Posts Tagged: Giorgio Colangeli


29
mar 11

La donna della mia vita

La donna della mia vita

di Luca Lucini (Italia, 2010)
con Alessandro Gassman, Valentina Lodovini, Luca Argentero,
Stefania Sandrelli, Giorgio Colangeli, Lella Costa, Sonia Bergamasco,
Gaia Bermani Amaral, Franco Branciaroli, Morena Salvino

Non che mi aspettassi granché, ma questa commedia mi ha deluso un po’. L’ho trovata abbastanza prevedibile, soprattutto sul finale. Qui potete guardare il trailer.
“La donna della mia vita” racconta la storia di due fratelli: Leonardo (il minore) e Giorgio (il maggiore). Il primo vive a Milano e lavora in fabbrica con suo padre (una piccola azienda dolciaria milanese), è molto introverso, schivo, chiuso ai limiti della depressione. Il secondo, invece, di mestiere fa il medico e vive a Roma ma, pur essendo sposato, non si nega diverse scappatelle con colleghe, pazienti, conoscenti, ecc. Uno sciupafemmine insomma. Entrambi comunque sono due bei ragazzoni mori molto affascinanti. Fisicamente sembrano somigliarsi abbastanza, anche se nati da due padri diversi.
Un giorno, dopo aver tentato il sucidio perché abbandonato dalla sua ragazza, il timifo Leonardo incontra Sara – una dolce anima in pena in cerca di conforto – e se ne innammora. Sembrano una coppia felice, il loro rapporto rasenta la perfezione, anche se in realtà si basa quasi esclusivamente sull’odio espresso da Sara nei confronti del suo ex amante, un tizio sposato e bugiardo noto come “Lo stronzo”. Quello che Leonardo non sa è che “Lo stronzo” in realtà sarebbe suo fratello Giorgio. All’inizio nemmeno Sara sa di questa coincidenza ma poi le cose pian piano si scoprono e da questo insolito intreccio amoroso nascono tutta una serie di situazioni allo stesso tempo buffe e tragiche. Comunque sia, chi guarda capisce presto che la storia tra Sara e Giorgio non è del tutto finita.
A questa trama (apparentemente primaria) se ne intreccia un’altra (la vera portante), quella di Alba, la mamma dei due ragazzi: una donna che definire “cardine della famiglia” sarebbe estremamente riduttivo. Nel corso degli anni, sin dalla giovinezza, Alba sembra aver condizionato (per non dire eterodiretto) le vite di tutte le persone che con lei sono entrate in contatto. A partire dai due figli, sempre indirizzati verso atteggiamenti che poco avevano a che fare con le loro naturali inclinazioni, fino ad arrivare al primo marito (Alberto, padre di Giorgio) e al secondo (Sandro, padre di Leonardo). Con Giorgio Alba è sempre stata molto severa, inoltre gli ha sempre detto di assomigliare a suo padre, sin da quando era bambino, l’ha cresciuto nel mito del padre farfallone e dongiovanni, portandolo a diventare lo stesso tipo di uomo adulto. Leonardo invece è sempre stato il “cocco di mamma”, il preferito di Alba, il più protetto e collolato. Oddio, forse pure troppo protetto.
Non vorrei svelarvi tutti i particolari ma sappiate che la cosa buona di questo film è che non ci sono figure positive e negative. Tutti tradiscono tutti. Non se ne salva uno. Anche i più tranquilli e sornioni finiscono per girare le spalle alle persone a cui vogliono bene, fosse anche solo per prendersi “una boccata di libertà” dalla propria routine.
Alessandro Gassman più cresce più diventa bravo (non che sia mai stato cane nel recitare). Qui è al top della forma. Ganzo e adeguato. Un bonazzo che si trova benissimo nella parte del figaccione rubacuori e stronzo. Sembra facile ma non credo che venga proprio spontaneo recitare a quella maniera.
Posso essere sincero? Ormai sono pazzo per la Lodovini. La trovo bellissima, oltre che bravissima. Più la vedo sul grande schermo e più mi piace. Non posso farci proprio niente. Nei film gli uomini s’innamorano di lei e a te sembra tutto naturale, semplice, quasi sconato. La scelta di cast dunque è perfetta. In una parola: Funziona!
Peccato per Argentero: l’ho sempre ritenuto un bravo attore ma questa volta è stato spesso costretto a recitare sopra le righe, è stato spinto a gigioneggiare marcatamente per far arrivare il senso di ridicolo allo spettatore. La sua interpretazione rischia in parecchi casi di sfociare nella farsa.
Della Sandrelli cosa posso dire? Il ruolo non è semplice: ci sono alcune scene proprio inopportune, come gli spiegoni insostenibili o le premesse eccessivamente retoriche e didascaliche. Potevano risparmiarcele, ecco. Lei comunque interpreta tutto con grande dignità e professionalità.
Giorgio Colangeli sta diventando uno dei miei attori preferiti. In questo caso ho apprezzato molto la bonarietà del suo personaggio, così come la mitezza, la pacatezza e la saggezza che trasmette, oltre che la voglia di vivere espressa nella bizzarra liaison (dai tratti quasi infantili) con la contabile della fabbrichetta che dirige.
Colonna sonora: boh. Non pervenuta. Quasi non mi sono accorto del commento musicale. Ricordo solo un pezzo di Lily Allen dal titolo “Fuck You”.
Voto alla pellicola 6 +. Il “+” è da conferire solo alla figaggine emanata dai tre attori protagonisti che campeggiano sulla locandina.
Nota 1: il soggetto è di Cristina Comencini.
Nota 2: qualche critico ha definito questa pellicola “commedia borghese”, qualche altro “il cinema lounge di Luca Lucini”.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


21
mar 11

La doppia ora

La doppia ora

di Giuseppe Capotondi (Italia, 2009)
con Ksenia Rappoport, Filippo Timi, Gaetano Bruno,
Antonia Truppo, Fausto Russo Alesi, Giorgio Colangeli,
Michele Di Mauro, Lorenzo Gioielli, Lidia Vitale, Lucia Poli

Interessante noir ambientato a Torino, ingiustamente disprezzato da alcuni addetti ai lavori.
Durante una di quelle serate a incontri note come “speed date”, Sonia – una giovane cameriera originaria dell’Europa dell’est – incontra Guido – un ragazzo molto timido e schivo che di mestiere fa il guardiano. Di entrambi sappiamo molto poco: lui è un ex poliziotto, un giovane vedovo solitario molto misterioso, lei invece lavora in un albergo, vive sola in un piccolo appartamento e sembra non essere legata sentimentalmente. I due si stanno subito simpatici perciò iniziano a frequentarsi, pian piano, senza fretta. Un giorno poi Guido decide di mostrare a Sonia il luogo dove lavora, ossia il gabiotto della sontuosa villa che sorveglia usando sofisticati congegni, e qui succede una disgrazia. Mentre i due si allontanano nel boschetto che circonda la proprietà per dichiararsi l’un l’altro il propri sentimenti, un gruppo di rapinatori professionisti fa irruzione nella villa (approfittando anche della parziale disattivazione del sistema d’allarme) e ruba tutti i beni più preziosi ivi presenti: quadri, sculture, mobili, supellettili, ecc. Dopo essere stati catturati, Guido e Sonia vengono immobilizzati e portati nella casa. Qui, legati mani e piedi, assistono inermi alla razzia, almeno finché uno dei balordi cerca di usare violenza sulla ragazza. A questo punto Guido, accecato dall’ira, si avventa sul molestatore per difendere il corpo di Sonia ma ne rimane ucciso con un colpo di pistola. La pallottola sparata dal malvivente attraversa dapprima il corpo di Guido e poi colpisce anche Sonia, che però rimane solo ferita lievemente alla fronte. I danni subiti dalla ragazza, comunque, sono soprattutto psicologici; per lei lo shock, infatti, è stato davvero grande, tanto che non riesce a togliersi dalla testa la voce e l’immagine di Guido. Lo vede ovunque, sente che lui la cerca (a casa, nell’hotel, sul telefono, ecc.) e perciò non riesce a trovar pace.
A questo punto il film sembra prendere una piega soprannaturale ma la soluzione al mistero è meno banale di quel che sembra. Un plauso infatti va fatto al regista e ai tre sceneggiatori (Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo) che hanno saputo creare un racconto per immagini davvero originale, qualcosa di non molto usuale per il cinema italiano. Una specie di thriller psicologico che non annoia – pur non avendo ritmi serratissimi – e che non mette o spettatore nella situazione di intuire lo svolgimento della trama, né il finale.
Filippo Timi ormai fa solo ruoli difficili e ombrosi. Sembra quasi specializzato. Si vede che il personaggio che gli riesce meglio è quello dell’uomo misterioso e con qualche problema nelle relazioni umane. Ma tutto ciò non va considerato come un minus, uno svantaggio o una pecca. Anzi. Gli venga dato atto che in codesti abiti ci sa fare sul serio.
Per la Rappoport confermata la buona impressione che già mi aveva fatto con la pellicola “La sconosciuta”. Oltre ad avere un certo fascino, poco comune, l’attrice dimostra di possedere anche doti attoriali di prim’ordine. Riesce infatti a rendere molto bene con la sua faccia (e con il corpo tutto) le sensazioni di angoscia, spaesamento, terrore, confusione mentale e timidezza. Non per niente la partecipazione a questa pellicola le è valsa una Coppa Volpi per la “Migliore interpretazione femminile” durante il Festival del Cinema di Venezia (edizione 2009).
Per Giorgio Colangeli tre minuscole apparizioni: due come prete e una come vecchio padre dal cuore duro. Ma non importa: da grande attore qual è, recita ottimamente anche in piccoli camei come questi.
Antonia Truppo veste i panni della collega di Sonia, una minuta cameriera di origini campane piena di vitalità e con una vita sentimentale alquanto confusa.
Lucia Poli interpreta l’organizzatrice degli speed date: un’anziana signora che si atteggia da gran classe, pur svolgendo un ruolo da ruffiana. Meraviglioso il ghigno, a metà strada tra il compiaciuto e il viscido, che riesce a far comparire sulla sua faccia.
Voto per la pellicola: 7. Difficile paragonarla ad un altro film italiano di questi ultimi anni. Se siete però alla ricerca di qualcosa fuori dall’ordinario e molto oscuro potrebbe fare al caso vostro.

Guarda qui il trailer del film.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


1
giu 10

La nostra vita

La nostra vita

di Daniele Luchetti (Italia, 2010)
con Elio Germano, Isabella Ragonese, Raul Bova,
Stefania Montorsi, Luca Zingaretti, Giorgio Colangeli,
Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola

Non so bene di preciso cosa, ma da questo film mi aspettavo di più. Forse perché Luchetti è uno dei miei registi italiani preferiti. In un certo senso sono uscito dal cinema con l’amaro in bocca.
“La nostra vita” racconta di Claudio, un giovane muratore (capo cantiere) romano – di 30 anni circa – che rimane vedovo con tre figli piccoli a carico. Fino ad allora la sua vita era stata molto tranquilla, felice si potrebbe dire: nessun problema sul lavoro, una famiglia che gli vuole bene, una moglie giovane, carina e accomodante. Quando questa viene a mancare (proprio durante il parto del loro terzogenito), Claudio promette a se stesso che da quel momento in avanti non farà mai mancare nulla ai suoi figli. Approfittando del fatto di essere stato testimone di una morte scomoda sul cantiere, decide di taglieggiare il suo diretto superiore: si fa quindi dare in sbubappalto un’intera palazzina da ristrutturare alla periferia della citta. La commessa però è importante e necessita di molto denaro per essere avviata, perciò decide di mettere da parte l’orgoglio e chiedere a uno spacciatore paraplegico (suo amico, nonché coinquilino) la cifra di cui ha bisogno. Ma le cose, purtroppo, non vanno proprio per il verso giusto perché da una parte i fornitori di droga dell’amico spacciatore reclamano il denaro e minacciano violenze, mentre dall’altro gli operai sul cantiere si ammutinano per il mancato pagamento degli stipendi arretrati. Nel frattempo Claudio, per placare i sensi di colpa, accoglie in casa e dà lavoro al figlio dell’uomo che ha visto morto sul cantiere (un guardiano notturno rumeno) e la cui scomparsa non ha denunciato.
Vediamo dunque le cose buone e le cose meno buone di questo film.

[SPOILER]
Non buone.

1. Il finale non è eccessivamente buonista, è vero. Ma in un certo senso le cose si aggiustano. Nel bene o nel male Claudio riesce a terminare i lavori sulla palazzina che ha preso in gestione e riesce a resituire tutto il denaro – interessi compresi – ai suoi parenti, che per aiutarlo di erano molto sacrificati.
2. La camera da presa è continuamente addosso ai personaggi, in particolar modo al protagonista. Forse la cosa è voluta. Forse il regista ha voluto dare  allo spettatore un senso di angoscia e claustrofobia ma rischia quasi di farlo vomitare in sala, lo spettatore.
Cose buone. Anzi ottime: la recitazione di tutti.

Elio Germano ormai è un numero uno del cinema italiano contemporaneo: questo è un dato di fatto. Per questa interpretazionea ha anche preso il premio come migliore attore al 63° Festival di Cannes. Un riconoscimento europeo – se non internazionale. Bene. Eppure secondo me in alcune scene va in “over-acting” – se questo termine ha senso. Mi spiego: in alcuni frangenti, quando cioè gli è stato chiesto di mostrare il dolore di un giovane uomo che perde per sempre la sua compagna di vita, è andato un po’ sopra le righe, ha urlato, ha pianto e si è dimenato come un pazzo. Era necessario? Certo. Ma sono convinto che avrebbe potuto anche limitarsi un po’.
Raul Bova – da non crederci – è perfetto nella parte del quarantenne timido e impacciato con le donne, seppur belloccio. Non l’ho mai visto recitare così bene. Perfettamente nella parte.
Molto brava anche Stefania Montorsi (ma quanto fascino ha?!) a trasmettere la figura della sorella protettiva e responsabile, della donna con la testa sulle spalle, che cerca di alleviare il dolore del fratello minore e di alleggerirgli il peso delle responsabilità, occupandosi dei figli mentre lui è al lavoro. Bravissima e bella.

A prima vista, Zingaretti conciato come un tamarro di periferia fa quasi ridere. L’ho trovato buffo inizialmente. Ma qui stiamo parlando di un professionista, di uno che anche in questa occasione ha saputo adattarsi al ruolo che ha preso in carico. Davvero notevole.
Colangeli, invece, è proprio da premio. Da superpremio. In un altra vita sarà stato imprenditore edile? Chissà! Gli riesce benissimo questa parte, ce l’ha scritto in faccia. Eccellente interpretazione.
Di Isabella Ragonese che dire? Boh. In mi era piaciuta molto. Qui non saprei; forse recita in poche scene per poterla valutare. Ad ogni modo mi si lasci dire che non basta un cuscino sotto la maglietta per dare l’idea che una donna (peraltro giovane e in perfetta forma fisica) sia incinta.

Altra cosa buona della pellicola: lo spaccato di una Roma di periferia che soffre e che lavora (anche ai margini della legalità) e di cui putroppo poco si racconta. Si potrebbe azzardare parallelismi tra questo film e il neorealismo del dopoguerra ma si farebbe il solito sciocco gioco dei critici cinematografici professionisti. Per questa volta, dunque, soprassediamo.

Devo essere sincero: a me la musica di Vasco Rossi non è mai piaciuta, perciò qui l’ho trovata un po’ fastidiosa e ruffiana (se si pensa a quanti milioni di fan abbia questo artista in Italia). Però bisogna ammettere che usare questo espediente (musicale) e quello delle gitarelle al centro commerciale (ambientale) per tracciare il profilo della tipica famiglia italiana di oggi è una bella trovata. Un po’ stereotipata, forse, ma con un deciso fondo di verità. Stessa cosa dicasi per il desiderio espresso dai protagonisti di andare a trascorrere le vacanze estive a Rimini o in Costa Smeralda (Sardegna).
Nota: la sceneggiatura, oltre che di Luchetti stesso, è di Sandro Petraglia e Stefano Rulli.
Voto totale: 6.

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La scheda di e quella di .


24
nov 08

Galantuomini

Galantuomini

di Edoardo Winspeare (Italia, 2008)
con Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni,
Beppe Fiorello, Giorgio Colangeli, Filippo Massari,
Gioia Spaziani, Marcello Prayer, Lamberto Probo,
Fabio Ponzo, Antonio Perrotta, Luigi Ciardo,
Antonio Carluccio, Sofia Chiarello, Claudio Giangreco

Questa pellicola, una specie di noir meridionalista, non mi ha affascinato più di tanto. L’ho trovata un po’ banalotta nella storia e alquanto ruffiana nella realizzazione.
Siamo a Lecce nei primi anni ’90 – tra il 1991 e il 1992 credo. Le vite di tre persone che da bambini hanno giocato insieme si dividono in età adulta. Lucia è diventata il braccio destro di un boss della malavita locale, Ignazio ha studiato legge, è diventato pubblico ministero ed è andato a lavorare al nord, mentre Fabio si ritrova ad essere un cocainomane sfigato. Ed è proprio Ignazio, appena tornato da Milano, ad occuparsi della morte per overdose del suo amico Fabio. Dal primo caso affidatogli, scoprire chi è che ha fornito la roba, le indagini di Ignazio si allargheranno a tutta la scena malavitosa leccese, arrivando a coinvolgere ovviamente anche Lucia, che oltre ad essere sua amica, da sempre è anche una delle sue passioni inespresse.
Insomma il tema era quello di un amore impossibile tra una donna che ha scelto il crimine ed un uomo della legge, tema già espresso dal cinema e dalla tv in tempi passati – e forse anche meglio, secondo me. Sullo sfondo della vicenda vengono rappresentate anche situazioni reali, come la crescita e lo sviluppo della criminalità organizzata in puglia – Sacra Corona Unita su tutte. Difatti la fuga della protagonista verso l’inferno è accelerata dall’acuirsi della guerra tra clan e dalla volontà delle organizzazioni criminali di sostituirsi allo stato e di ‘prendersi’ tutta la Puglia.

Ecco, questo ‘essere Stato al posto dello Stato’ è una volontà sicuramente presente in tutte le organizzazioni malavitose ma il fatto di sentirlo pronunciare dai protagonisti del film mi è sembrato un po’ troppo didascalico. Non mi è piaciuto. Perché non lasciare qualcosa di ‘non detto’? Perché spiegare allo spettatore a tutti i costi, per filo e per segno, ogni singolo passaggio nell’evoluzione della storia? Inoltre: sentire un capocosca che dice “Non ti far fregare dai calabresi con quella droga” mi ha fatto sbellicare dalle risate. “Droga”, capite? Ma che vocabolo è? Come se un malavitoso parlasse allo stesso modo dei mezzobusti da telegiornale.
Non mi fraintendete però: gli attori sono molto bravi. Recitano bene: è la trama che zoppica un po’. Il soggetto è quel che è: non brilla certo per originalità. Inoltre, come ho già detto: la realizzazione puzza di ruffianeria. Winspeare sa quanto in questi ultimi anni il Salento significhi sole, mare, svago, sud, tradizione, cultura popolare, semplicità vs. complessità, spontaneismo rustico vs. raffinatezza affettata. Lo sa benissimo e ci sguazza. E’ come se in molte scene ci fosse in un cartello con scritto “Hey, questo è il Salento! Questo è il sud! Che bello il sud, eh? Lo vedi quando è figo?”. Mi riferisco alla scena della sposa che si becca il riso in testa mentre scende gli scalini di una chiesa, a quella dei fuochi d’artificio nella notte buia – sebbene in paese non ci fosse alcuna festa religiosa, all’indugiare su alcuni elementi del Barocco nell’architettura del paesino. Ci mancava solo la pizzica (dovrei dire “Taranta”?) e la puccia per completare il bel quadretto del Salento da cartolina!
Un’aspetto che ho apprezzato molto, invece, è stato lo sforzo fatto dai protagonisti non pugliesi di parlare il dialetto Salentino. Intediamoci: la cadenza della Finocchiaro sembra più siciliano che salentino ma è abbastanza credibile. Non si può dire la stessa cosa per Gifuni. Ma almeno si impegnano. Si vede che dietro c’è uno studio, un tentativo di risultare credibili come cittadini leccesi – cosa che ad esempio non accade con i baresi del film “Il passato è una terra straniera”.
Mi sembra sensato che la scelta della protagonista sia caduta su Donatella Finocchiaro. Ha una faccia che sa reggere bene il temperamento del personaggio che interpreta: una donna giovane ma di polso, che ha saputo conquistarsi il rispetto degli uomini su cui comanda. Una mora affascinante (non per me) dal piglio fiero, quasi un maschiaccio, con un passato oscuro ma dal cuore grande. Una che potrebbe sedurre con uno sguardo e con lo stesso sguardo uccidere. Spietata negli affari, passionale negli affetti.
Gifuni fa il bel magistrato: giovane e di grandi speranze. Tutto ligio e rispettoso della legge, almeno sinché non si ritrova al cospetto della mora che tormenta i suoi sogni sin da bambino, finendo innamorato e molle come una pera cotta.
Beppe Fiorello è un tamarro, dunque si trova decisamente a suo agio nei panni del giovinastro, piccolo malavitoso senza cervello. Uno dei personaggi meglio riusciti del film. Altro che parti da buono nelle fiction di Mamma Rai!
Giorgio Colangeli – attore che trovo meravigliosamente professionale – fa il padrino salentino che vigila sul territorio d’origine pur restandosene in panciolle nel selvaggio Montenegro – al di là del canale d’Otranto.
Spiace dirlo ma Lamberto Probo, che dovrebbe interpretare un uomo tra i 35 e i 40 anni, sembra invece molto più anziano. Sarà stato scelto forse per dare l’idea del giovane che si combina male a causa del consumo di cocaina?
Un plauso al casting che ha scelto una ragazzina molto somigliante alla Finocchiaro per interpretare il suo stesso personaggio da bambina.
Sinceramente, non ho capito molto la scelta del titolo. Non mi sembra sia sufficiente parlare di malavita organizzata per usare il termine “Galantuomini”; inoltre il film non è basato esclusivamente su figure maschili. Anzi: al centro della scena per gran parte del tempo c’è una donna.
Nota sulla colonna sonora: quando il brano dei Portishead “Glorybox” è stato pubblicato (1994) in tv la trasmissione “Colpo grosso” era già terminata da diversi anni.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


6
nov 08

Si può fare

Si può fare

di Giulio Manfredonia (Italia, 2008)
con Claudio Bisio, Anita Caprioli,
Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli, Bebo Storti,
Carlo Giuseppe Gabardini, Andrea Bosca, Michele De Virgilio,
Andrea Gattinoni, Giovanni Calcagno, Natasha Macchiniz,
Rosa Pianeta, Pietro Ragusa, Franco Pistoni, Daniele Piperno,
Franco ravera, Giulia Steigerwalt, Ariella Raggio, Maria Rosaria Russo

Sono andato a vedere questo film più per Bisio che per Manfredonia – anche se il film “E’ già ieri”, diretto dallo stesso regista, non mi era affatto dispiaciuto.
Di base questa pellicola sarebbe una commedia ma non mancano alcuni momenti drammatici alquanto signignicativi. L’opera è dedicata alle cooperative sociali che grazie alla famosa Legge Basaglia, sono riuscite a tirar fuori dagli ospedali psichiatrici i malati di mente e a reintegrarli nella società civile.
Si tratta di un film sostanzialmente buonista. O meglio: nel buonismo ci sguazza. Il messaggio di fondo sarebbe: i matti sono come noi, gente ‘normale’, anzi sono meglio di noi, sono più ‘normali’ di noi. La solita solfa iper-polically-correct.
Siamo a Milano, nei primi anni ’80. Nello è un sindacalista troppo moderno per il suo stesso sindacato che decide così di razzarsene, mandandolo a dirigere una cooperativa di matti, la Cooperativa 180, dal numero della Legge Basaglia, appunto. Qui Nello si sente subito suo agio: inizia a trattare i malati come fossero dei lavoratori del tutto normali, organizza assemblee e prende decisioni collegiali come se si trattasse di una vera e propria fabbrica. Il suo intento è quello di abbandonare i lavoretti che il comune affida alla cooperativa più per compassione che per reali esigenze, e affidare ai malati dei compiti di maggiore responsabilità, un lavoro vero insomma. In poco tempo infatti la Cooperativa 180 si trasforma in una piccola azienda per la posa del parquet. E ci riesce – almeno in un primo momento. Sulla sua strada troverà l’opposizione del dott. Del Vecchio, lo psichiatra che cura e vigila sui matti della cooperativa, il quale si rifiuterà di diminuire le dosi dei farmaci che hanno la funzione di sedare le ‘esuberanze’ dei suoi pazienti.
A questo punto Nello deciderà di slegarsi dal dott. Del Vecchio, aiuterà cioè la cooperativa a svincolarsi dalla sua egida, affidandosi anche ai consigli di un altro medico: il dott. Furlan. Troppo concentrato sui successi della nuova impresa e sulla vitalità che inizia a splendere sulle vite dei membri della cooperativa – da troppo tempo spenti, depressi e demoralizzati -  non calcolerà però i rischi di questo passo. Uno dei ragazzi, infatti, ferito da una delusione d’amore finirà per suicidarsi.

Ecco: se il film fosse finito qui, in questo punto, magari un evento così drammatico e negativo, avrebbe bilanciato l’eccessivo ‘positivismo’ del resto. Invece no, perché anche la crisi più nera viene superata con un qualche dialogo e un paio di pacche sulle spalle. Persino un personaggio presoché antagonista in coda si converte, mostra il suo lato umano e passa quindi dalla parte dei buoni. Beh, mi è sembrato decisamente troppo.
Claudio Bisio è una garanzia. Sia in tv, che a teatro che al cinema. L’avevo già apprezzato per “Asini”, qui conferma la mia impressione positiva: difficile che la sua recitazione deluda qualcuno.
Anita Caprioli è una bella ragazza. Dato di fatto, passiamo oltre. Peccato che abbia poche scene per far venir fuori la sue qualità. Mi chiedo però perché il suo personaggio se ne vada in giro per tutto il film con camicie leggerissime e trasparenti.
Adoro Bebo Storti, per cui prendete il mio giudizio con le molle. Lo trovo adorabile. Qui interpreta il titolare di una casa di moda milanese, il tipico imprenditore stronzo, rozzo, volgare e senza cuore che pensa solo al profitto.
Giuseppe Battiston è uno dei migliori attori italiani dell’ultima generazione – l’ho già affermato più volte su queste pagine. Putroppo in questo film gli viene dato pochissimo spazio. Ciò nonostante se la cava dignitosamente nei panni di uno psichiatra che sperimenta tecniche nuove, che mette al centro il paziente piuttosto che la terapia e che diffida dei medici che tendono a sedare i pazienti in maniera massiccia per evitare guai di sorta.
Carlo Giuseppe Gabardini (già autore dei testi per Paolo Rossi e attore della sit-com “Camera Cafè”) è il più simpatico tra i picchiatelli. I capelli arruffati e gli occhialoni spessi gli donano molto.
Giorgio Colangeli non ne sbaglia una. Nel suo caso si è trattato di un’ottima scelta di cast. Lo vediamo con il camice di un medico all’antica, di un uomo che lavora in trincea, che fa il duro perché l’esperienza l’ha indurito, che non prende rischi inutili, che in ogni situazioni si muove con i piedi di piombo, ma che ha anche la testa sulle spalle ed umile nell’ammettere gli errori propri e perdonare quelli altrui.
Mi permetto di puntare i fari su di una nascente divetta: Maria Rosaria Russo. Qui interpreta la biondina che fa perdere la testa a Sergio/Gigio. Bellissima: volto angelico e voce suadente. Al suo sorriso non si rimane indifferenti. I suoi lineamenti potrebbero farmela accostare a Carolina Crescentini.
Attenzione ad Andrea Bosca. Ha un volto magro, smunto, segnato ma che comunque piace alle donne. Il capello riccio e l’occhio chiaro aiutano in tutto ciò. Qui recita molto bene la parte del ragazzo fragile e dal cuore grande che si innamora in un micro-secondo e che soffre come un can. Sono pronto a scommettere che presto potrebbe divenire un idolo per le ragazzine (una specie di nuovo Scamarcio) e partire con una lunga e rigogliosa carriera d’attore di prima linea. Auguri!
Un applauso grande, comunque, da parte mia a tutti gli attori che hanno interpretato i malati di mente. Bravissimi: mai eccessivi, né sopra le righe. Si attengono a fare i matti senza necessariamente dar di matto.
Nota: il film, sceneggiato a quattro mani dal regista stesso e da Fabio Bonifaci, è ispirato ad una storia vera: quella della Cooperativa Sociale Noncello di Pordenone.
Giudizio complessivo: né positivo, né completamente negativo. Non ne rimarrà traccia nella storia del cinema italiano.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.