Posts Tagged: Patricia Clarkson


19
mag 11

Shutter Island

Shutter Island

di Martin Scorsese (USA, 2010)
con Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley,
Max von Sydow, Michelle Williams, Emily Mortimer, Nellie Sciutto,
Patricia Clarkson, Jackie Earle Haley, Ted Levine, Elias Koteas

Attenzione perché questo post potrebbe essere uno SPOILER gigante.
“Shutter Island” è il tipico film in cui avviene il ribaltamento di prospettiva. Avete presente “Il sesto senso” e “Memento”? Bene. A grandi linee qui avviene la stessa cosa. Intendo: in principio allo spettatore viene data una versione dei fatti o, meglio, gli viene offerta solo ed un’unica prospettiva: quella del protagonista. Poi pian piano, con l’avanzare del film, vengono rilasciati parecchi indizi che mettono in crisi quell’assunto e portano lo spettatore ad un’epifania, a capire l’errore di fondo in cui vive il protagonista, cioè come sia completamente in errore, come sia egli stesso causa dei suoi mali, carnefice e non vittima, cacciato e non cacciatore.
La cosa bella è che, nonostante questo inizi ad essere un meccanismo alquanto diffuso, una strada parecchio battuta nel cinema contemporaneo, con me è il trucco è riuscito. Ancora una volta. Ci sono cascato come un allocco e non mi è dispiaciuto. Non mi sono accorto, cioè, che quello a cui stavo assistendo era tutto un grande bluff, ben orchestrato per giunta. E dico “ben orchestrato” proprio perché ho abboccato, non ho mangiato la foglia rapidamente. In questo modo ho potuto godermi la pellicola e scoprire pian piano la verità.
Dunque bravo – anzi bravissimo – Scorsese, che è riuscito comunque a portare a casa un bel risultato, nonostante si stesse cimentando con un genere abbastanza nuovo (per lui). Non vorrei dire la solita fesseria, ma non mi pare che prima di “Shutter Island” avesse girato altri thriller così cupi e ansiogeni. Unico neo: l’eccessiva lunghezza di alcuni excursus all’interno della mente contorta e distorta del protagonista. In un paio di occasioni ho trovato questi inserti un po’ lunghi e alquanto noiosi.
Vi accenno brevemente alla storia. L’agente federale Teddy Daniels e il suo nuovo collega Chuck Aule si recano su di un’isola in cui si trova un penitenziario criminale, chiamati ad indagare sulla misteriosa scomparsa di una paziente, tale Rachel. Arrivati in questo posto tetro e misterioso, però, finiscono per rimanerne invischiati – Daniels in particolar modo. Su di lui è infatti il focus del racconto. Le motivazioni che lo imbrigliano in questa sgradevolissima situazione sono sostanzialmente tre: 1. la terribile tempesta che si abbatte sull’isola e che gli impedisce quindi materialmente di tornare indietro; 2. lo strano atteggiamento non collaborativo dei medici, della dirigenza e del personale del penitenziario; 3. i terribili incubi che riaffiorano nella sua mente, mescolando i ricordi di sua moglie (morta in un incendio doloso) e le brutture che ha vissuto durante la guerra – in particolar modo durante la liberazione del campo di concentramento di Dachau.
Dal punto di vista professionale Leo di Caprio cresce costantemente. Nelle ultime pellicole lo vediamo recitare sempre meglio. Le bambinate di “The Beach” ormai sono lontane. Secondo me è in fase ascendente. Da “The Departed” in poi non fa che migliorare.
Ben Kingsley è il signore dell’aplomb. Questa è la qualità che fa emerge maggiormente attraverso il suo personaggio: il primario che dirige l’ospedale psichiatrico. Non sfigura affatto nei panni del rispettabile dottorone. Calmo, deciso e autoritario. Dall’alto del prestigio che la sua figura gli conferisce s’impone e fa rispettare le regole, senza aver bisogno di alzare la voce o usare violenza.
Mark Ruffalo è un grande attore ma qui sta un passo indietro rispetto a Di Caprio – essendo questo protagonista assoluto. Peccato davvero: ha un sacco di potenziale inespresso. Lo vediamo sempre in ombra. Avrebbe potuto esprimersi meglio e di più ma è costretto ad un ruolo da comprimario.
Michelle Williams interpreta la mogliettina del protagonista. Forse sono prevenuto, forse la sua immagine nella mia mente è troppo legata alla ragazzina biondina di “Dawson Creek”, ma ho grandi difficoltà a darle credito come attrice drammatica.
Ancora una volta Max von Sydow si dimostra attore di grande rango. Qui lo vediamo nei panni di uno psichiatra di origini teutoniche che stuzzica la rabbia repressa e la violenza dell’agente Daniels, mettendo a dura prova la sua pazienza.
La minuta Emily Mortimer recita nei panni della finta paziente Rachel, una matta estremamente instabile che finge di essere la paziente fuggitiva.
Patricia Clarkson interpreta invece la vera paziente Rachel.
A Ted Levine hanno affidato il ruolo del direttore del penitenziario, un sadico istigatore amante della violenza.
Voto alla pellicola. 7. La sufficienza la raggiunge perché non è un cattivo film. Anzi. Mezzo punto perché è riuscito a sorprendermi. Altro mezzo punto perché le location in cui si è girato, le ambientazioni e alcuni scenari (i boschi, gli edifici dell’istituto, il mare freddo e denso di foschia, la tempesta) sono elementi molto affascinanti, che in questo caso contribuiscono a infondere nello spettatore un senso di angoscia, oltre che di mistero.

Guarda qui il trailer italiano del film.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it,


24
set 09

Basta che funzioni

BastaCheFunzioni

Basta che funzioni
(Whatever Works)

di Woody Allen (Usa, 2009)
con Larry David, Evan Rachel Wood,
Ed Begley Jr., Patricia Clarkson, Conleth Hill,
Henry Cavil, Michael McKean, John Gallagher Jr.,
Carolyn McCormick, Christopher Evan Welch, Jessica Hecht

Ennesima splendida commedia scritta e diretta da Woody Allen.
Finalmente Allen torna a fare film alla sua vecchia maniera. E dimostra di riuscirci ancora benissimo.
Il solo monologo del protagonista, introduttivo alla storia, vale tutto il prezzo del biglietto – o forse più. ??????? ????????? ???? ??????? mp3
Boris Yellnikoff, un uomo di mezza età, un genio della fisica quantistica scorbutico ed apocondriaco, decide di andare a vivere da solo, dopo aver lasciato sua moglie ed aver tentato il suicidio. Odia la vita con tutto se stesso ma ha grande stima di sè, della propria cultura ed intelligenza. Le uniche persone che frequenta sono tre amici – suoi coetanei – che incontra con una certa frequenza in un bar. Un giorno per caso si imbatte in Melody, una ragazza giovanissima, fuggita di casa e da poco arrivata nella Grande Mela. La trova sotto casa, in uno stato pietoso: Melody gli si para davanti come una clochard, gli chiede cibo e un posto dove dormire. Seppur contrariato, Boris cede: si convince e la lascia entrare in casa sua. Melody saprà essere convincente: resterà ospite dal vecchio Boris per molto tempo. I due diventeranno pian piano amici. Mentre lui le insegnerà tutto sul mondo, continuando a brontolare e ad insultarla, lei si invaghirà di lui. Alla lunga i due finiranno per sposarsi, nonostante l’età, nonostante le abissali differenze culturali e caratteriali, nonostante tutto. Il primo anno da sposini sarà idilliaco, almeno finché non arriveranno i genitori di Melody a fare da guastafeste.
Non aggiungo altro perché, in un certo, senso il finale merita. Il film tutto sommato è prevedibile ma non importa. Come diceva il mio vicino di poltroncina: questa è una pellicola in cui “non accade niente”. Ed io mi permetto di aggiungere: meno male! Perché la grandezza di Allen in questo caso sta proprio in questo: nell’aver realizzato un film eccelso pur lasciando che trama fosse né particolarmente originale, né ‘dinamica’. È un film di parola, tutto di testa, in cui la ricchezza principale sono i dialoghi e i concetti espressi dall’autore per bocca del protagonista.
Allen, dicevamo, è tornato a fare i film di un tempo, alla vecchia maniera. Ha lasciato l’Europa ed è tornato a girare in patria, nella “sua” New York. È tornato sul suo vecchio stile tutto nevrotico e psicotico. Solo che questa volta non si è riservato una parte davanti alla cinepresa, questa volta non recita. È Larry David, nei panni del protagonista, a fare da portatore della filosofia alleniana. Inoltre bisogna anche ammettere che il regista ha saputo scegliersi un perfetto primo attore. Sono sicuro che David non ha affatto deluso Allen.
Ottima interpretazione anche per la “piccola” Evan Rachel Wood. Ok: è giovane e carina ma non conta. C’è di più, c’è dell’altro: è perfetta per il personaggio che interpreta. Credo che sia una grande attrice. R qui lo dimostra chiaramente. Una così non è cretina. Non può esserlo. Non puoi essere svampita sul serio se poi sullo schermo interpreti in maniera così perfetta il ruolo della svampita.
Grande scelta di cast anche per quel bambascione ipercredente e represso del padre di Melody: Ed Begley Jr. ha la faccia tipica del ricco bifolco del sud.
Stessa cosa dicasi per Patricia Clarkson: è tagliata per il ruolo di Marietta, la madre stronza e vipera di Melody che da cattolica ultraortodossa in poco tempo, sotto l’influenza della cultura della Grande Mela, si trasformerà in promettente artista all’avanguardia.
Ammetto anche che Henry Cavill è un bel fusto e recita molto bene: ha senso farlo recitare nei panni di un giovane ed avvenente attore.
Giudizio finale: 9. Film da vedere assolutamente.
Consigliato ad un pubblico adulto (e non depresso) ma consigliato moltissimo.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


31
ott 08

Vicky Cristina Barcelona

Vicky Cristina Barcelona
di Woody Allen (USA, Spagna, 2008)
con Scarlett Johansson, Rebecca Hall,
Penelope Cruz, Javier Bardem, Patricia Clarkson,
Kevin Dunn, Chris Messina, Julio Perillàn, Manel Barcelò,
Silvia Sabaté, Pablo Schreiber, Zack Orth, Abel Folk, Joel Joan

Ho qualche difficoltà a classificare questa pellicola. Di certo non è un noir, non è proprio il racconto di una storia d’amore, né ad essa ci si può riferire considerandola come una commedia. Eppure troviamo mescolati un po’ tutti questi elementi – e forse altri ancora. A mio modo di vedere comunque questo è il meno riuscito del filone dei film di Allen girati ed ambientati in Europa. Almeno io ho preferito quelli girati sul suolo britannico.
Non solo l’unico comunque perché mercoledì sera, uscendo dal cinema (il “Jolly” di Roma), ho origliato e percepito un certo malcontento nei commenti degli spettatori che lasciavano la sala. Diciamo quindi che si rimane un po’ a bocca aperta, che forse il finale non appaga sufficientemente lo spettatore, che la circolarità della trama non risulta particolarmente gradita alla maggioranza del pubblico.
Sostanzialmente “Vicky Cristina Barcelona” racconta del viaggio che due giovani ragazze americane compiono un’estate nella famosa città spagnola e di come entrambe finiscano per innamorarsi di un artista dalla vita sentimentale tutt’altro che noiosa, un tipo passionale, un seduttore irrefrenabile che allo stesso tempo soffre perché ancora follemente tormentato dal sentimento di attrazione/repulsione nei confronti della sua ex moglie.
Ci troviamo insomma in un mènage plurimo. Questa relazione amorosa coinvolge 4 persone: le due ragazze americane, l’artista macho e la caliente moglie di lui. La prima, Vicky, respinge inizialmente le avanche di Juan Antonio per poi cadere una notte in un turbine di sfrenata passione; la seconda invece, la bionda Cristina, vive una relazione più lunga con lo stesso pittore viveur, nonostante nel loro sentimento si intrometta Maria Elena, la ex moglie di lui. Anzi, il ritorno di questa folle donna sotto il tetto coniugale, dopo un tentato suicidio, non dà giovamento al rapporto di coppia tra Juan Antonio e Cristina, mettendo in piedi un vero e proprio triangolo goioso e fruttuoso dal punto di vista creativo. Sarà proprio durante questi giorni infatti che Cristina acquisterà una certa fiducia in se stessa, dedicandosi con zelo alla fotografia, mentre sia Juan Antonio che Maria Elena riprenderanno a dipingere di buon grado e con grandi risultati.
La pellicola è un ovvio spot turistico alla Catalunia. Su questo mi trovo d’accordo con l’analisi fatta a riguardo da Emmebi. Ma non mi sembra che questo costituisca un grave problema. Forse in alcuni frangenti risulta più fastidiosa la voce narrante che, spiegando un po’ troppo la trama ed i sentimenti vissuti dai protagonisti, finisce per accelerare troppo gli eventi e togliere allo spettatore un certo gusto nell’analisi della psicologia dei personaggi.
C’è da fare i complimenti a Scarlett Johansson per il fatto di accettare spesso ruoli un po’ da svampita o comunque dalla personalità non proprio forte. Questa volta infatti interpreta la ragazzina immatura e perennemente insoddisfatta che non riesce a capire cosa vuol fare della propria vita, una tipetta che apparentemente dà l’idea di essere un peperino, un vulcano di idee e di vitalità, ma che si rivela ben presto una donnetta che sa quello che non vuole ma non quello che vuole, la biondina scipita che riesce solo a rifutare quello che la vita le offre.
Fino alla fine del primo tempo ho quasi creduto che la più bella sulla scena fosse Rebecca Hall. E difatti non mi sbagliavo più di tanto. Credo che ‘unico difetto che si possa trovare nell’aspetto fisico di questa donna sia il mento un po’ troppo pronunciato o un’attaccatura dei capelli leggermente alta. Mi stupisco un po’: l’avevo notata già in “The Prestige” ma non mi aveva fatto una grande impressione. Ciò nonostante, stiamo parlando di una donna molto bella, dal grande fascino. Davvero una scelta sensata per il ruolo di Vicky, l’americana di buona famiglia che va in Europa per completare gli studi sulla cultura della Catalogna.
Quando però appare Penelope Cruz tutto cambia. Potrei dire che quasi ruba la scena a tutti ma non è proprio così. Cerco di spiegare meglio. Non è questione di peso del personaggio o di numero di scene recitare. Semplicemente si tratta di Bellezza. Con la “B” maiuscola. Il suo fascino è qualcosa di irresistibile; anche nei panni della disturbata mentale, anche con il trucco sfatto, con i capelli in disordine e con un vestito da quattro soldi è in grado di tirar fuori una sensualità senza pari. Si ha quasi compassione per il protagonista maschile, anzi si solidarizza con lui perché davvero ci si convince che di una donna dal tale potere attrattivo si può davvero restare innamorati per tutta la vita – nonostante le sofferenze che ella può farti patire.
Javier Bardem è nel suo periodo fortunato. Si trova nel suo momento “Sì”. Popolare non solo in patria, ormai la sua bravura ha conquistato anche Hollywood, gli Stati Uniti, mezzo Mondo. Un riconoscimento più che meritato. Pressoché perfetto qui nei panni dell’artista bohemien, un pittore che non si sottrare al fascino di ogni donna che incontra, un vero Casanova dei giorni nostri dall’accento spagnolo, macho e un po’ rozzo nell’aspetto ma dai modi e dalle parole suadenti. Ogni femmina che gli passa davanti deve essere sua. Per uno così la parola “donna” può essere riduttiva e svilente. Al suo cospetto le donne sono “femmine” perché tali le fa sentire: bestie, esseri belluini che adorano sottomettersi al suo istinto passionale. Unica donna che riesce a tenergli testa – e che proprio per questo riesce a conquistare per sempre il cuore – è sua moglie Maria Elena.

Piccola nota di apprezzamento anche per il fascino di Patricia Clarkson, nientaffatto offuscato dalla sua età, (ormai quasi cinquantenne). Sul suo personaggio il regista/sceneggiatore carica la cifra di analisi psicogica. Judy Nash, infatti è un’americana cinquantenne sposata con un suo ricco connazionale e residente in Spagna. Delusa dalla piattezza della propria vita coniugale, la donna cercherà (inutilmente) di caricare le sue aspettative di sulla giovane amica Vicky.
Non male la colonna sonora. Alcuni pezzi cantati in spagnolo rimangono in testa. Forse perché vengono ripetuti più volte proprio come tema di fondo o forse perché risultano eseguiti da una volce molto leggera e gradevole che aiuta a stemperare determinate tensioni che si vengono a creare in alcuni frangenti della narrazione.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.