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«A discesa iniziata, sto solo aspettando di fermarmi per inerzia»

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Sono fotogenico

agosto 31, 2010 film Comments

Sono fotogenico

Sono fotogenico

di Dino Risi (Italia, Francia, 1980)
con Renato Pozzetto, Edwige Fenech,
Aldo Maccione, Massimo Boldi, Julien Guiomar,
Gino Santercole, Roberta Lerici, Bruna Cealti,
Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Mario Monicelli, Barbara Bouchet,
Attilio Dottesio, Margherita Horowitz, Luigi Di Sales

Commedia molto divertente con protagonista Renato Pozzetto.
Antonio Barozzi, un giovane sui trent’anni (quando ha girato questo film Pozzetto ne aveva già 40), lascia il suo paesino in provincia di Varese per trasferisi a Roma in cerca di fortuna. Dal momento che si crede fotogenico e ha una grandissima passione per il cinema, ambisce a diventare un attore di fama internazionale. Il suo sogno più grande – addirittura – è vincere un premio Oscar.
Sfortunatamente, però, le cose per lui vanno molto male: si riduce a vivere in una squallida pensione di quart’ordine, si presenta a decine di provini senza ottenere grossi successi, il fotografo che gli realizza il book lo insulta e lo demoralizza, il suo agente non fa che illuderlo e truffarlo, ecc. Insomma riuscirà a recitare solo in qualche tristissimo film con il ruolo di comparsa.
Anche dal punto di vista sentimentale le cose gli vanno tutt’altro che bene: durante le riprese di un film si innamora di Cinzia, una splendida ragazza – anch’ella comparsa – ma questa pare non corrisponde i suoi sentimenti; anzi intrattiene rapporti con diversi uomini, pur illudendo il nostro in un paio di occasioni.
Pensate a questa pellicola come a una versione “showbiz” de “Il ragazzo di campagna”. L’unica differenza è che qui il finale è molto più amaro. In un certo senso “Sono fotogenico” cerca di essere satira di costume, vuole sbeffeggiare un po’ il crudele mondo dei cinematografari romani, elogiare le persone semplici e pure di provincia ma finisce per tracciare un quadro triste e desolante di ambizioni distrutte e di laidi figuri.
Il film è costruito intorno a Pozzetto. Una delle scene più esilaranti è quella della seduta dal fotografo per la realizzazione del book in cui il protagonista mantiene un’unica espressione per tutto il tempo, nonostante gli venga chiesto di interpretare una serie di sentimenti completamente differenti.
Edwige Fenech è giovane e bella come sempre (in questo tipo di film). Ha la parte di Cinzia, l’attricetta dai facili costumi. Peccato sia doppiata da una tizia con un consistente accento romanesco. Certo la sua voce originale con marcato accento francese non sarebbe stata appropriata però mi preme ribadire che parte del suo imperituro fascino deriva anche dalla sua voce e da quel vezzo fonetico. La scena a seno nudo, ovviamente, non può mancare. Se vi mettete a cercate su Google Images con la chiave “Sono fotogenico” potrete capire cosa intendo.
Aldo Maccione interpreta l’avvocato scroccone e volgare che cerca in tutti i modi di truffare il protagonista.
Buffissimo Boldi nei panni del cognato del protagonista: lo vediamo molto magro, dotato di baffetti ridicoli e di capelli completamente impomatati.
A Julien Guiomar hanno dato il ruolo del vecchio attore che tutti chiamano “maestro”, un tizio lercio, situabile ai limiti della pederastia, che tiene lezioni di recitazione al fine di irretire giovani attori provetti.
Mario Monicelli, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman interpretano loro stessi ma lo fanno mettendo in scena solo il loro lato peggiore, dimostrandosi cioè cattivi, superbi, presuntuosi, insofferenti, maleducati, volgari, supponenti, ecc.
Roberta Lerici veste i panni di Marisa, la fidanzata racchia e provinciale che il protagonista aveva prima di lasciare il paisello.
Gino Santercole, invece, impersona il fidanzato storico di Cinzia, un tizio dai capelli rossi e ricci che ha la fama di essere uno picchiatore.
Il soggetto e la sceneggiatura del film sono di Massimo Franciosa, Dino Risi e Marco Risi.
Non lo credevo possibile ma, guardando questo film, ho riso sonoramente e di gusto tre o quattro volte.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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La scorsa settimana sono passato per Lecce. Ero in città per motivi turistici. Ho fatto un giro al centro per visitare i tipici luoghi che incuriosicono chi non è mai stato nel capoluogo salentino. Poi, verso mezzogiorno, mi sono fermato a pranzare in un curioso ristorante: il Palazzo Personé.
Il posto mi ha colpito subito perché molto “stiloso” (passatemi il termine). Voglio dire: mi ha incuriosito l’arredamento contemporaneo (qualcuno direbbe “di design”) e l’essenzialità con cui sono stati allestiti gli interni. Ad esempio: la volta è di tufo, quasi a cupola, sui toni del giallo ocra chiaro, restaurata molto recentemente, il bancone è di legno chiaro, molto liscio, i tavolini sono molto vecchi (antichizzati) ma ricoperti di uno spesso strato di vetro trasparente. Sì, lo so: sono una persona molto frivola.
Fuori, per strada, ci sono alcuni tavolini ma io ho pranzato dentro, al fresco. Mercoledì scorso il sole era di quelli che spacca le pietre – quasi.
Appena seduto ho notato che la consolle era accesa e mandava musica house, di quella soft, molto gradevole, che non dà fastidio. Negli Usa la chiamano “Soulful House”. La consolle consolle (munita di due cdj Pioneer all’avanguardia) è poggiata su una piccola mensola nella vetrina (per dire quanta importanza viene data alla musica in questo posto). Probabilmente resta accesa per tutto il tempo in cui il locare rimane aperto. Di certo in alcune sere d’estate c’è anche un dj a “cambiare i dischi”. Il posto si trasforma in un american bar, c’è da giurarci. Inoltre alle pareti sono appesi dei piccoli pannelli di forex quadrati su cui sono riprodotte delle foto in bianco e nero, riportanti al centro il centrino di interessanti mix di musica house. Non c’era da sbagliarsi: il posto per me, decisamente.
Ho ordinato una frisa con patè di melanzana come antipasto e un trancio di tonno scottato con sesamo e semi di papavero. Da bere solo una bottiglia di Acqua Surgiva da 75 cl. leggermente gasata. La Ferrarelle non c’era. Tutto molto buono. Totale: 22 Euro. Alla cassa ne ho pagati 20. Mi hanno fatto lo sconto senza che io lo chiedessi. Si saranno voluti scusare forse del fatto che ho atteso un po’ prima che venissero a prendere l’ordinazione? Strano perché il locale era tutt’altro che affollato. Tra le altre cose i 2 Euro scontati erano proprio i 2 Euro di “coperto”. Pessima usanza, questa di far pagare al cliente per il posto in cui si siede! Nota dolentissima.
Per il resto tutto ok. I camerieri sono gentilissimi, si mangia bene, il menu non è scontato (c’era anche la bistecca di toro sulla carta), il locale è bello (si tratta del piano terra ristrutturato di un vecchio palazzo signorile), a pranzo non c’è confusione, il bagno è spazioso, moderno e pulitissimo, i prezzi non sono folli per uno che vive a Roma. D’altronde Lecce ad agosto è una città iper-turistica.

Il Palazzo Personé credo fornisca anche servizio hotel, ossia ha anche camere per soggiornare.
Si trova in via Umberto I, al numero 5, ossia in una stradina stretta, a due passi dal centro. Ci si mette un minuto da piazza Sant’Oronzo: una delle più importanti di Lecce, lì dove c’è l’obelisco con la statua del santo e l’anfiteatro Romano.
Per ulteriori informazioni sentitevi liberi di visitare il sito ufficiale.

La foto che accompagna questo post è presa dal sito ufficiale

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I soliti sospetti

agosto 21, 2010 film Comments

I soliti sospetti
(The Usual Suspects)

di Bryan Singer (USA, 1995)
con Gabriel Byrne, Kevin Spacey, Chazz Palmintieri,
Benicio Del Toro, Stephen Baldwin, Pete Postlethwaite,
Kevin Pollack, Giancarlo Esposito, Suzy Amis, Dan Hedaya

Non so quante volte ho rivisto questo film: 3, forse 4. Non importa. Il fatto è che trovo sempre molto gustoso il modo in cui lo spettatore scopre i fatti attraverso la ricostruzione del sospettato Verbal e di come scopra solo alla fine, inserendo l’ultima tessera di un puzzle alquanto complicato, quale sia la vera identità del famigerato Keyser Söze.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Qui potete vedere la locandina originale americana.

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In nome del popolo italiano

agosto 15, 2010 film Comments

In nome del popolo italiano

di Dino Risi (Italia, 1971)
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman,
Yvonne Furneaux, Michele Cimarosa, Ely De Galleani,
Pietro Tordi, Pietro Nuti, Checco Durante, Enrico Ragusa,
Maria Teresa Albani, Simonetta Stefanelli, Franco Angrisano,
Renato Baldini, Edda Ferronao, Francesco D’Adda, Paolo Paoloni,
Franca Ridolfi, Marcello Di Falco, Giò Stajano, Vanni Castellani

Nonostante il fantastico duo Gassman/Tognazzi  – e Dino Risi alla regia – questa non può essere considerata propriamente una commedia; tuttavia qui siamo in presenza di un piccolo capolavoro di amarissima ironia.
“In nome del popolo italiano” mette in scena un conflitto tra due idee: quella di uguaglianza, giustizia, rettitudine morale – impersonata dal giudice settentrionale Mariano Bonifazi – e quella di liberismo estremo, edonismo, speculazione, rampantismo, “strafottenza”, menfreghismo, corruzione, conservatorismo reazionario e fascismo – impersonata dall’imprenditore di origini siciliane Lorenzo Santenocito.
L’espediente per il confronto tra questi due stili di vita è l’inchiesta che il giudice Bonifaci conduce presso la procura di Roma, riguardo il caso dell’omicidio di una giovanissima escort.
Ancora una volta troviamo sul grande schermo due mostri sacri del cinema italiano, l’uno di fronte all’altro in un testa a testa che sembra non poter avere vincitori, né vinti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Piccoli affari sporchi

luglio 29, 2010 film Comments

Piccoli affari sporchi
(Dirty Pretty Things)

di Stephen Frears (UK, 2002)
con Audrey Tatou, Chiwetel Ejiofor,
Sergi López, Sophie Okonedo,
Benedict Wong, Jean-Philippe Écoffey,
Abi Gouhad, Zlatko Buric, Sotigui Kouyaté

Film inglese prodotto da Miramax e BBC, valido ma ingiustamente sottovalutato. Probabilmente è anche passato in sordina nelle nostre sale.
Attenzione: non si tratta del seguito della saga di Amélie Poulain, nonostante vi reciti Audrey Tatou.
Stephen Frears racconta una storia amara, ma alquanto originale, ambientata nella Londra dei giorni nostri, una Londra di cui non si parla mai, quasi nascosta, ma che vive e pulsa sottotraccia.
Okwe e Senay sono due immigrati clandestini: lui africano, lei turca. Vivono nello stesso appartamento ma non s’incontrano mai. Lui di giorno lavora come tassista abusivo, mente di notte fa il concierge in un albergo di bassa lega gestito da un losco figuro di probabili origini sudamericane. Lei lavora nello stesso albergo ma di giorno come inserviente (leggi: pulisce le camere). Tuttavia, vivere insieme nello stesso appartamento è un eufemismo, perché in realtà Senay affitta semplicemente il suo divano a Okwe e non vuole assolutamente che in giro si sappia che lei – giovane vergine mussulmana dalla reputazione impeccabile – ha un uomo in casa.
Le vite dei due londinesi-non londinesi si sfiorano continuamente senza intrecciarsi mai. Le loro tranquille ma faticose routine vengono appena accentate, non annoiano, perché la narrazione entra subito nel vivo. Sin dalle prime battute, infatti, vediamo la situazione degenerare; le cose per Okwe si mettono subito male quando, rovistando in una stanza dell’albergo, si imbatte per caso in un water intasato da un cuore umano. Anche per Senay la situazione non è delle migliori, dal momento che si ritrova alle calcagna due pessimi individui del reparto immigrazione della polizia, desiderosi di trovare un cavillo legale per espatriarla il prima possibile.
Narrativamente il film è costruito molto bene perché lo spettatore non traccia immediatamente il profilo preciso dei due protagonisti. In altri termini: la storia è intrigante, i fatti si scoprono pian piano, uno per volta e senza che il racconto sia banale o scontato.
Vedere Audrey Tatou nei panni di una non-francese all’inizio fa un po’ specie ma ci si abitua molto presto. La domanda che, infatti, mi sono posto durante tutto il film è stata: “Chissà come sarà il francesce con accento turco della Tatou?!” – io il film l’ho visto doppiato in italiano. L’avevo videoregistrato dalla tv qualche anno fa.
Chiwetel Ejiofor ha una bella faccia. Direi che risulta quasi immediatamente simpatico. Ciò nonostante, il suo non è un ruolo da buffone – non siamo di fronte ad una commedia, infatti. Tutt’altro. A mio modo di vedere, è stata un’ottima idea prenderlo a recitare la parte di un uomo serioso ma dal cuore grande. Un africano poco meno che quarantenne, completamente chiuso, rigido e severo con se stesso, misterioso ma buono, che porta sulle spalle il peso di un grande inconfessabile segreto ma che, allo stesso tempo, non riesce a sottrarsi a mille doveri morali che gli si parono davanti.
Buffissimo Zlatko Buric nella parte del portiere d’albergo di origini russo/ukraine: tanto fanfarone, quanto chiacchierone.
Sophie Okonedo interpreta la giovane prostituta di bassa lega: un animo buono e gentile che fraternizza subito con i due “poveri” protagonisti.
Ottima scelta di cast anche per Sergi López: esprime la giusta dose di antipatia funzionale al suo ruolo di sfruttatore senza scrupoli.
A me e al coinquilino questo film è piaciuto molto. Ripeto: trama originale. Aggiungetevi anche valide interpretazioni e sensata ricostruzione della vita nella cosiddetta “Londra invisibile”. Voto: 7.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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I vicini di casa

luglio 13, 2010 film Comments

I vicini di casa
(Neighbors)

di John G. Avildsen (Usa, 1981)
con John Belushi, Dan Aykroyd, Kathryn Walker,
Cathy Moriarty, Lauren-Marie Taylor, Igors Gavon,
Tim Kazurinsky, Tino Insana

Buffa commedia ai limiti dell’assurdo. Anche in questo film Belushi e Aykroyd dimostrano di essere più che affiatati, sul set come fuori.
Earl Keese e sua moglie Enid sono una coppia triste e noiosa, divorata dalla routine. Poi una sera, tornando dal lavoro, Earl si accorge che nella casa accanto alla sua sono arrivati dei nuovi vicini e così inizia la sua discesa verso l’inferno della pazzia. Si da il caso, infatti, che la coppia di vicini è formata da Ramona, una biondina ninfomane, che cerca di sedurre Earl dal primo momento in cui i due s’incontrano, e da Vic, un folle macho cialtrone filonazista che va matto per gli scherzi e che non perde occasione per trasformare Earl nella sua vittima preferita. Come se non bastasse, i due bizzarri vicini trovano nella moglie e nella figlia punk di Earl la sponda perfetta per martirizzarlo.
Nota narrativa: la storia si svolge tutta in meno di 24 ore.
Vedere John Belushi nei panni di un pacioso impiegato fa specie. Poi, dopo qualche minuto, questa sensazione passa e ci si trova ad ammettere che anche in questa veste è davvero tagliato per la recitazione di personaggi fuori dall’ordinario.
Dan Aykroid è magrissimo, quasi irriconoscibile. Forse saranno le pupille blu e la chioma tinta di biondo ma più la guardavo più stentavo a crederci. In effetti è strano anche il fatto di vederlo interpretare il ruolo da bastardo – se non proprio da cattivo.
Di primo acchitto Cathy Moriarty non sembra poi tanto “pantera” ma più avanti nel film – bisogna ammetterlo – riesce ad esprimere un certo fascino da vamp.
Lauren-Marie Taylor interpreta Elaine, la figlia di Earl e Enid. Dove ho visto questa faccia? Ho controllato, ricordavo bene: interpretava Stacey Donovan nella soap-opera “Quando si ama (Loving)”.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Arrivano i dollari!

luglio 13, 2010 film Comments

Arrivano i dollari!

di Mario Costa (Italia, 1957)
con Alberto Sordi, Mario Riva, Nino Taranto,
Riccardo Billi, Isa Miranda, Diana Dei, Turi Pandolfini,
Rosita Pisano, Ignazio Balsamo, Loris Bazzocchi,
Sergio Raimondi, Rita Giannuzzi, Natale Cirino

Simpatica commedia in bianco e nero dall’impianto quasi teatrale.
Cinque fratelli di un innominato paesino della provincia italiana (uno qualsiasi) ricevono un telegramma ciascuno in cui li si avvisa che una loro zia è in arrivo dal Sudafrica. La donna (Isa Miranda) è la vedova di un loro lontano zio, partito tanti anni fa per il continente africano in cerca di fortuna. Insieme alla vedova – una donna sulla quarantina tanto affascinante, quanto emancipata – arriva anche il testamento con le volontà dello zio. Ciò che i fratelli non sanno è che la giovane donna che si spaccia per la zia africana (Rita Giannunzi) è in realtà solo il suo notaio – e viceversa. In pratica la bell’ereditiera ha escogitato questo piano dello scambio di identità per cercare di scoprire il più possibile sulle vite dei bizzarri nipoti prima di leggere loro il testamento. Questi cinque uomini, infatti, hanno una pessima reputazione: sono un po’ la rappresentazione dei tipi vizi e difetti degli Italiani. Uno è taccagno incallito, pur essendo ricco possidente (Nino Taranto), uno è un ex barbiere sfaccendato che ha sposato una contessa e l’ha uccisa solo per ereditarne il titolo e il prestigio (Alberto Sordi), uno è un giovane titolare di officina che per hobby seduce fanciulle (Sergio Raimondi), uno è un perdigiorno beone (Mario Riva) e uno è pazzo di gelosia per sua moglie (Riccardo Billi), tanto da tenerla sempre chiusa in casa.
Note di merito
1. per Alberto Sordi che già gigioneggia alla grande nel ruolo del triste scroccone che, non avendo voglia di lavorare, cerca di vivere di rendita giocando un tranello ad uno dei suoi fratelli.
2. per Riccardo Billi nel ruolo del marito geloso sospettoso e “fregnone”. Lo ricorderete sicuramente per questa gag in cui ride sull’aria di un noto brano musicale.
3. per Nino Taranto nella parte del ricco possidente terriero che quasi impazzisce di rabbia quando si vede costretto a mostrarsi generoso agli occhi del notaio/zia.
Da segnalare la divertentissima scena in cui due personaggi ballano il cha cha cha sulla pista di un night club.

La scheda di Cinematografo.it e quella di My Movies.it.

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Colpo gobbo all’italiana

giugno 8, 2010 film Comments

Colpo gobbo all’italiana

di Lucio Fulci (Italia, 1962)
con Mario Carotenuto, Gina Rovere, Marisa Merlini,
Andrea Checchi, Gino Bramieri, Aroldo Tieri, Gabriele Antonini,
Hélène Chanel, Ombretta Colli, Nino Terzo, Mario de Simone,
Giacomo Furia, Burt Nelson, Silvia Bettini, Carlo Pisacane

Commedia molto buffa che racconta le gesta di una specie di “banda degli onesti”.
Roma. Esterno notte. Venerdì. La filiale di banca di un quartiere popolare viene svaligiata mentre è di guardia Orazio, un metronotte che si è sempre distinto per la sua dedizione al lavoro: in 10 anni di servizio mai nessun crimine è stato perpetrato nella sua zona. Di lì a poco proprio per questo motivo riceverà anche una onorificenza dal quartiere. Dal momento che nessun allarme è scattato, Orazio decide di non sporgere denuncia e di non riferire l’accaduto ai suoi capi, anche perché si sente responsabile dell’accaduto, essendosi allontanato (per una volta) dal luogo di lavoro per prestare soccorso ad una giovane donna molto affascinante. L’idea della guardia è di cercare di porre rimedio personalmente al furto, magari recuperando la refurtiva entro il weekend, ossia prima che arrivi il lunedì mattina, la banca riapra e si scopra il fattaccio. Per risolvere questo problema, allora, decide di rivolgersi ad una banda di piccoli ladruncoli di quartiere che conosce di persona. Essendo però questi all’oscuro di tutto, finiscono per delegare la risoluzione di questo problema a un ex capobanda, tale Nando Paciocchi, che ormai ha ripulito la sua immagine dandosi alla vendita di elettrodomestici. A questo punto scatta una vera e propria caccia al ladro con Paciocchi alla guida della banda e delle ricerche: obiettivo recupero della refurtiva e riposizionamento del denaro sottratto nella cassaforte della filiale della banca. In pratica la prospettiva si ribalta: quelli che inizialmente vengono identificati come ladri, finiscono per diventare eroi, dando la caccia al furfante invasore che ha osato intromettersi negli affari del quartiere.
Mario Carotenuto nella parte di Paciocchi è superlativo. Uno dei più grandi caratteristi del cinema italiano in bianco e nero. Un simbolo gigante per la commedia all’italiana in generale e romana in particolare.
Gino Bramieri interpreta un bandito grasso e cialtrone di origini milanesi che viene sottoposto ad un interrogatorio e segregato in casa di Paciocchi perché sospettato di essere implicato nel furto alla banca. Molto divertente il suo duetto con Carotenuto: l’uno nella parte del dell’indagato, l’altro in quella poliziotto dai modi bruschi.
Andrea Checchi ha il ruolo del metronotte in bicicletta, un uomo di mezza età, semplice ed ingenuo che si affida a dei bonari ladruncoli per risolvere il caso, pur di non vedere compromessa la sua reputazione di buona guardia del quartiere.
Giacomo Furia ha un piccolissimo ruolo da brigadiere.
Marisa Merlini fa la moglie coraggio dal piglio deciso di uno dei ladri cialtroni – quello intepretato dal famoso “Tartaglione d’Italia”, ossia Nino Terzo.
Ombretta Colli è così giovane che quasi non la si riconosce. Il suo ruolo è quello della fidanzatina dolce e un po’ ingenua di uno dei membri più giovani della banda di ladri cialtroni. Ama il suo uomo ma si mostra restia a cedere alle avance, almeno finché lui non le promette di sposarla.
Aroldo Tieri appare in coda al film in un paio di scene nei panni di una specie di gagà raffinato esperto in apertura di casseforti.
A Gina Rovere il ruolo della moglie giovane e bona di Paciocchi, un’oca giuliva che trascorre il tempo chiusa in casa, indossando una vestaglietta trasparente molto sexy e servendo caffè agli ospiti di suo marito.
Le musiche del film sono del M° Piero Umiliani. Alcuni brani che compongono la colonna sonora sono cantati da Gianni Meccia. Una segnalazione particolare va fatta per la canzone “La nottola di notte”, che fa da sigla di apertura del film e per “Sexy Twist”, un pezzo allegro e solare che viene suonato durante una delle scene più divertenti del film.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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La nostra vita

giugno 1, 2010 film Comments

La nostra vita

di Daniele Luchetti (Italia, 2010)
con Elio Germano, Isabella Ragonese, Raul Bova,
Stefania Montorsi, Luca Zingaretti, Giorgio Colangeli,
Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola

Non so bene di preciso cosa, ma da questo film mi aspettavo di più. Forse perché Luchetti è uno dei miei registi italiani preferiti. In un certo senso sono uscito dal cinema con l’amaro in bocca.
“La nostra vita” racconta di Claudio, un giovane muratore (capo cantiere) romano – di 30 anni circa – che rimane vedovo con tre figli piccoli a carico. Fino ad allora la sua vita era stata molto tranquilla, felice si potrebbe dire: nessun problema sul lavoro, una famiglia che gli vuole bene, una moglie giovane, carina e accomodante. Quando questa viene a mancare (proprio durante il parto del loro terzogenito), Claudio promette a se stesso che da quel momento in avanti non farà mai mancare nulla ai suoi figli. Approfittando del fatto di essere stato testimone di una morte scomoda sul cantiere, decide di taglieggiare il suo diretto superiore: si fa quindi dare in sbubappalto un’intera palazzina da ristrutturare alla periferia della citta. La commessa però è importante e necessita di molto denaro per essere avviata, perciò decide di mettere da parte l’orgoglio e chiedere a uno spacciatore paraplegico (suo amico, nonché coinquilino) la cifra di cui ha bisogno. Ma le cose, purtroppo, non vanno proprio per il verso giusto perché da una parte i fornitori di droga dell’amico spacciatore reclamano il denaro e minacciano violenze, mentre dall’altro gli operai sul cantiere si ammutinano per il mancato pagamento degli stipendi arretrati. Nel frattempo Claudio, per placare i sensi di colpa, accoglie in casa e dà lavoro al figlio dell’uomo che ha visto morto sul cantiere (un guardiano notturno rumeno) e la cui scomparsa non ha denunciato.
Vediamo dunque le cose buone e le cose meno buone di questo film.
[SPOILER]
Non buone.
1. Il finale non è eccessivamente buonista, è vero. Ma in un certo senso le cose si aggiustano. Nel bene o nel male Claudio riesce a terminare i lavori sulla palazzina che ha preso in gestione e riesce a resituire tutto il denaro – interessi compresi – ai suoi parenti, che per aiutarlo di erano molto sacrificati.
2. La camera da presa è continuamente addosso ai personaggi, in particolar modo al protagonista. Forse la cosa è voluta. Forse il regista ha voluto dare  allo spettatore un senso di angoscia e claustrofobia ma rischia quasi di farlo vomitare in sala, lo spettatore.
Cose buone. Anzi ottime: la recitazione di tutti.
Elio Germano ormai è un numero uno del cinema italiano contemporaneo: questo è un dato di fatto. Per questa interpretazionea ha anche preso il premio come migliore attore al 63° Festival di Cannes. Un riconoscimento europeo – se non internazionale. Bene. Eppure secondo me in alcune scene va in “over-acting” – se questo termine ha senso. Mi spiego: in alcuni frangenti, quando cioè gli è stato chiesto di mostrare il dolore di un giovane uomo che perde per sempre la sua compagna di vita, è andato un po’ sopra le righe, ha urlato, ha pianto e si è dimenato come un pazzo. Era necessario? Certo. Ma sono convinto che avrebbe potuto anche limitarsi un po’.
Raul Bova – da non crederci – è perfetto nella parte del quarantenne timido e impacciato con le donne, seppur belloccio. Non l’ho mai visto recitare così bene. Perfettamente nella parte.
Molto brava anche Stefania Montorsi (ma quanto fascino ha?!) a trasmettere la figura della sorella protettiva e responsabile, della donna con la testa sulle spalle, che cerca di alleviare il dolore del fratello minore e di alleggerirgli il peso delle responsabilità, occupandosi dei figli mentre lui è al lavoro. Bravissima e bella.
A prima vista, Zingaretti conciato come un tamarro di periferia fa quasi ridere. L’ho trovato buffo inizialmente. Ma qui stiamo parlando di un professionista, di uno che anche in questa occasione ha saputo adattarsi al ruolo che ha preso in carico. Davvero notevole.
Colangeli, invece, è proprio da premio. Da superpremio. In un altra vita sarà stato imprenditore edile? Chissà! Gli riesce benissimo questa parte, ce l’ha scritto in faccia. Eccellente interpretazione.
Di Isabella Ragonese che dire? Boh. In “Tutta la vita davanti” mi era piaciuta molto. Qui non saprei; forse recita in poche scene per poterla valutare. Ad ogni modo mi si lasci dire che non basta un cuscino sotto la maglietta per dare l’idea che una donna (peraltro giovane e in perfetta forma fisica) sia incinta.
Altra cosa buona della pellicola: lo spaccato di una Roma di periferia che soffre e che lavora (anche ai margini della legalità) e di cui putroppo poco si racconta. Si potrebbe azzardare parallelismi tra questo film e il neorealismo del dopoguerra ma si farebbe il solito sciocco gioco dei critici cinematografici professionisti. Per questa volta, dunque, soprassediamo.
Devo essere sincero: a me la musica di Vasco Rossi non è mai piaciuta, perciò qui l’ho trovata un po’ fastidiosa e ruffiana (se si pensa a quanti milioni di fan abbia questo artista in Italia). Però bisogna ammettere che usare questo espediente (musicale) e quello delle gitarelle al centro commerciale (ambientale) per tracciare il profilo della tipica famiglia italiana di oggi è una bella trovata. Un po’ stereotipata, forse, ma con un deciso fondo di verità. Stessa cosa dicasi per il desiderio espresso dai protagonisti di andare a trascorrere le vacanze estive a Rimini o in Costa Smeralda (Sardegna).
Nota: la sceneggiatura, oltre che di Luchetti stesso, è di Sandro Petraglia e Stefano Rulli.
Voto totale: 6.

Qui potete vedere il trailer.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Cadillac Records

maggio 29, 2010 film Comments

Cadillac Records
di Darnell Martin (Usa, 2008)
con Adrien Brody, Jeffrey Wright, Beyoncé Knowles,
Columbus Short, Gabrielle Union, Emmanuelle Chriqui,
Cedric the Entertainer, Mos Def, Eamonn Walker,
Joshua Alscher, Tim Bellow, Tony Bentley, Marc Bonan

Film basato su di una storia vera: la nascita e la morte della gloriosa Chess Records. La pellicola infatti racconta di come Leonard Chess, un giovane di origine polacca, dopo aver aperto un night club in un quatiere di neri, sia riuscito a circordarsi di grandi musicisti e a fondare una delle più importanti etichette per la storia della musica blues e rock.
Uno dei pregi di “Cadillac Records” è quello di non focalizzarsi solo sulla di vita di un singolo personaggio. La storia di Chess, infatti, s’intreccia in maniera indissolubile anche con quella di uno dei più grandi bluesman di tutti i tempi (Muddy Waters), con quella di Chuck Berry e di Etta James. A seconda del periodo storico, cioè, l’azione si sposta su questo o su quell’altro personaggio ponendolo al centro del racconto.
Un altro punto a favore di questa pellicola è il cast. Senza questi volti, sapientemente scelti, il film forse non avrebbe avuto la stessa fortuna.
Adrien Brody è fuori discussione; è perfettamente a suo agio nel ruolo del produttore generoso e bonario, amico, padre e protettore di tutti i suoi artisti.
Ottima prova per anche per Jeffrey Wright. Magari sarà stato anche aiutato dal carisma dello stesso Muddy Waters (il personaggio che interpreta), però è in grado di rendere benissimo lo spirito dei tempi, la vita sfrenata di una star, il successo, la passione per la musica che suonava, la complicità con il suo collega e amico Little Water (ben interpretato da Columbus Short) e il rapporto di fiducia/amicizia con il fondatore dell’etichetta.
Chi crede che Beyoncé sia solo una cantante deve ricredersi. Dopo aver visto questo film, non si può sostenere che non abbia anche buone doti recitative. Sebbene la parrucca bionda non le stia benissimo, riesce comunque a dare grande profondità al personaggio tormentato di Etta James. La voce, poi, mette i brividi – che ve lo dico a fare! Mi è sembrata perciò una degna interprete di quelle che furono le hit della diva che interpreta.
Per essere un film biografico a protagonista multiplo “Cadillac Records” è fatto davvero bene. Non conoscevo le vicende di questa etichetta discografica, per cui non saprei dire quanto le vicende mostrate sul grande schermo siano attinenti alla realtà, e quanto invece ci sia di romanzato, ma posso affermare con convinzione che comunque la regista (che ha anche curato la sceneggiatura) è riuscita a realizzare un buon prodotto cinematografico. Il film avvince e non annoia. 115 minuti possono sembrare tanti ma scorrono via veloci.
Un plauso va anche a tutti quelli che hanno lavorato dietro le quinte per ricostruire costumi, acconciature, aggeggi e ambienti tipici dell’epoca. Dev’essere stato un lavorone ma, visto l’eccellente risultato, direi che ne è proprio valsa la pena.
Nota: Il titolo della pellicola fa riferimento al fatto che Leonard Chess era solito regalare una Cadillac a ciascuno dei suoi artisti quando questi ragguingevano il successo sperato.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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