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13
ott 11

Drive

Drive

di Nicolas Winding Refn (Usa, 2011)
con Ryan Gosling, Carey Mulligan,
Bryan Cranston, Ron Perlman, Oscar Isaac,
Albert Brooks, Christina Hendricks, Kaden Leos,
James Biberi, Tiara Parker, Cesar Garcia, Chris Muto

Drive è un bel thriller, un crime drama o un noir – se preferite – tratto dall’omonimo romanzo scritto da James Sallis.
Narra di un giovane che, sapendo guidare benissimo, sbarca il lunario come stuntman nel cinema per rischiosissime riprese automobilistiche e come autista su commissione per rapine. Nel resto del tempo fa anche il meccanico in un’autofficina gestita da un tizio non del tutto raccomandabile. Insomma il nostro bazzica nella malavita ma solo tangenzialmente, non è propriamente un malavitoso, anzi. Con lui simpatizzeremo quando scopriremo che è un bravo ragazzo, un uomo dal cuore d’oro che arriverà addirittura ad aiutare il pessimo marito della giovane biondina di cui si è innamorato.
I suoi sentimenti si palesano quasi immediatamente alla vista di Irene una ragazza minuta dai capelli corti, giovane mamma sola che quando non fa la cameriera si occupa del suo piccolo figlio Benicio. Sola perché suo marito, tale Standard Guzman, sta scontanto una pena in prigione.
I guai iniziano proprio quando Mr. Guzman viene scarcerato; l’idillio tra l’autista e la giovane mamma – che passavano giornate splendide da famigliola felice in compagnia del piccolo Benicio – subisce una brusca interruzione ma, ciò nonostante, l’eroe del film decide di continuare ad orbitare intorno a questo nucleo familiare, di non allonanarsi e vegliare sui suoi membri. Anzi interviene proprio in loro difesa, attivamente, cercando di tirare il capofamiglia fuori da una brutta situazione di debiti non pagati e pestaggi.
Ryan Gosling, il protagonista di questa pellicola, ormai non sbaglia un film. Praticamente non l’ho mai visto fuori parte.
Carey Mulligan è la mammina fragile. Un viso non bellissimo (cioè carina ma non bona) tuttavia abbastanza dolce da essere credibile sia come cameriera, che come “sweetheart”.
A Brian Cranston hanno affidato il ruolo del bonario Shannon, il meccanico zoppo titolare del’officina.
In gamba anche il bambino che interpreta Benicio (Kaden Leos) e quello che fa suo padre (Oscar Isaac).
I più bravi comunque – Gosling esluso – sono stati Albert Brooks e Ron Perlman, rispettivamente nei panni di Bernie Rose e Nino: due malavitosi anzianotti ma spietatissimi che celano le proprie attività illecite dietro una pizzeria.
Cos’ha di buono “Drive”, dunque? Sicuramente la fotografia e la recitazione di tutti gli attori. Certo, la trama non è nuova, non è originalissima, ma è comunque raccontata molto bene. Siamo di fronte cioè a un film confezionato decentemente. Il finale tra l’altro non è del tutto scontato. Non ve l’anticipo ma sappiate che non rimarrete delusi.
Cosa c’è che non va in “Drive”? Quasi nulla. Persino la colonna sonora, opera di Cliff Martinez, merita di essere ascoltata. Mi è sembrata degno complemento delle eccellenti immagini: contemporanea, semplice, non invasiva e in linea con le situazioni raccontate.

Qui trovate il trailer italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


9
gen 11

Romanzo Criminale

Romanzo Criminale

di Michele Placido (Italia, 2005)
con Claudio Santamaria, Kim Rossi Stuart,
Pierfrancesco Favino, Stefano Accorsi, Anna Mouglalis,
Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Antonello Fassari,
Elio Germano, Michele Placido, Gian Marco Tognazzi,
Toni Bertorelli, Francesco Venditti, Stefano Fresi, Roberto Brunetti,
Massimo Popolizio, Andrea Ricciardi, Gigi Angelillo, Donato Placido, Roberto Infascelli

Questo film l’ho già visto 5 anni fa quando uscì al cinema. Ne scrissi anche su questo blog. Adesso l’ho rivisto, dopo aver visto anche le due stagioni della serie tv omonima – il libro di De Cataldo, invece, quello da cui tutto ha avuto origine, l’ho comprato ma non l’ho ancora letto.La seconda visione mi ha permesso di soffermarmi su alcuni particolari, su cose che, ovviamente, durante la prima visione in sala mi erano sfuggite e che invece adesso ho apprezzato molto.
Iniziamo col dire che il paragone con la serie tv è un po’ inclemente. Si potrebbe affermare che la serie è meglio del film ma giustapporre un lungometraggio da 152 minuti con 22 episodi da 55 minuti non si può proprio fare, non è corretto. Naturalmente il regista della serie tv, Stefano Sollima, ha avuto molto più tempo per dipanare meglio la vicenda, per far tratteggiare con più precisione le personalità dei singoli personaggi e per approfondire con più cura le diverse storie che si intrecciano nella trama principale.
Poi il cast. Gli attori del film sono giovani, certo, ma mediamente hanno 5/10 anni in più di quelli della serie. Tutti bravissimi, per carità, ma c’è da dire che quelli della serie erano praticamente tutti emergenti per cui il plauso che va loro ha un valore più grande, se non doppio. Per intenderci: Accorsi, Rossi Stuart, Favino, Scamarcio, Santamaria, non erano dei signor nessuno quando hanno girato questa pellicola, anche se certamente questo bel film ha sicuramente fatto lievitare le loro quotazioni.
Se volete sapere cosa penso dei singoli attori vi invito a leggere quello che già scrissi nel 2005. Il mio giudizio, sostanzialmente, non è cambiato.
Altra cosa che mi preme sottolineare: sia alla stesura del film, che a quella della serie tv, ha partecipato lo stesso autore del libro, Giancarlo De Cataldo. Questa scelta, ovviamente, ha permesso ad entrambe le opere audiovisive di non discostarsi molto dalla storia originale scritta e pubblicata su carta. Cortesemente, dunque, non usiamo questa motivazione per far pendere il nostro giudizio verso l’una (la serie), piuttosto che verso l’altra (la pellicola).
Non mi soffermo sulla trama – la storia è ormai stranota ai più.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


22
dic 10

La giusta distanza

La giusta distanza

di Carlo Mazzacurati (Italia, 2007)
con Giovanni Capovilla, Valentina Lodovini, Ahmed Hafiene,
Fabrizio Bentivoglio, Giuseppe Battiston, Natalino Balasso,
Danilo Marescotti, Stefano Sandaletti, Mirko Artuso,
Dario Cantarelli, Roberto Abbiati, Fadila Belkebla,
Raffaella Cabia Fiorin, Silvio Comis, Marina Rocco,
Amri Amine Abdel Jelil, Francesco Apuzzo, Nicoletta Maragno

Piccolo delizioso noir all’italiana ambientato tra le nebbie della pianura padana.
Giovanni, un ragazzo di soli 18 anni con il pallino del giornalismo si fa assumere come collaboratore ombra da una nota firma del Resto del Carlino, tale Bentivegna. Inizialmente scrive pezzi di cronaca di poco conto, anche perché nel suo paesino non succede nulla di rilevante se non un incendio probabilmente doloso e alcune misteriose morti di cani. La sua grande occasione arriva dopo un po’ di mesi quando la giovane e bella Mara, la nuova maestra elementare del paese, viene ritrovata morta. È qui che il ragazzo inizia ad occuparsi seriamente di cronaca giudiziaria. A dire il vero Giovanni decide di condurre da solo le indagini sul caso solo dopo che Hassan, il suo amico meccanico di origine tunisina, che aveva una storia d’amore con la vittima, si suicida perché non riesce a sopportare la vergogna di essere stato giudicato colpevole. Il piccolo cronista è convinto dell’innocenza del meccanico, in cuor suo sa che si trattava di vero amore, che il meccanico mai avrebbe fatto del male alla maestrina dai capelli neri e dal sorriso contagioso; per lui il colpevole è un altro, perciò decide di andare sino in fondo alla faccenda, di scavare, di ripercorrere il caso punto per punto, di riesaminare gli incartamenti del processo per assicurare alla giustizia la persona che sul serio ha posto fine alla vita di Mara.
Dal punto di vista registico e di sceneggiatura il film è costruito molto bene: per più della metà del film lo spettatore assiste alla vita decisamente normale (quasi noiosa e banale) del piccolo paese veneto; è solo negli ultimi minuti che si approda alla parte definibile propriamente thriller del film. Sin dall’inizio, però, e per tutta la durata della pellicola, aleggia comunque una certa atmosfera tetra, pesante, di tristezza mista ad angoscia, di mistero rarefatto; qualsiasi abitante del paese potrebbe perdere la testa da un momento all’altro, chiunque potrebbe nascondere un segreto, ognuno potrebbe uccidere o essere ucciso. Chi guarda non sa cosa succederà, né quando, ma ha la possibilità di godersi la storia, di seguire le vicende narrate che hanno comunque anche risvolti leggeri e simpatici, come il mutismo dell’omino tuttofare coi baffi neri e lo sguardo stralunato, il buffo accento del telefonista in salopette (il simpaticissimo Natalino Balasso), i continui e maldestri tentativi del pingue tabaccaio sborone (Battiston) di sedurre giovani donne, gli stretti legami affettivi dei personaggi nordafricani (Hassan, sua sorella, suo cognato pizzaiolo e alcuni piccoli nipoti) apparentemente bene integrati nella comunità.
“La giusta distanza” non è solo un film sul razzismo latente e/o strisciante degli italiani degli anni 2000: questo sentimento è solo uno degli elementi, sebbene essenziale, che compongono un equilibrato mix. Il film racconta anche la banalità della vita di paese, alcuni tratti salienti del nord-est (pur senza eccessivi luoghi comuni), l’amore sincero di un uomo solo che è fuggito in un paese lontano per rifarsi una vita dignitosa, le piccole/grandi sfortune della vita, la difficoltà di crescere e trovare la propria strada in provincia, l’impegno di alcuni giovani nel portare avanti i propri progetti di vita, dell’accoglienza che ricevono le persone di buon cuore nelle minuscole comunità, della possibilità di riuscire a conseguire gli obiettivi se mossi da tenacia, impegno e passione, ecc.
Giovanni Capovilla è il bravissimo protagonista, la voce narrante della storia. Un giovane dal volto pulito che incarna molto bene lo spirito del bravo ragazzo ingenuo, un tipetto sincero e appassionato che, nonostante non sappia mantenere la “giusta distanza” dai fatti del buon giornalista (il non coinvolgimento sentimentale suggeritogli dal giornalista l’esperienza), riesce comunque ad andare a fondo, a scoprire la verità delle cose.
Bentivoglio interpreta Bencivegna, il giornalista d’esperienza, uno che per inseguire gli obiettivi di carriera ha praticamente perso il contatto con la famiglia e con gli affetti in generale. Qui vediamo l’attore un po’ invecchiato (sarà solo effetto del trucco?), interpretare un ruolo da burbero un po’ scostante ma tutto sommato bonario, un professionista in gamba in grado di vedere nel giovane ragazzo un potenziale giornalista di rango.
Valentina Lodovini è bravissima e molto bella. Ho già detto che è bella? Vorrei ripeterlo più e più volte. Bella di una bellezza semplice. Il suo di certo non è il ruolo da vamp o da maestrina sexy e maliziosa, tutt’altro. La Lodovini interpreta la ragazza della porta accanto. Certo, una quasi-trentenne mora, con occhioni grandi e scuri e un fisico di tutto rispetto, non è molto comune, non tutti hanno una vicina così (probabilmente la vorrebbero), ma credetemi se vi dico che in questa pellicola interpreta il ruolo di una ragazza come tante, normale ma non banale, una non appariscente, dotata di una bellezza interiore importante almeno quanto quella esteriore. I suoi son sorrisi che valgono oro, sorrisi che fanno capire il perché gli abitanti del paesino vadano tutti matti per lei, perché riesca in poco tempo a conquistarsi il cuore e la simpatia di tutte le persone con cui entra in contatto.
Per Battiston ancora un ruolo da omone buffo: un tabaccaio ricchissimo, sborone e marpione, che ha comprato sua moglie – una ragazzona dell’est europeo – attraverso un catalogo online. Il suo forte accento da cittadino del Triveneto è perfettamente allineato con l’area geografica che Mazzacurati ha scelto per ambientare la sua opera.
Ad ogni modo il più bravo davanti alla macchina da presa in questo caso è Ahmed Hafiene. Spero davvero che abbia preso qualche premio. Interpreta Hassan, il meccanico di origine tunisina che viene condannato per aver ucciso la maestra. Sul suo viso porta tutta la sofferenza di un passato difficile, di una vita d’inferno in patria e di grosse difficoltà sul suolo italiano per raggiungere uno status di cittadino sufficientemente integrato nel tessuto sociale. La costruzione del suo personaggio è stata curata nei minimi dettagli: su di lui aleggia sin dal principio un alone di mistero. Hassan è un buono ma ha qualcosa da nascondere. Hassan sembra sincero ma ha l’aria di chi non si scopre mai del tutto. Per un lungo periodo di tempo chi guarda non sa chi è, da dove viene e che intenzioni abbia. Il suo primo contatto con la vittima, ad esempio, è morboso: Hassan s’innamora a prima vista della bella maestra forestiera, tanto da decidere di andare a nascondersi ogni sera sotto casa sua, tra il fogliame degli alberi, per spiarla attraverso le finestre.
Di Natalino Balasso ho già detto: quest’attore mi ha sempre trasmesso una grandissima simpatia, sin dalle sue prime apparizioni in tv, e continua a farlo tutt’oggi.
Di Danilo Marescotti, invece, dico che mi è sembrato un’ottima scelta di casting. Il suo è un volto buono per recitare la parte dell’avvocato menefreghista, razzista e prevenuto che fa il suo lavoro senza passione; un animo adulto inaridito che ha perso ogni speranza nella società e nelle persone, a fare da contraltare alla sete di giustizia e verità del giovane cronista.
Colonna sonora non pervenuta. C’era un commento musicale al film? Sinceramente non mi sono accorto – eccezion fatta per un brano nordafricano suonato durante una festa di paese.
Voto globale alla pellicola: 7 e mezzo. Da guardare. Uno dei quei rari prodotti di cui il cinema italiano dovrebbe andare fiero. Credibile, ben costruito, ben recitato, contemporaneo, dolceamaro, serio ma non noioso e soprattutto dignitoso.

Guarda qui il trailer.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


17
mar 10

Alice in Wonderland

Alice in Wonderland

(Alice in Wonderland)

di Tim Burton (USA, 2010)
con Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Mia Wasikowska
Anne Hathaway, Crispin Glover, Stephen Fry,
Michael Sheen, Matt Lucas, Paul Whitehouse, Tim Pigott-Smith,
Timothy Spall, Barbara Windsor, Alan Rickman

Non ho ancora un’opinione chiara su questa pellicola. L’ho vista domenica scorsa, al cinema Metropolitan (in lingua originale, sottotitolato in italiano), in compagnia di alcuni amici. Potrei sbilanciarmi e dire semplicemente che si tratta di una bella fiaba. Ma so che in parte mentirei. Non perché sia un brutto film ma perché ci sarebbero da aggiungere diverse altre cose, che al momento non riesco ad esprimere con le parole adeguate.
Vediamo di andare al punto.

Premessa 1. Del film mi sono perso gli ultimi 10 minuti circa. Mi sono addormentato. Non perché fosse uno spettacolo noioso ma perché ero stanco morto.

Premessa 2. Di “Alice nel paese delle meraviglie” ho un ricordo vago – di reminiscenze disneyane  più che altro – ma non ho mai letto il libro, per cui non so bene se quest’adattamento per il grande schemo sia più o meno fedele al racconto originale.
Premessa 3. Non sono un fan sfegatato di Tim Burton. Anzi odio gli ultrà. Ho apprezzato alcune sue opere come il meraviglioso “Batman” (primo episodio), la leggerezza de “La sposa cadavere”, l’ironia di “Mars Attacks” e “Beetlejuice” o l’originalità di “The Nightmare Before Christmas”. Però cose come “Big Fish”, ad esempio non l’ho mica capite granché – sebbene non fossero da buttare via. “Edward mani di forbice”? Mah, chissà, non so. Comunque non ricordo.
Punto 4. Questa pellicola dovrebbe riassumere sia “Alice nel paese delle meraviglie” che il suo seguito “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”, scritto sempre da Lewis Carroll. Dico “dovrebbe” poiché ne so davvero poco (vedi punto 1).
Punto 5. Perché Tim Burton trasforma qualsiasi cosa gli passa per le mani in un’opera dark? D’accordo, è la sua cifra stilistica. Ma a 52 anni suonati non mi pare sia ancora il caso di fare il new-romantic d’oltremanica. No? Prendete per esempio Anne Hathaway nei panni de la principessa bianca. Dovrebbe essere un po’ il personaggio che incarna il bene invece è la più oscura di tutti, “oscura” proprio nel senso di darkettona. Tralasciamo per un attimo il tratto che la rende un personaggio buffissimo (una svampita che gira con le mani sospese a mezz’aria per tutto il tempo): perché pur vestendo di bianco ed avendo i capelli bianchi ha l’aspetto più cupo di tutti?

Punto 6. Questo film è una produzione Disney. Ne siamo sicuri? Li credevo più bacchettoni. Il cognato farfallone/fedifrago, la sposa che molla l’altare, il sovvertimento delle regole imposte. Ripeto: siamo proprio sicuri che la Disney abbia avallato il progetto? E quando l’hanno fatto dormivano? Buon per noi spettatori, comunque.

Punto 7. Johnny Depp non si discute. Da anni e anni non fa che gigioneggiare davanti alla cinepresa ma, d’altronde, lo chiamano proprio per quello. C’è gente che ancora va al cinema solo per vedere lui. Giuro. Soprattutto ragazze e giovani donne. Poi però si lamentano perché “Depp non fa Depp”. Ma che diavolo significa? Qui c’ha pure gli occhioni verdi fuori dalle orbite. A momenti non sembra lui. Le carampane avrebbero fatto meglio a restare a casa e a guardarsi in DVD per la milionesima volta il tagliaerbe dallo sguardo triste.
Punto 8. La signora Burton è perfetta per il ruolo della Regina Rossa (sarebbe la Regina di Cuori). Non tanto per la cattiveria, quanto perché è davvero capocciona e racchia già di suo. A lei il posto non poteva toglierlo nessuno. E poi è di famiglia. C’è poco da dire. Ingaggi Burton e ingoi il rospo Bonham Carter.
Punto 9. La voce di Stephen Fry è molto suadente. Non ce lo facevo, così ciccio.

Punto 10. Mia Wasikowska, la poco più che ventenne attrice protagonista, se la cava dignitosamente. Non l’avevo mai vista prima. Faccia giusta su personaggio giusto. Dimostra di saper essere all’occorenza timida o risoluta, fragile o forte, titubante o decisa. Performance più che convincente. Voto: 7 e mezzo!
Punto 11. I personaggi più simpatici – a mio avviso – sono il Ghignagatto (furbo, maliardo, sfuggente) e la lepre marzolina o Leprotto Marzolino (uno sciroccato completo che ride continuamente mentre beve il tè).
Ci sarebbero almeno altri due o tre punti ma credo che questo post sia già decisamente lungo, per cui è meglio smetterla qui.
Giudizio complessivo. Chi ne sa più di me mi ha fatto notare che la trama potrebbe essere stata stravolta notevolmente. Ad esempio che c’azzecca l’uccisione del drago? Voi vi ricordate di un drago nella fiaba di Alice? E poi basta con questi draghi al cinema! Hanno rotto le scatole. Potremmo gentilmente fare un passo avanti rispetto al poema epico cavalleresco? Saranno passati anche 500 anni. Inziamo ad usare topos differenti, personaggi originali e strutture narrative più evolute. Grazie.

Qui trovate alcune immagini originali del film realizzate dall’illustratore Michael Kutsche.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


28
giu 09

Aspettando il sole

.!.

Aspettando il Sole

Aspettando il sole

di Ago Panini (Italia, 2007)
con Claudia Gerini, Giuseppe Cederna, Raoul Bova,
Claudio Santamaria, Vanessa Incontrada, Corrado Fortuna,
Bebo Storti, Gabriel Garko, Raiz, Thomas Trabacchi,
Michele Venitucci, Rolando Ravello, Alessandro Tiberi,
Massimo De Lorenzo, Sergio Albelli, Guido Morozzi

Questa pellicola è l’interessante opera prima di Ago Panini, un brillante quarantenne da tenere d’occhio. Difficile definire “Aspettando il sole”: non è di certo un film drammatico, né una commedia a tutti gli effetti, seppur abbastanza divertente in diversi frangenti. Diciamo un noir moderno con un bel tocco d’ironia. A me è piaciuto molto, comunque: ha ricordato pellicole di culto come “Dal tramonto all’alba” e “Magnolia”. Inoltre sono sicuro di non sbagliare se dico che questo film ha un retrogusto di “pulp”. Credo che il regista si sia volutamente ispirato alla filmografia Tarantiniana.
La storia si svolge tutta in una notte. Una notte qualsiasi del 1982. Quindici vite si intrecciano all’interno di un motel, l’Hotel Bellevue. La città non è importante – la voce fuori campo non lo dice – potrebbe essere ovunque, in una qualsiasi provincia italiana; l’albergo è quasi sospeso in mezzo al nulla, fermo ai bordi di una strada (statale, autostrada, ecc.)
Tre ragazzi annoiati si fermano nel motel in cerca di compagnia femminile (il termine che usano è “coperta”): uno rimane in macchina e si addormenta mentre gli altri due decidono di fermarsi nella hall dell’albergo ad importunare il portiere, una coppia di giovani sposi si ferma nel motel per concedersi un momento di sesso selvaggio, uno strano individuo pelato ascolta audiolezioni di tedesco in cassetta mentre nasconde il suo cane di piccola taglia in camera, un solitario uomo sulla quarantina è rintanato in stanza a telefonare disperato a tutte le sue donne (moglie, amanti più o meno giovani, ecc.), due rapinatori aspettano un complice mentre guardano la tv impazienti, un regista e il suo assistente girano un film porno con due giovani attori.
La notte sembra lunga ed infinita, anche se il tempo scorre comunque alquanto velocemente. Intendo dire che il film è tutt’altro che lento o noioso. Sembra quasi che ogni personaggio aspetti solo che arrivi il giorno – da cui il titolo della pellicola. O almeno la luce, come una forma di redenzione dalla paura, dai vizi, dalla solitudine, dalle manie, dal pericolo, dalla perversione, dalla noia, dai drammi della notte. E la luce arriverà, anche se non sarà quella del Sole.
Passiamo agli attori. Lo dico senza timore di essere smentito: qui siamo di fronte ad un super cast!
Con questa pellicola Claudia Gerini si conferma sex symbol assoluto del cinema italiano dei nostri giorni (qualora ancora ce ne fosse il bisogno). Il suo personaggio, Giulia, per gran parte del tempo se ne sta mezza nuda – in reggiseno e mutandine – ad amoreggiare su di un letto con suo marito. Sexy è una parola che non basta per descrivere la sua suadente sensualità. Recitazione ineccepibile. Buone anche le scene drammatiche e quelle di follia apparente. Eccellente!
La parte dello smilzo marito di cotanta femminilità è stata assegnata al simpatico Thomas Trabacchi che se la cava davvero dignitosamente.
Rolando Ravello fa ancora una volta il ruolo del sociopatico. Lo ricordate in “Almost Blue”? Lì era un serial killer. Qui potrebbe esserlo – o lo è almeno in potenza. Solitario, silenzioso, guardingo, vestito con abiti fuori moda, ha un amore viscerale per il suo cagnolino, una specie di piccolo volpino dal pelo rosso, che tiene nascosto in camera e cui dedica milioni di attenzioni. La sua passione è ascoltare audiocassette contententi lezioni di tedesco.
Michele Venitucci (lo sposo del film “L’anima gemella”) e Claudio Santamaria sono i due balordi in chiodo di pelle che si fermano nella hall del motel per tutta la notte a dare fastidio al portiere – sapientemente interpretato da Giuseppe Cederna con un accento del Triveneto.

Alessandro Tiberi (lo stagista della serie tv “Boris”) invece fa la parte del terzo amico della compagnia che rimane in macchina e vi si addormenta.
Vanessa Incontrada è molto bella e dolce. Fa la parte della giovane attrice porno. Più che ispirare sensualità e trasgressione, finisce piuttosto per trasmettere tenerezza, vuoi per la goffa parrucca porpora che indossa, vuoi per le belle frasi che rivolge al suo compagno di set.
Corrado Fortuna è appunto l’altro attore del film porno che si sta registrando di nascosto in una stanza dell’Hotel Bellevue. Ancora una volta a lui hanno rifilato il ruolo di un ragazzo molto semplice, quasi un tonto. Di certo non appare come un navigato professionista dei set a luci rosse. Finirà per innamorarsi della sua bella collega.
Bebo Storti è perfetto nel ruolo del regista di film porno. Un uomo dal lungo curriculum professionale, molto acculturato e dal cuore grande. Per lui girare film a luci rosse ha perso qualsiasi attrattiva sessuale. Durante tutta la lavorazione del film si annoia, legge il giornale e dà ordini svogliatamente al suo assistente (un simpatico Sergio Albelli) che invece è l’unico si sbatte sul serio per portare a casa la pellicola.
Raoul Bova recita benissimo. Non l’avrei mai pensato. Non credevo che un giorno sarei arrivato a dire queste parole. Il suo personaggio è un tizio che parla con l’accento ciociaro, un uomo distrutto che passa tutto il tempo chiuso in stanza a disperarsi al telefono. Si sente solo, vuole che una delle sue donne lo raggiunga per passare una notte d’amore. Ma tutte rifiutano. Tra queste anche una giovanissima amante (credo quindicenne) che ha sedotto in passato e sua moglie, che gli confessa di aver deciso di abortire da sola, senza nemmeno chiedergli un parere, né fargli sapere che era incinta.
Gabriel Garko fa la parte di Samuel, il rapinatore tanto bello (belloccio) quanto tonto. E’ chiuso in camera con il suo compare interpretato da Raiz (ve lo ricordate l’incomprensibile cantante campano degli Almamegretta?) ad aspettare impazientemente che arrivi un terzo complice.
Il televenditore di gioielli che appare in tutte i televisori dell’albergo e che conversa al telefono con Samuel è Massimo De Lorenzo, attore già visto in alcuni spot Dreher e Better.
Molto bello il lettering e la grafica in generale della locandina e dei titoli di testa.
Da non sottovalutare la colonna sonora che contiene musiche di Nicola Tescari.
Voto complessivo al film: 8. Da vedere se siete curiosi di conoscere le buone cose che il nuovo cinema italiano è in grado di portare sullo schermo.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Exit Speed psp


24
nov 08

Galantuomini

Galantuomini

di Edoardo Winspeare (Italia, 2008)
con Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni,
Beppe Fiorello, Giorgio Colangeli, Filippo Massari,
Gioia Spaziani, Marcello Prayer, Lamberto Probo,
Fabio Ponzo, Antonio Perrotta, Luigi Ciardo,
Antonio Carluccio, Sofia Chiarello, Claudio Giangreco

Questa pellicola, una specie di noir meridionalista, non mi ha affascinato più di tanto. L’ho trovata un po’ banalotta nella storia e alquanto ruffiana nella realizzazione.
Siamo a Lecce nei primi anni ’90 – tra il 1991 e il 1992 credo. Le vite di tre persone che da bambini hanno giocato insieme si dividono in età adulta. Lucia è diventata il braccio destro di un boss della malavita locale, Ignazio ha studiato legge, è diventato pubblico ministero ed è andato a lavorare al nord, mentre Fabio si ritrova ad essere un cocainomane sfigato. Ed è proprio Ignazio, appena tornato da Milano, ad occuparsi della morte per overdose del suo amico Fabio. Dal primo caso affidatogli, scoprire chi è che ha fornito la roba, le indagini di Ignazio si allargheranno a tutta la scena malavitosa leccese, arrivando a coinvolgere ovviamente anche Lucia, che oltre ad essere sua amica, da sempre è anche una delle sue passioni inespresse.
Insomma il tema era quello di un amore impossibile tra una donna che ha scelto il crimine ed un uomo della legge, tema già espresso dal cinema e dalla tv in tempi passati – e forse anche meglio, secondo me. Sullo sfondo della vicenda vengono rappresentate anche situazioni reali, come la crescita e lo sviluppo della criminalità organizzata in puglia – Sacra Corona Unita su tutte. Difatti la fuga della protagonista verso l’inferno è accelerata dall’acuirsi della guerra tra clan e dalla volontà delle organizzazioni criminali di sostituirsi allo stato e di ‘prendersi’ tutta la Puglia.

Ecco, questo ‘essere Stato al posto dello Stato’ è una volontà sicuramente presente in tutte le organizzazioni malavitose ma il fatto di sentirlo pronunciare dai protagonisti del film mi è sembrato un po’ troppo didascalico. Non mi è piaciuto. Perché non lasciare qualcosa di ‘non detto’? Perché spiegare allo spettatore a tutti i costi, per filo e per segno, ogni singolo passaggio nell’evoluzione della storia? Inoltre: sentire un capocosca che dice “Non ti far fregare dai calabresi con quella droga” mi ha fatto sbellicare dalle risate. “Droga”, capite? Ma che vocabolo è? Come se un malavitoso parlasse allo stesso modo dei mezzobusti da telegiornale.
Non mi fraintendete però: gli attori sono molto bravi. Recitano bene: è la trama che zoppica un po’. Il soggetto è quel che è: non brilla certo per originalità. Inoltre, come ho già detto: la realizzazione puzza di ruffianeria. Winspeare sa quanto in questi ultimi anni il Salento significhi sole, mare, svago, sud, tradizione, cultura popolare, semplicità vs. complessità, spontaneismo rustico vs. raffinatezza affettata. Lo sa benissimo e ci sguazza. E’ come se in molte scene ci fosse in un cartello con scritto “Hey, questo è il Salento! Questo è il sud! Che bello il sud, eh? Lo vedi quando è figo?”. Mi riferisco alla scena della sposa che si becca il riso in testa mentre scende gli scalini di una chiesa, a quella dei fuochi d’artificio nella notte buia – sebbene in paese non ci fosse alcuna festa religiosa, all’indugiare su alcuni elementi del Barocco nell’architettura del paesino. Ci mancava solo la pizzica (dovrei dire “Taranta”?) e la puccia per completare il bel quadretto del Salento da cartolina!
Un’aspetto che ho apprezzato molto, invece, è stato lo sforzo fatto dai protagonisti non pugliesi di parlare il dialetto Salentino. Intediamoci: la cadenza della Finocchiaro sembra più siciliano che salentino ma è abbastanza credibile. Non si può dire la stessa cosa per Gifuni. Ma almeno si impegnano. Si vede che dietro c’è uno studio, un tentativo di risultare credibili come cittadini leccesi – cosa che ad esempio non accade con i baresi del film “Il passato è una terra straniera”.
Mi sembra sensato che la scelta della protagonista sia caduta su Donatella Finocchiaro. Ha una faccia che sa reggere bene il temperamento del personaggio che interpreta: una donna giovane ma di polso, che ha saputo conquistarsi il rispetto degli uomini su cui comanda. Una mora affascinante (non per me) dal piglio fiero, quasi un maschiaccio, con un passato oscuro ma dal cuore grande. Una che potrebbe sedurre con uno sguardo e con lo stesso sguardo uccidere. Spietata negli affari, passionale negli affetti.
Gifuni fa il bel magistrato: giovane e di grandi speranze. Tutto ligio e rispettoso della legge, almeno sinché non si ritrova al cospetto della mora che tormenta i suoi sogni sin da bambino, finendo innamorato e molle come una pera cotta.
Beppe Fiorello è un tamarro, dunque si trova decisamente a suo agio nei panni del giovinastro, piccolo malavitoso senza cervello. Uno dei personaggi meglio riusciti del film. Altro che parti da buono nelle fiction di Mamma Rai!
Giorgio Colangeli – attore che trovo meravigliosamente professionale – fa il padrino salentino che vigila sul territorio d’origine pur restandosene in panciolle nel selvaggio Montenegro – al di là del canale d’Otranto.
Spiace dirlo ma Lamberto Probo, che dovrebbe interpretare un uomo tra i 35 e i 40 anni, sembra invece molto più anziano. Sarà stato scelto forse per dare l’idea del giovane che si combina male a causa del consumo di cocaina?
Un plauso al casting che ha scelto una ragazzina molto somigliante alla Finocchiaro per interpretare il suo stesso personaggio da bambina.
Sinceramente, non ho capito molto la scelta del titolo. Non mi sembra sia sufficiente parlare di malavita organizzata per usare il termine “Galantuomini”; inoltre il film non è basato esclusivamente su figure maschili. Anzi: al centro della scena per gran parte del tempo c’è una donna.
Nota sulla colonna sonora: quando il brano dei Portishead “Glorybox” è stato pubblicato (1994) in tv la trasmissione “Colpo grosso” era già terminata da diversi anni.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.