Posts Tagged: George Clooney


20
dic 11

Le Idi di Marzo

Le Idi di Marzo

Le Idi di Marzo

di George Clooney (USA, 2011)
con Ryan Gosling, George Clooney, Paul Giamatti,
Evan Rachel Wood, Philip Seymour Hoffman, Marisa Tomei,
Jeffrey Wright, Max Minghella, Talia Akiva, Jennifer Ehle,
Gregory Itzin, Michael Mantell

Senza alcun ombra di dubbio questo è uno dei migliori film dell’anno. Sia per la storia – liberamente tratta dalla pièce teatrale “Farragut North” di Beau Willimon – che per la recitazione.
Clooney ha deciso di raccontare le difficili scelte che la vita ci costringe a fare attraverso la messa in scena del teatro della politica americana contemporanea.
In un’unica opera filmica troviamo mescolati con sapienza diversi ingredienti: ambizione, ipocrisia, vanità, egoismo, presunzione, cinismo, disprezzo, talento, lealtà, tradimento, vendetta, idealismo, insensibilità e molto altro ancora.
Stephen Meyers è uno spin doctor, un giovane e rampante responsabile del comitato elettorale del governatore Mike Morris, uno dei due candidati Democratici alla Casa Bianca. Siamo in Ohio, piena campagna elettorale. La sfida tra i due pretendenti sta arrivando al termine, la tensione è alta. Stephen è bravo e lo sa. Persino gli avversari lo sanno, tanto che gli offrono di passare dall’altra parte della barricata a lavorare per il senatore Pullman. Il ragazzo è tanto pieno di sè da essere sul punto di accettare ma crede a tal punto nella missione di Morris, nella sua buona fede da rinunciarci. Ci ripensa, insomma, preso com’è dal progetto, dalle parole piene di giustizia e speranza del governatore, nonostante sia egli stesso a “massaggiare il messaggio”. Crede fortemente nell’uomo per cui lavora e nelle idee che lui stesso prepara e organizza per essere veicolate attraverso la bocca del candiato. Di Morris si reputa quasi amico, non solo dipendente.
Sebbene non cambia casacca, Stephen si trova comunque in difficoltà; questo primo contatto con gli avversari, questo incontro segreto che non brilla certamente per correttezza deontologica gli fa ballare la sedia sotto il sedere in quanto una nota giornalista viene a conoscenza del fattaccio e minaccia di rivelarlo dalle colonne del giornale per cui scrive. Come se non bastasse, Paul, il capo del comitato elettorale di Morris, cerca un accordo con il senatore Thompson al fine di ottenere il suo pubblico appoggio e spostare, di conseguenza, i voti di centinaia di delegati dalla loro parte, ma non ci riesce. Il politico è furbo perciò traccheggia e mercanteggia. Per essere eletto candidato ufficiale dei Democratici alla poltrona della Presindenza a Morris mancano solo i voti dei delegati che pendono dalle labbra di Thompson. Pur essendo in leggero vantaggio, Morris ha bisogno di quei voti, lo sa bene ma oppone resistenza. Non vuole trattare, non vuole sporcarsi le mani scendendo a patti con un politico affarista e opportunista della vecchia guardia.
Nel frattempo una ragazza molto carina che lavora al comitato come stagista seduce Stephen con dolcezza e determinazione. Non voglio svelare altro ma sappiate che a questo punto l’intreccio dei fatti si fa molto avvincente.
Quando la situazione precipita definitivamente al protagonista non resta che scegliere: uscire di scena con la coda tra le gambe, ossia abbandonare il gioco dei duri e degli adulti con il pelo sullo stomaco, ammettendo di aver perso, oppure rilanciare. La scelta per Stephen sarà difficile, ma neanche tanto quando si accorgerà di aver vissuto in una grande illusione che egli stesso ha contribuito a costruire.
Il cast è davvero straordinario. Clonney ha voluto intorno a sé solo attori di prima classe. Si è riservato il ruolo di Morris, il candidato bonario e liberale che riesce anche ad essere idealista e para-socialista allo stesso tempo. L’Obama della situazione praticamente.
Ryan Goslin è al cenro della scena. Protagonista assoluto. Ormai non sbaglia più un film. Il 2011 è l’anno suo. Il giovane rampante e di belle speranze l’aveva già interpretato (e alla grande) nel film “Il caso Thomas Crawford”. Probabilmente è stato scelto anche per questo. Dire che è bravo è dir poco. Applausoni per lui.
Hoffman grandioso, come al solito. Sua la parte di Paul, il saggio responsabile dell’ufficio stampa di Morris, un uomo che per decenni è si è fatto le ossa dentro un comitato elettorale.
Paul Giamatti è il capo ufficio stampa del senatore Pullman, il contraltare di Paul insomma: un uomo cinico all’ennesima potenza. Il tale che cerca attraverso svariate lusinghe di convincere Stephen ad andare a lavorare per il comitato elettorale dell’altro candidato dei Democratici.
La bellissima Evan Rachel Wood interpreta la giovane stagista. La sua acconciatura mi ha un po’ lasciato perplesso. Una bionda platinatissima con pettinatura in stile diva del cinema americano anni ’50 è credibile come bassa manovalanza per la campagna delle primarie democratiche? Sono dubbioso, non saprei. Ad ogni modo non importa che capelli le abbiano fatto perché lei è eccezionale. Recita da attrice navigata, nonostante abbia solo 24 anni. Apprezzabilissima nella parte della ragazza molto giovane ma già conscia del proprio sex appeal, della bella bambolina che gioca a fare l’adulta, ma che crolla come un castello di carte di fronte alle grandi scelte e alle disgrazie che la vita le para davanti.
La simpatica Marisa Tomei incarna la giornalista tosta e senza scrupoli, sempre a caccia della notizia bomba.
A Jeffrey Wright l’infausto ruolo del senatore opportunista, del politico arrivista. Davvero molto strano, scelta di cast inconsueta: per quanto mi ricordi, questo attore ha recitato il più delle volte in ruoli alquanto positivi.
Voto finale: 9. Pellicola eccelsa. A parte la storia molto originale e la recitazione di tutto il cast, ho apprezzato molto anche la fotografia, che in più di occasione mi ha ricordato quella di “Good Night and Good Luck”. Si confrontino ad esempio i controluce delle scene iniziali dei due film.
Se siete fan della serie “The West Wing” molto probabilmente adorerete anche questa pellicola.

Nota personale: questo film l’ho visto in lingua originale presso il Cinema Fiamma di Roma. Lo ammetto: non mi aspettavo che Gosling avesse una voce così. Nei film italiani fino ad ora era sempre stato doppiato da voci più mature.
Qui trovate il trailer ufficiale (in inglese).

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


13
set 10

The American

The American

di Anton Corbijn (Usa, 2010)
con George Clooney, Violante Placido,
Paolo Bonacelli, Irina Björklund, Filippo Timi,
Johan Leysen, Giorgio Gobbi, Thekla Reuten,
Lars Hjelm, Samuli Vauramo

Sì, questo è il film con George Clooney ambientato in Abruzzo. E no, non è un atto di protesta per come è stato gestita l’emergenza post-terremoto. Non c’è alcun accenno al terremoto.
Sì, questo è il film in cui appare Violante Placido nuda. E sì, è splendida nella sua bellezza perennemente in fiore.
Ecco. Detto questo, possiamo passare a parlare d’altro.
Mi dicono che Crobijn sia un fotografo prestato al cinema. Fino a ieri non lo sapevo. Questa è la sua seconda pellicola, dopo il biopic dedicato al cantante dei Joy Division (Ian Curtis). Bene, infatti della fotografia di questo film proprio non ci si può lamentare. Il problema qui è un altro: i buchi nella sceneggiatura. “The American”, tutto sommato, è un buon thriller che riesce a mantenere sullo spettatore la tensione – e forse anche un po’ angoscia – per diversi minuti, cosa che non è proprio semplice e non è da tutti. Ma mi riservo di esprimere dei dubbi.
La pellicola racconta di un uomo molto misterioso, tale Jack, una specie di superspia che gira il mondo in incognito e ammazza la gente. Pian piano scopriamo che si tratta di un uomo ben addestrato a costruire artigianalmente armi sofisticate. Il suo problema è che, dopo essere uscito miracolosamente vivo da un’imboscata tra i nevosi boschi della Svezia, si trova ad essere braccato da un’ignota minacca. Si sente in pericolo, sa che qualcuno lo vuole uccidere ma non sa chi. Persino ifugiarsi in Italia – in uno sperduto paesino dell’Abruzzo – non è stata una buona idea, dal momento che i suoi cacciatori sono riusciti a rintracciarlo anche lì. Il suo unico riferimento è Pavel, un tale anziano dagli occhi di ghiaccio (e la faccia rugosissima) a cui telefona a intervalli regolari.
Ecco, il problema è che lo spettatore non capisce diverse cose. Ci sono diversi buchi, cose da spiegare. I nodi vengono al pettine perché non ci sono risposte alle domande: “Chi sono quelli che pedinano Jack?” Perché lo fanno? Si tratta solo di vendetta? Sono gli stessi che volevano ucciderlo in Svezia? Per chi lavorano? Esattamente a chi fa riferimento Jack? É un indipendente o lavora per un’organizzazione?  Di che organizzazione fa parte Pavel?” Inoltre, quando il nostro incontra Clara, la giovane e bellissima prostituta di cui si innamora immediatamente, è lecito chiedersi: “Come ha fatto a scovare un bordello in una minuscola cittadina se non parla con nessuno? Perché si è innamorato proprio di lei e non di un’altra? Avrà vissuto in solitudine per decenni, dunque perché proprio in quel momento si mette a fare il romanticone e decide di abbandonare tutto? Chi era la donna che si trovava con lui nello chalet svedese? Ne era davvero innamorato?”. Insomma,  diciamo che in molti passaggi il film manca una certa coerenza logica. Per di più la storia di un uomo condannato alla solitudine che per amore dedice di abbandonare tutto, mettendo a serio rischio la propria vita, l’abbiamo già letta, sentita e vista al cinema diverse volte.
Clooney ormai non di discute. Son 15 anni che non sbaglia film. Anzi. Qui ha fatto anche uno sforzo in più: ha sicuramente lavorato molto sul fisico. Si è messo a stecchetto e avrà fatto palestra per mesi pur di apparire un duro tutto muscoli e tatuaggi. A proposito: il simbolismo della farfalla fa un po’ ridere.
Del fulgore accecante e dell’avvenenza della signorina figlia di Michele Placido abbiamo già detto. È amore: in meno di 2 secondi netti.
Anche Irina Björklund interpreta una pericolosissima spia. Il suo aspetto è mutevole. Dovrebbe essere una femme fatale velenosissima ma il suo fascino, a mio vedere, è un po’ spuntato. Sarà per la vicinanza con Violante Placido? Non so, comunque non aveva la faccia da dura, né da scaltra o spietata. Secondo me qui il casting ha un po’ toppato.
Johan Leysen fa bene il suo mestiere. L’asprezza del volto lo aiuta, conferendogli credibilità come capo di una fantomatica organizzazione di super agenti segreti.
Paolo Bonacelli interpreta il prete di campagna saggio che stringe subito amicizia con il misterioso Jack. Ottimo attore, per carità, ma a volte certe frasi dall’alto profilo filosofico sembravano un po’ forzate proprio perché uscite da quella bocca. Non so: forse l’abito talare non fa per lui.
A Filippo Timi hanno concesso un piccolo cammeo. Lo vediamo nel ruolo del meccanico lercio e un po’ trafficone a cui si rivolge Jack quando è alla ricerca di attrezzi e materie prime per le sue armi. La tuta blu gli sta benissimo. Sarà un caso?
Messaggio per i faciloni e per quelli che categorizzano tutto in bianco o nero: questo è un film “lentissimo”.
Voto complessivo: 6. Provaci ancora, Anton.

Note to self: in Italia c’è pià di un luogo che ha deciso di chiamarsi “Castel del Monte”.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


6
mag 10

Confessioni di una mente pericolosa

Confessioni di una mente pericolosa
(Confessions of a Dangerous Mind)

di George Clooney

(Usa, 2002)
con Sam Rockwell, George Clooney, Julia Roberts,

Drew Barrymore, Rutger Hauer, Linda Tomassone,
Matt Damon, Brad Pitt, Maggie Gyllenhaal, Fred Savage,

Krista Allen, Michael Cera, Steve Adams, David Julian Hirsh

Seconda visione. Ho visto questo film per la prima volta al cinema nel 2003. .
Comunque è sempre un piacere vedere recitare Sam Rockwell. Qui veste i panni di un trentenne arrivista, un tipo affetto da una specie di disturbo psichico (se così possiamo chiamarlo) in base al quale prova un grosso bisogno di affetto e attenzione. Un po’ come tutti gli esseri umani, d’altronde. Ma forse lui un po’ di più. Chuck Barris è disposto a tutto pur di avere fama, denaro e successo. Il suo campo è la televisione. Sin da giovane la sua passione è inventare giochi e quiz per il piccolo schermo. Frutto del suo estro sono programmi celeberrimi come “Il gioco delle coppie”, “Tra moglie e marito” e “La corrida” (Sì, lo so: la leggenda italiana vuole che sia stato Corrado Mantoni a inventarsi in radio questo spettacolo). Ad ogmi modo, il nostro non si tira indietro di fronte a nulla, nemmeno quando, durante un periodo di crisi finanziaria, creativa e professionale, gli arriva una proposta dalla CIA. Chuck accetta e inzia a fare l’agente segreto, quasi per caso. In un primo momento, trovando delle difficoltà, medita di ritirarsi ma la cosa ben presto inizia a piacergli, soprattutto dopo aver ucciso la prima vittima indicatagli dai servizi. Siamo in periodo di Guerra Fredda e tra i due blocchi, sapete, non si va molto per il sottile. Insomma, lo stress lavorativo, i giochi da inventare e da trasformare in successi televisivi, i viaggi nell’Europa dell’est per compiere degli omicidi, la scoperta di provare godimento nell’uccidere esseri umani, il rischio che un doppiogiochista possa attentare alla propria vita portano il nostro al collasso psichico. L’unica soluzione possibile sarà rinchiudersi in una stanza d’hotel a New York per riflettere e buttare giù il racconto della sua vita, in modo che nessuno da quel punto in avanti potesse compiere gli stessi errori. Ecco il perché “Confessioni di una mente pericolosa” è da considerarsi una biografia non autorizzata della vita di Chuck Barris.
Sam Rockwell è buffo. Buffissimo. Mi sta più che simpatico. Lo adoro. Indescrivibile la sensazione che può dare la sua faccia da schiaffi nelle scene più drammatiche.

George Clooney, oltre a dirigere la pellicola, qui intrerpreta l’agente segreto baffuto e misterioso che recluta Chuck e che gli consegna abitualmente le indicazioni per le missioni da killer. Buffo anche lui.
Strabufissimi anche Matt Damon e Brad Pitt, che fanno uno striminzito cameo nelle vesti di concorrenti al quiz “Il gioco delle coppie”. Sono aggindati come due tamarri di periferia. Memorabili.
Maggie Gyllenhall ha un paio di scene come scipita assistente di studio alla NBC che si fa sedurre dal protagonista.

Julia Roberts è una bella donna. Siamo d’accordo. Ma assegnarle il ruolo della femme fatale mi sembra un tantinello esagerato. Poi, certo, la recitazione non si discute. Però, ecco, la prossima volta pensiamoci meglio. Grazie.

Spiace che Ruther Hauer si sia ridotto a fare queste particine. In questa pellicola, pur non essendo il suo un ruolo centrale, riesce comunque a portare a casa una dignitosissima intepretazione. Attore di mestiere con la A maiuscola.
Drew Barrimore è dolcissima e caruccia. A lei hanno assegnato il ruolo di fidanzatina schietta e briosa ma anche leale e paziente. Le sue caratteristiche mi pare che siano perfetta per quello che questo ruolo richiedeva.
Eccellente la ricostruzione degli studi d’epoca degli anni ’60 e ’70.

Il soggetto è preso dallo stesso libro autobiografico di Barris mentre la sceneggiatura è affidata a quel geniaccio di Charlie Kauffman.

Voto globale al film: 8. Da rivedere ancora.

La scheda di , quella di e quella di .


30
gen 10

Tra le nuvole

Tra le nuvole

di Jason Reitman

(Usa, 2009)
con George Clooney, Vera Farmiga,
Anna Kendrick, Jason Bateman, Danny McBride,
Melanie Lynskey, Amy Morton, Sam Elliott, J. K. Simmons,
Zach Galifianakis, Chris Lowell, Adam Rose, James Anthony,
Dave Engfer, Steve Eastin, Marvin Young, Lucas MacFadden

Una pellicola a metà strada tra il genere drammatico e alcune brillanti trovate da commedia. Di fondo c’è un dramma ma in alcuni frangenti si sorride abbondantemente.
Voto complessivo: 7 e mezzo.
Una garanzia: il regista è lo stesso di altri 2 film che mi sono molto piaciuti: “Juno” e “Thank You For Smoking”.
“Tra le nuvole” racconta di Ryan Bingham, un tagliatore di teste tra i 40 e 50 anni, un uomo di bell’aspetto, un manager che si direbbe di successo, uno che per mestiere licenzia il personale di grandi società. Avete capito bene: licenziamenti in outsourcing. Non è un’invenzione del film, ne esistono davvero. Il dramma di Ryan è che non ha una vita. O meglio la sua vita è viaggiare. Passata gran parte del suo tempo su voli interstatali. Gira in lungo e in largo il territorio degli Stati Uniti per lavoro. A casa ci sta pochissimi giorni e, ovviamente, non ha alcun legame sentimentale. Poi un giorno, per caso, nella hall di un albergo incontra Alex, una bella donna che ha il suo identico tenore di vita. Immediatamente scatta il colpo di fulmine. I due prima si raccontano con divertito cinismo le idiosincrasie delle loro originali vite e subito dopo vanno dritti al sodo: fanno sesso. Un sesso sano, schietto e fine a se stesso, privo di alcun legame sentimentale. Almeno questo è quello che sembra in un primo momento.
Durante gli stessi giorni Ryan deve anche affrontare un problema professionale: la sua azienda ha intenzione di richiamare tutti gli agenti sparsi in giro per il territorio e farli lavorare dalla sede principale attraverso un software di videoconfereza 1-to-1. L’ideatrice del progetto è Natalie Keener, una giovane laureata da pochissimo, molto ambiziosa e antipatica, una ragazzina alquanto presuntuosa che, però, viene sgamata ben presto da Ryan. La novellina non ha mai licenziato nessuno, né ha la pellaccia dura abbastanza per farlo sul serio, di persona, face-to-face. Il risultato di questo exploit è che il grande capo decide di mandare in giro anche lei tagliare teste, affiancandole l’esperto Ryan come guida/istruttore.
Il problema di Ryan a questo punto, consiste non tanto (e non solo) nel doversi scarrozzarsi in giro la “signorina so tutto io”, quanto piuttosto nel dover rinunciare a quella vita solitaria da girovago senza casa, senza meta e senza metà. Uno stile di vita che, comunque, ormai a lui piace. Ma piace sul serio. Non potrebbe viverne senza. Questa è proprio la sua filosofia di vita, qualcosa che ha abbracciato a tal punto da arrivare ad insegnarlo nelle conferenze motivazionali che tiene – facendo buffamente uso di uno zainetto come simulacro per le metafore esplicative. Tornare a casa, a Omaha nel triste Nebraska, per Ryan sarebbe quindi un duro colpo da mandare giù, poiché lo costringerebbe a ripensare a tutta la sua vita, a tutte le sue teorie.
La recitazione di George Clooney è fuori da qualsiasi discussione. L’attore ha la faccia e l’età giusta per il ruolo – una volta si sarebbe detto il “phisique du role”. Siamo in presenza di un aplomb perfetto per interpretare un uomo rassegnato a vivere da nomade, passando da aeroporto ad aeroporto senza colpo ferire, uno che ha scavallato la condizione svantaggiosa della irrecuperabile solitudine, finendo per adagiarsi dentro di essa e farla diventare addirittura un plus, uno status che finge di condividere, di avallare e  di aver adottato come stile di vita con cognizione di causa. Credo che, in fondo, il senso del film sia tutto qui.
Vera Farmiga è una donna piena di classe. Certo, qui il trucco, l’acconciatura e gli abiti la aiutano molto, ma diciamo che sotto c’era già una bella donna. Una che non mi farebbe perdere la testa ma – devo ammettere – decisamente fascinosa. Nei panni della donna in carriera si trova perfettamente a suo agio. Vi invito a notare il modo in cui lancia delle occhiate silenziose, in cui muove le mani o in cui cammina. Dettagli studiatissimi che appaiono estremamente naturali e, perciò, riuscitissimi. D’ora in poi, vedrete, ad Hollywood la chiameranno per qualsiasi grande produzione che preveda il ruolo di una signora di classe. Bravissima.
Anna Kendrik fa la gnappetta rampante, Natalie, la giovane neolaureata che non vede l’ora di divorare il mondo con la propria supponenza. Una che crede di aver capito tutto degli affari e della vita, che è seduta tranquilla nelle proprie convinzioni borghesi da “American Dream” ma che cade come un castello di carta al primo importante sgambetto. Fare la piagnona è nelle sue corde ma bisogna dire che recita decisamente bene anche in tutte le altre situazioni della pellicola- Peccato per quelle odiose sopracciglia, troncate sull’arco dell’orbita oculare. Trucco e parrucco: da rivedere.
Jason Bateman è il simpaticone di sempre, anche se il suo non è un ruolo propriamente leggero. Gli abiti del supermanager gli scendono benissimo. Ormai può recitare un ampia gamma di ruoli: buon per lui, di certo in futuro il lavoro non gli mancherà.
Una citazione di merito anche per J. K. Simmons che intrepreta uno dei poveracci (di mezza età) che viene licenziato dai tagliatori di teste. Lo ricordate nella saga di film di Spiderman? Lì interpretava il buffo e scorbutico direttore del giornale per cui lavora Peter Parker (Daily Bugle), qui invece tiene benissimo un primo piano alquanto drammatico, successivo alla notizia del licenziamento. Bravo mestierante.

Sam Elliott è sempre più buffo con qui baffoni. Ricordate l’uomo seduto al bar nelle prime scene de “Il grande Lebowski”? Beh, qui interpreta un bonario pilota di jet e riesce a strappare alcuni sorrisi sornioni.

Nota musicale: durante una festa aziendale a cui partecipano di straforo i protagonisti si può ascoltare il pezzo “O. P. P.” dei Naughty by Nature e “Bust A Move”, interpretata dal vivo, sul palco, da Young Mc in persona.

Ah, il sottotitolo “La storia di un uomo pronto a prendere il volo” lo trovo decisamente fuorviante.
La locandina, senza quell’enorme cartello nero, sarebbe potuta essere carina.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


19
nov 09

L'uomo che fissa le capre

L'uomo che fissa le capre

L’uomo che fissa le capre
(The Men Who Stare at Goats)

di Grant Heslov (Usa, 2009)
con George Clooney, Ewan McGregor,
Jeff Bridges, Kevin Spacey, Stephen Lang,
Robert Patrick, Waleed Zuaiter, Stephen Root,
Nick Offerman, Glenn Morshower, Tim Griffin, Rebecca Mader

Questo film non mi ha convinto poi tanto. Sì, certo, il cast è spettacolare ma la trama dov’è? La storia mi appare parecchio vacua, di poco valore. Spesso sembra che il racconto vada avanti per inerzia, senza che sotto ci sia un’idea solida, quasi come se fosse stato definito un punto di partenza ma lo sceneggiatore (o meglio chi ha scritto la storia) non abbia bene chiaro in testa dove voglia andare a parare.
Le due cose buone del film sono: la cialtroneria degli attori principali, il loro gigioneggiare in ruoli al limite dell’assurdo, sempre con quelle buffe espressioni sulla faccia, e l’idea di un corpo segretissimo di militari speciali dediti a sviluppare tecniche che fanno uso del cervello come strumento offensivo. Tra l’altro questi due aspetti in un certo senso coincidono, anzi in parte si accavallano: il primo è diretta causa del secondo. Eppure non funziona, non si può pretendere che questa buffa idea di raccontare le gesta di alcune spie fuori di testa sia così forte da reggere per tutti i 90 minuti del film. Insomma qualcos’altro intorno bisognava pur crearlo. E invece niente. Finisce la pellicola e ti rimane questa sensazione di vuoto, di incompletezza. Mah! Ammetto di essere rimasto alquanto deluso.
George Clooney è fuori discussione. Ci sta tutto nella parte che si è auto-assegnato (Clooney è anche uno dei produttori di questa pellicola). Come dire: guardarlo fare l’agente segreto in missione convintissimo dei suoi superpoteri mentali/paranormali è davvero molto spassoso.
A Jeff Bridges hanno assegnato un altro ruolo stralunato: qui fa la parte di un ufficiale che riesce a creare un corpo intriso di filosofia hippie all’interno dell’esercito americano. Gli hanno detto “facci ancora Lebowski” e lui ha eseguito. Niente di più semplice. Pare che la parte dello sconclusionato gli riesca meglio di qualunque altra.
Ewan McGregor è bravissimo ma sprecato per questo ruolo. Peccato. Potevano prendere un altro giovinastro a fare la parte del giornalista che, mollato dalla giovane moglie, si mette in testa di fare l’eroe andando al fronte come inviato di guerra. L’avrebbero pagato anche molto meno. Il suo ruolo sarebbe quello del protagonista, della voce narrante, in teoria. In pratica gli altri personaggi gli rubano la scena, poiché hanno storie di gran lunga più interessanti.
A Kevin Spacey hanno assegnato il ruolo dello stronzo, del guastafeste che rosica per i successi altrui. Un cattivo il cui profilo, però, non è stato approfondito più di tanto. Dunque occasione sprecata: di certo avrebbe potuto regalare allo spettatore grosse perle.
Ottima performance anche per Stephen Lang: riesce a rendere il suo Generale Hopgood estremamente buffo.
Voto: 6. Questa commedia si merita la sufficienza in quanto riesce a strappare qualche sorriso ma lo sceneggiatore e il regista potevano impegnarsi maggiormente.
Nota: non avendolo letto, non mi esprimo sul romanzo da cui il film è tratto: “Capre di Guerra” di Jon Ronson (edizioni Arcana).

Qui trovate il trailer italiano.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e di MyMovies.it.