Posts Tagged: fantascienza


17
mag 11

Minority Report

Minority Report

di Steven Spielberg (USA, 2002)
con Tom Cruise, Max von Sydow, Colin Farrell,
Neal McDonough, Steve Harris, Samantha Morton,
Tim Blake Nelson, Lois Smith, Peter Stormare, Kathryn Morris,
Jessica Capshaw, Patrick Kilpatrick, Anna Maria Horsford,
Erica Ford, Michael Dickman, Ann Ryerson, Mike Binder

Dopo un bel po’ di anni ho ri-visto questo film perché – lo ammetto – non ricordavo praticamente nulla.
La trama è nota per cui la riassumo molto velocemente. In un futuro non lontanissimo una divisione della polizia di Washington si occupa di arrestare alcuni criminali ancor prima che compiano un delitto. Questo progetto di “pre-crimine”, basato sulle previsioni di tre sensitivi noti come “precog”, pare funzionare alla perfezione, tanto da essere sul punto di essere diffuso su tutto il territorio degli Stati Uniti D’America. Gli intoppi nascono nel momento in cui lo stesso capo esecutivo del progetto, l’agente John Anderton, viene indicato dal sistema come probabile assassino. Come se non bastasse, nei giorni in cui si verifica questo bizzarro incidente di percorso, l’investigatore federale Ed Witwer fa visita agli uffici della pre-crimine al fine di verificare il corretto funzionamento della stessa e segnalare eventuali anomalie.
Ok, l’idea è buona, ottima anzi. Estremamente originale. Non per nulla è tratta da un romanzo di Philip K. Dick. Dunque il merito non può essere attribuito a chi ha adattato il soggetto e/o agli sceneggiatori, che comunque – va detto – hanno fatto un lavoro più che valido. Ciò che non quadra (al solito) è il modo in cui viene rappresentato il futuro. Ad esempio i computer e la tecnologia: ma come, hai un cervellone centrale interfacciato con la mente umana, controllato attraverso il movimento delle mani davanti ad un gigante schermo a proiezione e non tutti i terminali sono collegati tra loro attraverso una rete? Niente: la rete interna degli uffici della pre-crimine pare non esistere. Non è connessa wireless, né via via cavo. Per portare un file da un pc all’altro gli impiegati usano delle tavolette in plexiglas trasparente. Ridicolo. Nel 2002 non riuscivano a immaginare la condivisione di file tra due pc via rete locale. Bah. Roba da non crederci.
Altra cosa che mi ha dato particolarmente fastidio: perché commistionare la fantascienza con la metafisica? Perché ricorrere alle doti sovrannaturali (e quasi magico/mistiche) di tre speciali esseri umani (i precog) per spiegare la previsione di un delitto? Certo, questa è una critica all’idea di base del romanzo di Dick ma concedetemela ugualmente. Un plot basato esclusivamente su fantascienza pura, ossia su principi pur sempre di fantasia, ma frutto dell’estrapolazione di concetti di fisica e matematica, sarebbe stato molto meglio – almeno dal mio personalissimo punto di vista.
Nota positiva: il futuristico sistema di trasporti cittadino, basato su veicoli dalle linee morbidissime che paiono quasi fluttuare su strade che si stendono su 3 dimensioni (anziché solo su piani orizzontali). Davvero geniale.
Ma parliamo di recitazione. Questo è uno dei pochi film in cui Tom Cruise recita molto bene. Nel novero delle sue pellicole meglio riuscite metterei giusto questa, Magnolia e un paio di altri film al massimo.
Colin Farrell mi ha stupito. Non è mai stato il mio attore preferito. Anzi. Eppure questa volta mi è sembrato perfettamente nella parte. Interpreta un serioso agente governativo mandato alla pre-crimine per controllare con esattezza il funzionamento della macchina burocratica/investigativa che previene i reati di violenza. Incredibile: all’epoca aveva solo 26 anni eppure recitava già come un attore navigato. Davvero bravo.
Max von Sydow è un attorone – non c’è bisogno che lo dica io. Gigantesco. Credibilissimo nella parte del funzionario anziano a capo della divisione pre-crimine. Tra l’altro per l’edizione italiana hanno scelto un doppiatore con un vocione profondissimo che rende il personaggio ancora più intenso.
Buona prova anche per Samantha Morton (nel ruolo della precog Agatha), Kathryn Morris (in quello della moglie del protagonista) e Lois Smith (in quello della scienziata genetista che contribuì alla costruzione del sistema di gestione del pre-crimine, sfruttando le premonizioni dei precog).
Questa volta il voto alla pellicola non lo metto. Non è sempre necessario. Vi basti sapere che la storia è quella di un grande scrittore di fantascienza (uno dei più grandi), che dietro la macchina da presa c’è un regista come Spielberg e che davanti c’è il cast che vi ho citato poco più su. Ne viene fuori un gradevole pastiche sci-fi di matrice filosofica rimpinguato di azione mozzafiato e decorato con estetica futuristica filo-hi-tech.
La domanda che il film ha intenzione di inculcare nello spetattore è: fino a che punto ci si può spingere nella lotta al crimine? Il diritto alla sicurezza di un cittadino confina sempre con la libertà di un altro§; dove inizia l’uno finisce l’altra. E viceversa. Morale: attenzione perché dove c’è di mezzo l’uomo e il suo libero arbitrio è praticamente impossibile prevenire cosa può accadere.

Qui il trailer italiano. Paragonatelo pure con quello originale americano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


13
mag 11

Source Code

Source Code

di Duncan Jones (USA, 2011)
con Jake Gyllenhaal, Michelle Monaghan,
Vera Farmiga, Jeffrey Wright, Michael Arden, Cas Anvar,
Russell Peters, Craig Thomas, Gordon Masten, Paula Jean Hixson

Pellicola di fantascienza diretta da Duncan Jones, ossia dallo stesso regista di quel gran capolavoro che fu “Moon”. Le aspettative erano dunque alte? Mah, mica tanto. Sono andato al cinema quasi all’oscuro di tutto. E comunque non sono rimasto deluso, né particolarmente sorpreso.
Questo è un film ambientato in un futuro neanche tanto lontano. Siamo negli Stati Uniti, a Chicago. Senza neanche saperlo, un esperto pilota di aerei di guerra di stanza in Afghanistan – tale Capitano Colter Stevens – prende parte ad un progetto militare sperimentale (il Source Code, appunto) che consiste nel prevenire alcuni crimini. La sua mente viene messa in contatto (inserita?) in quella di una vittima di un grave attentato ferroviario. La teoria di base è che nel cervello degli uomini vittime di un attentato come quello rimanga la memoria degli ultimi 8 minuti di vita. Al Capitano Stevens viene chiesto di rivivere quegli otto minuti – più e più volte – per indagare e scoprire chi è la mente dinamitarda che ha messo la bomba sul treno e che tiene l’intera Chicago sotto scatto, avendo minacciato di far esplodere un’altra bomba (nucleare) nel centro della città. Insomma il protagonista viene messo a dura prova: con l’aiuto di un’altra graduata (Colleen Goodwin) deve rientrare nel “gioco” creato dal Dott. Rutledge almeno una decina di volte, prima di mettersi sulla strada giusta. Che poi io non ho capito come può essere che un Capitano dell’aviazione abbia un allenamento e una formazione tale da sembrare un’agente dell’intelligence (cioè una spia). Bah.
Ma andiamo al punto: cosa c’è di buono in “Source code?” L’idea originale di base. Buono il soggetto, dunque. Qualcosa di nuovo, davvero. Anche se questa cosa di ri-vivere, di re-incarnarsi, in un certo modo era già stato affrontato in “Moon”, seppur in un ambiente diverso e con percorsi differenti. Sarà una fissa del regista?
Cosa non va: punto 1. il finale buonista. Questi eroi americani (peraltro militari) che tutto possono e sempre riescono nelle loro imprese, con la sola forza dell’impegno, delle grandi doti morali, dell’abnegazione, della forza d’animo, ecc. hanno davvero stufato. MA DA MO’. Basta vi prego! Scrivere altre storie. Scrivete di sfigati che muoiono male o in maniera casuale. Scrivete di gente comune che fa vite banali. Scrivete di calzolai piccolo borghesi, di cassiere del Mediaworld, di segretari d’azienda, di dialogatori da marciapiede, di direttori di filiale, ecc.
Cosa non va: punto 2. L’eccessivo sforzo di sospensione della realtà che bisogna fare per bersi tutto (da buon spettore). Sì, lo so: è un problema mio, che non vado matto per il genere Sci-fi. Ma qui, anche a voler essere buoni, anche a dare una chance alle argomentazioni di base, si finisce per concedere troppo. In particolar modo quando ci si trova di fronte all’intreccio cronologico di più realtà che, nella sostanza, dovrebbero essere parallele e che, invece, non lo sono per niente, perché si impollinano l’un l’altra senza vergogna. Addirittura assistiamo a dei sogni sotto forma di “fumi del dolore” del protagonista che, per definizione, sono creati nel passato e che invece finiscono per apparire poi nel presente.
Ok. Gyllenhaal ormai è nell’olimpo degli attori hollywoodiani (benché lui sia di origini australiane), comunque a me rimane sempre un po’ sulle scatole. E poi è legnoso. Non vi sembra un soldatino di piombo a volte? E quelle faccine che fa, le avete viste? C’ha sempre sta faccia inopportuna da bravo ragazzo. Quando alza il sopracciglio sembra quasi dire (con la sola espressione): “Per dindirindina!” Manco fosse Ned Flanders dei Simpson.
Michelle Monaghan è carina? Sì, è carina. Quante volte dobbiamo dirlo? Ma non fissiamoci su questo punto. Il fatto è che recita davvero dignitosamente, e non era semplice in questo caso, visto che doveva girare praticamente sempre le stesse quattro scene in croce, ma ogni volta con piccole (anche minuscole) varianti.
Jeffrey Wright non me lo so proprio vedere in ruoli che non sono del tutto positivi. Chissà perché. Qui fa il ruolo dello scienziato che lavora per il ministero della Difesa. Un uomo che pensa quasi solo ai suoi successi personali, al suo progetto di ricerca, infischiandone dei sentimenti delle persone. Gli hanno dato anche un bastone. Chissà perché? Per renderlo più umano ai nostri occhi? Per dargli un sentore di anzianità e quindi di saggezza? Boh. Nah, comunque non credo.
Vera Farmiga non pervenuta. O quasi. Boh. Non so che dire. Non è che recita male – intendiamoci – però boh. Forse è fuori parte. Forse quel ruolo non era adatto a lei. Che ne so?
Voto alla pellicola 6 e mezzo. L’idea c’è, è buona, realizzata ottimamente pure, ma non mi ha convinto sino in fondo. Peccato, ma a metà.

Guardate pure la locandina originale di questo film (‘ché quella italiana è bruttarella).
Qui trovate il trailer americano. Qui quello italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


15
gen 10

Moon

Moon

Moon

di Duncan Jones (Usa, 2009)
con Sam Rockwell, Kevin Spacey,
Dominique McElligott, Rosy Show

Questo è un film bellissimo… e pensare che io stavo per perdermelo! Per cui devo ringraziare il mio caro amico Domenico che mi ha ricordato dell’esistenza di questa pellicola e che sabato scorso mi ha anche detto che giovedì (ieri) sarebbe stato l’ultimo giorno utile per vederlo. Insomma, per farla breve: mercoledì sera sono stato con gli amici al Cinema Greenwich a guardare questo film e l’ho trovato stupendo.
Premessa: io non vado particolrmente matto per i film fantascientifici. Eppure questo l’ho apprezzato particolarmente. Perché? Ancora non lo so bene. Ci sto ancora pensando. Ma una idea di sorta me la soo fatta. Diciamo, per il momento, che ho trovato la storia molto originale, per nulla scontata. Niente che io abbia visto prima sullo schermo, nonostante “Moon” contenga, secondo me, ben 2 citazioni importanti. La prima: il robot di bordo, che ricorda molto Hal 9000 di “2001 Odissea nello spazio”, la sua voce umanoide e il suo rapporto con il protagonista. La seconda: alcune dinamiche del protagonista a bordo della stazione lunare che ricordano quelle raccontate anche in .
Moon racconta la storia di un uomo, Sam Bell, che si trova solo con un robot su di una stazione posizionata sulla faccia non illuminata della Luna, con il preciso scopo di raccogliere l’energia prodotta dal terreno lunare e spedirla sulla Terra. Sam ha la responsabilità di uscire ad intervalli regolari sulla superficie lunare, raccogliere dal ventre di una specie di trattore frantuma-terreno una capsula in cui è stoccata l’energia e di prepararla la spedizione. Tutto qui. La sua missione ha avuto una durata di tre anni e sta quasi per finire quando gli accade un incidente. Durante una delle missioni in esterna, Sam perde il controllo del mezzo e finisce schiacchiato sotto le ruote del trattore gigante. Va detto che questo accade anche – e soprattutto – perché è molto stanco e la lunga solitudine a cui è stato sottoposto lo ha decisamente provato dal punto di vista psicologico. Da qui in poi non vi svelo altro per non rovinarvi la sopresa, anche perché di sorprese ce ne sono molte.
Se vi dicono che si tratta di un film cervellotico non credeteci. Vogliono prendervi in giro o forse chi lo dice non ha capito nulla. Moon è semplice. Forse non completamente lineare ma è chiaro. È sufficiente che lo spettatore stia un po’ attento, se vuole capire davvero cosa accade al protagonista.
Ah, dimenticavo di dirvi che l’attore è uno, uno solo: unico. Un film un attore – o quasi. È pur vero che ci sono altri 4 attori a recitare in “Moon”, oltre a Rockwell, ma si tratta davvero delle mini-comparsate. Questo, insomma, può essere considerato a tutti gli effetti uno one-man-show. Lo spettacolo (e che spettacolo!) è tutto sulle spalle dell’immenso Sam Rockwell, che con questa pellicola dimostra definitivamente di essere un attore non completo, di più: perfetto. Con “Moon” ha mostrare di saper altalenare, con estrema semplicità, da scene leggere, frivole e spensierate, a momenti di pura drammaticità, di saper interpretare con grande professionalità frangenti di disperazione nera e di essere in grado di suscitare sentimenti di commozione nel pubblico. Ragazzi, Rockwell è semplicemente spet-ta-cola-re!
E poi: vogliamo parlare della pulizia stilistica? Tanto di cappello anche al regista, Duncan Jones – che solo a fine visione ho ricordato essere il figlio del più noto David Bowie: è riuscito a raccontare la storia nel migliore dei modi, senza buchi di senso, senza momenti di stanca, senza frenesie e persino evitando il manierismo – in cui era facile cadere, vista l’immensa produzione di pellicole sci-fi nella storia del cinema mondiale.
Altra cosa che ho trovato davvero affascinante è stato l’allestimento degli interni della stazione lunare. Tutto quel bianco, tutte quelle forme esagonali. Wow! Non avrei mai immaginato che riuscissero ad esercitare un tale fascino su di me. Applausi generosi dunque agli scenografi e al direttore della fotografia.

Qual è la morale del film? Mi piacerebbe non ci fosse ed invece c’è. Comunque sia, poco importa: “Moon” è un film che rappresenta la rivalsa dell’uomo sull’uomo – non sulle macchine ma sull’uomo stesso. Il futuro potrebbe anche essere pericoloso ma, se cosi sarà, la colpa si può attribuire solo a noi stessi. Come a dire: è vero che l’uomo è fabbro del suo destino ma a calcare un po’ la mano si rischia di farsi male sul serio. In “Moon” ci trovi sentimenti buoni come l’amicizia, la solidarietà, il sacrificio, il gioco di squadra ma, fortunatamente, questi elementi non vengono spiattellati in faccia a chi guarda, per cui sono tollerabili. Io non li ho trovati né scontati, né furbi, né ruffiani, né eccessivamente sdolcinati.

Della colonna sonora so dirvi poco o nulla. Le orecchie erano distratte dagli occhi – diciamo così. Tuttavia posso dirvi che non mi è sembrato ci fosse un accompagnamento sgradevole, né che facesse a cazzotti con le immagini.
Nota: nell’edizione orginale americana la voce del robot GERTY è di Kevin Spacey.
La locandina è stupenda. .

La scheda di , quella di e di .


25
mag 09

The Manchurian Candidate

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Interstate 60 the movie themanchuriancandidate

Regarding Henry buy

The Manchurian Candidate

Silk divx di Jonathan Demme (USA, 2004)
con Denzel Washington, Maryl Streep,
Liev Schreiber, Kimberly Elise, Vera Farmiga

Questo è un film un po’ fantascientifico – ma neanche tanto. Ci sono dei militari americani a cui viene fatto il lavaggio del cervello. Uomini programmati per agire in conto terzi ed arrivare persino ad uccidere, comandati a distanza da uno strano congegno elettronico (un chip?) inserito sotto pelle.
Uno di questi militari è un giovane onorevole  – figlio di senatore – candidato alla vicepresidenza degli USA, un ex eroe di guerra, interpretato da Liev Schreiber. L’altro è un maggiore – interpretato da Denzel Washington – un ufficiale non più in servizio e con gravi problemi psichici che va in giro per scuole a raccontare di una missione eroica che è capitata al suo battaglione in guerra.

Entrambi i protagonisti sono reduci della Guerra del golfo – la prima, quella del 1991 – ed entrambi hanno strani incubi, durante i quali rivono il momento dell’exploit eroico e della precedente imboscata.
Il “Manchurian” del titolo si riferisce a “Manchurian Global”, ossia il nome della società che ha progettato e sviluppato la tecnologia per il controllo delle menti umane e che ha intenzione di far insediare alla Casa Bianca un Presidente sul cui cervello ha il pieno controllo.
Jonathan Demme, come regista se la cava. Non sono il solo a pensarlo. Molto originali alcune inquadrature (vedi quella del candidato vicepresidente nella cabina elettorale). Sue le regie anche di grandi film come “Philadelphia” e “Il silenzio degli innocenti”.
Comunque sia, questi thriller americani inziano un po’ a stufarmi. Sono un po’ tutti uguali. Inizi a guardarli e dopo 30 secondi puoi scommetterci che siano stati tratti da un romanzo-mattone alla John Grisham.
Nota: questo film è tratto dal romanzo omonimo di Richard Condon. Può anche essere considerato un remake dell’omonimo film del 1962 diretto da John Frankenheimer.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


22
ott 08

Gattaca – La porta dell'universo

Gattaca – La porta dell’universo
(Gattaca)

di Andrew Niccol (USA, 1997)
con Ethan Hawke, Uma Thurman, Jude Law,
Elias Koteas, Alan Arkin, Gore Vidal,

Xander Berkeley, Ernest Borgnine

Premessa: a me non piacciono i film di fantascienza. Anzi! Questo, invece, lo è a tutti gli effetti: una storia d’amore a sfondo sci-fi.
“Gattaca” ha delle buone premesse, dal punto di vista etico/filosofico/scientifico, ma si risolve in una marea di insulso buonismo.
Siamo in un futuro non molto remoto, un mondo in cui i figli si concepiscono in provetta. Ogni nascituro è ‘progettato’ per essere il più perfetto possibile (lo so che linguisticamente e semiologicamente è una frase errata ma serve a farvi capire di che si tratta). Sin dal momento della nascita, cioè, di ogni essere umano si conosce il suo destino: cosa gli acadrà, quando gli accadrà, quando e come morirà.
Non succede così a Vincent, il protagonista, che invece è un vero e proprio ‘figlio dell’amore’, ossia concepito alla ‘vecchia maniera’. Sin da ragazzino iniziano i suoi problemi con il mondo dei figli predestinati. Un grave problema cardiaco, inoltre non fa che peggiorare le cose. Un segno tangibile di questo disadattamento è la perpetua competizione con suo fratello – quello perfetto, geneticamente progettato – il quale è il polo attrattivo dell’affetto dei genitori.
Il sogno di Vincent è quello di diventare da adulto una specie di viaggiatore dello spazio, di poter lasciare la Terra per una missione spaziale. Nonostante la sua condizione svantaggiata, comunque il ragazzo riesce ad arrivare a Gattaca, a lavorare cioè per il centro che si occupa delle missioni siderali. La strada però è lunga: la gavetta inizia facendo l’addetto alle pulizie nella stessa sede di Gattaca. Un giorno poi incontra un uomo di quelli progettati in provetta il quale decide di vendergli la propria identità, ossia la propria vita. Da qui in avanti sarà per tutti Jerome. La vita di Vincent/Jerome sarà molto più semplice dal punto di vista lavorativo, dell’accesso al benessere e e dei rapporti nella società dei ‘migliori’ anche se sarà complicatissima dal punto di vista intimo, poiché ogni giorno è costretto a cancellare dal suo corpo le tracce del ‘vecchio se’ e a indossare quelle del nuovo. Indossa infatti diverse protesi (lenti a contatto, polpastrelli pieni di sangue prelevato di Jerome, ecc), si tinge i capelli ed arriva a segarsi le tibie per apparire più basso, alto esattamente quanto Jerome. Vincent compra la vita di un essere perfetto per realizzarsi nella società che invidia. Ma non tutto andrà per il verso giusto. Le cose si complicano quando Vincent, ad un passo dal realizzare il suo sogno (una missione nello Spazio siderale), il suo diretto superiore viene assassinato.
Parallelamente a queste vicende si sviluppa una storia d’amore con una sua collega, tale Irene, L’incontro tra i due avviene quando alla donna viene assegnato il compito di collaborare con la polizia sulle indagini dell’omicidio.
Ed è qui che va tutto in vacca: perché ovviamente i due si innamorano. Lei è imperfetta (ha problemi di cuore) quasi quanto lui o forse di più. L’amore trionfa da una parte, l’amicizia tra Vincent e Jerome viene sublimata con un suicidio dall’altra, ecc. I sogni e l’amore che vincono su tutto, ma come sono buoni in fondo gli umani – quegli stessi umani, notare, che hanno messo in piedi quel mondo freddo, artificiale, orribile in cui Vincent è nato.
Ethan Hawke può anche essere bravo a recitare (non tanto, comunque) ma credo che per questo film rappresenti una scelta sbagliata. Intendo: è un belloccio, è alto, biondo, con un fisico palestrato. Qui ci doveva stare uno sfigatello, uno con la faccia cianotica a causa delle cattive condizioni di salute. Un paio di occhiali sul naso bastano a rendere spugnetta cioè che è in realtà una roccia. Ricordarlo sempre.
Uma Thurman invece ci sta. E’ già algida di suo per cui qui la pettinatura da educatrice teutonica e il collo oblungo contibuiscono ulteriormente a dare quell’idea di freddezza e rigore che contraddistinguono questo personaggio.
Jude Law solitamente mi sta un po’ sulle scatole ma qui è perfetto per fare il fighetta, il figlio di papà, quello che ha avuto tutto – troppo – dalla vita. Quell’aria da bastardo che riesce a sfoderare s’intreccia benissimo con l’ironia tagliente che lo scrip gli mette in bocca. Complimenti sinceri.
Alan Arkin mi sta estremamente simpatico. L’ho apprezzato tantissimo in “Little Miss Sunshine” – nei panni del nonnetto cocainomane – perché mi ha fatto divertire. L’ho rivisto qui e mi è piaciuto ancora – un’altra volta. Credo a causa della testardaggine del suo personaggio e della voce attribuitagli dal doppiaggio italiano.
Nota sul sottotitolo italiano: non c’entra assolutamente con il soggetto del film. Credo sia stato scelto esclusivamente per far capire al popolo bue italiota che si trattava di un film a sfondo fantascientifico.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.