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31
dic 11

I Griffin presentano Blue Harvest

I Griffin presentano Blue Harvest
(Family Guy – Blue Harvest)

di Dominic Polcino (USA, 2007)

Parodia della saga di Star Wars (dell’episodio IV, per la precisione) realizzata con i personaggi principali del cartoon di Seth MacFarlane “I Griffin (Family Guy)”.
Il protagonista è un Luke Skywalker adolescente, interpretato dal solito timido/impacciato/imbambolato Chris (il figlio maggiore, quello con la zazzera bionda e l’orecchino). Peter invece veste i panni di Han Solo. A Lois il compito di impersonare la Principessa Leila (un po’ sperduta – a dire il vero). Stewie, come spesso accade, è il personaggio più simpatico, qui infatti recita una versione bassa e capocciona de “La morte nera”, ossia Dart Fener o Darth Vader, che dir si voglia.
Il cane Brian prova a recitare come Chewbacca ma non ci riesce, nonostante ce la metta tutta. Il senso è che per lui, fare la parte di un essere che comunica con i versi, anziché con la parola, è un vero disonore.
Quagmire è C-3PO (il robot dorato) in versione allupata, mentre Cleveland interpreta un R2-D2 (C1-P8) in versione “black ghetto”.
Meg appare solo per pochi istanti nei panni di uno strambo e muto serpentone verde.
Sarò estremamente sincero: questa parodia – ovviamente – si apprezza di più, se si è visto il primo episodio di Star Wars (cosa che io non ho fatto). Peraltro durante la visione di questo cartone mi sono anche un po’ addormentato, dunque chiedo venia per eventuali imprecisioni.
Domanda fondamentale: si ride? Boh, non credo, non mi sembra. Diverte? Forse, un po’. Comunque è da guardare.
Nota: Blue Harvest è il nome in codice usato durante la lavorazione del film “Star Wars”.

Qui potete vedere la locandina ufficiale americana, al solito decisamente meglio di quella italiana.

La scheda di MyMovies.it.


1
set 11

Miami Vice

Miami Vice
di Michael Mann (USA, 2006)
con Colin Farrell, Jamie Foxx,
Gong Li, Naomie Harris, Justin Theroux,
Barry Shabanka Henley, Ciaran Hinds

Questo è un action movie con tutti i crismi e lo si vede sin dalla locandina. L’ho rivisto dopo circa 6 anni – questa volta in italiano. Non ne ricordavo la trama ma non è importante. Qui trovate il trailer originale.
L’ho trovato ancora una volta scarso sotto il profilo del plot. I soggettisti (Mann e Yenkovitch) probabilmente non avevano molto da dire. Non si va oltre il classico poliziesco, insomma: due giovani sbirri, duri ma dal cuore d’oro, vanno in missione undercover (sotto copertura) per conto dell’FBI e rischiano così la vita e quella dei loro colleghi per sgominare una banda dedita al narcotraffico. Tutto qui. Unica nota alquanto originale: uno dei due sbirri, Sonny il biondo, perde la testa per la donna del boss ma il suo sentimento sarà più forte dell’egoismo.
Miami Vice rimane comunque un film notevole dal punto di vista dell’estetica, che peraltro cerca di rifarsi ai canoni di stile degli anni ’80 (periodo in cui andò in onda la serie tv a cui si ispira).
Anche questa volta, riguardandolo, mi sono trovato a pensare che Colin Farrell con i baffi e i capelli unghi unti è davvero ridicolo, ancor prima che tamarro.
Ma la faccio breve, dunque se volete saperne di più leggete quello che scrissi dopo la prima visione.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


25
giu 11

Bullitt

Bullitt

di Peter Yates (USA, 1968)
con Steve McQueen, Jacqueline Bissett,
Robert Vaughn, Robert Duvall, Norman Fell, Pat Renella,
Simon Oakland, Don Gordon, Justin Tarr, Carl Reindel,
Felice Orlandi, Georg Stanford Brown, Vic Tayback

Al tenente Frank Bullitt della polizia di San Francisco viene chiesto di “fare da balia” a una specie di pentito di mafia. L’antipaticissimo Walter Chalmers, un politico senza grandi scrupoli, gli chiede cioè di tenere sotto sorveglianza Joh Ross, un malavitoso che di lì a qualche giorno deve deporre in tribunale contro “L’organizzazione” di cui era membro. Insomma Bullitt deve proteggere un testimone chiave, viene chiamato a un compito molto difficile e delicato perché è il migliore nel suo lavoro. Ma fallisce. Anche i migliori a volte hanno delle défaillance. Organizza tre turni al giorno per proteggere Ross (che si trova rintanato in un hotel) ma ciò non è sufficiente. Una coppia di killer professionisti riesce comunque ad irrompere nella stanza del mafioso e a colpirlo a morte con un fucile a canne mozze. Anche un giovane collaboratore di Bullitt rimane ferito nell’agguato e per questo il tenente non si darà pace, almeno finché non avrà scoperto chi, come e perché ha interferito con la sua missione. Integerrimo, taciturno, ostinato e ligio al suo dovere, Bullitt cerca di fare chiarezza; dalla sua parte ha anche Delgetti (si pronuncia “Delgado”), un fidatissimo collaboratore, e il suo capo, il Capitano Bennet, ma stranamente quello che più gli metterà i bastoni tra le ruote sarà Chalmers, quella specie di procuratore che desidera solo portare a deporre il suo supertestimone, ovviamente per meri fini di carriera.
Il soggetto è tratto dal romanzo “Mute Witness” di Robert L. Pike.
Ciò che rende unico questo film, comunque, non è tanto la trama ma lo “stile”, dove con questo termine intendo la cura nella scelta delle location (Friso e il mini appartamento del protagonista), degli abiti, del montaggio, della colonna sonora, ecc.
Due parole sugli attori.
McQueen epocale. La sua interpretazione del poliziotto figo e tutto d’un pezzo è eccellente. Un vero duro che on si fa intimorire da nessuno, un poliziotto serio e capace, rispettoso dalla legge, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, nemmeno dalla politica. Ma anche uno sciupafemmine che sa correre in auto e amare le belle donne.
La bella donna – anzi la bellissima donna – della situazione è Jacqueline Bisset. L’ho trovata divina. Minuta, sobriamente sexy, con due splendidi occhi azzurri. Recita in poche scene. Molte delle quali semisvestita tra le lenzuola del bel poliziotto protagonista.
La responsabilità di impersonare Chalmers se l’è pressa Robert Vaughn. Una faccetta stronzetta con mento pizzuto e capelli liscissimi e pettinatissimi (con tanto di riga di lato). Più che elegante. Il taglio classico dei suoi abiti da sartoria contribuisce a farlo risultare perfetto per il ruolo del politicante.
Simon Oakland fa il Capitano Bennett, il vecchio poliziotto padre di famiglia, un po’ burbero ma bonario, serio, severo e taciturno, che si assume sempre la responsabilità dei passi falsi che Bullit fa durante le sue indagini.
Don Gordon è la spalla perfetta per McQueen. Una specie di braccio destro che esegue alla lettera tutti gli ordini impartiti da Bullitt, il collega che tutti i poliziotti vorrebbero avere.
Norman Fell (il signor Roper de “Tre cuori in affitto”) interpreta il capitano Baker, una specie di lacché al servizio di Chalmers.
Pat Renella dà il volto al mafioso John Ross.

Nota personale: ho rivisto questo film perché della trama non ricordavo quasi nulla. So che si tratta di una specie di pellicola di culto. Io mi ritrovo appassionato perché adoro l’omonimo tema della colonna sonora, composto ed eseguito da Lalo Schifrin.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


22
apr 11

I segreti di Brokeback Mountain

I segreti di Brokeback Mountain
(Brokeback Mountain)

di Ang Lee (USA, 2005)
con Jake Gyllenhaal, Heath Ledger, Randy Quaid,
Michelle Williams, Anne Hathaway, Valerie Planche,
Tom Carey, Dan McDougall, Anna Faris, Roberta Maxwell

1963. Ennis Del Mar e Jack Twist, due giovani cowboy che hanno un grosso bisogno di denaro, decidono di trascorrere un’estate pascolando pecore in montagna, su a BrokeBack Mountain, appunto. L’incarico è molto faticoso, male retribuito e costringe i nostri a diversi mesi di solitudine. L’isolamento e la vita a stretto contatto farà sbocciare tra i due ragazzi una grossa amicizia, qualcosa di così grande e sincero che in poco tempo si trasformerà in vero amore. I due diventano dunque amanti. Sì, avete capito bene, è di amore omosessuale che stiamo parlando. Il cattivo tempo, però, costringe il padrone delle pecore a chiudere anticipatamente la stagione del pascolo per cui Ennis e Jack sono costretti a scendere dal monte e separarsi, senza nemmeno aver il tempo per capire fino in fondo l’intensita dei propri sentimenti.
Passano 4 anni, entrambi si sposano e fanno figli. Poi un giorno Jack scopre dove vive Ennis e gli manda una cartolina, a cui poi segue una risposta entusiasta. Il rapporto bruscamente interrotto, insomma, riprende in men che non si dica, il fuoco della passione comincia a bruciare di nuovo. Jack e Ennis tornano a vedersi, anche se di nascosto dalle loro famiglie. Due o tre volte all’anno fingono di andare a pesca insieme, si isolano dal mondo, vanno in qualche bosco o su qualche montagna, cioè tornano per qualche giorno a fare la vita che facevano su a Brokeback. Solo così riescono a vivere il loro amore segreto, al riparo da occhi indiscreti e menti bigotte. In un primo momento Jack vorrebbe abbandonare tutto e fuggire via con Ennis ma questi ha paura della sua stessa omosessualità a causa di un grave trauma infantile per cui non se ne fa nulla. Il progetto viene abbandonato. La storia d’amore comunque durerà a lungo, anche se tra mille alti e bassi.
Non male come film. Pensavo peggio. Voto: 6 e mezzo. Pellicola di grandi sentimenti. Amore omosex tra i monti: idea originale. Buona recitazione da parte di entrambi i protagonisti. Jake Gyllenhaal non mi sta propriamente simpatico ma bisogna dire che in questo caso offre una buona prova. Forse Ledger recita anche meglio ma, si sa: non è mai bello fare paragoni.
Anne Hathaway l’ho trovata bella e sexy come sempre. Il ruolo di mogliettina country tutta messinpiega e calcolatrice la rende molto buffa. Ma va detto che anche lei se la cava.
Michelle Williams invece mi ha stupito, in positivo. Me la ricordavo molto frivola in Dawson’s Creek ma qui sfodera grandi doti d’attrice drammatica. Molto brava. Ripeto: non me l’aspettavo.
Anna Faris ha un piccolo cammeo nella parte di un’oca estremamente ciarliera, una specie di amica di famiglia stupidina che diverrà l’amante di Jack. Personaggio comunque poco rilevante ai fini della storia.
Colonna sonora ovviamente country. Leggi: chitarre acustiche a profusione. Ritmi lenti e malinconici.

Guarda qui il trailer in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quellla di MyMovies.it.


17
mar 10

Alice in Wonderland

Alice in Wonderland

(Alice in Wonderland)

di Tim Burton (USA, 2010)
con Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Mia Wasikowska
Anne Hathaway, Crispin Glover, Stephen Fry,
Michael Sheen, Matt Lucas, Paul Whitehouse, Tim Pigott-Smith,
Timothy Spall, Barbara Windsor, Alan Rickman

Non ho ancora un’opinione chiara su questa pellicola. L’ho vista domenica scorsa, al cinema Metropolitan (in lingua originale, sottotitolato in italiano), in compagnia di alcuni amici. Potrei sbilanciarmi e dire semplicemente che si tratta di una bella fiaba. Ma so che in parte mentirei. Non perché sia un brutto film ma perché ci sarebbero da aggiungere diverse altre cose, che al momento non riesco ad esprimere con le parole adeguate.
Vediamo di andare al punto.

Premessa 1. Del film mi sono perso gli ultimi 10 minuti circa. Mi sono addormentato. Non perché fosse uno spettacolo noioso ma perché ero stanco morto.

Premessa 2. Di “Alice nel paese delle meraviglie” ho un ricordo vago – di reminiscenze disneyane  più che altro – ma non ho mai letto il libro, per cui non so bene se quest’adattamento per il grande schemo sia più o meno fedele al racconto originale.
Premessa 3. Non sono un fan sfegatato di Tim Burton. Anzi odio gli ultrà. Ho apprezzato alcune sue opere come il meraviglioso “Batman” (primo episodio), la leggerezza de “La sposa cadavere”, l’ironia di “Mars Attacks” e “Beetlejuice” o l’originalità di “The Nightmare Before Christmas”. Però cose come “Big Fish”, ad esempio non l’ho mica capite granché – sebbene non fossero da buttare via. “Edward mani di forbice”? Mah, chissà, non so. Comunque non ricordo.
Punto 4. Questa pellicola dovrebbe riassumere sia “Alice nel paese delle meraviglie” che il suo seguito “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”, scritto sempre da Lewis Carroll. Dico “dovrebbe” poiché ne so davvero poco (vedi punto 1).
Punto 5. Perché Tim Burton trasforma qualsiasi cosa gli passa per le mani in un’opera dark? D’accordo, è la sua cifra stilistica. Ma a 52 anni suonati non mi pare sia ancora il caso di fare il new-romantic d’oltremanica. No? Prendete per esempio Anne Hathaway nei panni de la principessa bianca. Dovrebbe essere un po’ il personaggio che incarna il bene invece è la più oscura di tutti, “oscura” proprio nel senso di darkettona. Tralasciamo per un attimo il tratto che la rende un personaggio buffissimo (una svampita che gira con le mani sospese a mezz’aria per tutto il tempo): perché pur vestendo di bianco ed avendo i capelli bianchi ha l’aspetto più cupo di tutti?

Punto 6. Questo film è una produzione Disney. Ne siamo sicuri? Li credevo più bacchettoni. Il cognato farfallone/fedifrago, la sposa che molla l’altare, il sovvertimento delle regole imposte. Ripeto: siamo proprio sicuri che la Disney abbia avallato il progetto? E quando l’hanno fatto dormivano? Buon per noi spettatori, comunque.

Punto 7. Johnny Depp non si discute. Da anni e anni non fa che gigioneggiare davanti alla cinepresa ma, d’altronde, lo chiamano proprio per quello. C’è gente che ancora va al cinema solo per vedere lui. Giuro. Soprattutto ragazze e giovani donne. Poi però si lamentano perché “Depp non fa Depp”. Ma che diavolo significa? Qui c’ha pure gli occhioni verdi fuori dalle orbite. A momenti non sembra lui. Le carampane avrebbero fatto meglio a restare a casa e a guardarsi in DVD per la milionesima volta il tagliaerbe dallo sguardo triste.
Punto 8. La signora Burton è perfetta per il ruolo della Regina Rossa (sarebbe la Regina di Cuori). Non tanto per la cattiveria, quanto perché è davvero capocciona e racchia già di suo. A lei il posto non poteva toglierlo nessuno. E poi è di famiglia. C’è poco da dire. Ingaggi Burton e ingoi il rospo Bonham Carter.
Punto 9. La voce di Stephen Fry è molto suadente. Non ce lo facevo, così ciccio.

Punto 10. Mia Wasikowska, la poco più che ventenne attrice protagonista, se la cava dignitosamente. Non l’avevo mai vista prima. Faccia giusta su personaggio giusto. Dimostra di saper essere all’occorenza timida o risoluta, fragile o forte, titubante o decisa. Performance più che convincente. Voto: 7 e mezzo!
Punto 11. I personaggi più simpatici – a mio avviso – sono il Ghignagatto (furbo, maliardo, sfuggente) e la lepre marzolina o Leprotto Marzolino (uno sciroccato completo che ride continuamente mentre beve il tè).
Ci sarebbero almeno altri due o tre punti ma credo che questo post sia già decisamente lungo, per cui è meglio smetterla qui.
Giudizio complessivo. Chi ne sa più di me mi ha fatto notare che la trama potrebbe essere stata stravolta notevolmente. Ad esempio che c’azzecca l’uccisione del drago? Voi vi ricordate di un drago nella fiaba di Alice? E poi basta con questi draghi al cinema! Hanno rotto le scatole. Potremmo gentilmente fare un passo avanti rispetto al poema epico cavalleresco? Saranno passati anche 500 anni. Inziamo ad usare topos differenti, personaggi originali e strutture narrative più evolute. Grazie.

Qui trovate alcune immagini originali del film realizzate dall’illustratore Michael Kutsche.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


28
dic 09

Sherlock Holmes

Sherlock Holmes

Sherlock Holmes

di Guy Ritchie (GB, 2009)
con Robert Downey Jr., Jude Law,
Rachel McAdams, Mark Strong, Kelly Reilly,
Hans Matheson, Eddie Marsan, James Fox,

Bronagh Gallagher, Robert Stone, William Hope,
Robert Maillet, William Houston, David Garrick,

Terry Taplin, Geraldine James, Joe Egan, James A. Stephens

Alcuni dati preliminari: questo è un film inglese e non americano, prodotto dalla Lin Pictures, dalla Silver Pictures e da Wigram Productions, distribuito in Italia dalla Warner Bros.
La pellicola è tratta dal libro a fumetti di Lionel Wigram, a sua volta ispirato ai personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle.
Premessa personale: non ho mai letto alcun libro di Doyle (mea culpa). Però mi piacerebbe. Chissà, magari lo faccio in futuro.
Sono entrato in sala con aspettative alquanto basse. Reputavo (reputo) molto bravi entrambi gli attori protagonisti, avevo dimenticato che il regista fosse Guy Ritchie, eppure non mi aspettavo granché. Il giorno prima di andare al cinema, guardandone il trailer, questo film mi era sembrato il solito adattamento moderno molto “fracassone”. Insomma mi aspettavo un tipico action movie degli anni 2000, invece mi sono trovato di fronte ad una bella pellicola in cui il contenuto non è stato tralasciato per dare maggiore importanza alla forma. Il che non vuol dire che non ci siano scene molto adrenaliniche (scazzottate, inseguimenti, esplosioni, pistolettate, ecc.) però non tutto è stato architettato per far sbavare quel pubblico che facilmente si eccita nella poltroncina della sala per rumori assordanti, montaggio frenetico, scene violente, ecc.
Ammirevole la cura, infatti, che è stata data – ad esempio – ai dialoghi tra i due co-protagonisti o tra Sherlock Holmes e il suo diretto avversario, Lord Blackwood.
Lo dico senza vergogna: il film mi è piaciuto molto.
Nella pellicola ci hanno infilato un po’ di tutto (esoterismo, massoneria, oligarchia), anche temi che a me non stanno particolarmente simpatici, ma ciò nonostante la visione di “Sherlock Holmes” mi ha incuriosito, appasionato e divertito.
Robert Downey Jr. è fuori discussione. La sua recitazione, intendo. Ma anche la costruzione del suo personaggio merita un plauso, in quanto il protagonista non è l’eroe perfetto senza macchia e senza paura. Certo, Sherlock Holmes anche in questa trasposizione cinematografica rimane un investigatore scaltro, un attento osservatore a cui non sfugge alcun particolare, un uomo di legge (quasi), il portatore di valore positivi, eppure Guy Ritchie lo rappresenta come un solitario misantropo, poco dedito all’ordine e all’igiene personale, un geek ante-litteram che se ne sta in casa, chiuso al buio, a sperimentare i suoi intrugli chimici e alcuni marchingegni.
Jude Law sembra nato con le sembianze del damerino, per cui lo trovo molto indicato per il ruolo del dott. Watson. Buffà la caratterizzazione che gli si è data: l’amico fedelissimo che vorrebbe non farsi immischiare nei pericoli che corre il suo sodale ma che, allo stesso tempo, non riesce a tenersi alla larga.
Un unico appunto riguarda l’età dei due protagonisti. Non so perché ma ho sempre immaginato Holmes & Watson come due signori di mezza età, tra i 50 e i 60 anni. Sebbene Downey e Law siano stati molto validi nel recitare le loro parti, mi chiedo come mai la scelta di cast non sia caduta su attori più maturi. Forse perché questo è il momento d’oro per i due “giovinastri”? Forse perché Robert Downey Jr., al momento, riesce a portare nei cinema molte più donne tra i 20 e i 40 anni di quante potrebbe portarne, che so, Dustin Hoffman?
Rachel McAdams è molto molto carina. Scusate la debolezza. La ricordate in My Name Is Tanino? Io no ma, a quanto pare, ha recitato anche in quel film. E in “State of Play”. In questa pellicola l’ho trovata perfetta nel ruolo di Irene Adler, una fascinosissima truffatrice che è riuscita a far perdere la testa al bell’investigatore privato. È quasi un miracolo che non venga rappresentata come una donnicciola, nonostante le labbra rosso ciliegia a forma di cuore. It’s love!

Mark Strong è una rivelazione, una sorpresa. Anzi no: è una conferma! Mi era già piaciuto molto in RockNRolla (sempre diretto da Ritchie). Lì interpretava uno dei cattivi, l’elegantone, qui invece veste i panni dell’Antagonista con la “A” maiuscola. Un pluri-omicida spietato, già parlamentare della camera dei Lord, un assassino truculento che usa raffinati trucchi di magia per cercare di assoggettare l’Inghilterra e il Mondo intero. Bisogna ammettere che ha un certo fascino, nonostante per tutto il film se ne vada in giro con indosso un giubotto di pelle da gran tamarro di periferia.
Riassumendo: c’è chi ha preferito la seconda parte del film alla prima (a causa della cattiva organizzazione del cinema in cui l’ho visto, mi sono anche perso i primi minuti di proiezione). Io invece ho aprezzato soprattuto alcune scene, quelle meno ‘dinamiche’, a dire il vero. Gradevolissimo, ad esempio, un dialogo a tre fra Holmes, Watson e la fidanzata di quest’ultimo, che avviene al tavolo di un ristorante di Londra. Durante questo randez-vous l’investigatore sfodera tutto il suo acume per ricapitolare cinicamente la vita precedente della commensale promessa sposa. A proposito: buona scelta di cast anche nel caso di Kelly Reilly (Mary Morstan): caruccia e tonta quanto basta per impersonare una giovane tutrice della Londra di fine ’800.
Nota stilistica: questa pellicola piacerà moltissimo ai cultori dello Steampunk.
Rimanete seduti sino all’ultimo fotogramma. Plausi e lodi per i titoli di coda: la grafica ricorda molto le litografia che si usano per le banconote.
Un bravo a Guy Ritchie che ha saputo coniugare un’opera importante con i temi a lui più cari (la vita di strada nei sobborghi inglesi, il pugilato clandestino, ecc.) Questo film gli aprirà di sicuro molte porte a Hollywood; per lui ci saranno nuove e grandi opportunità in futuro. “Sherlock Holmes” sarà di certo un grande successo al botteghino. Nei Stati Uniti, a soli tre giorni dall’uscita nelle sale, ha già incassato più di 65 milioni di $.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


10
dic 09

A serious man

A Serious Man

A serious man

di Joel Coen ed Ethan Coen (Usa, 2009)
con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed,
Sari Lennick, Adam Arkin, Aaron Wolff, Jessica McManus,

Brent Braunschweig, David Kang, Benjy Portnoe,
Jack Swiler, Andrew S. Lentz, Jon Kaminski Jr, Ari Hoptman,
George Wyner, Fyvush Finkel, Katherine Borowitz, Steve Park,
Amy Landecker, Allen Lewis Rickman, Raye Birk, Peter Breitmayer,
Stephen Park, Simon Helberg, Alan Mandell

Veniamo subito al dunque: questo film mi ha deluso molto. Sono un beniamino dei fratelli Coen. Li trovo grandi registi ma questa volta non hanno saputo “regalarmi un’emozione” (come si dice in gergo). Forse sono entrato in sala con aspettative molto alte. Chi lo sa?! Forse mi aspettato tutt’altro. Forse non ho capito io il film – perché uno queste domande se le pone pure. Non lo saprei dire con certezza. Sicuramente, però, sono uscito dal cinema con l’amaro in bocca, con la sensazione che qualcosa non abbia funzionato, che la storia fosse perlomeno incompleta (con quel finale, poi!)
Quando sono arrivato al cinema non sapevo nulla della trama, nulla dell’attore protagonista, nulla di nulla, se non che questo fosse il nuovo film dei fratelli Coen. Punto.
Devo essere sincero: dopo il primo quarto d’ora ho pensato addirittura di aver sbagliato sala. L’introduzione è stranissima, a tutt’ora non l’ho capita. Siamo ai primi del 1900 in Polonia (credo): una coppia di ebrei (un lui e una lei, marito e moglie) riceve la visita inaspettata di un vecchio, un conoscente che credevano morto. La donna è talmente supestiziosa che cerca di uccidere con una coltellata all’addome quello che lei crede essere uno spirito maligno. ll vecchio scappa via e sparisce nella notte. Di lui non sapremo più nulla. Il prologo finisce qui ed inizia finalmente il film.
“A Serious Man” racconta di un professore di fisica quarantenne, il sig. Larry Gopnik, nell’america degli anni ’60. Larry Gopnik è un uomo molto ma molto ma molto sfigato; ha origini ebraiche, una famiglia come tante (forse) e tanti problemi. Per fare solo un paio di esempi: 1. un suo studente di origine asiatica cerca di corromperlo con una busta piena di soldi, al fine di avere un buon voto e non perdere così la borsa di studio; 2. la moglie del professore lo tradisce con un vecchio amico di famiglia vedovo e più anziano. Ma queste due sfighe sono solo la punta dell’enorme iceberg di sfortuna che si abbatte sul prof. Larry Gopnik (il protagonista).
A mio modo di vedere “A Serious Man” è una storia raccontata sul grande schermo che ti vuole solo dire “alla sfortuna non c’è mai fine”. La vita è cattiva, lo sappiamo. Vivere sulla terrà è insostenibile? Più o meno il messaggio è questo. Forse si potrebbe ipotizzare più un tentativo di rappresentare al cinema il cosiddetto primo assioma delle leggi di Murphy: “Se qualcosa può andar male, lo farà”. Ma forse sono troppo inclemente.
Forse il messaggio è di tipo sovrannaturale/superstizioso, forse la maledizione del vecchio accoltellato in Polonia si è riversata, generazioni dopo, sul suo lontano discendente. Mah.
Passiamo agli attori. La scelta del cast è eccellente. Anche per questioni somatiche.
Michael Stuhlbarg è bravissimo nel ruolo del protagonista. Ha mille espressioni diverse per ogni sventura che capita al suo personaggio; riesce a comunicare un ventaglio di emozioni davvero molto esteso che va dall’estasi da marijuana allo sconforto più totale – che sfocia nel pianto disperato.

Buona prova anche per l’attrice nel ruolo della moglie del prof. (Sari Lennick) e per i due figli (Jessica McManus e Aaron Wolff).
Richard Kind è un perfetto uomo medio, un americano medio di mezza età. La parte del fratello mezzo scemo del protagonista gli calza a pennello. La trovata del sebo da drenare è disgustosamente geniale.
David Kang nel ruolo del giovane studente orientale finto-tonto è buffissimo. Stessa cosa dicasi per Fred Melamed, che interpreta l’amante della moglie del professore: un omone barbuto che, parlando lentamente e con convinzione, riesce a mettere soggezione in chi lo ascolta.
Non ricordo dove altro ho visto recitare George Wyner ma lo trovo sempre e comunque molto elegante. Qui interpreta un rabbino molto stimato nella comunità in cui vive il prof. Gopnik.
Ecco, una cosa molto importante che dovete sapere: se non sapete nulla della religione ebraica, e di tutta la cultura annessa, questo film decisamente – decisamente – non fa per voi. Non capirete granché, né apprezzerete certi passaggi fondamentali come il bar mitzvah del figlio del prof. o la richiesta del divorzio rituale. Dunque, ascoltate il consiglio di uno spettatore come tanti: questa pellicola non vale il costo del biglietto. Mi spiace per Joel e Ethan, alle cui opere pure sono affezionato.
Inoltre, se andate al cinema per vedere una bella commedia, se volete ridere, rimarrete delusi. Più che altro, qui si sorride dell’accumularsi delle disgrazie del protagonista e della situazione ingarbugliata in cui viene a trovarsi. Ma non si ride. Mai. Questo, prima di tutto, è un dramma umano. La disperazione di un essere umano di fronte alle mille sfighe della vita. C’è davvero poco da ridere.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


30
ago 09

Piede di Dio

Piede Di Dio

Piede di Dio

di Luigi Sardiello (Italia, 2009)
con Emilio Solfrizzi, Rosaria Russo, Filippo Pucillo,
Paolo Gasparini, Antonio Catania, Elena Bouryka,
Antonio Stornaiolo, Guido Quintozzi, Luis Molteni,
Alessandra Caliandro, Carlotta Sapia,
Angelo Argentina, Gian Nicola Resta

Sono andato a vedere questo film per diversi motivi. Mi incuriosiva perché girato in Puglia, perché ci recitava Emilio Solfrizzi e perché il regista è un mio ex professore dell’università: Luigi Sardiello – per gli amici “Sardix”. Anni fa seguì una sua lezione, quando teneva un corso di scrittura presso la facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza (credo fosse il 1998). Inoltre una cara amica mi ha invitato a vedere questo film insieme, il giorno stesso dell’uscita, mentre un altro amico da diversi giorni mi inviava email/newsletter informative sulla pellicola.
Devo ammettere che le attese non erano altissime ma sono rimasto ugualmente deluso. Ho trovato “Piede di Dio” alquanto banale e scontato. A farla breve: più il film avanza più diventa prevedibile. Ci sono poche scene che sorprendono – anzi praticamente nessuna. Inoltre Emilio Solfrizzi si ostina a recitare in Italiano perfetto, nascondendo cioè malissimo il suo accento barese. Mi chiedo: perché? Per sfondare nello showbiz italiano e non restare relegato al ruolo di attore comico di fama regionale? Ok, bene: ma perché recitare con quel tono impostasto e quella voce cavernosa? Non si rende conto di essere poco credibile?
La trama è alquanto semplice: Michele Corallo, un procuratore di calcio di origini baresi, si reca in un paesino del Salento per valutare dei giovani a cui proporre eventualmente un contratto per le serie maggiori della Lega Calcio. Inzialmente non trova nessuno che soddisfi i suoi requisiti, poi però, rimasto bloccato nel posto, mentre passeggia su di una spiagga desolata si imbatte casualmente in un vero fenomeno: Elia. Il ragazzo si dimostra essere un vero asso del pallone, uno che non sbaglia mai un rigore. Unico neo: Elia è un po ritardato. Ride sempre, ha un animo molto ingenuo, appare molto più giovane per l’età che ha (18 anni).
In un paio di giorni Michele riuscirà a convincere la madre del ragazzo – inizialmente titubante – a lasciare andare suo figlio con lui a Roma. I problemi inizieranno quando Michele proverà a procurare un provino per Elia presso un’importante squadra di calcio. Nessuno vorrà dargli ascolto – tranne il suo amico Giulio (ex calciatore come Michele). Questo perché Michele è sostanzialmente un procuratore di secondo, se non terzo livello. Non essendo riuscito a diventare calciatore professionista a causa di un infortunio, si è riciclato come manager di giovani calciatori ma nessuno gli dà molto credito. Ora vive nella Capitale con grande lusso, al di sopra delle sue possibiltà, condividendo un appartamento con la sua ragazza Vittoria, una tipa tanto stupida stupida quanto frivola. Il sogno di Elia, di diventare un importante calciatore di Serie A sarà anche il sogno di Michele. Finalmente potrà vivere un’esperienza che lui non ha mai potuto, inoltre l’eventuale contratto milionario che offriranno al ragazzo potrà permettergli di dare una svolta definitiva alla propria vita e di saldare un debito superiore ai 60 mila Euro con la sua banca.
Il film non mi è piaciuto anche perché è recitato molto male. Soprattutto nei primi minuti. Spesso sembra di assistere ad una farsa. Se è vero che “Piede di Dio” oscilla tra dramma e commedia, è pur vero che si sarebbe potuta mantenere una certa dignità nella recitazione, senza sbracare più di tanto.
Altra nota dolente: un piccolo inserto di animazione, in un cui un uccello vola sulla città a rapprensentare la mente giovane, libera, pura e ingenua del ragazzino che vuole solo giocare a pallone. Io ci ho visto una citazione da “Kill Bill vol.1″, anche se qui la qualità dell’animazione computerizzata lasciava a desiderare.
Forse l’unica che recita dignitosamente è Rosaria Russo nei panni della giovane madre di Elia. Una vera bellezza mediterranea, mora e tenebrosa.
Anche Filippo Pucillo (il ragazzo che impersona Elia) l’ho trovato molto valido. In quasi tutte le scene va sopra le righe ma in un certo senso questo è comprensibile, se si pensa che il suo è un ruolo da ‘picchiatello’.
Di Solfrizzi ho già detto. Aggiungo solo che nelle ultime battute riguadagna un po’ di simpatia allorquando riprende a recitare con naturalezza.
Antonio Stornaiolo (il Tata del noto duo ‘Toti e Tata’) interpreta solo un cameo, verso la fine del film. Fa la parte di un cialtrone – tale mago Raian – che intrattiene i clienti di un luna park introducendo l’esibizione di alcuni fenomeni da baraccone.
Buona prova anche per Paolo Gasparini nel sobrio ruolo di Giulio, l’amico saggio di Michele.
Antonio Catania diverte, come suo solito. Qui lo vediamo nei panni di un ‘maestro’ che, mentre gioca a biliardo, fa sfoggio dei suoi studi classici – nonostante poi si riveli solo un muratore più colto della media.
Alessandra Caliandro appare solo in un cammeo (alquanto imbarazzante) ma io l’ho trovata ugualmente affascinante.
Regia, soggetto e sceneggiatura sono di Luigi Sardiello. Prima prova sul grande schermo.
Voto alla pellicola: 5. Come debutto non è stato il massimo. Comunque io una seconda chance gliela darei.

Nei cinema dal 28 Agosto 2009. Qui il trailer.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


6
lug 09

Pronto il film su Ciwati

The King Maker full

Giuseppe Civati - William H. Macy

Sense and Sensibility video

Radio Flyer buy

Offspring dvdrip Già scelto l’attore a cui affidare il ruolo del protagonista: William H. Macy.


11
gen 09

Up to the next Pixar movie

Di “Up” vi avevo già parlato lo scorso Novembre. Si tratta del prossimo film della Pixar.
Sneak peak. Qui sopra potete vedere una specie di teaser/trailer – commentato dallo stesso regista: Pete Docter.
Protagonista del lungometraggio animato sarà un signore anziano e burbero che riesce a realizzare il sogno di una vita: fare il giro del mondo. Ci riuscirà attaccando migliaia di palloncini alla sua casa in legno. Ma ben presto si renderà conto che nel lungo viaggio non sarà solo.
In uscita nelle sale USA per Maggio 2009.

Io, ovviamente, non vedo l’ora che arrivi in Italia.

Fonte: Cineblog.it.