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feb 12

Millennium – Uomini che odiano le donne

Millennium - Uomini che odiano le donne

Millennium – Uomini che odiano le donne
(The Girl with the Dragon Tattoo)

di David Fincher (USA, 2011)
con Rooney Mara, Daniel Craig, Robin Wright, Steven Berkoff,
Christopher Plummer, Stellan Skarsgård, Joely Richardson,
Yorick van Wageningen, Geraldine James, Goran Visnjic,
Donald Sumpter, Tony Way, Ulf Friberg, Per Myrberg

Uno dei migliori thriller degli ultimi anni. Da vedere assolutamente. Qui il trailer italiano.
Non importa che abbiate letto o meno il romanzo omonimo di Stieg Larsson da cui è tratto o che abbiate visto o meno la precedente trilogia cinematografica svedese.
David Fincher ha fatto un ottimo lavoro, anche se mi pare di capire, appunto, che la base da cui partiva (la storia originale e lo script) fosse già ottima. Millenium è un film affascinante sin dai titoli di testa, che sembrano un videoclip di ottima fattura.
Grande è la sapienza nel costruire i personaggi, pian piano, gradualmente; su di loro scopriamo molte cose eppure chi racconta non svela tutto e subito.
La pellicola è molto lunga (160 minuti circa) ma non annoia affatto, tanto sono avvincenti le vicende (scusate il bisticcio di parole).
Della trama non svelo molto. Sappiate che il protagonista maschile (Mikael Blomkvist) è un giornalista svedese che, dopo essere stato condannato per diffamazione a mezzo stampa, accetta l’incarico di svelare il mistero dietro la scomparsa di una giovane donna, avvenuta circa 40 anni prima nel gelido nord del Paese. Il committente è Henrik Vanger: un vecchio signore molto ricco, il patriarca di una potente famiglia svedese, ex magnate dell’industria nazionale, nonché zio della ragazza scomparsa. Per convincerlo ad accettare il caso, l’anzianissimo Vanger offre a Blomkvist tanto denaro, un posto in cui fuggire dai riflettori dopo la sconfitta professionale e la testa del tizio che ha l’fatto condannare (il potente presidente di una grande società).
La protagonista femminile invece è Lisbeth Salander: una giovane smunta e tatuatissima – una specie di eroina punk decadente – che di mestiere fa l’hacker e che proprio sul giornalista in questione ha compiuto le sue ultime approfonditissime ricerche. Non c’è neanche bisogno di dirlo: questa tipetta è una sociopatica che ce l’ha a morte con gli uomini. Ciò nonostante però, accetterà di aiutare Mikael nella sua indagine. Stop. Andate a vedere il film e godetevelo.
Aggiungo solo che Craig ha la solita faccia da capomastro teutonico. Perfetto dunque per un ruolo da macho scandinavo. Sarà stato scelto per questo? Comunque nei panni di un giornalista io avrei qualche ceffo meno rude e più intellettualoide, insomma alla cui vista non ti venga in mente un tondino o una sparachiodi. Rooney Mara nei panni di Lisbeth è favolosa. Grande scelta di cast. Tra l’altro è anche bellina ma lo si scopre solo in coda, quando abbandona per un attimo il look da tetra sopravvissuta.
Al gigante Christopher Plummer l’onore di interpretare il grande vecchio patriarca. “Gigante” nel senso di mostro di recitazione.
Joely Richardson l’ho trovata enigmatica e distaccata, bella sì ma non particolarmente affascinante.
Robin Wright bah. Come sempre.
Steven Berkoff veste i panni del consigliere di Henrik Vanger.
Il croato Goran Visnjic è un volto che inizia a sbucarmi spesso davanti. Recentemente l’ho visto recitare anche nella serie tv “Pan Am”. Qui dà il volto al titolare dell’agenzia investigativa che ingaggia la protagonista per le ricerche approfondite nei meandri delle vite digitali delle persone.
Mi hanno detto che il film è stato sul serio girato in Svezia, ossia all’incirca lì dove è ambientato. Io ci credo, dal momento che ho visto dei paesaggi davvero affascinanti; mi riferisco sia ai boschi e ai paesaggi innevati dell’isola di Hedestad, che agli scorci delle città ipermoderne (Londra e Stoccolma).
Brano musicale più buffo della pellicola: “Orinoco Flow” di Enya. Ma non vi dico in che momento viene suonato.
Voto globale alla pellicola: 8. Non perdetelo.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Un ringraziamento particolare a Fusion Digital che mi ha invitato al TweetUp con anteprima.
Il film arriverà nelle sale italiane solo domani, venerdì 3 febbraio 2012.


31
gen 12

ACAB – All Cops Are Bastards

ACAB - All Cops Are Bastards

ACAB – All Cops Are Bastards

di Stefano Sollima (Italia, Francia, 2012)
con Pierfrancesco Favino, Marco Giallini,
Filippo Nigro, Domenico Diele, Andrea Sartoretti, Roberta Spagnuolo

Qui il trailer

Ok. Andiamo per ordine. Concetti semplici. Mi è piaciuto? No. Perché? L’ho trovato fascistoide e senza una storia forte. Mi verrebbe quasi da dire che la trama non c’è, per quanto è deboluccia e prevedibile.
Il film è stilisticamente valido? Sì. Ha ritmo, certo (anche se nella prima metà non succede quasi nulla) ma non basta. Sollima è bravo e fuori discussione. Peraltro, dirigendo la serie tv “Romanzo Criminale”, l’ha già ampiamente dimostrato e qui non fa altro che confermarlo. Dal punto di vista tecnico e narrativo le cose funzionano. Il problema è che c’è poco da raccontare. Che le forze dell’ordine siano inclini al cameratismo, al nonnismo, al razzismo, all’ideologia reazionaria – persino alla violenza – è cosa nota. Niente di nuovo sotto il sole, dunque. Certo il cinema e la tv italiana non la raccontano così spesso questa realtà, per cui va dato atto a questa produzione di aver toccato un tema importante e difficile da trattare, cioè di averci provato. Ma della riuscita dell’operazione, ecco, non sarei così entusiasta.
Un amico che ha visto con me il film ha giustamente fatto notare come questo possa essere quasi considerato un documentario più che altro. Sollima cioè si limita fotografare una situazione, delinea delle figure ma non le fa evolvere, non sviluppa un racconto su queste vite. I profili di questi poliziotti della sezione celere di Roma sono solo accennati ma non approfonditi. Cinque storie iniziano a correre parallele ma si arrestano subito e in maniera strana, si incrociano poco, non raccontano un percorso, non analizzano nulla.
Ma torniamo all’approccio fascistoide. Io non credo che chi racconti debba necessariamente sposare quello l’idea o l’ideologia che racconta. Anzi, sarebbe gravissimo se così fosse. Però ho notato un certo compiacimento nel tracciare questi profili di uomini violenti, nel constatare come siano quasi vittime del sistema, costretti a usare violenza perché stretti tra due fuochi: la violenza di strada e degli ultras, da una parte, e lo stato assente e colpevolmente incapace di dare risposte, dall’altra.
Oggi ho letto un dibattito in rete a proposito di questo film e mi sono trovato d’accordo con chi ci intravede un “cinema fascista italiano di qualità”.
Non credo invece che la pellicola sia equilibrata, non credo che contenga allo stesso tempo batteri e anticorpi dell’ideologia destrorsa. Anzi. Mi appare completamente sbilanciato dalla parte della violenza necessaria, dell’approccio reazionario come sola via. In questo concerto l’unica nota stonata – se così possiamo chiamarla – l’unica voce contraria è quella dell’ultimo arrivato del gruppo, del giovane Adriano Costantini (bene interpretato da Domenico Diele), il cui ravvedimento – peraltro tardivo – rappresenta il seme della sanità, la speranza delle nuove generazioni; insomma è un po’ come se chi racconta volesse dirci che non tutto è perduto, che il corpo della Polizia (e le forze dell’ordine più in generale) non è completamente marcio, che ancora qualcosa di buono da salvare ci sia e su questo qualcosa vada risposta fiducia. Mah. Permettetemi di essere scettico. A me questa soluzione pare una specie di contentino, una piccola e semplice (semplicistica) soluzione, messa lì per far sì che le inevitabili polemiche sulla pellicola si riducano almeno un po’.
Sia come sia, agli attori va riconosciuta comunque grande professionalità.
In particolare a Marco Giallini (che io stimo da anni) che qui troviamo nel ruolo del poliziotto più anziano, quello severo ma un filo più riflessivo – soprattuto a seguito del suo accoltellamento. La sua è una faccia che dice molto: sa assumere un’espressione severa e riflessiva. In una parola: intenso.
Eccezionale performance anche per Favino che intepreta il celerino estremamente violento e iperfascista, che si trova sotto inchiesta per diversi casi in cui si è lasciato prendere la mano durante il servizio d’ordine allo stadio.
Andrea Sartoretti è straordinario. Lo ricordate come “Bufalo” nella serie “Romanzo Criminale”? Per interpretare Carletto (un ex poliziotto cacciato dal corpo a causa di insubordinazione) è dimagrito molto e ha tagliato i capelli, per cui inizialmente è quasi irriconoscibile, ma la sua cifra stilistica è ormai nota. Recita sapientemente, il suo è un personaggio difficilissimo: una scheggia impazzita ai limiti dell’anarchia selvaggia, un violento disilluso dai principi di ordine e autorità. Bravissimo.
Filippo Nigro non mi è mai piaciuto. Ma qui – va detto – se la cava abbastanza bene. Interessante la scena in cui va a protestare in solitaria davanti all’ingresso del Parlamento perché un giudice gli impedisce di trascorrere del tempo con sua figlia.
Tornando sul messaggio veicolato dal film, vorrei anche segnalare che tutti gli stranieri presenti sono portatori di valori non propriamente positivi: ci sono degli slavi che minacciano la gente pur di ottenere l’elemosina, un’istruttrice di danza ex prostituta, ecc. I politici invece sono rappresentati solo come opportunisti. Lo Stato è assente e vigliacco. Di contro gli uomini che scendono in strada a mantenere l’ordine costituito sono fratelli – si supportano a vicenda, soffrono tanto ma resistono perché sono forti. La loro forza scaturisce dalla coesione. Ditemi voi adesso se non è epica fascista questa. Li vediamo approfittarsi della loro posizione, della divisa, del distintivo, ma il ritratto che si fa di loro è quello di vittime costrette a comportarsi in quel modo, di uomini probi che, pur se abbandonati dalle istituzioni, sopportano con coraggio e abnegazione le ingiustizie del mondo che li circonda.
Altra riflessione: i ragazzini che vedranno il film si identificheranno con i celerini vendicativi e violenti? Certo. Io ci scommetterei. D’altronde la chiave è già tutta nel titolo: ACAB, l’acronimo inglese per “All Cops Are Bastards”, ossia “tutti i poliziotti sono bastardi”. Un gioco infido tutto basato sulla doppia valenza dell’aggettivo. In Italiano con “bastardo” ormai si indica qualcuno che ha fatto qualcosa di male, una persona malvagia, cattiva, feroce. Il significato di “mancanza di genitori” è ormai quasi scomparso del tutto. Ma attenzione: la parola ha anche una certa connotazione pseudo-positiva quando indica ammirazione più o meno latente nei confronti di un essere spietato ma vincente. Non dimentichiamolo.
Un personaggio secondario, anzi una comparsa che interpreta un ragazzo di strada ha tatutato quest’acronimo sul collo. Per dire.

Nota: questo film è basato sull’omonimo romanzo di Carlo Bonini.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


19
gen 12

32 dicembre

32 dicembre

32 dicembre

di Luciano De Crescenzo (Italia, 1988)
con Luciano De Crescenzo, Renato Scarpa, Riccardo Pazzaglia,
Enzo Cannavale, Vanessa Gravina, Grazia Scuccimarra,
Caterina Boratto, Patrizia Loreti, Riccardo Cucciolla,
Silvio Ceccato, Antonio Allocca, Gerardo Scala, Massimo Serato,
Benedetto Casillo, Sergio Solli, Silvia Annichiarico

Commedia partorita dalla mente di Luciano De Crescenzo, che qui troviamo nel ruolo di attore, regista, autore e sceneggiatore. L’ironia è quella tipica dei suoi romanzi e dei suoi film, sullo stile di “Così parlò Bellavista”, insomma. Anche parte del cast è lo stesso – vedi Pazzaglia, Casillo e Solli.
Tre sono gli episodi che formano l’opera: tutti aventi come tema portante il tempo, il suo significato, la sua fugacità, le relatività delle convenzioni umane, ecc.
Nel primo episodio – “Ypocrites” – un uomo (Silvio Ceccato), fingendo di credersi Socrate, ogni giorno pretende che in casa sua si insceni una piccola recita a cui prendono parte anche alcuni figuranti prezzolati. Sua moglie (Grazia Scuccimarra) lo asseconda malvolentieri e sopporta le bizzare richieste del marito, almeno sino a quando questi non cerca di approfittare della sua insanità mentale apparente per sedurre la cameriera.
Nel secondo – “La gialla farfalla” – una nonna molto vitale e di bell’aspetto (Caterina Boratto) decide di vivere gli ultimi anni della sua vita senza remore, con grande leggerezza, come se fosse una ragazzina, anche se suo figlio, sua nuora e il resto della famiglia (nipote esclusa) voglia proibirle di comportarsi in questo modo. Nonostante tutti gli ostacoli, riuscirà comunque a coronare il suo sogno: sposare un coetaneo di cui è innamorata e fuggire con lui all’estero, peraltro portando via con sé una discreta somma di denaro estorta ai suoi parenti con l’inganno.
Nel terzo – “I penultimi fuochi” – un padre di famiglia disoccupato (Enzo Cannavale) trascorre l’intera giornata del 31 dicembre alla ricerca di 100.000 Lire con cui comprare un po’ di petardi per festeggiare “dignitosamente” con la sua famiglia la notte di San Silvestro. Vaga per tutta la città quasi elemosinando, toccando alte vette di umiliazione; incontra molte persone (tutti napoletani) ma nessuno gli concede un prestito, né gli fa credito. Il racconto della sua miserrima avventura avviene in una caserma, davanti a un commissario che l’ha fermato proprio per aver sparato dei botti.
De Crescenzo nel primo episodio interpreta uno psichiatra chiacchierone che distilla perle di filosofia spicciola, nel secondo un prete poco ortodosso e nel terzo un professore di astronomia rinchiuso nell’osservatorio di Capodichino.
Vanessa Gravina è un’adolescente dalla lingua lunga, amica e complice della sua nonna vitale; risponde a tono ai suoi genitori senza vergogna con piglio deciso e uno slang giovanilista ai limiti del ridicolo.
Massimo Serato interpreta lo spasimante della nonna: un anziano povero in canna ma affascinante ed elegante dal lessico e dai modi molto raffinati.
A Renato Scarpa De Crescenzo ha assegnato il personaggio del figlio apprensivo della nonna arzilla.
Silvia Annichiarico è un’altra parente della nonna, forse una figlia più giovane.
Riccardo Pazzaglia appare nella veste di un avventore di bar un po’ impiccione: un napoletano disgustato dalla tradizione tutta napoletana di sparare petardi per festeggiare l’anno nuovo.
Benedetto Casillo e Sergio Solli sono due poveracci che in casa del matto che si crede Socrate recitano la parte rispettivamente di Antistene e Aristippo.
Il buffo Gerardo Scala invece si traveste da Diogene pur di entrare a far parte della piccola compagnia che recita i filosofi greci.
Antonio Allocca (ricordate il professore coi baffi della serie “I ragazzi della 3^ C”?) ha una piccola scena in cui recita la parte del merciaio.
Una delle scene più divertenti (e più note) di tutta la pellicola è quella in cui un uomo concede un prestito a suo fratello a patto che questi per 30 minuti resista all’umiliazione di essere pubblicamente deriso davanti a parte della famiglia e alcuni vicini di casa.
Alla sceneggiatura del film ha partecipato anche Lidia Ravera.
Le musiche sono state composte e dirette da Tullio De Piscopo.
Pellicola curiosa e divertente. Voto: 6. Sufficiente. Da vedere se avete già visto altri film di De Crescenzo, se avete letto qualcuno dei suoi libri o se comunque il personaggio è di vostro gradimento.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


13
gen 12

The Artist

The Artist

The Artist

di Michel Hazanavicius (Francia, 2011)
con Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman,
James Cromwell, Penelope Ann Miller, Missi Pyle,
Malcolm McDowell, Basil Hoffman

Film muto in bianco e nero sul periodo del cinema muto e in bianco e nero.
Storia d’amore tormentata tra il divo di Hollywood George Valentin (Jean Dujardin) e Peppy Miller (Bérénice Bejo), una giovane ragazza astro emergente dello stesso settore. Lui è famosissimo, vanitoso, pieno di sé e probabilmente anche un po’ stronzo. Sta con una biondina incazzosa (interpretata da Penelope Ann Miller – ricordate la Gail di “Carlito’s Way”?). Lei è dolce e forse un po’ ambiziosa. Si conoscono per caso, fuori dall’uscita di un teatro, poi si reincontrano sul set. Si piacciono subito. Lui aiuta lei a far carriera. In poco tempo la piccola Peppy diventa una vera star di prim’ordine nel firmamento del cinema americano.
artists
George invece, con l’arrivo del cinema sonoro, cade nel dimenticatoio. Si rifiuta di lavorare con la voce, di scendere a compromessi con questa nuova moda perché la ritiene degradante. I produttori nelle pellicole non vogliono più la sua faccia che ormai sa di vecchio. Ferito nell’orgoglio, si isola e si deprime sempre più, riducendosi in uno stato pietoso. Diventa così povero da farsi pignorare l’immenso patrimonio di mobili e opere d’arte accumulati negli anni. In preda alla follia un giorno dà persino fuoco a casa sua, rischiando di morire intossicato e arso vivo. Ma questo non accade perché il suo piccolo buffo cane – il fido compagno di una vita, sia davanti che dietro le quinte – riesce a trarlo in salvo.
Come dice il trailer originale (lo potete vedere qui): una giovane attrice ruba le luci della ribalta e il cuore al più grande attore di Hollywood. Ma non si tratta di cattiveria, di odio o vendetta. Tutt’altro. Dopo l’incidente Peppy si prende cura di George. Anzi, lo faceva già prima, in gran segreto, come quando ha comprato di nascosto tutti i suoi averi e li ha messi da parte per evitare che cadessero nelle mani dei creditori. Dopo incomprensioni e fraintendimenti il loro amore trionferà.
The Artist è un film sull’Sentimento vero. Quello con la lettera maiuscola. Quello dell’abnegazione e delle lunghe attese. Ma è anche un film anche sulla stupidità della vanità, dell’orgoglio e dell’opporsi al nuovo ostinatamente e in maniera ottusa.
Io l’ho trovato molto gradevole, oltre che originale. Buffo in alcuni frangenti ma molto drammatico allo stesso tempo. Un’opera completa e godibilissima. Grandioso che un regista sia riuscito a farsi produrre un film muto nel 2011. Persino in bianco e nero! Roba da non crederci. Grande stima dunque per Hazanavicius.
Lasciatemi spendere due parole anche per John Goodman. Simpaticissimo come al solito. Incredibile come riesca a suscitare ilarità anche solo con le espressioni del visto. Questo è quello che si dice un grande attore. Bravo!
Anche il canuto James Cromwell è incredibilmente adeguato al ruolo del fidato autista. Che recitasse molto bene lo sapevamo già.
Voto alla pellicola: 7+. Da vedere assolutamente.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


8
gen 12

Piedipiatti

Piedipiatti

di Carlo Vanzina (Italia, 1991)
con Enrico Montesano, Renato Pozzetto,
Ennio Antonelli, Tony Sperandeo, Antonio Ballerio,
Pino Ammendola, Mirella Falco, Roberto Della Casa,
Angelo Bernabucci, Victor Cavallo, Luigi Petrucci,
Anna Benny, Giorgio Trestini, Norman Sanny

È sempre un piacere rivedere questa commedia con Montesano e Pozzetto nei panni di due poliziotti che si trovano quasi per caso a condurre insieme un caso di traffico internazionale di droga. L’uno romano, simpaticone, dai modi poco ortodossi, l’altro milanese, preciso, ligio al dovere, esageratamente rigido in tutto. Un duo di cialtroni che, grazie alla caparbia dei giusti e la fortuna degli ingenui, riesce a incastrare il cattivone di turno, in questo caso rappresentato da un notabile della buona borghesia milanese: un commendatore stimatissimo che usa come facciata una missione umanitaria (buonismo caritatevole) per nascondere l’importazone di crack dalla Colombia.
Uso questo post per dissociarmi da quanti ritengono che i fratelli Vanzina non abbiamo mai scritto – né diretto – una buona commedia. La sceneggiatura, peraltro, è di Piero De Bernardi e Leo Benvenuti su soggetto di Enrico Montesano e degli stessi Vanzina.
Da segnalare anche una gradevole colonna sonora.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


21
dic 11

Sherlock Holmes – Gioco di ombre

Sherlock Holmes - Gioco di ombre

Sherlock Holmes – Gioco di ombre
(Sherlock Holmes: A Game of Shadows)

di Guy Ritchie (USA, 2011)
con Robert Downey Jr., Jude Law, Noomi Rapace,
Rachel McAdams, Jared Harris, Stephen Fry, Geraldine James,
Eddie Marsan, Kelly Reilly, Paul Anderson, William Houston

Fiaba fracassona per grandi e piccini. Se vi è piaciuto il precedente episodio, apprezzerete anche questo.
Il perfido professor Moriarty (Jared Harris) ha comprato un’industria bellica e ha intenzione di scatenare una guerra mondiale, mettendo contro Francia e Germania, al solo scopo di costingere gli Stati a rivolgersi a lui per l’acquisto dell’arsenale bellico. Per realizzare il suo piano si avvale dell’aiuto di alcuni anarchici che in quegli anni tentano di creare il panico, organizzando diversi attentati dinamitardi. Il Dr. Watson, novello sposo, abbandona la luna di miele per seguire Sherlock in giro per l’Europa nella folle impresa di sventare il progetto malvagio di Mortiarty.
Non ho letto i romanzi di Doyle per cui non so quanto questa pellicola sia attinente all’opera originale ma credo che ormai questa valutazione non sia più importante. Ritchie ha preso solo spunto dal personaggio del celebre investigatore per creare un divertente action movie molto avventuroso ambientato nell’ultimo decennio del XIX secolo.
Downey e Law se la cavano ottimamente, come al solito. Il loro è un umorismo leggero, senza vere e proprie battute comiche. Diciamo che ci mettono le espressioni buffe. Più che altro il grande lavoro è stato fatto in fase di scrittura per far rivivere sulle labbra dei due protagonisti quello humor inglese sagace che si avvale spesso di contorte perifrasi per esprimere un giudizio.
Non vorrei parlare di maschilismo ma mi stupisce un po’ che il film sia imperniato quasi esclusivamente su Holmes e Watson e che non ci sia alcuna figura femminile importante al loro fianco. Certo, c’è Noomi Rapace nel ruolo della zingara che accompagna i due protagonisti nell’ultima fase dell’avventura, c’è la bella Rachel McAdams nei panni della truffaldina Irene Adler e Kelly Reilly ad intepretare la neo-sposa di Watson, ma mi sembrano tutti ruoli davvero molto marginali. Il che suona strano.
Una citazione speciale va fatta per il ruolo del fratello di Holmes, tale Mycroft: un buffissimo diplomatico inglese corpulento e dai modi compassati, interpretato dal grandioso Stephen Fry.
Voto complessivo: 6. Un buon prodotto di intrattenimento. Forse meno interessante del primo episodio ma ancora abbastanza valido.

Nota: a differenza del capitolo precedente, questo film è stato prodotto negli Stati Uniti, anziché nel Regno Unito.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


11
dic 11

Il giocattolo

Il giocattolo

Il giocattolo

di Giuliano Montaldo (Italia, 1979)
con Nino Manfredi, Arnoldo Foà, Vittorio Mezzogiorno,
Pamela Villoresi, Marlène Jobert, Olga Karlatos,
Daniele Formica, Mario Brega, Arnaldo Ninchi, Mario Cecchi,
Luciano Catenacci, Renato Scarpa, Carlo Bagno

Vittorio Barletta è il ragioniere di una grossa azienda lombarda. Per il suo capo, l’industriale Nicola Griffo, è un fidato braccio destro che si occupa di tutto: va a versare e a ritirare il denaro dalla banca, nasconde in casa libri della “contabilità occultata”, fa da testa di legno per l’apertura di società off shore, ecc. Dopo essere stato ferito durante la rapina in un supermarket, si prende un breve periodo di convalescenza e si dedica al suo hobby preferito: riparare orologi d’epoca. Tornato al lavoro, si rende conto che Nicola Griffo l’ha sostituito con un altro gorilla, un vecchio ufficiale in pensione che pare garantire più sicurezza alla società perché abitualmente porta con sé una pistola. Per riguadagnare la fiducia del suo capo, riprendersi il suo ruolo in azienda e non sentirsi “superato”, Vittorio decide quindi di comprare un’arma. Uscito dall’armeria, viene però picchiato e derubato della pistola. Il momento di debolezza e riflessione comunque dura poco: Vittorio non demorde. Il suo amico poliziotto Sauro Civer gli regala un’altro costoso revolver e lo porta ad allenarsi al poligono di tiro. Vittorio si scoprirà un grande tiratore sportivo ma in poco tempo l’istinto omicida prenderà il sopravvento su di lui. Una sera, per caso, si trova coinvolto in una sparatoria in pizzeria e non può fare a meno di usare l’arma per uccidere: dopo aver visto il suo amico Sauro morire sotto i suoi occhi, istintivamente decide di rispondere al fuoco, spara per vendetta e uccide il malvivente assassino mentre si dà alla fuga. A questo punto Vittorio diverrà definitivamente schiavo della sua arma, non riuscirà più a separarsene, senza contare che sarà pian piano estromesso dalla sua azienda e finirà per allontanarsi anche da sua moglie, che peraltro nel frattempo si è gravemente ammalata.
In apertura la pellicola ha quasi un taglio reazionario e fascistoide, sembra cioè che stia lì lì per affermare attraverso le immagini un qualuquistico: “Signora mia, quanta violenza c’è al giorno d’oggi”. Poi prende una piega diversa e finisce per illustrare la deriva pericolosa e incontrollata che spesso prende il desiderio di auto-difesa. Un film sui rischi del farsi giustizia da soli? Forse. Alcuni l’hanno addirittura considerato una versione italiana de “Il giustiziere della notte”, ma non saprei sire se è corretto, dal momento che non l’ho visto.
Manfredi è in parte, come al solito. Probabilmente un tantinello troppo anziano (aveva 58 anni quando ha girato) ma non mi è sembrato un grande problema. Nei panni del ragioniere “buono e fesso” ci sta bene, forse meno in quelli del giustiziere ma non importa.
Ottima performance per Vittorio Mezzogiorno. Suo è il ruolo del giovane poliziotto campano, leale e coscenzioso.
Buona recitazione anche per la Jobert, qui nei panni della tranquilla e comprensiva signora Barletta.
Deliziosi i duetti tra Nicola Griffo (Arnoldo Foà) e sua figlia Patrizia (Pamela Villoresi): non sopportandosi, si dicono in faccia ogni sorta di cattiveria, spesso alla presenza di Vittorio. L’uno è un padre padrone, ricchissimo e arrogante, che vuole tenere sua figlia lontano dal rischio di un rapimento a fini di riscatto miliardario, l’altra si sente schiava della limitazione di libertà imposta da suo padre e schifata dal suo forte attaccamento al denaro.
Mario Brega interpreta uno dei compari del malavitoso assasinato in cerca vendetta.
Daniele Formica invece recita nel ruolo del gestore del poligono frequentato da Sauro e Vittorio.
Nota: il soggetto è stato scritto da Sergio Donati, che ha curato anche la sceneggiatura con lo stesso Manfredi con il regista Montaldo.
Voto: 5 e mezzo. Discreto.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


8
dic 11

Midnight in Paris

Midnight in Paris

di Woody Allen (Francia, 2011)
con Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard,
Michael Sheen, Carla Bruni, Adrien Brody, Kathy Bates,
Nina Arianda, Kurt Fuller, Tom Hiddleston, Alison Pill,
Mimi Kennedy, Léa Seydoux, Corey Stoll, Lil Mirkk, Gad Elmaleh

Partiamo con le cose semplici. Questo è migliore del precedente film di Woody Allen. Dunque i delusi potranno rifarsi. Almeno in parte.
Mi spiego. La commedia è gradevole ma non siamo di fronte a quei capolavori a cui Allen ci aveva abituato durante i decenni precedenti. Peccato. Comunque sia, Midnight in Paris, pur essendo privo del tipico umorismo sagace che da anni contraddistingue le produzioni cinematografiche di questo regista, non è un cattivo film. Anzi.
Il protagonista, tale Gil, è un giovane scrittore americano in vacanza a Parigi con la sua ragazza e i di lei genitori. Innamoratissimo della città, ha il desiderio di trasfericisi a vivere ma la sua ragazza Inez non pare essere del tutto d’accordo. Mentre cenano in lussuoso ristorante i due incontrano un’altra coppia di americani: Paul, un professore vecchio amico di Inez, e la sua compagna. Iniziano così a visitare Parigi in quattro ma Gil presto si stufa e decide di abbandonare la comitiva, anche perché Paul gli risulta particolamente antipatico a causa della sua pedanteria. Inez invece, affascinatissima dal suo amico colto e barbuto, decide di continuare con lui il tour culturale per la città da sogno.
Mentre la sua ragazza è in giro per Parigi, Gil preferisce passeggiare in solitudine per la città; così facendo, una notte si imbatte per caso in degli strani personaggi, un gruppo di artisti del passato di cui è fan da sempre: Ernest Hemingway, Cole Porter, Francis Scott e Zelda Fitzgerald. Inizialmente gli sembrerà tutto un sogno (anche perché è abbastanza alticcio) ma ci metterà poco ad accorgersi che si tratta di una specie di realtà parallela in cui si trova immerso, una specie di “Inception” nel passato – per la precisione negli anni ’30.
Di questa vita notturna vissuta in compagnia dei suoi amici artisti Gil s’innamorerà senza remore. Sarà il suo rifugio dai problemi diurni con la sua ragazza e il presente. Di notte incontrerà anche Adriana, una bellissima moretta per cui perderà la testa. Persino la sua autostima, dai livelli bassi in cui si trovava prima delle frequentazioni notturne, farà notevoli progressi grazie all’incontro con Gertrude Stein, che accetterà di leggere il libro che sta scrivendo e gli fornirà diversi consigli su come procedere con il lavoro.
Non vi svelo il finale ma sappiate che nasconde una morale. Anche condivisibile, a dire il vero: né banale, né troppo scontata.
Domanda importante: ma si ride durante la visione di questo film? Mah. Poco, direi quasi mai. A parte una scena straordinaria in cui il protagonista incontra in un bar uno stralunatissimo Salvator Dalì (magnificamente interpretato da Adrien Brody) che non fa altro che rifersi alla figura del rinoceronte. Ma questo è solo il mio personalissimo parere.
Owen Wilson è un’attore che mi sta un sacco simpatico; bravissimo, certo, ma sinceramente non so è stata la scelta perfetta per questa pellicola. Diciamo che non è fuori ruolo ma personalmente lo preferivo nei panni di personaggi demenziali. Quella non è la faccia di uno scrittore americano con problemi esistenziali.
Rachel McAdams invece è perfetta. Fa la giovane americana di buona famiglia, una biondina dolce e sexy anche un po’ stronzetta, la fidanzatina perfetta che ti sta al fianco finché non si stufa o non si presenta il primo problema serio. Non so come dirvelo: io l’ho trovata molto più che attraente. Per i primi 20 minuti di pellicola non ho fatto altro che guardare e pensare alle sue gambe.
Michael Sheen interpreta un giovane professore americano che viene invitato alla Sorbonne. Affascinantissimo. La barba nera e folta gli dona molto. Peccato abbia dovuto recitare la parte di un rompiscatole saputello e pretenzioso.
Marion Cotillard è bella, ma questo lo sappiamo. Qui recita la parte della ragazza giovane e frivola che non sa quel che vuole. Il personaggio di Adriana è un’apparente ingenua che si fa affascinare da enormi personalità e che attraverso questo atteggiamento nasconde il suo vuoto esistenziale. Riesce comunque a far innamorare il protagonista con un solo sguardo. Bontà sua.
Di Adrien Brody ho già detto.
Carla Bruni: quasi “non pervenuta”. Ha solo un paio di scene nei panni di un’insulsa guida turistica. Il presidente francese ci scuserà per questo.
Kathy Bates nei panni di Gertrude Stein per me è un “Boh”.
Mi ha stranito vedere Alison Pill nei panni di Zelda Fitzgerald. Il suo ruolo è emblematico. Risulta buffa in un primo momento e tragica poco dopo. Un peperino frizzante prima e un anima in pena in preda alla disperazione più profonda dopo. La bravura di Allen credo stia anche nel saper raccontare personalità di questo tipo, nonostante in questo caso l’abbia fatto attraverso un paio di pennellate/scene appena.
Molto buffo anche Gad Elmaleh, l’attore a cui hanno affidato il ruolo di un investigatore privato francese. Recita una sola battuta ma la situazione in cui si viene a trovare è decisamente divertente.
Voto: 6. Sufficienza. Da Allen ci si aspetta sempre capolavori.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


4
dic 11

La marcia su Roma

La marcia su Roma

di Dino Risi (Italia, 1962)
con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi,
Angela Luce, Roger Hanin, Mario Brega,
Gérard Landry, Antonio Cannas, Nino Di Napoli,
Daniele Vargas, Edda Ferronao, Carlo Kechler, Liù Bosisio

Una delle commedie più belle della storia del cinema italiano.
Due ex commilitoni che hanno servito la Patria insieme durante la Prima Guerra Mondiale, due cialtroni senza arte né parte che non hanno nulla da perdere, si infervorano per le teorie del movimento Fascista e seguono alcune camice nere alla volta di Roma per realizzare la tristemente nota “Marcia su Roma”. Durante il lungo tragitto, però, si renderanno conto di quanto siano falsi i valori propugnati ufficialmente dal movimento, di quando opportunisti siano i dirigenti e di come sia orribile sporcarsi le mani con la violenza, l’unico sistema che le squadracce usano per ottenere potere e consenso.
Gassman e Tognazzi sono al massimo della forma. L’uno interpreta il ruolo dello sfontato e opportunista, l’altro è il sempliciotto di campagna che sogna di poter avere un giorno un pezzo di terra da coltivare.
Roger Hanin è molto buffo nella parte del Capitano Paolinelli, un fascista con pizzetto scuro e folto che dà ordini con il tipico piglio da federale.
In questa pellicola troviamo anche un giovane Mario Brega nei panni di un rozzo e manesco squadrista.
Nota: il soggetto e la sceneggiatura sono di Age e Scarpelli, Ruggero Maccari, Sandro Continenza, Ghigo De Chiara ed Ettore Scola.
Film da guardare assolutamente. Voto: 9.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


2
dic 11

Dannazione

Dannazione 

di Chuck Palahniuk
Mondadori, Strade Blu – Dark
250 pagg. – 17,50 Euro

Immaginate una fusione tra l’inferno dantesco e il Mago di Oz. Qui la Dorothy della situazione si chiama Madison Spencer ed è morta. La voce narrante, nonché protagonista del romanzo, è una ragazzina in età prepuberale molto colta e sagace, oltre che cinica. Si trova all’inferno perché è morta (ovviamente) anche se inizialmente non si capisce precisamente cosa abbia fatto per meritarsi la dannazione eterna. Di lei sappiamo però che ha due genitori molto famosi, due vip appartenenti al mondo dello showbiz.
Non voglio svelarvi molto perché questo libro è davvero fantastico e va scoperto pagina dopo pagina, ma lasciatemi elogiare l’approfondita ricerca che l’autore ha compiuto sui miti del passato legati ai demoni e alla rappresentazione dell’inferno. Scandagliando l’immaginario dei nostri avi, le diverse culture delle varie zone del mondo, le religioni monoteiste e politeiste dalle origini dell’apparizione dell’uomo sulla Terra ad oggi, Palahiunk è riuscito a tracciare un quadro dell’Inferno molto vario, non del tutto attinente all’interpretazione offerta dal Cristianesimo. A dirla tutta, forse in alcuni passaggi la descrizione degli inferi è un po’ troppo da “macchietta”, grottesca e infantile. Ma, d’altronde, la protagonista ha meno di 13 anni ed è lei a raccontare.
Questa volta persino il finale è degno di plauso. Mi spiego: io adoro Palaniuk, credo che sia un grande raccontastorie, che scriva benissimo, ma solitamente “cicca” i finali. Cioè il più delle volte crea delle opere straordinarie che però terminano in modo banale e/o deludente. Questa volta no. La storia di “Dannazione” si evolve in maniera stupenda, tutto fila liscio e in coda troviamo anche un bel “coup de teatre”. Non aggiungo altro.
Consigliatissimo a tutti quelli che già apprezzano lo stile Palahniuk.

La scheda di Bol.it e quella di IBS.it.