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28
gen 11

La versione di Barney

La versione di Barney
(Barney’s Version)

di Richard J. Lewis (Canada, Italia 2010)
con Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Rosamund Pike,
Minnie Driver, Mark Addy, Scott Speedman, Rachelle Lefevre,
Thomas Trabacchi, Clé Bennett, Massimo Wertmüller, Macha Grenon, Atom Egoyan,
Domenico Minutoli, Paul Gross, Mark Camacho, Erika Rosenbaum,
Anna Hopkins, Ellen David, Paula Jean Hixson, Luca Palladini, Ivana Shein,
Jake Hoffman, Harvey Atkin, Saul Rubinek, Marica Pellegrinelli, David Pryde

Iniziamo col dire che putroppo io non ho (ancora) letto il romanzo omonimo di Mordecai Richler da cui è tratto questo film. Dunque non posso permettermi di azzardare paragoni. A me il film, comunque, è piaciuto molto. L’ho trovato molto originale, almeno dal punto di vista del soggetto e del plot.
La versione di Barney racconta la storia di Barney Panofsky, un ebreo di origini polacche di stanza a Montreal. Lo spettatore segue la sua vita (quasi intera) dagli anni della giovinezza fino al momento della morte, passando per l’età adulta e la vecchiaia. Un racconto particolarmente avvincente, sia per la buffa cialtronaggine del protagonista, che per la presenza di alcuni elementi interessanti come un’accusa di omicidio e ben tre matrimonii.
Barney è un facoltoso produttore di soap opera con la passione per l’hockey e qualche problema di tipo alcoolico. Per tutta la vita ha anche fatto da mentore e mecenate ad un suo intimo amico, tale Boogie, un aitante biondo sciupafemmine dedito alla bella vita, all’alcool e all’eroina. Nelle prime battute del film lo vediamo perso in una certa solitudine in un lussuoso appartamento del centro. Subito veniamo a sapere che è divorziato, che ha una figlia adulta e che un vecchio detective ha scritto un libro su di un misterioso caso di morte, in cui Barney è stato sospettato di omicidio. Da questo punto iniziano i flashback, che poi continueranno per tutta la durata del film, alternandosi con diverse altre scene ambientate cronologicamente al tempo zero della narrazione.
Dunque prima lo vediamo giovane a Roma, dove sposa una bellissima e dissoluta ragazza perché crede di averla messa incinta, poi lo vediamo un po’ più adulto in Canada dove, aiutato da suo zio, inzia a fare carriera come addetto al fund raising per la causa anti-shoah e trova moglie presso un’importante famiglia di ebrei di Montreal. Ma questa pare non sia la donna della sua vita. Per quella bisognerà attendere il terzo – abbastanza fortunato – matrimonio. Non aggiungo altro per non svelare troppo.
Il cast è stato scelto alla perfezione.
Paul Giamatti è unico. Davvero. Qui lo si apprezza da tanto tempo. In “La versione di Barney” lo vediamo stravolto dal trucco: prima canuto, flaccido ed estremamente invecchiato, poi molto giovane con una stramba parrucca rossa e riccia. La panza comunque – vera o posticcia che sia – non l’abbandona mai. Truccato o meno, il bello è che rimane sempre se stesso: buffo, gigione e istrione. Bravissimo. Perfettamente nella parte. Per un individuo imperfetto come Barney Panofsky non si poteva certo prendere un palestrato, un bellone, un divo di Hollywood – nel senso più tradizionale del termine. Da premiare.
Scott Speedman ha il physique du rôle per interpretare il dongiovanni. Bello, biondo, alto, mascellone, sorriso magnetico. Uno così trova spazio facilmente nei desideri del sesso femminile. Non si fa fatica a credergli, dunque. Buona interpretazione la sua, sia nelle scene più frivole, che in quelle più drammatiche in cui lo si vede litigare con il protagonista.
Rosamund Pike è una gran signora. Bella sì ma non sfacciata. Elegante, sofisticata, gentile. I suoi modi sono estremamente garbati, dolci ed affettuosi ma mai affettati. La vediamo sia tenera e protettiva, che seria e determinata. Il ruolo non richiedeva altro. La faccia giusta nella parte giusta. Ancora un plauso agli addetti al casting.
Dustin Hoffman è fuori discussione come attore, ma ormai da anni. Incredibile. Difficilmente l’ho visto fuori ruolo (eccezion fatta forse per “Confidence”). Qui dimostra ancora una volta – qualora ce ne fosse bisogno – che è in grado di esprimere una gamma di sentimenti completa: dall’allegria alla tristezza, dalla rabbia alla nostalgia. Il suo ruolo è quello del padre di Barney, Panovski senior, un vecchio poliziotto ebreo in pensione che ha un ottimo rapporto con suo figlio, tanto da spalleggiarlo persino nei momenti più difficili. È indubbio che è uno dei personaggi che più porta allegria e buonumore nel film.
Ricordate Minnie Driver? Era la ragazza che aiutava padre Bobby e i quattro galeotti nel film “Slepeers”. Ottima scelta di cast anche nel suo caso. Ha la faccia e il temperamento giusti per il ruolo della (seconda) moglie stronza, viziata e noiosa di Barney.
Rachelle Lefevre ha poche scene ma ci sa fare, è nella parte. Alta, capelli rossi e ricci, occhi verdi, visino dolce. In altre parole: buona faccia + buon corpo per interpretare la bella e giovane insolente che adora farsi desiderare (e amare) da qualunque uomo incontri sulla sua strada. Intendiamoci: uso un eufemismo per non offendere.
Per Bruce Greenwood la parte di uomo pacato e vegano, un tipo su cui Barney prova a far girare strane voci di omosessualità per evitare (disperatamente) che gli porti via l’amata moglie.
Mark Addy è il vecchio detective che ha passato diversi anni della sua vita a cercare di trovare le prove per incastrare Barney come assassino.
Anna Hopkins interpreta la giovane figlia di Barney.
Ad Ellen David hanno affidato il ruolo dell’anziana protagonista – di origini bulgare – della soap opera prodotta dalla casa di produzione di Barney.
Mi ha fatto molto piacere vedere Thomas Trabacchi coinvolto in un progetto internazionale così importante come questo. È un attore che mi è sempre piaciuto. Ha una faccia molto simpatica. Credibile in questo caso nella parte dell’artista italiano. Peccato che qui in patria non sia molto noto.
Minuscola parte per Massimo Wertmüller: veste i panni del medico che annuncia a Barney la morte di suo figlio.
A Jake Hofmann (il figlio di Dustin) la parte del figlio di Barney/Giamatti. Ottima scelta, dunque, se si pensa alla teoria dei geni recessivi di Mendel.
Decisamente buona anche la selezione di brani che sono andati a comporre la colonna sonora, arricchendo le immagini di un valevole e gradevole accompagnamento.
Dunque buon cast, soggetto interessante, sceneggiatura notevole, regia dignitosissima, musiche gradevoli. Voto complessivo per la pellicola: 8. E non sto scherzando. Da vedere se vi piacciono le storie originali raccontate bene.

Guarda il trailer italiano e quello originale americano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


14
lug 09

Bruno aspetta in macchina

Bruno Aspetta In Macchina

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di Duccio Camerini (Italia, 1996)
con Nancy Brilli, Antonello Fassari, Monica Scattini
Chiara Noschese, Amanda Sandrelli, Valerio Mastandrea,
Leo Gullotta, Nini Salerno, Massimo Wertmüller, Ugo Conti

Commedia un po’ sulle righe tratta da un racconto di Duccio Camerini e Suso Cecchi d’Amico.
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Margherita (Nancy Brilli) e Riccardo (Antonello) sono giovani, diciamo hanno più di trenta anni ma meno di quaranta. Formano una coppia, non sono sposati ma vivono insieme. Lei vuole convolare a nozze. Lui no. Erano tanto perfettini in due, credevano di amarsi, ma si lasciano perché ormai non si sopportano più. Nel momento in cui le loro strade si separano Riccardo ammette anche di essere innamorato e e di avere una relazione con la giovane Titti. Inoltre, al rumore della litigata, tutto il condominio accorre e si pianta sul pianerottolo ad ascoltare – e ad intervenire nella discussione – come fosse un pubblico parlante che parteggia per loro due, cioè per la coppia: i condomini vogliono che restino uniti. Lei comunque andrà via. Un amico comune, l’ottico Zino (Leo Gullotta), concederà a Margherita di stare in una casa vuota alla estrema periferia di Roma. Sentendosi sola e avendo paura di subire l’ennesimo tentativo di stupro e/o rapina, Margherita deciderà di andare in giro mettendo in macchina, sul sedile del passeggero, un manichino vestito da uomo, con tanto di sciarpa, cappello e occhiali scuri. Lo chiamerà Bruno (da cui il titolo del film).
Mentre da una parte Riccardo proverà a fare il giovane, accorgendosi di cosa significa vivere accanto ad una venticinquenne viziata e capricciosa come Titti (Amanda Sandrelli), dall’altra Nancy Brilli vincerà la sua solitudine, prendendosi una cotta per il giovane Nanni (Valerio Mastandrea).

Siamo in presenza dell’ennesima commedia sui rapporti di coppia. Sulla solitudine di una giovane donna che non vuole restare sola e zitella e sulla sindrome di peter pan per lui, per l’uomo che non vuole crescere mai, che non vuole accettare la fase matura della sua vita.
Spiace per gli attori, che sono bravi e simpatici, ma il film non funziona. In parecchi momenti risulta noioso ed inoltre non porta da nessuna parte, sembra quasi non avere una tesi di fondo. Si limita a raccontare (piuttosto maluccio con alcuni salti nella trama) la storia di due che credevano di amarsi ed invece non si amano più.
Nancy Brilli come attrice non si discute. Non che sia un mostro di bravura ma se la cava, regge il ruolo molto bene. Inoltre, va detto: una quindicina di anni fa era molto molto più carina di adesso.
Antonello Fassari fa tenerezza nel ruolo dell’uomo che vorrebbe essere giovane ma non ci riesce in nessun modo.
Valerio Mastandrea, invece, è perfetto per il ruolo del borgataro, del ragazzo difficile che cerca di inserirsi nei circuiti delle cosiddette ‘amicizie sbagliate’ ma che, invece, avendo un cuore grande, non è in grado nemmeno di rapinare una donna sola di notte – ferma con la macchina su di una strada deserta, sotto un nubifragio – nemmeno per vincere una scommessa.
L’interpretazione che diede della svampita in “Non ci resta che piangere” deve davvero essere rimasta nella storia del cinema, perché ad Amanda Sandrelli anche per questo film hanno assegnato un ruolo da cretinetta. Ci riesce benissimo. Chi sa se gli viene difficile o semplice e spontaneo.
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Monica Scattini ha il ruolo della migliore amica di Margherita, una cinica mangiauomini quasi ninfomane. Sono sincero: sarà pure brava come attrice ma non trovo che sia una donna bellissima. Per cui ho alcuni dubbi sulla credibilità del suo ruolo.
Di Leo Gullotta ho già detto: fa la parte dell’ottico, un collega di Riccardo segretamente innamorato di Margherita.
Chiara Noschese fa simpatia a causa del marcato accento ciociaro. Qui recita la parte della commessa, una collega di Margherita che ha una tresca con il suo capo (Ugo Conti) mentre il suo fidanzato continua a picchiarla e a trattarla da schiava.
Il personaggio di Massimo Wertmüller è il più divertente di tutta la pellicola: Don Carlo, un parroco di periferia molto ruspante, che parla come “magna” e aiuta i suoi parrocchiani quando si trovano in difficoltà, consigliandoli per il meglio.
Nini Salerno ha un ruolo molto piccolo: il vicino di casa che non fa altro che ripetere l’assurda frase “Io ho una faccia sola”.
Voto complessivo al film: 5. Senza appello. Non perdete il vostro tempo, passate oltre.

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La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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