Posts Tagged: Marion Cotillard


8
dic 11

Midnight in Paris

Midnight in Paris

di Woody Allen (Francia, 2011)
con Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard,
Michael Sheen, Carla Bruni, Adrien Brody, Kathy Bates,
Nina Arianda, Kurt Fuller, Tom Hiddleston, Alison Pill,
Mimi Kennedy, Léa Seydoux, Corey Stoll, Lil Mirkk, Gad Elmaleh

Partiamo con le cose semplici. Questo è migliore del precedente film di Woody Allen. Dunque i delusi potranno rifarsi. Almeno in parte.
Mi spiego. La commedia è gradevole ma non siamo di fronte a quei capolavori a cui Allen ci aveva abituato durante i decenni precedenti. Peccato. Comunque sia, Midnight in Paris, pur essendo privo del tipico umorismo sagace che da anni contraddistingue le produzioni cinematografiche di questo regista, non è un cattivo film. Anzi.
Il protagonista, tale Gil, è un giovane scrittore americano in vacanza a Parigi con la sua ragazza e i di lei genitori. Innamoratissimo della città, ha il desiderio di trasfericisi a vivere ma la sua ragazza Inez non pare essere del tutto d’accordo. Mentre cenano in lussuoso ristorante i due incontrano un’altra coppia di americani: Paul, un professore vecchio amico di Inez, e la sua compagna. Iniziano così a visitare Parigi in quattro ma Gil presto si stufa e decide di abbandonare la comitiva, anche perché Paul gli risulta particolamente antipatico a causa della sua pedanteria. Inez invece, affascinatissima dal suo amico colto e barbuto, decide di continuare con lui il tour culturale per la città da sogno.
Mentre la sua ragazza è in giro per Parigi, Gil preferisce passeggiare in solitudine per la città; così facendo, una notte si imbatte per caso in degli strani personaggi, un gruppo di artisti del passato di cui è fan da sempre: Ernest Hemingway, Cole Porter, Francis Scott e Zelda Fitzgerald. Inizialmente gli sembrerà tutto un sogno (anche perché è abbastanza alticcio) ma ci metterà poco ad accorgersi che si tratta di una specie di realtà parallela in cui si trova immerso, una specie di “Inception” nel passato – per la precisione negli anni ’30.
Di questa vita notturna vissuta in compagnia dei suoi amici artisti Gil s’innamorerà senza remore. Sarà il suo rifugio dai problemi diurni con la sua ragazza e il presente. Di notte incontrerà anche Adriana, una bellissima moretta per cui perderà la testa. Persino la sua autostima, dai livelli bassi in cui si trovava prima delle frequentazioni notturne, farà notevoli progressi grazie all’incontro con Gertrude Stein, che accetterà di leggere il libro che sta scrivendo e gli fornirà diversi consigli su come procedere con il lavoro.
Non vi svelo il finale ma sappiate che nasconde una morale. Anche condivisibile, a dire il vero: né banale, né troppo scontata.
Domanda importante: ma si ride durante la visione di questo film? Mah. Poco, direi quasi mai. A parte una scena straordinaria in cui il protagonista incontra in un bar uno stralunatissimo Salvator Dalì (magnificamente interpretato da Adrien Brody) che non fa altro che rifersi alla figura del rinoceronte. Ma questo è solo il mio personalissimo parere.
Owen Wilson è un’attore che mi sta un sacco simpatico; bravissimo, certo, ma sinceramente non so è stata la scelta perfetta per questa pellicola. Diciamo che non è fuori ruolo ma personalmente lo preferivo nei panni di personaggi demenziali. Quella non è la faccia di uno scrittore americano con problemi esistenziali.
Rachel McAdams invece è perfetta. Fa la giovane americana di buona famiglia, una biondina dolce e sexy anche un po’ stronzetta, la fidanzatina perfetta che ti sta al fianco finché non si stufa o non si presenta il primo problema serio. Non so come dirvelo: io l’ho trovata molto più che attraente. Per i primi 20 minuti di pellicola non ho fatto altro che guardare e pensare alle sue gambe.
Michael Sheen interpreta un giovane professore americano che viene invitato alla Sorbonne. Affascinantissimo. La barba nera e folta gli dona molto. Peccato abbia dovuto recitare la parte di un rompiscatole saputello e pretenzioso.
Marion Cotillard è bella, ma questo lo sappiamo. Qui recita la parte della ragazza giovane e frivola che non sa quel che vuole. Il personaggio di Adriana è un’apparente ingenua che si fa affascinare da enormi personalità e che attraverso questo atteggiamento nasconde il suo vuoto esistenziale. Riesce comunque a far innamorare il protagonista con un solo sguardo. Bontà sua.
Di Adrien Brody ho già detto.
Carla Bruni: quasi “non pervenuta”. Ha solo un paio di scene nei panni di un’insulsa guida turistica. Il presidente francese ci scuserà per questo.
Kathy Bates nei panni di Gertrude Stein per me è un “Boh”.
Mi ha stranito vedere Alison Pill nei panni di Zelda Fitzgerald. Il suo ruolo è emblematico. Risulta buffa in un primo momento e tragica poco dopo. Un peperino frizzante prima e un anima in pena in preda alla disperazione più profonda dopo. La bravura di Allen credo stia anche nel saper raccontare personalità di questo tipo, nonostante in questo caso l’abbia fatto attraverso un paio di pennellate/scene appena.
Molto buffo anche Gad Elmaleh, l’attore a cui hanno affidato il ruolo di un investigatore privato francese. Recita una sola battuta ma la situazione in cui si viene a trovare è decisamente divertente.
Voto: 6. Sufficienza. Da Allen ci si aspetta sempre capolavori.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


6
ott 10

Inception

Inception

di Christopher Nolan (USA, 2010)
con Leonardo DiCaprio, Ellen Page, Marion Cotillard,
Joseph Gordon-Levitt, Tom Hardy, Ken Watanabe,
Dileep Rao, Cillian Murphy, Pete Postlethwaite,
Michael Caine, Tom Berenger, Lukas Haas, Tai-Li Lee

Difficile parlare di un film così senza dilungarsi. Non saprei da dove cominciare. Allora vediamo: “Inception” mi è piaciuto e lo consiglierei più o meno a tutti.
Dopo “Memento” e “Insomnia”, Christopher Nolan ritorna ancora una volta sul tema del sogno, sulla difficoltà che si può avere nel distinguere tra veglia e sonno, tra realtà e non realtà (intesa come struttura cognitivo/sensitiva costruita dalla mente). Questa volta, però, affronta la questione facendo ricorso a soluzioni tecnologiche e/o furistiche, vedi il macchinario che inietta un sedativo di gruppo e che porta le menti di diverse persone in uno stesso sogno. Inoltre “Inception” usa la grammatica dei film d’azione, ossia i suoi classici meccanismi (esplosioni, inseguimenti, colluttazioni, ecc.) anche se non credo che questa fosse una scelta funzionale allo svolgimento della trama. Come dire: Christopher, potevi dirci la stessa cosa anche senza tutto quel “bum bum bum”. La butto lì: forse si trattava solo di assicurarsi una maggiore fetta di pubblico. «Oh, dicono che ‘sto Nolan fa dei filmacci noiosi, incomprensibili». «Ma no, andiamo a vedere isceptio, dai. Nel trailer ci stavano certe mitragliate!»
[SPOILER]
La storia è un po’ complessa ma vedo di spiegarla semplificando il più possibile. C’è un team in grado di entrare nella mente di un essere umano per rubare idee, pensieri e segreti. Si tratta di di persone fra i 20 e i 35 anni – forse un po’ troppo giovani per avere l’esperienza necessaria ma, va beh, sorvoliamo per il momento. Il furto avviene durante il sonno, indotto nella vittima attraverso l’uso di sedativi. Il team si intrufola nella mente dell’uomo, mentre questo sogna, e va alla ricerca del segreto nascosto nel suo subconscio.
Nelle primissime battute vediamo fallire una mirabolante missione: il team non riesce a leggere il contenuto di un documento segreto rinchiuso in una specie di cassaforte della mente. Lo spettatore capisce che qualcosa è andato storto ma ancora non sa cosa. La persona la cui mente stava per essere derubata (un magnate giapponese del settore energetico), accetta di buon grado il rischio che ha corso e, anziché vendicarsi o denunciare i “ladri delle sue idee”, decide di ingaggiarli per una missione uguale ma contraria ai danni del suo accerrimo rivale. Il team leader (il protagonista, cioè Di Caprio) sembra tentennare un po’ ma accetta comunque molto in fretta. La posta in gioco è alta, la missione da compiere è ardua e rischiosa: si tratta di inserire nella mente del figlio di un altro magnate dell’energia l’idea che manterere in vita l’impero del padre dopo la sua morte sia sbagliata. Come ricompensa il protagonista potrà tornare in patria, gli USA, paese da cui è fuggito perché ricercato per l’omicidio di sua moglie. E qui ci sarebbero già due appunti da fare: il protagonista accetta perché è stufo di fuggire, cioè vuole tornare finalmente a casa per poter rivedere e riabbracciare i suoi figli ma gli altri perché accettano? Cosa li spinge? Quale sarà il loro compenso per una missione tanto rischiosa? Non si sa, nessuno lo spiega. Non è dato saperlo.
Secondo buco: il committente della missione – il magnate giapponese – promette di ricompensare il protagonista dandogli la possibilità di ritornare a casa. Dice che lo farà con una sola telefonata. Ma è così che funziona la giustizia negli USA? Basta la telefonata di un finanziere nipponico per far cadere le accuse di omicidio nei confronti di un imputato? Stiamo parlando di giudici corrotti? È forse questa una velata polemica nei confronti dello straripante potere della finanza internazionale sulla democrazia e sui poteri costituiti? Non ne sarei così sicuro.
Ma andiamo oltre: la missione che prevede l’innesto di una idea estranea nel cervello del figlio del magnate si fa. Viene messa in piedi una squadra internazionale di sei persone (un’architetta dalla Francia, un chimico/santone da un paese arabo, ecc.) e si procede. L’obiettivo è scendere di “3 livelli” nella mente della vittima, ossia intrufolarsi in un sogno dentro un sogno dentro un altro sogno. Un sogno al cubo. E qui mi fermo perché ho detto già troppo.
Nodi chiave del racconto sono l’alienazione e l’auto-convinzione. Temi portanti, dunque, la difficoltà di distinguere tra sogno e realtà e la debolezza della natura umana, non sempre capace di tenere separati i propri sentimenti da tutto il resto, di tenere lontano il dolore e il senso di colpa dagli affari.
Una domanda che mi sono posto è: perché rappresentare in modo bellico le resistenze che la mente umana opporrebbe all’infiltrazione di idee esterne? Era necessario? O forse è servito solo a rendere il film più “dinamico” e più avvincente? Lo dico con estrema sincerità e ingenuità. Ma so anche che non avrò risposte.
Adesso comunque dimenticate tutti i miei dubbi e andate a vedere al cinema questo film perché davvero merita una (o più) visioni.
Due parole sul cast. Di Caprio migliora col tempo. Non m’è mai stato simpatico, né lo reputavo un grande attore. Eppure dopo questa prova devo ammettere che la sua professionalità andrebbe riconsiderata. Ah, comunque anche in “The Departed” aveva recitato benissimo.
Joseph Gordon-Levitt ha troppo la faccia da ragazzino. C’era davvero bisogno di prendere uno così giovane? Tra l’altro, magro com’è, in giacca e cravatta è molto buffo, fa un po’ ridere.
Ellen Page è la protagonista del simpatico film “Juno”. La ricordate? Beh, è rimasta caruccia e molto brava. Anche lei forse è un filino giovane per essere ritenuta credibile come “architetta dalla mente geniale” ma nel suo caso faremo un’eccezione: troppo dolce e simpatica. (S’è capito che mi piace?)
Marion Cotillard a volte è affascinante, a volte no. Ma non capisco perché. Sulla sua bravura come attrice drammatica non si discute. Questa per lei mi sembra una prova dignitosa. Mi aveva già fatto una buona impressione in “Nemico Pubblico”. Brava. Mi fa piacere che un’attrice europea (francese) sia entrata nell’Olimpo di Hollywood, ossia intendo è bello vedere che questi bravi attori “nostrani” siano tenuti in considerazione per pellicole così importanti. Grazie, Nolan.
Cillian Murphy è un’altra di quelle facce già viste in giro. Bassino, gracile, mingherlino, se ne va in giro con un doppiopetto gessato blu, tutto abbottonato, a fare l’elegantone. Grande charm. Non si può dire che rubi la scena agli altri attori ma è perfettamente nella parte, sa fare il suo mestiere. Un plauso anche per lui.
Ken Watanabe nei panni del magnate nipponico è molto stiloso. Bella scelta.
A Tom Hardy hanno dato la parte del tipo burbero dai modi spicci, una specie di paramilitare palestrato. Dileep Rao fa il chimico asiatico.
Pete Postlethwaite lo vediamo in sole due scene, magrissimo ed emaciato, sul letto di morte, in fin di vita con i tubicini nel naso. Interpreta il ruolo del magnate del settore energetico il cui impero potrebbe essere smembrato e distrutto dal figlio che erediterà tutto e con cui non ha mai avuto un ottimo rapporto.
Tom Berenger veste i panni del supermanager anziano, braccio destro di Pete Postlethwaite e padrino del giovane rampollo.
Per Lukas Haas solo poche scene in testa, nelle prime battute del film. Interpreta il terzo membro del team che cerca di violare la mente del magnate nipponico. Poi tradisce i colleghi e viene fatto fuori subito. Sto ancora qui a chiedermi: dov’è che ho già visto questa faccia?
Anche per Michael Caine poche pose, credo solo un paio. Qui lo troviamo nei panni dell’anziano suocero del protagonista: un professore di architettura che insegna in un’università francese. Ciò nonostante, il suo personaggio (cosa strana) si occupa dei due piccoli figli del protagonista, che però vivono negli USA.
Film a cui Nolan puòessersi ispirato: Matrix. Ma sono sicuro che ce ne siano anche degli altri.
Altro fattore rilevante per “Inception”: l’impatto visivo. Tutt’altro che da sottovalutare.
Voto complessivo alla pellicola: 9.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


20
nov 09

Nemico pubblico

Public Enemies (poster)

Nemico pubblico
(Public Enemies)

di Michael Mann (Usa, 2009)
con Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup,
James Russo, David Wenham, Christian Stolte, John Kishline,
Emilie de Ravin, Giovanni Ribisi, Channing Tatum, Stephen Dorff,
Lili Taylor, Stephen Graham, Rory Cochrane, Stephen Lang

Gran bella pellicola di Michael Mann, un regista molto apprezzato dalla critica (anche da queste parti, diciamo) ma che non sempre riesce a realizzare capolavori. Invece devo ammettere che questa volta ha diretto un gran bel biopic, un gangsta movie biografico davvero ben fatto.
Nemico Pubblico racconta parallelamente la storia di John Dillinger, il bandito più ricercato d’America (negli anni ’30), e dei primi anni in cui iniziò ad operare l’FBI sotto la guida di Edgar J. Hoover.
Il merito della riuscita della pellicola va diviso equamente tra Mann, che ha saputo raccontare epicamente la storia di un farabutto molto popolare, e Johnny Depp che è riuscito a dare una faccia molto suadente al protagonista.
Di questo attore si possono solo tessere le lodi. Le scene migliori, a mio modesto parere, sono quelle in cui il protagonista flirta e si confronta con il personaggio femminile. Depp tira fuori il meglio di sé durante la fase del corteggiamento e nei momenti in cui deve trasmettere il pathos di un criminale con il cuore tenero, fedele, tenace, ostinato, e innamorato perso della donna della sua vita.
Molto brava anche Marion Cotillard. Nelle scene “a due” sa tenere testa al protagonista eccellentemente. Il casting in questo caso è stato eseguito con estrema sapienza: bravissimi a prendere un visino bello, dolce e semplice allo stesso tempo per questa parte. La Cotillard è credibile nel ruolo di Billie Frechette, la guardarobiera di origini campagnole, poiché ha l’aspetto di una ragazza dalla bellezza non sofisticata, né aggressiva. Ovvio che il trucco ha fatto un grande lavoro per renderla “acqua e sapone” nelle battute iniziali del film, ma certo di Marion Cotillard non si può dire che sia una “bonona” o una vamp.
Christian Bale è più rigido del solito, se possibile. Una grossa e spessa asse di legno. Incredibile a dirsi ma dovete vederlo per capire a cosa mi riferisco. Intendiamoci: in questo ruolo è anche perfetto, perché qui c’era bisogno di un poliziotto duro, testardo, ligio al dovere. Però, andiamo: ma quando si rilassa questo qui? Impassibile: dalle sue espressioni non trapela nulla, se non abnegazione e mistero. Come farà nei rapporti umani? Se invece fosse così solo sul set, si meritebbe premi a valanga per il lavoro di recitazione.
Migliaia di applausi per Billy Crudup: è riuscito a rappresentare il personaggio di Hoover con maestria. La smania di potere del direttore dell’FBI, il suo arrivismo, l’assenza di umanità e di scrupoli sono più che vividi, arrivano allo spettatore in maniera chiara, senza rischio di fraintendimento. Si aiuta persino nella postura. Bravissimo. È un vero peccato che questo attore sia rimasto sempre in secondo piano, considerato sempre di serie B.

Giovanni Ribisi recita solo in un paio di scene; il suo ruolo è quello del gangster che propone a Dilinger di svaligiare un treno della Federal Reserve. È invecchiato molto, diciamolo. Non sembra che abbia solo 35 anni. Con gli occhialetti, la faccia magra e lo sguardo sbieco, lo guardi sul grande schermo e pensi ad Adriano Celentano.
Gli occhi di ghiaccio di Stephen Lang sono un altro dettaglio molto curato. Il suo sembra un personaggio secondario ma alla fine riesce a stupire.
Del film mi è piaciuta tanto anche la colonna sonora. Un mix di pezzi d’epoca: swing lenti e veloci che hanno saputo aiutare il racconto ad essere ancor più credibile e verosimile. Ammirevole il lavoro sulla ricostruzione degli ambienti (vedi soprattutto banche e hotel), sulla scelta dell’abbigliamento d’epoca e sulle auto.

Unica nota dolente del film: l’abuso della macchina da presa a mano, soprattuto nei primi minuti del film e durante le scene di sparatorie.
Voto complessivo: 8. Una delle migliori pellicole nelle sale in queste settimane.

Qui trovate il trailer italiano.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.