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«A discesa iniziata, sto solo aspettando di fermarmi per inerzia»

Posts Tagged ‘ fantascienza ’

Moon

gennaio 15, 2010 film Comments

Moon

Moon

di Duncan Jones (Usa, 2009)
con Sam Rockwell, Kevin Spacey,
Dominique McElligott, Rosy Show

Questo è un film bellissimo… e pensare che io stavo per perdermelo! Per cui devo ringraziare il mio caro amico Domenico che mi ha ricordato dell’esistenza di questa pellicola e che sabato scorso mi ha anche detto che giovedì (ieri) sarebbe stato l’ultimo giorno utile per vederlo. Insomma, per farla breve: mercoledì sera sono stato con gli amici al Cinema Greenwich a guardare questo film e l’ho trovato stupendo.
Premessa: io non vado particolrmente matto per i film fantascientifici. Eppure questo l’ho apprezzato particolarmente. Perché? Ancora non lo so bene. Ci sto ancora pensando. Ma una idea di sorta me la soo fatta. Diciamo, per il momento, che ho trovato la storia molto originale, per nulla scontata. Niente che io abbia visto prima sullo schermo, nonostante “Moon” contenga, secondo me, ben 2 citazioni importanti. La prima: il robot di bordo, che ricorda molto Hal 9000 di “2001 Odissea nello spazio”, la sua voce umanoide e il suo rapporto con il protagonista. La seconda: alcune dinamiche del protagonista a bordo della stazione lunare che ricordano quelle raccontate anche in “Solaris” di Steven Soderbergh.
Moon racconta la storia di un uomo, Sam Bell, che si trova solo con un robot su di una stazione posizionata sulla faccia non illuminata della Luna, con il preciso scopo di raccogliere l’energia prodotta dal terreno lunare e spedirla sulla Terra. Sam ha la responsabilità di uscire ad intervalli regolari sulla superficie lunare, raccogliere dal ventre di una specie di trattore frantuma-terreno una capsula in cui è stoccata l’energia e di prepararla la spedizione. Tutto qui. La sua missione ha avuto una durata di tre anni e sta quasi per finire quando gli accade un incidente. Durante una delle missioni in esterna, Sam perde il controllo del mezzo e finisce schiacchiato sotto le ruote del trattore gigante. Va detto che questo accade anche – e soprattutto – perché è molto stanco e la lunga solitudine a cui è stato sottoposto lo ha decisamente provato dal punto di vista psicologico. Da qui in poi non vi svelo altro per non rovinarvi la sopresa, anche perché di sorprese ce ne sono molte.
Se vi dicono che si tratta di un film cervellotico non credeteci. Vogliono prendervi in giro o forse chi lo dice non ha capito nulla. Moon è semplice. Forse non completamente lineare ma è chiaro. È sufficiente che lo spettatore stia un po’ attento, se vuole capire davvero cosa accade al protagonista.
Ah, dimenticavo di dirvi che l’attore è uno, uno solo: unico. Un film un attore – o quasi. È pur vero che ci sono altri 4 attori a recitare in “Moon”, oltre a Rockwell, ma si tratta davvero delle mini-comparsate. Questo, insomma, può essere considerato a tutti gli effetti uno one-man-show. Lo spettacolo (e che spettacolo!) è tutto sulle spalle dell’immenso Sam Rockwell, che con questa pellicola dimostra definitivamente di essere un attore non completo, di più: perfetto. Con “Moon” ha mostrare di saper altalenare, con estrema semplicità, da scene leggere, frivole e spensierate, a momenti di pura drammaticità, di saper interpretare con grande professionalità frangenti di disperazione nera e di essere in grado di suscitare sentimenti di commozione nel pubblico. Ragazzi, Rockwell è semplicemente spet-ta-cola-re!
E poi: vogliamo parlare della pulizia stilistica? Tanto di cappello anche al regista, Duncan Jones – che solo a fine visione ho ricordato essere il figlio del più noto David Bowie: è riuscito a raccontare la storia nel migliore dei modi, senza buchi di senso, senza momenti di stanca, senza frenesie e persino evitando il manierismo – in cui era facile cadere, vista l’immensa produzione di pellicole sci-fi nella storia del cinema mondiale.
Altra cosa che ho trovato davvero affascinante è stato l’allestimento degli interni della stazione lunare. Tutto quel bianco, tutte quelle forme esagonali. Wow! Non avrei mai immaginato che riuscissero ad esercitare un tale fascino su di me. Applausi generosi dunque agli scenografi e al direttore della fotografia.
Qual è la morale del film? Mi piacerebbe non ci fosse ed invece c’è. Comunque sia, poco importa: “Moon” è un film che rappresenta la rivalsa dell’uomo sull’uomo – non sulle macchine ma sull’uomo stesso. Il futuro potrebbe anche essere pericoloso ma, se cosi sarà, la colpa si può attribuire solo a noi stessi. Come a dire: è vero che l’uomo è fabbro del suo destino ma a calcare un po’ la mano si rischia di farsi male sul serio. In “Moon” ci trovi sentimenti buoni come l’amicizia, la solidarietà, il sacrificio, il gioco di squadra ma, fortunatamente, questi elementi non vengono spiattellati in faccia a chi guarda, per cui sono tollerabili. Io non li ho trovati né scontati, né furbi, né ruffiani, né eccessivamente sdolcinati.
Della colonna sonora so dirvi poco o nulla. Le orecchie erano distratte dagli occhi – diciamo così. Tuttavia posso dirvi che non mi è sembrato ci fosse un accompagnamento sgradevole, né che facesse a cazzotti con le immagini.
Nota: nell’edizione orginale americana la voce del robot GERTY è di Kevin Spacey.
La locandina è stupenda. Va vista ad alta definizione.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e di MyMovies.it.

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The Manchurian Candidate

maggio 25, 2009 film Comments

.!.

Interstate 60 the movie themanchuriancandidate

Regarding Henry buy

The Manchurian Candidate

Silk divx di Jonathan Demme (USA, 2004)
con Denzel Washington, Maryl Streep,
Liev Schreiber, Kimberly Elise, Vera Farmiga

Questo è un film un po’ fantascientifico – ma neanche tanto. Ci sono dei militari americani a cui viene fatto il lavaggio del cervello. Uomini programmati per agire in conto terzi ed arrivare persino ad uccidere, comandati a distanza da uno strano congegno elettronico (un chip?) inserito sotto pelle.
Uno di questi militari è un giovane onorevole  – figlio di senatore – candidato alla vicepresidenza degli USA, un ex eroe di guerra, interpretato da Liev Schreiber. L’altro è un maggiore – interpretato da Denzel Washington – un ufficiale non più in servizio e con gravi problemi psichici che va in giro per scuole a raccontare di una missione eroica che è capitata al suo battaglione in guerra.

Entrambi i protagonisti sono reduci della Guerra del golfo – la prima, quella del 1991 – ed entrambi hanno strani incubi, durante i quali rivono il momento dell’exploit eroico e della precedente imboscata.
Il “Manchurian” del titolo si riferisce a “Manchurian Global”, ossia il nome della società che ha progettato e sviluppato la tecnologia per il controllo delle menti umane e che ha intenzione di far insediare alla Casa Bianca un Presidente sul cui cervello ha il pieno controllo.
Jonathan Demme, come regista se la cava. Non sono il solo a pensarlo. Molto originali alcune inquadrature (vedi quella del candidato vicepresidente nella cabina elettorale). Sue le regie anche di grandi film come “Philadelphia” e “Il silenzio degli innocenti”.
Comunque sia, questi thriller americani inziano un po’ a stufarmi. Sono un po’ tutti uguali. Inizi a guardarli e dopo 30 secondi puoi scommetterci che siano stati tratti da un romanzo-mattone alla John Grisham.
Nota: questo film è tratto dal romanzo omonimo di Richard Condon. Può anche essere considerato un remake dell’omonimo film del 1962 diretto da John Frankenheimer.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Popularity: unranked [?]

Gattaca – La porta dell’universo
(Gattaca)

di Andrew Niccol (USA, 1997)
con Ethan Hawke, Uma Thurman, Jude Law,
Elias Koteas, Alan Arkin, Gore Vidal,
Xander Berkeley, Ernest Borgnine

Premessa: a me non piacciono i film di fantascienza. Anzi! Questo, invece, lo è a tutti gli effetti: una storia d’amore a sfondo sci-fi.
“Gattaca” ha delle buone premesse, dal punto di vista etico/filosofico/scientifico, ma si risolve in una marea di insulso buonismo.
Siamo in un futuro non molto remoto, un mondo in cui i figli si concepiscono in provetta. Ogni nascituro è ‘progettato’ per essere il più perfetto possibile (lo so che linguisticamente e semiologicamente è una frase errata ma serve a farvi capire di che si tratta). Sin dal momento della nascita, cioè, di ogni essere umano si conosce il suo destino: cosa gli acadrà, quando gli accadrà, quando e come morirà.
Non succede così a Vincent, il protagonista, che invece è un vero e proprio ‘figlio dell’amore’, ossia concepito alla ‘vecchia maniera’. Sin da ragazzino iniziano i suoi problemi con il mondo dei figli predestinati. Un grave problema cardiaco, inoltre non fa che peggiorare le cose. Un segno tangibile di questo disadattamento è la perpetua competizione con suo fratello – quello perfetto, geneticamente progettato – il quale è il polo attrattivo dell’affetto dei genitori.
Il sogno di Vincent è quello di diventare da adulto una specie di viaggiatore dello spazio, di poter lasciare la Terra per una missione spaziale. Nonostante la sua condizione svantaggiata, comunque il ragazzo riesce ad arrivare a Gattaca, a lavorare cioè per il centro che si occupa delle missioni siderali. La strada però è lunga: la gavetta inizia facendo l’addetto alle pulizie nella stessa sede di Gattaca. Un giorno poi incontra un uomo di quelli progettati in provetta il quale decide di vendergli la propria identità, ossia la propria vita. Da qui in avanti sarà per tutti Jerome. La vita di Vincent/Jerome sarà molto più semplice dal punto di vista lavorativo, dell’accesso al benessere e e dei rapporti nella società dei ‘migliori’ anche se sarà complicatissima dal punto di vista intimo, poiché ogni giorno è costretto a cancellare dal suo corpo le tracce del ‘vecchio se’ e a indossare quelle del nuovo. Indossa infatti diverse protesi (lenti a contatto, polpastrelli pieni di sangue prelevato di Jerome, ecc), si tinge i capelli ed arriva a segarsi le tibie per apparire più basso, alto esattamente quanto Jerome. Vincent compra la vita di un essere perfetto per realizzarsi nella società che invidia. Ma non tutto andrà per il verso giusto. Le cose si complicano quando Vincent, ad un passo dal realizzare il suo sogno (una missione nello Spazio siderale), il suo diretto superiore viene assassinato.
Parallelamente a queste vicende si sviluppa una storia d’amore con una sua collega, tale Irene, L’incontro tra i due avviene quando alla donna viene assegnato il compito di collaborare con la polizia sulle indagini dell’omicidio.
Ed è qui che va tutto in vacca: perché ovviamente i due si innamorano. Lei è imperfetta (ha problemi di cuore) quasi quanto lui o forse di più. L’amore trionfa da una parte, l’amicizia tra Vincent e Jerome viene sublimata con un suicidio dall’altra, ecc. I sogni e l’amore che vincono su tutto, ma come sono buoni in fondo gli umani – quegli stessi umani, notare, che hanno messo in piedi quel mondo freddo, artificiale, orribile in cui Vincent è nato.
Ethan Hawke può anche essere bravo a recitare (non tanto, comunque) ma credo che per questo film rappresenti una scelta sbagliata. Intendo: è un belloccio, è alto, biondo, con un fisico palestrato. Qui ci doveva stare uno sfigatello, uno con la faccia cianotica a causa delle cattive condizioni di salute. Un paio di occhiali sul naso bastano a rendere spugnetta cioè che è in realtà una roccia. Ricordarlo sempre.
Uma Thurman invece ci sta. E’ già algida di suo per cui qui la pettinatura da educatrice teutonica e il collo oblungo contibuiscono ulteriormente a dare quell’idea di freddezza e rigore che contraddistinguono questo personaggio.
Jude Law solitamente mi sta un po’ sulle scatole ma qui è perfetto per fare il fighetta, il figlio di papà, quello che ha avuto tutto – troppo – dalla vita. Quell’aria da bastardo che riesce a sfoderare s’intreccia benissimo con l’ironia tagliente che lo scrip gli mette in bocca. Complimenti sinceri.
Alan Arkin mi sta estremamente simpatico. L’ho apprezzato tantissimo in “Little Miss Sunshine” – nei panni del nonnetto cocainomane – perché mi ha fatto divertire. L’ho rivisto qui e mi è piaciuto ancora – un’altra volta. Credo a causa della testardaggine del suo personaggio e della voce attribuitagli dal doppiaggio italiano.
Nota sul sottotitolo italiano: non c’entra assolutamente con il soggetto del film. Credo sia stato scelto esclusivamente per far capire al popolo bue italiota che si trattava di un film a sfondo fantascientifico.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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