Posts Tagged: Fabrizio Gifuni


8
nov 11

La kryptonite nella borsa

La kryptonite nella borsa

di Ivan Cotroneo (Italia, 2011)
con Luigi Catani, Valeria Golino, Cristiana Capotondi,
Libero De Rienzo, Luca Zingaretti, Vincenzo Nemolato,
Monica Nappo, Gennaro Cuomo, Fabrizio Gifuni, Sergio Solli
Massimiliano Gallo, Antonia Truppo, Rosaria De Cicco,
Nunzia Schiano, Carmine Borrino, Anita Caprioli, Lucia Ragni

Questo film non mi è piaciuto più di tanto. Mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Mi aspettavo qualcosina in più. Non che io sia entrato in sala con grandi aspettative, ma la storia in principio sembrava gradevole. Poi si è rivelata un nulla di fatto. Non uso nemmeno il termine “flop” perché sarebbe sbagliato. Non è stata un fallimento, la trama arriva ad un punto ben preciso ma è banale, non ha nulla si straordinario. Diciamo pure, dunque, che tutte le forze sono state impiegate nella forma, trascurando decisamente la sostanza. E non tiratemi fuori quella stronzata de “La forma è sostanza”. Magari fatelo sul vostro blog. Non qui.
“La kryptonite nella borsa” è una commedia scritta, sceneggiata e diretta da Ivan Cotroneo. Sì, lo stesso che ha sceneggiato anche la serie tv “Tutti pazzi per amore”. E questo lo si avverte lontano un miglio. Non c’è Solfrizzi ma l’atmosfera “camp”, tutta fatta di canzoncine, colori sgargianti ed estetica hippie, è rappresentata in tutto il suo orrendo sfarzo; è un po’ come se il film volesse urlare allo spettatore: “Sono kitsch e me ne vanto”.
La trama. Napoli, 1972 (o giù di lì). La famiglia Sansone è una famiglia come tante altre: allegra e molto allargata. La compongono: mamma Rosaria, papà Antonio, un figlio pre-adolescente (Peppino) più un nonno, una nonna e tre giovani zii (Federico, Salvatore e Titina). Quella della famiglia Sansone è, però, una felicità poco stabile, più che altro apparente. Difatti la gioia che pare aleggiare nella casa è messa presto in discussione da una triste notizia: il papà (commerciante di macchine da cucire Singer) tradisce la mamma (dattilografa) con una ragazza più giovane di Portici. Alla notizia Rosaria (una donna ancora piacente di soli 38 anni) cade in depressione, smette di lavorare, di occuparsi della sua famiglia e decide di passare le sue giornate a letto, accusando un fantomatico mal di testa. A subire le conseguenze di questo stato depressivo è il piccolo Peppino, un ragazzino occhialuto e riccioluto di appena 10 anni, che sembra avere sempre un’espressione un po’ triste. Questo ragazzino, infatti, non potendo essere accudito da sua madre, viene sballottato da un baby-sitter all’altro – per così dire; dopo la scuola quindi trascorre i suoi pomeriggi o con i due zii più giovani: due hippie che frequentano comuni, balere e femministe, sognando di andare a vivere nella swinging London, oppure con i nonni materni (iper-tradizionalisti) o con una collega di sua madre, una specie di zitella che va spesso in spiaggia, anche con il cielo nuvoloso, con la speranza di farsi notare da qualche bel giovanotto disposto poi a prenderla in moglie. La figura di Gennaro, il cugino un po’ picchiatello di Peppino che crede di essere Superman, dovrebbe essere un elemento fondamentale. Dico dovrebbe perché nell’economia della trama la sua funzione non è del tutto chiara. Ad ogni modo, dopo la sua morte, il ragazzino continua a vederlo in giro, a immaginarlo a mo’ di angelo custode e a confidarsi con lui. Un vero e proprio amico immaginario, insomma.
Ma non vi dico altro perché ho già svelato abbastanza.
Sappiate che il titolo fa riferimento ad una battuta che viene citata nel primo minuto del film ma che nient’altro ha a che vedere col resto della pellicola.
La recitazione degli attori è uno dei pochi aspetti positivi di “La kryptonite nella borsa”.
Il piccolo Luigi Catani (credo per la prima volta sul grande schermo) è molto simpatico. La sua è una faccia buffa – il merito forse è anche dei grandi occhialoni neri e dei ricci voluminosi. Buona scelta di cast.
Valerio Golino è forse quella che recita meglio, se si esclude il bimbetto e il grandissimo Gifuni. Il suo è il personaggio meno caricaturato, meno macchietta. Sarà forse la depressione, non so. Comunque sia, lasciatemi dire che recita molto bene. Brava. Fa il suo dovere, porta a casa la parte.
Zingaretti gigioneggia un bel po’ e si vede. Si vede anche che si diverte. Ci fa piacere. Se è contento lui, il sentimento di certo viene trasmesso con più facilità allo spettatore.
Fabrizio Gifuni è magnifico nel ruolo dello psichiatra: un quarantenne molto fascinoso, con la voce un po’ roca, che si prende il delicato compito di curare le nostalgie della signora Rosaria.
Tegolino (Cristiana Capotondi) fa l’eterna ragazzetta. Molto carina e molto svampita. Perfetta. Non avrebbero potuto scegliere di meglio.
Libero De Rienzo sottotono. Peccato. Un attore che ha grandi potenzialità comiche è stato relegato a una figura di secondo piano. Ha poche battute e il suo non essere napoletano non l’aiuta.
Peraltro, faccio notare che tutti i personaggi principali non sono napoletani ma si sono sforzati di recitare con l’accento napoletano. Il risultato non è affatto positivo ma in questo caso facciamo un’eccezione e apprezziamo lo sforzo.
Vincenzo Nemolato è buffissimo nei panni di Superman in pigiama. Davvero una buona scelta per il ruolo del giovane picchiatello napoletano.
Per Monica Nappo si potrebbe usare il termine “caratterista”, se non venisse spesso frainteso. I suoi buffi mugugni, comunque, la rendono simpaticissima. La racchia stagionata è nelle sue corde. Lo dico con grande stima, senza volerle mancare di rispetto.
Sergio Solli interpreta Vincenzo, il nonno burbero. Molto simpatico. Qui lo si apprezza sin dai tempi in cui recitava nei film di Luciano De Crescenzo. Lo ricordate nel ruolo dello spazzino in “Così parlò Bellavista”?
A Lucia Ragni il ruolo della nonna super-autoritaria.
Antonia Truppo è valeria, la giovane amante di Antonio. Una moretta non bellissima ma che è credibile come sfasciafamiglie.
Anita Caprioli ha un ruolo minuscolo: la Madonna sul podio (in seconda posizione). Non ha nemmeno una battuta. Il suo è un personaggio muto che si esprime solo a gesti e con le espressioni del volto.
Gennaro Cuomo interpreta lo zio più anziano di Peppino: un bamboccione che passa tutto il tempo in casa in pigiama a studiare. Un mantenuto che frequenta il primo anno di università da oltre 6 anni.
Rosaria De Cicco, invece, ha l’infausto compito di impersonare la maestra: una tizia severa e stronza, oltre che un tantinello menfreghista e con poca voglia di lavorare.
La colonna sonora è molto furbetta – per non dire paracula; comprende diversi brani estremamente noti come “Lust For Life” di Iggy Pop e “These Boots Were Made For Walking” di Nancy Sinatra. Quest’ultima canzone fa anche da brano per i titoli di coda ma nella versione coverizzata dai Planet Funk.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


24
nov 08

Galantuomini

Galantuomini

di Edoardo Winspeare (Italia, 2008)
con Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni,
Beppe Fiorello, Giorgio Colangeli, Filippo Massari,
Gioia Spaziani, Marcello Prayer, Lamberto Probo,
Fabio Ponzo, Antonio Perrotta, Luigi Ciardo,
Antonio Carluccio, Sofia Chiarello, Claudio Giangreco

Questa pellicola, una specie di noir meridionalista, non mi ha affascinato più di tanto. L’ho trovata un po’ banalotta nella storia e alquanto ruffiana nella realizzazione.
Siamo a Lecce nei primi anni ’90 – tra il 1991 e il 1992 credo. Le vite di tre persone che da bambini hanno giocato insieme si dividono in età adulta. Lucia è diventata il braccio destro di un boss della malavita locale, Ignazio ha studiato legge, è diventato pubblico ministero ed è andato a lavorare al nord, mentre Fabio si ritrova ad essere un cocainomane sfigato. Ed è proprio Ignazio, appena tornato da Milano, ad occuparsi della morte per overdose del suo amico Fabio. Dal primo caso affidatogli, scoprire chi è che ha fornito la roba, le indagini di Ignazio si allargheranno a tutta la scena malavitosa leccese, arrivando a coinvolgere ovviamente anche Lucia, che oltre ad essere sua amica, da sempre è anche una delle sue passioni inespresse.
Insomma il tema era quello di un amore impossibile tra una donna che ha scelto il crimine ed un uomo della legge, tema già espresso dal cinema e dalla tv in tempi passati – e forse anche meglio, secondo me. Sullo sfondo della vicenda vengono rappresentate anche situazioni reali, come la crescita e lo sviluppo della criminalità organizzata in puglia – Sacra Corona Unita su tutte. Difatti la fuga della protagonista verso l’inferno è accelerata dall’acuirsi della guerra tra clan e dalla volontà delle organizzazioni criminali di sostituirsi allo stato e di ‘prendersi’ tutta la Puglia.

Ecco, questo ‘essere Stato al posto dello Stato’ è una volontà sicuramente presente in tutte le organizzazioni malavitose ma il fatto di sentirlo pronunciare dai protagonisti del film mi è sembrato un po’ troppo didascalico. Non mi è piaciuto. Perché non lasciare qualcosa di ‘non detto’? Perché spiegare allo spettatore a tutti i costi, per filo e per segno, ogni singolo passaggio nell’evoluzione della storia? Inoltre: sentire un capocosca che dice “Non ti far fregare dai calabresi con quella droga” mi ha fatto sbellicare dalle risate. “Droga”, capite? Ma che vocabolo è? Come se un malavitoso parlasse allo stesso modo dei mezzobusti da telegiornale.
Non mi fraintendete però: gli attori sono molto bravi. Recitano bene: è la trama che zoppica un po’. Il soggetto è quel che è: non brilla certo per originalità. Inoltre, come ho già detto: la realizzazione puzza di ruffianeria. Winspeare sa quanto in questi ultimi anni il Salento significhi sole, mare, svago, sud, tradizione, cultura popolare, semplicità vs. complessità, spontaneismo rustico vs. raffinatezza affettata. Lo sa benissimo e ci sguazza. E’ come se in molte scene ci fosse in un cartello con scritto “Hey, questo è il Salento! Questo è il sud! Che bello il sud, eh? Lo vedi quando è figo?”. Mi riferisco alla scena della sposa che si becca il riso in testa mentre scende gli scalini di una chiesa, a quella dei fuochi d’artificio nella notte buia – sebbene in paese non ci fosse alcuna festa religiosa, all’indugiare su alcuni elementi del Barocco nell’architettura del paesino. Ci mancava solo la pizzica (dovrei dire “Taranta”?) e la puccia per completare il bel quadretto del Salento da cartolina!
Un’aspetto che ho apprezzato molto, invece, è stato lo sforzo fatto dai protagonisti non pugliesi di parlare il dialetto Salentino. Intediamoci: la cadenza della Finocchiaro sembra più siciliano che salentino ma è abbastanza credibile. Non si può dire la stessa cosa per Gifuni. Ma almeno si impegnano. Si vede che dietro c’è uno studio, un tentativo di risultare credibili come cittadini leccesi – cosa che ad esempio non accade con i baresi del film “Il passato è una terra straniera”.
Mi sembra sensato che la scelta della protagonista sia caduta su Donatella Finocchiaro. Ha una faccia che sa reggere bene il temperamento del personaggio che interpreta: una donna giovane ma di polso, che ha saputo conquistarsi il rispetto degli uomini su cui comanda. Una mora affascinante (non per me) dal piglio fiero, quasi un maschiaccio, con un passato oscuro ma dal cuore grande. Una che potrebbe sedurre con uno sguardo e con lo stesso sguardo uccidere. Spietata negli affari, passionale negli affetti.
Gifuni fa il bel magistrato: giovane e di grandi speranze. Tutto ligio e rispettoso della legge, almeno sinché non si ritrova al cospetto della mora che tormenta i suoi sogni sin da bambino, finendo innamorato e molle come una pera cotta.
Beppe Fiorello è un tamarro, dunque si trova decisamente a suo agio nei panni del giovinastro, piccolo malavitoso senza cervello. Uno dei personaggi meglio riusciti del film. Altro che parti da buono nelle fiction di Mamma Rai!
Giorgio Colangeli – attore che trovo meravigliosamente professionale – fa il padrino salentino che vigila sul territorio d’origine pur restandosene in panciolle nel selvaggio Montenegro – al di là del canale d’Otranto.
Spiace dirlo ma Lamberto Probo, che dovrebbe interpretare un uomo tra i 35 e i 40 anni, sembra invece molto più anziano. Sarà stato scelto forse per dare l’idea del giovane che si combina male a causa del consumo di cocaina?
Un plauso al casting che ha scelto una ragazzina molto somigliante alla Finocchiaro per interpretare il suo stesso personaggio da bambina.
Sinceramente, non ho capito molto la scelta del titolo. Non mi sembra sia sufficiente parlare di malavita organizzata per usare il termine “Galantuomini”; inoltre il film non è basato esclusivamente su figure maschili. Anzi: al centro della scena per gran parte del tempo c’è una donna.
Nota sulla colonna sonora: quando il brano dei Portishead “Glorybox” è stato pubblicato (1994) in tv la trasmissione “Colpo grosso” era già terminata da diversi anni.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.