Interpreta uno dei tanti pazienti di Jung, una specie di giovane viveur scavezzacollo, mezzo matto, appassionato di donne e psicologia, cronicamente represso a causa dell’eccessivo autoritarismo di suo padre.
Alla bella Sarah Gadon è stata assegnata la parte della dimessa signora Jung, una tipa apparentemente innoqua che in un’occasione però, di fronte al tradimento di suo marito, prova a giocare la disperata arma della pubblica diffamazione.
La ricostruzione di abiti, interni e luoghi in generale è pressoché ineccepibile. Grandi applausi anche da questo punto di vista, dunque.
Colonna sonora non pervenuta. Non ci ho fatto caso. Non me la ricordo.

Nota: il film è tratto dalla pièce teatrale ”The Talking Cure” di Christopher Hampton e dal romanzo “A Most Dangerous Method” di John Kerr.

Qui trovate la locandina per il mercato americano.
Qui il trailer originale in HD
. Qui quello in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

This Must Be The Place

This Must Be The Place

di Paolo Sorrentino (Italia, Francia, Irlanda, 2011)
con Sean Penn, Francine McDormand, Harry Dean Stanton,
Judd Hirsch, Eve Hewson, David Byrne, Olwen Fouere,
Kerry Condon, Simon Delaney, Joyce Van Patten, Shea Whigham

Ok. Non lasciamoci prendere dai pregiudizi. Facciamo un gioco. Dimenticate per un attimo che il regista è Sorrentino e che la faccia del protagonista è quella di Sean Penn; poi ponetevi questa domanda: “Ma quanto può essere noioso un altro film che tratta di Olocausto e rapporti difficili tra padre e figlio?”. Bene. Rispondetevi in tutta sincerità. A voi stessi. Non è che dovete dirlo in giro. La risposta tenetela per voi. Questo è già un primo passo verso la valutazione del film.
Io mi limito ad aggiungere che qualcosa di buono l’ho visto. Anzi no, qualcosa di davvero ben fatto: la tecnica registica (inquadrature, fotografia, ecc.) e la recitazione di gran parte degli attori e di Sean Penn prima di tutti.
Ho grande stima per Sorrentino e mi spiace che questa volta non sia riuscito a realizzare un’altra pellicola delle sue. I suoi film precedenti mi sono piaciuti, tutti e tanto. Per cui la delusione è ancora più grande. Non basta avere un grosso budget, non basta andare a girare negli Stati Uniti, non basta mettere davanti alla macchina da presa un colosso di Hollywood come Penn (e fagli decine di primi piani) per ottenere un gran film. Putroppo “This Must Be The Place” lo dimostra.
Se qualcuno vi dirà il film lento, non credetegli. Non è questo il problema. Esistono film splendidi e lenti allo stesso tempo. Non è l’azione l’elemento di cui si sente il bisogno. Ciò che manca è un certo filo logico tra le varie parti che compongono il film. Io qualche buco nella trama l’ho intravisto. Ne elenco alcuni.
1. Il rapporto tra il protagonista e la moglie è splendido, sincero, duraturo? Perché? Cosa l’ha reso così speciale?
2. Che legame c’è tra il protagonista e la ragazzina dark? Come si sono conosciuti? Perché sono amici?
3. Perché il fratello della ragazzina dark è scomparso? Ha davvero deciso di andare via di sua spontanea volontà? Cosa gli è successo?
4. Qual è l’elemento che spinge il ragazzino che aveva paura dell’acqua a superare il trauma?
5. Come fa il cacciatore di nazisti a scoprire dove si trova l’aguzzino del padre del protagonista?
6. Perché il protagonista nottetempo ri-entra in casa della professoressa?
7. Come si conoscono il protagonista e il broker che gli presta il pick up? Come si spiega il legame di fiducia che li unisce?
E potrei scriverne ancora.
Ho avuto l’impressione che chi ha scritto il soggetto abbia voluto mettere “troppa carne al fuoco”. Troppi elementi in un solo film che hanno portato a tutta una serie di sotto-trame che non si chiudono, non vengono approfondite, non spiegano che origine hanno e a quale fine giungono. Ad esempio: avete presente la scena con il bufalo gigante dietro la finestra? Che senso ha nell’economia del film? A cosa serve? Cosa rappresenta?
Passiamo agli attori. Di Sean Penn abbiamo detto. Magnifico. Spettacolare. Quasi unico elemento valido della pellicola intera. Il vecchio punk rocker new romantic lo interpreta benissimo. Probabilmente si è ispirato a Ozzy Osburne per quanto riguarda le espressioni facciali, i versi, la parlata strascicata (anche se io l’ho visto doppiato in italiano) e la camminata tutta storta. I truccatori e i parrucchieri invece si sono palesemente ispirati a Robert Smith dei Cure.
Francine McDormand è adorabile. La sua simpatia non si esaurisce mai. Qui la si apprezza sin dai tempi di “Fargo”.
Eve Hewson è bellissima. Forse al suo personaggio hanno dato battute troppo argute, troppo adulte e perspicaci ma non mi è sembrato un grosso problema. Lei ha recitato dignitosamente. Prova superata.
Shea Whigham l’ho visto in giro, recita la parte del fratello imbecille del protagonista in “Boardwalk Empire”; lì se la cava, qui anche, anche se in un ruolo diverso (una specie di broker fissato con la propria auto).
Judd Hirsch è un volto più che noto al pubblico americano, avendo recitato in diverse serie negli ultimi 30 anni. Sarà stato scelto anche per questo? Comunque sia è un attorone. Abbastanza simpatico, tra l’altro; qui interpreta il cacciatore di nazisti.
Molto simpatico anche Harry Dean Stanton nei panni del vecchio avventore di un ristorante che racconta di aver inventato le valigie con le rotelle (i moderni trolley).
Kerry Condon ha soli 28 anni ma nel film sembra un tantinello più adulta. La sua parte è quella della ragazza madre che, vivendo da sola nel deserto del New Mexico con suo figlio, cerca conforto e affetto nel protagonista.
Joyce Van Patten ha il ruolo dell’anziana professoressa, nonché moglie dell’aguzzino nazista.
Olwen Fouere interpreta invece una mamma straziata dalla misteriosa e improvvisa sparizione di suo figlio.
Bel cammeo di David Byrne nei panni di se stesso. Il suo duetto con Penn è il momento più bello di tutto il film, nonostante Byrne pronunci appena tre battute piccole piccole. Anche la scena del suo concerto non è da buttare via. Anzi! La trovata scenica è originalissima e di grande effetto.
La colonna sonora non mi ha particolarmente colpito. Diciamo pure, quindi, che in questo caso è un dettaglio trascurabile.

Qui trovate il trailer italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Drive

Drive

di Nicolas Winding Refn (Usa, 2011)
con Ryan Gosling, Carey Mulligan,
Bryan Cranston, Ron Perlman, Oscar Isaac,
Albert Brooks, Christina Hendricks, Kaden Leos,
James Biberi, Tiara Parker, Cesar Garcia, Chris Muto

Drive è un bel thriller, un crime drama o un noir – se preferite – tratto dall’omonimo romanzo scritto da James Sallis.
Narra di un giovane che, sapendo guidare benissimo, sbarca il lunario come stuntman nel cinema per rischiosissime riprese automobilistiche e come autista su commissione per rapine. Nel resto del tempo fa anche il meccanico in un’autofficina gestita da un tizio non del tutto raccomandabile. Insomma il nostro bazzica nella malavita ma solo tangenzialmente, non è propriamente un malavitoso, anzi. Con lui simpatizzeremo quando scopriremo che è un bravo ragazzo, un uomo dal cuore d’oro che arriverà addirittura ad aiutare il pessimo marito della giovane biondina di cui si è innamorato.
I suoi sentimenti si palesano quasi immediatamente alla vista di Irene una ragazza minuta dai capelli corti, giovane mamma sola che quando non fa la cameriera si occupa del suo piccolo figlio Benicio. Sola perché suo marito, tale Standard Guzman, sta scontanto una pena in prigione.
I guai iniziano proprio quando Mr. Guzman viene scarcerato; l’idillio tra l’autista e la giovane mamma – che passavano giornate splendide da famigliola felice in compagnia del piccolo Benicio – subisce una brusca interruzione ma, ciò nonostante, l’eroe del film decide di continuare ad orbitare intorno a questo nucleo familiare, di non allonanarsi e vegliare sui suoi membri. Anzi interviene proprio in loro difesa, attivamente, cercando di tirare il capofamiglia fuori da una brutta situazione di debiti non pagati e pestaggi.
Ryan Gosling, il protagonista di questa pellicola, ormai non sbaglia un film. Praticamente non l’ho mai visto fuori parte.
Carey Mulligan è la mammina fragile. Un viso non bellissimo (cioè carina ma non bona) tuttavia abbastanza dolce da essere credibile sia come cameriera, che come “sweetheart”.
A Brian Cranston hanno affidato il ruolo del bonario Shannon, il meccanico zoppo titolare del’officina.
In gamba anche il bambino che interpreta Benicio (Kaden Leos) e quello che fa suo padre (Oscar Isaac).
I più bravi comunque – Gosling esluso – sono stati Albert Brooks e Ron Perlman, rispettivamente nei panni di Bernie Rose e Nino: due malavitosi anzianotti ma spietatissimi che celano le proprie attività illecite dietro una pizzeria.
Cos’ha di buono “Drive”, dunque? Sicuramente la fotografia e la recitazione di tutti gli attori. Certo, la trama non è nuova, non è originalissima, ma è comunque raccontata molto bene. Siamo di fronte cioè a un film confezionato decentemente. Il finale tra l’altro non è del tutto scontato. Non ve l’anticipo ma sappiate che non rimarrete delusi.
Cosa c’è che non va in “Drive”? Quasi nulla. Persino la colonna sonora, opera di Cliff Martinez, merita di essere ascoltata. Mi è sembrata degno complemento delle eccellenti immagini: contemporanea, semplice, non invasiva e in linea con le situazioni raccontate.

Qui trovate il trailer italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

The Tree of Life

The Tree of Life

di Terrence Malick (USA 2011)
con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain,
Will Wallace, Joanna Going, Hunter McCracken,
Tye Sheridan, Crystal Mantecon, Fiona Shaw

Ok. Superiamo la polemica film lento/non lento. Andiamo oltre.
Chiediamoci piuttosto: “Cosa vuole dirci Malick con questo film?” Non lo so. Non si capisce – o almeno io non l’ho capito. Ci racconta il “suo” senso della vita. Bene. E quindi? Quale sarebbe questo “senso della vita”? Mi pare che lui lo intenda come qualcosa di molto mistico – quasi sacro – panteistico e sofferente. Una sofferenza, per altro, da accettare senza porvi la minima resistenza. Una passione da esperire necessariamente in maniera fideistica – mi verrebbe da dire quasi “ultra-cattolica”.
Il problema, comunque, non è solo “cosa” vuol dirci Malick ma anche “come” ce lo dice. Per più di 20 minuti ho davvero avuto difficoltà a capire quale fosse la premessa (o l’antefatto). Per i restanti ho continuato a chiedermi: “Dov’è la trama?” Poi mi sono anche addormentato (negli ultimi 10 minuti) ma questo non conta.
Nelle prime battute del film si vede una famiglia felice. Tanti piccoli frammenti, lentissimi, scollegati tra loro. Poi arriva la notizia di una morte, una morte che porta tanta sofferenza, quella del figlio della coppia sullo schermo: i signori O’Brien (interpretati da Brad Pitt e Jessica Chastain). Poi stacco.
A seguire partono circa 20 minuti di documentario sull’origine dell’universo, sul creato, sullo spazio integalattico profondo, sugli animali, sulla Natura, sugli elementi che compongono la Terra. Sembra di assistere a una puntata di Quark per il grande schermo. Giuro. Qualcuno in sala l’ha anche detto, sottovoce, e subito dopo è partito un ghigno, una risatina soffocata dalla vergogna di aver detto una verità che non andava detta. In questa parte di pellicola si ha la sensazione che Malick abbia voluto citare il Kubrick di “2001: Odissea nello spazio”. Volontariamente? Involontariamente? L’ha dichiarato? Mah. Chissà. Non che sia importante. La noia vince su tutto. Anche sulla terza parte, quella in cui vediamo uno dei tre figli della coppia, ormai adulto (una specie di broker che vive in una metropoli americana – New York?), affrontare con disperazione una vita frenetica, triste, solitaria, fatta di silenzi e di imbarazzi. Una vita che solo il Signore può aiutare a superare.
Voi non potete nemmeno immaginare quante volte le voci fuori campo si rivolgono disperate a Dio con la loro preghiera in cerca di conforto alle loro paure, incertezze e sofferenze.
Il racconto segue con la vita dei figli di O’Brien o meglio con quella di uno di essi in particolare (probabilmente quello che poi morirà): un ragazzino che viene vessato dalla estrema severità di suo padre e che vede sua madre sopperire all’aggressiva ignoranza di suo marito.
Che altro aggiungere? Questo film ha vinto la Palma d’oro alla 64^ edizione del Festival del Cinema di Cannes. Spero che i giurati abbiano voluto premiare solo ed esclusivamente la splendida fotografia di Emmanuel Lubezki.
Voto globare per la pellicola: è meglio non dirlo. Inqualificabile.

Nota: se la locandina Italiana dovesse sembrarvi ruffiana (con quel bel padre quarantenne che gioca con i piedini di un neonato – probabilmente suo figlio), allora guardate quella originale americana. Ve lo consiglio, perché rende bene quanto sia confusionaria l’idea alla base di questo film. Probabilmente il regista (che è anche sceneggiatore e autore del soggetto) voleva comunicare così tante cose con questa pellicola da non essere riuscito nemmmeno a scegliere una sola immagine per rappresentarla. O almeno questo è quello che mi comunica quel collage di fotogrammi.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Carnage

Carnage

di Roman Polanski (Usa, 2011)
con Christoph Waltz, Kate Winslet,
Jodie Foster, John C. Reilly

Due ragazzini si azzuffano al parco. Anzi, per essere più precisi: l’uno dà una bastonata sul labbro dell’altro. Motivo del diverbio: una discussione di poco conto su bande e membri di bande, spioni, dispetti, ecc.
Le rispettive famiglie decidono quindi di incontrarsi per discutere civilmente dell’accaduto, senza cioè ricorrere a denunce e beghe legali varie.
Da una parte ci sono i Cowan (Alan e Nancy) e dall’altra i Longstreet (Michael e Penelope). Ospitano questi ultimi.
Quello che sarebbe dovuto essere un cordiale scambio di vedute diventa ben presto però un lunghissimo match tra i 4 genitori, un vero e proprio incontro/scontro nel salotto di un appartamento della Ney York bene. Il violento diverbio dei giovani, comunque, è un mero pretesto. L’occasione, infatti, permette ai 4 protagonisti di tirar fuori tutta la rabbia che hanno in corpo, dopo averla lungamente celata per semplici, ipocriti motivi di etichetta e quieto vivere. Chiusi tra quelle quattro mura, il freddo e distaccato Alan (Christoph Waltz), la perfettina Nancy (Kate Winslet), il bonaccione Michael (John C. Reilly) e la rigidissima Penelope (Jodie Foster) finiscono per “sbottare”. Oltre all’astio emergono anche invidie, risentimenti, rivalse, disprezzo. I temi trattati sono poi i più ampi: si passa dall’educazione dei figli, allo strapotere delle aziende farmaceutiche, passando per le buone maniere, il rispetto, il menefreghismo, la frustrazione, la sottomissione, la dissimulazione, l’ipocrisia, ecc.
Risultato: un vero e proprio “carnaio”. Meglio: carneficina. In alcuni passaggi il testa a testa vede schierate l’una contro l’altra due diverse visioni del mondo e della vita: l’una conservatrice/borghese/tradizionale/materialista e l’altra molto radical chic/progressista/impegnata/terzomondista.
Il film è quasi interamente girato in interni, in casa dei Longstreet, eccezion fatta per la premessa e la coda, riprese in un parco di New York, che messe insieme, comunque, durano meno di 5 minuti.
Questa pellicola ha un palese impianto teatrale, difatti è tratta dall’omonima pièce di Yasmina Reza.
A sceneggiarla per il cinema ci ha pensato la stessa autrice con l’aiuto del regista.
Voto: 8. A me è piaciuto molto. Un film molto “parlato”, scritto e recitato benissimo. Alla perfezione. Grande merito va dunque sia a chi l’ha ideato, che a chi l’ha recitato. Sulla scena ci sono 4 pezzi grossi del cinema contemporaneo. Per capirlo, basta dare un’occhiata alla locandina.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Cose dell’altro mondo

Cose dell’altro mondo

di Francesco Patierno (Italia, 2011)
con Diego Abbatantuono, Valentina Lodovini, Valerio Mastandrea,
Sandra Collodel, Laura Efrikian, Fabio Ferri, Sergio Bustric,
Maurizio Donadoni, Grazia Schiavo, Vitaliano Trevisan

Film con le premessa interessante ma che disattende le aspettative. Avrebbe potuto insomma essere qualcosa di originale, se non si fosse fermato a metà del guado.
Mi spiego. “Cose dell’altro mondo” racconta di un piccolo paese veneto in cui tutti gli aspetti della vita pubblica e privata sono legati all’integrazione degli immigrati nel tessuto sociale. Il caso vuole, però, che una notte, all’improvviso, tutti i “non italiani” spariscano. Tutti. Quasi magicamente. Persino quelli che si trovavano rinchiusi nelle celle del carcere sembrano volatilizzati.
Putroppo il film si ferma qui. Dopo la scomparsa di questa enorme mole di persone non succede più nulla di rilevante. La trama traccheggia per oltre un’ora. I paesani, lì per lì spaesati, non si mettono alla ricerca degli scomparsi. Certo, all’inizio ci provano un po’ ma mollano il colpo subito dopo, così come fanno le forze di polizia, che peraltro vedono il fenomeno diffondersi a macchia d’olio un po’ in tutta Italia.
Gli stranieri insomma non riappaiono ma nessuno spiega il perché, non si sa dove sono andati, né se torneranno. E infatti non tornano. Una soluzione al problema non viene data. Chi racconta si bea di circondare il tutto con un fastidiosissimo alone di mistero, ai limiti del paranormale.
Protagonisti della vicenda sono un signorotto locale, tale Golfetto (Diego Abbatantuono), che fa anche il telepredicatore razzista dalla tv locale di sua proprietà, Laura (Valentina Lodovini), una giovane maestra elementare, che insegna in una classe ovviamente piena di immigrati, e Ariele (Valerio Mastandrea), un ispettore quarantenne ex fidanzato della maestrina.
Inizialmente le colpe della scoparsa ricadono su Golfetto poiché la notte prima del fattaccio è stato proprio lui a lanciare un’invettiva finale contro gli immigrati dal teleschermo, ha invocato l’arrivo di uno tsunami così potente da portare via dal suo Paese tutti gli “indesiderati”. Essendo poi la tempesta arrivata davvero, ecco che il principale indiziato sembrava essere il severo imprenditore locale. Ma le preoccupazioni sfumano velocemente, passano presto in secondo piano. I personaggi si affannano poco a cercare qualcuno che faccia il lavoro fino a poco tempo prima svolto dagli immigrati. Lo spaesamento in pochissimo tempo svanisce e fa largo ad una certa atmosfera di nostaglia, così come il plot si concentra sulla storia d’amore tra Ariele e Laura; lei aspetta un figlio da un operaio immigrato che lavora nella fabbrica di Golfetto ma si capisce che è ancora innamorato del simpatico poliziotto.
Laura Efrikian (ex moglie di Gianni Morandi, nonché reginetta del musicarello negli anni ’60) interpreta la mamma di Ariele, un’anziana signora affetta da Alzheimer (probabilmente) che necessita delle costanti cure di una badante.
Vitaliano Trevisan, lo straordinario protagonista del film “Primo Amore” diretto da Matteo Garrone, veste i panni un tassista iper-razzista e violento.
Sul personaggio di Golfetto e sulle sue invettive, che sembrano quasi essere copiate parola per parola dai discorsi xenofobi dei leghisti, c’è stata grossa polemica, ancor prima che questo film arrivasse in sala. Ma a me, sinceramente, non interessa, per cui non mi ci soffermerò.
Nota 1: il soggetto della pellicola è liberamente ispirato al film “Un giorno senza messicani” di Sergio Arau.
Nota 2: alcuni fuori onda di Golfetto ricordano tantissimo quelli pieni di bestemmie del mezzobusto veneto Germano Mosconi. Che sia una citazione involontaria? Ne dubito.
Voto: 5. Peccato. Occasione sprecata. Ritenta.

Ah, dimenticavo di dirvi che Valentina Lodovini è sempre bellissima.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.