Posts Tagged: Elio Germano


9
gen 11

Romanzo Criminale

Romanzo Criminale

di Michele Placido (Italia, 2005)
con Claudio Santamaria, Kim Rossi Stuart,
Pierfrancesco Favino, Stefano Accorsi, Anna Mouglalis,
Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Antonello Fassari,
Elio Germano, Michele Placido, Gian Marco Tognazzi,
Toni Bertorelli, Francesco Venditti, Stefano Fresi, Roberto Brunetti,
Massimo Popolizio, Andrea Ricciardi, Gigi Angelillo, Donato Placido, Roberto Infascelli

Questo film l’ho già visto 5 anni fa quando uscì al cinema. Ne scrissi anche su questo blog. Adesso l’ho rivisto, dopo aver visto anche le due stagioni della serie tv omonima – il libro di De Cataldo, invece, quello da cui tutto ha avuto origine, l’ho comprato ma non l’ho ancora letto.La seconda visione mi ha permesso di soffermarmi su alcuni particolari, su cose che, ovviamente, durante la prima visione in sala mi erano sfuggite e che invece adesso ho apprezzato molto.
Iniziamo col dire che il paragone con la serie tv è un po’ inclemente. Si potrebbe affermare che la serie è meglio del film ma giustapporre un lungometraggio da 152 minuti con 22 episodi da 55 minuti non si può proprio fare, non è corretto. Naturalmente il regista della serie tv, Stefano Sollima, ha avuto molto più tempo per dipanare meglio la vicenda, per far tratteggiare con più precisione le personalità dei singoli personaggi e per approfondire con più cura le diverse storie che si intrecciano nella trama principale.
Poi il cast. Gli attori del film sono giovani, certo, ma mediamente hanno 5/10 anni in più di quelli della serie. Tutti bravissimi, per carità, ma c’è da dire che quelli della serie erano praticamente tutti emergenti per cui il plauso che va loro ha un valore più grande, se non doppio. Per intenderci: Accorsi, Rossi Stuart, Favino, Scamarcio, Santamaria, non erano dei signor nessuno quando hanno girato questa pellicola, anche se certamente questo bel film ha sicuramente fatto lievitare le loro quotazioni.
Se volete sapere cosa penso dei singoli attori vi invito a leggere quello che già scrissi nel 2005. Il mio giudizio, sostanzialmente, non è cambiato.
Altra cosa che mi preme sottolineare: sia alla stesura del film, che a quella della serie tv, ha partecipato lo stesso autore del libro, Giancarlo De Cataldo. Questa scelta, ovviamente, ha permesso ad entrambe le opere audiovisive di non discostarsi molto dalla storia originale scritta e pubblicata su carta. Cortesemente, dunque, non usiamo questa motivazione per far pendere il nostro giudizio verso l’una (la serie), piuttosto che verso l’altra (la pellicola).
Non mi soffermo sulla trama – la storia è ormai stranota ai più.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


26
nov 10

Flaiano: Il meglio è passato

Flaiano: Il meglio è passato

di Steve Della Casa e Giancarlo Rolandi (Italia, 2010)
con Elio Germano, Sandra Milo, Giuliano Montaldo,
Enrico Vaime, Pupi Avati

Questo è un documentario che racconta la storia di Ennio Flaiano, uno dei più sagaci autori italiani del dopoguerra. Forse il più grande. Non so. Lo ammetto: non lo conosco bene. Sino ad ora ne sapevo pochissimo. Anzi dovrei rimediare presto. M’è venuta voglia di leggere un bel po’ dei suoi scritti. Un autore satirico, dicevo, secondo me ancora troppo poco conosciuto – ahinoi.
La vita personale e artistica di Flaiano viene narrata sia da una voce fuoricampo, che da quella dalle persone che l’hanno conosciuto in vita – soprattutto da chi ha avuto modo di conoscerlo in vita – attraverso una serie di nostalgiche interviste. È questo, infatti, l’artificio tecnico che Della Casa e Rolandi hanno scelto per far affiorare notizie e curiosità sulla vita di Flaiano e portarle alla nostra conoscenza. Una scelta alquanto classica per un documentario che, accompagnata da un romantico bianco e nero, ci spiega o, meglio, cerca di spiegarci il perché della fine della collaborazione tra Flaiano e Fellini, la ritrosia all’eccessiva mondanità dell’autore, le sue timidezze, la riservatezza di cui avvolse la vita privata, i motivi che lo portarono ad un convinto antifascismo sin dalla gioventù, ecc.
Dovessi dare un voto a questa meritevole opera di divulgazione sceglierei il 6. La sufficienza. Bellino, eh. Però non mi sono piaciuti gli interventi di Elio Germano. Non ho trovato particolarmente felice, cioè, la scelta di fargli leggere passi scritti da Flaiano, o meglio di farglieli intrepretare. Questi intermezzi mi sono sembrati fuori luogo. Che forse il nome di Germano sia servito solo come “specchietto per le allodole”? A parte questo, la durata del documentario (60 minuti) e il poco profondo livello di approfondimento delle notizie biografiche mi hanno lasciato un po’ con l’amaro in bocca. Mi aspettavo di sapere qualcosa di più su i suoi scritti, su altre collaborazioni artistiche nell’ambito cinematografico e non. Peccato.

Nota: questo film è stato presentato fuori concorso alla 67^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (edizione 2010, quindi) nella sezione “Controcampo italiano”. Io l’ho visto dopo averlo registrato dalla tv. Qualche giorno fa l’hanno trasmesso di notte su Rai Movie.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


1
giu 10

La nostra vita

La nostra vita

di Daniele Luchetti (Italia, 2010)
con Elio Germano, Isabella Ragonese, Raul Bova,
Stefania Montorsi, Luca Zingaretti, Giorgio Colangeli,
Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola

Non so bene di preciso cosa, ma da questo film mi aspettavo di più. Forse perché Luchetti è uno dei miei registi italiani preferiti. In un certo senso sono uscito dal cinema con l’amaro in bocca.
“La nostra vita” racconta di Claudio, un giovane muratore (capo cantiere) romano – di 30 anni circa – che rimane vedovo con tre figli piccoli a carico. Fino ad allora la sua vita era stata molto tranquilla, felice si potrebbe dire: nessun problema sul lavoro, una famiglia che gli vuole bene, una moglie giovane, carina e accomodante. Quando questa viene a mancare (proprio durante il parto del loro terzogenito), Claudio promette a se stesso che da quel momento in avanti non farà mai mancare nulla ai suoi figli. Approfittando del fatto di essere stato testimone di una morte scomoda sul cantiere, decide di taglieggiare il suo diretto superiore: si fa quindi dare in sbubappalto un’intera palazzina da ristrutturare alla periferia della citta. La commessa però è importante e necessita di molto denaro per essere avviata, perciò decide di mettere da parte l’orgoglio e chiedere a uno spacciatore paraplegico (suo amico, nonché coinquilino) la cifra di cui ha bisogno. Ma le cose, purtroppo, non vanno proprio per il verso giusto perché da una parte i fornitori di droga dell’amico spacciatore reclamano il denaro e minacciano violenze, mentre dall’altro gli operai sul cantiere si ammutinano per il mancato pagamento degli stipendi arretrati. Nel frattempo Claudio, per placare i sensi di colpa, accoglie in casa e dà lavoro al figlio dell’uomo che ha visto morto sul cantiere (un guardiano notturno rumeno) e la cui scomparsa non ha denunciato.
Vediamo dunque le cose buone e le cose meno buone di questo film.

[SPOILER]
Non buone.

1. Il finale non è eccessivamente buonista, è vero. Ma in un certo senso le cose si aggiustano. Nel bene o nel male Claudio riesce a terminare i lavori sulla palazzina che ha preso in gestione e riesce a resituire tutto il denaro – interessi compresi – ai suoi parenti, che per aiutarlo di erano molto sacrificati.
2. La camera da presa è continuamente addosso ai personaggi, in particolar modo al protagonista. Forse la cosa è voluta. Forse il regista ha voluto dare  allo spettatore un senso di angoscia e claustrofobia ma rischia quasi di farlo vomitare in sala, lo spettatore.
Cose buone. Anzi ottime: la recitazione di tutti.

Elio Germano ormai è un numero uno del cinema italiano contemporaneo: questo è un dato di fatto. Per questa interpretazionea ha anche preso il premio come migliore attore al 63° Festival di Cannes. Un riconoscimento europeo – se non internazionale. Bene. Eppure secondo me in alcune scene va in “over-acting” – se questo termine ha senso. Mi spiego: in alcuni frangenti, quando cioè gli è stato chiesto di mostrare il dolore di un giovane uomo che perde per sempre la sua compagna di vita, è andato un po’ sopra le righe, ha urlato, ha pianto e si è dimenato come un pazzo. Era necessario? Certo. Ma sono convinto che avrebbe potuto anche limitarsi un po’.
Raul Bova – da non crederci – è perfetto nella parte del quarantenne timido e impacciato con le donne, seppur belloccio. Non l’ho mai visto recitare così bene. Perfettamente nella parte.
Molto brava anche Stefania Montorsi (ma quanto fascino ha?!) a trasmettere la figura della sorella protettiva e responsabile, della donna con la testa sulle spalle, che cerca di alleviare il dolore del fratello minore e di alleggerirgli il peso delle responsabilità, occupandosi dei figli mentre lui è al lavoro. Bravissima e bella.

A prima vista, Zingaretti conciato come un tamarro di periferia fa quasi ridere. L’ho trovato buffo inizialmente. Ma qui stiamo parlando di un professionista, di uno che anche in questa occasione ha saputo adattarsi al ruolo che ha preso in carico. Davvero notevole.
Colangeli, invece, è proprio da premio. Da superpremio. In un altra vita sarà stato imprenditore edile? Chissà! Gli riesce benissimo questa parte, ce l’ha scritto in faccia. Eccellente interpretazione.
Di Isabella Ragonese che dire? Boh. In mi era piaciuta molto. Qui non saprei; forse recita in poche scene per poterla valutare. Ad ogni modo mi si lasci dire che non basta un cuscino sotto la maglietta per dare l’idea che una donna (peraltro giovane e in perfetta forma fisica) sia incinta.

Altra cosa buona della pellicola: lo spaccato di una Roma di periferia che soffre e che lavora (anche ai margini della legalità) e di cui putroppo poco si racconta. Si potrebbe azzardare parallelismi tra questo film e il neorealismo del dopoguerra ma si farebbe il solito sciocco gioco dei critici cinematografici professionisti. Per questa volta, dunque, soprassediamo.

Devo essere sincero: a me la musica di Vasco Rossi non è mai piaciuta, perciò qui l’ho trovata un po’ fastidiosa e ruffiana (se si pensa a quanti milioni di fan abbia questo artista in Italia). Però bisogna ammettere che usare questo espediente (musicale) e quello delle gitarelle al centro commerciale (ambientale) per tracciare il profilo della tipica famiglia italiana di oggi è una bella trovata. Un po’ stereotipata, forse, ma con un deciso fondo di verità. Stessa cosa dicasi per il desiderio espresso dai protagonisti di andare a trascorrere le vacanze estive a Rimini o in Costa Smeralda (Sardegna).
Nota: la sceneggiatura, oltre che di Luchetti stesso, è di Sandro Petraglia e Stefano Rulli.
Voto totale: 6.

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La scheda di e quella di .


11
feb 09

N – Io e Napoleone

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N - Io e Napoleone

N – Io e Napoleone

di Paolo Virzì (Italia, 2006)
con Elio Germano, Daniel Auteuil, Sabrina Impacciatore,
Monica Bellucci, Francesca Inaudi, Valerio Mastandrea,
Massimo Ceccherini, Omero Antonutti, Maragrita Lozano

Simpatico film di Paolo Virzì ambientato nell’isola d’Elba. Una specie di commedia a fondo storico, diciamo.
Martino Popucci, un giovanissimo maestro elementare viene allontanato dalla scuola in cui insegna perché beccato dal preside a ‘sobillare’ le giovani menti dei suoi allievi con teorie considerate eccessivamente libertarie ed sovversive. In pratica il ragazzo, che odia a morte Napoleone, va su tutte le furie quando viene a sapere che l’Imperatore viene mandato in esilio proprio sull’isola in cui abita e che per giunta i suoi concittadini hanno intenzione di servirlo, riverirlo, arrivando persino a volerlo incoronare Re dell’isola. Il caso, però gli riserverà una sorpresa: Napoleone, appena sbarcato, lo vorrà al suo fianco in qualità di assistente addetto a raccogliere le sue memorie dell’esilio – una specie di biografia popolata di massime ed anedotti sul personaggio. Questa apparirà agli occhi di Martino come un’ottima occasione per attentare alla vita dell’Imperatore – sua ossesione da sempre – eppure una crescente simpatia per l’uomo-Napoleone e il succedersi degli eventi non gli permetteranno di compiere il suo volere. Anzi, si sentirà tremendamente in colpa nel momento in cui non riuscirà a salvare dalla fucilazione il suo vecchio maestro che invece aveva avuto più coraggio nel cercare di assasinare il nemico.
Elio Germano in questo film raggiunge picchi di simpatia incredibili. Soprattutto quando perde le staffe poiché sopraffatto dalla sorte avversa o dalla propria incapacità di essere coerente.
Sabrina Impacciatore e Valerio Mastandrea recitano molto bene. Forse non sono credibilissimi nell’usare il dialetto toscano, ma risultano squisitamente simpatici. Lei fa la parte di Diamantina, la sorella zitella del protagonista, lui interpreta Ferrante, il fratello maggiore, il capofamiglia severo e premuroso che naufraga durante un viaggio d’affari.
Fa piacere notare che Ceccherini riesca a strappare diversi sorrisi, pur non usando il suo solito umorismo volgare. Buffissimo nei panni di Cosimo Bartolini, il banditore di sua maestà.
Daniel Auteuil rende forse troppo umano il personaggio di Napoleone. Forse il suo processo di umanizzazione e normalizzazione di un personaggio assurdo come quello è eccessivo, ma bisogna ammettere che recita da attore navigato. Ottima scelta di cast.
Nonostante il suo personaggio dovrebbe avere origini napoletane, Monica Bellucci torna un po’ alle origini, sfoggiando una specie di dialetto ciociaro, quasi da centro italia – non dimentichiamo infatti che l’attrice è originaria di Città di Castello.
A Francesca Inaudi la produzione ha riservato il ruolo della servetta bruttarella e stupidina, segretamente innamorata del giovane protagonista.
Omero Antonutti, invece, veste i panni del maestro saggio ed anziano, sano promulgatore di idee liberarie, che cerca di mettere giudizio nella mente fervida del giovane Martino, promesso omicida, ma che finisce poi per compiere egli stesso un atto criminale da fuori di testa.
Nota: il soggetto è tratto dal romanzo “N” di Ernesto Ferrero, mentre la sceneggiatura l’ha curata lo stesso Virzì con Furio Scarpelli, Giacomo Scarpelli e Francesco Bruni.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


22
dic 08

Come Dio comanda

Come Dio comanda

di Gabriele Salvatores (Italia, 2008)
con Filippo Timi, Elio Germano,
Fabio De Luigi, Alvaro Caleca,
Vasco Mirandola, Angelica Leo,
Ludovica di Rocco, Alessandro Bressanello

Questa pellicola mi ha sostanzialmente deluso. Mi aspettavo molto di più dall’accoppiata Salvatores/Ammaniti, dal momento che qualche anno fa ci aveva regalato quella perla di “Io non ho paura”.
Per gran parte della durata del film sembra di stare ad assistere ad una brutta copia de “La ragazza del lago”. C’è la giovane vittima di violenza, c’è il morto, c’è il lago, ci sono le montagne, c’è il picchiatello, ecc.

Eppure sono sicuro che l’idea di partenza fosse completamente differente.
Disclaimer: non ho letto il libro di Ammaniti da cui questa pellicola è stata tratta. E spero che sia decisamente meglio della sua resa sul grande schermo. Forse ha ragione il mio amico Sergio che, uscendo dalla sala ha detto “Qui la trama è piena di buchi”. Forse ha ragione. Forse no. Forse il problema non sta tutto nella trama. A me, ad esempio, non sono piaciute molto le prime battute in cui la camera da presa ‘sta troppo addosso ai protagonisti’. Troppi primi piani, troppi zoom, troppo camera a spalla. Potrebbe essere un’impressione mia, lo ammetto. Forse il disagio mi è stato causato dalla minima distanza tra la mia poltroncina e lo schermo. Ma andiamo oltre.
“Come Dio comanda” racconta di un forte legame tra padre e figlio. Di un ragazzo padre fascista e razzista – porta una croce celtica sull’avambraccio -  e di un ragazzino quattordicenne. Il primo si prende cura del secondo in un modo che ha qualcosa di morboso. Della madre non sappiamo nulla. Non c’è e questo ci deve bastare.
Con loro bazzica sempre un picchiatello (sapientemente interpretato da Elio Germano), un tipo sotto i 30 anni che è rimasto scioccato dopo essere entrato in contatto con i cavi dell’alta tensione che erano rimasti scoperti: praticamente un invalido del lavoro. Si può leggere qui una certa polemica sociale? Forse. Ma non pare essere il focus del racconto.
Rino Zena, il padre, e il picchiatello detto Quattroformaggi hanno difficoltà a trovare lavoro. A detta loro i lavori in miniera sono affidati tutti a stranieri, gente slava, gente di colore, ecc. Rino tra l’altro è un mezzo alcolizzato che istiga suo figlio all’odio e alla violenza. E’ una padre continuamente a rischio: i servizi sociali potrebbero dividere padre figlio da un momento all’altro per tutta questa serie di problemi (alcol, disoccupazione, istigazione al razzismo, cattiva educazione, scarse condizioni igieniche dell’abitazione, ecc.) Dunque Rino vive e fa vivere suo figlio Cristiano sempre con l’ansia dell’imminente distacco. I due sono molto affezionati, fanno affidamento l’uno sull’altro, per cui il rischio di separarsi viene vissuto in maniera molto problematica, con ansia, rabbia e dolore.
Non mi va di raccontarvi tutto però fate conto che ad un certo punto, il Quattroformaggi il matto, un onanista cronico che al tempo stesso è anche religiosissimo, sfoga i suoi bisogni sessuali su di una ragazza – proprio quella di cui è innamorato il piccolo Cristiano. La cosa si connota di una certa violenza e per di più la storia si complica perché in soccorso dello spaesato Quattroformaggi accorre il il violento Rino.
A questo punto lasciatemi dire tre cose.
1. Ho trovato alcune assurdità nella trama, come ad esempio il fatto che un ragazzino possa trascinare via due corpi praticamente senza vita, che possa guidare di notte per la prima volta, sotto un accquazzone biblico e con la strada oltremodo sdrucciolevole. Che lo stesso ragazzino poi sia così scaltro da occultare un cadavere, imballandolo in cellophane trasparente e scotch da pacchi. Forse Ammaniti si è fatto influenzare un po’ troppo da Twin Peaks.
2. Gli attori sono sostanzialmente bravi. Tutti. Ma questa volta non basta la bravura del cast a tenere in piedi il film.
Filippo Timi è perfetto nella parte del quasi-quarantenne neo-nazista, con l’odio negli occhi e la violenza nella testa. L’aiuto del trucco gli permette di avere faccia e fisico tipico del ruolo che gli è stato affidato. Complimenti.
Come già detto poc’anzi, Elio Germano è adattissimo al ruolo del picchiatello. Riesce a tirar fuori certe espressioni che rendono bene l’idea del ragazzo a cui mancano alcune rotelle.
Fabio De Luigi se la cava. Niente da eccepire. Ma la sua resta una faccia da commedia: troppo simpatico per i film drammatici. Lo dico senza polemica e con tutto il rispetto per questo attore che adoro e stimo.
Forse l’attore più bravo di tutti, comunque, resta il ragazzino: Alvaro Caleca – credo per la prima volta sullo schermo. Si comporta praticamente da grande professionista, pur non essendo il suo un ruolo molto facile. Speriamo di rivederlo presto in altri film.
Buona scelta di cast anche per Angelica Leo, una ragazzina caruccia e simpatica, ma non bella in modo appariscente. Credo che fosse esattamente ciò che il ruolo richiedesse.
3. Ho trovato la colonna sonora non adeguata a raccontare le immagini ed in alcuni casi anche ruffiana, cioè che ammicca allo spettatore con brani conosciuti – vedi ad esempio “She’s the One” di Robbie Williams ed una cover di “Knockin’ On Heaven’s Door”.
Giudizio complessivo: negativo. Se durante le prossime vacanze natalizie vi venisse voglia di andare al cinema, fareste meglio a scegliervi un’altra pellicola.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


13
nov 08

Il passato è una terra straniera

Il passato è una terra straniera

di Daniele Vicari (Italia, 2008)
con Elio Germano, Michele Riondino,
Chiara Caselli, Valentina Lodovini, Daniela Poggi,
Marco Baliani, Antonio Gerardi, Federico Pacifici,
Maria de la Salud Jurado, Romina Jr. Carrisi,
Dante Marmone, Mino Barbarese

Premessa: non ho letto il romanzo omonimo di Gianrico Carofiglio da cui questo film è stato tratto, per cui non aspettatevi paragoni con la pellicola.
Volendo riassumere un’unica opinione sull’intero film potrei dire che si tratta di un’occasione mancata. Per tre quarti la storia è avvincente, raccontata bene, riesce a suscitare vivo interesse nello spettatore ma poi sul finale tutto si sgonfia, perde ritmo, diventa ingiustificato. Peraltro l’uso di un flashback totale come artificio narrativo risulta un po’ abusato e nemmeno funziona alla perfezione, dal momento che non è perfettamente circolare. Ossia: se non ci fosse stato il codino di chiusura extra-flashback, sarebbe stato meglio.
Grazie ad una grande abilità nel barare, due ventenni baresi riescono a guadagnare un sacco di soldi, entrando nel giro dei tavoli di poker clandestino della città. Il primo, Giorgio, è un giovane di estrazione medio-borghese, studia giurisprudenza all’università, ha una ragazza e frequenta un giro di feste della Bari bene. L’altro, Francesco, è un tipetto molto particolare: anche se di estrazione popolare è ben inserito nello stesso giro di feste che frequenta Giorgio. Grazie al suo fascino riesce ad avere molto successo con le donne, inoltre è abilissimo nel maneggiare le carte.
I due si conoscono per caso, ad una festa. L’amicizia sboccia molto facilmente quando Giorgio scatena una rissa e prende le difese di Francesco, al fine di toglierlo da una brutta situazione. Pian piano i due inizieranno a frequentarsi molto assiduamente, Francesco inserirà Giorgio nei bassifondi della città, in un giro di poker clandestino, insegnandoli tutti i trucci del baro. La brillante coppia in pochi mesi riuscirà a spillare decine di migliaia di Euro a decine di ‘polli’ baresi della più varia estrazione sociale. Parteciperanno anche ad un torneo strutturato (del tipo di quelli che si vedono in tv) anche se completamente illegale. Qui Giorgio vincerà in finale contro Maria, un’affascinante donna sposata molto ricca e annoiata. Tra i due nascerà una grande passione – anch’essa clandestina – che si consumerà nella villa di lei con assidua frequenza.
Ed è a questo punto che il film, che sembrava avviato verso uno splendido climax, prende invece la china e si perde in una serie di passaggi insensati, non spiegati, raffazzonati, buttati lì solo per arrivare a mettere sullo schermo il cartello “Fine”.
I due amici partono per Barcellona, compiono cioè un lungo viaggio in auto per andare a comprare un panetto di 2 chili di cocaina da rivendere poi in città. E’ il loro sogno nel cassetto, il modo per svoltare, un modo apparentemente semplice per raggranellare un sacco di grana in poco tempo. Francesco pare deciso, Giorgio meno. Ma ormai l’influsso negativo del primo ha il sopravvento sulle ultime remore del secondo. Ormai Giorgio ha tirato fuori tutta la sua violenza repressa. Il momento più alto lo si è già visto qualche minuto prima quando Giorgio ha picchiato con foga animalesca un creditore, un misero avvocato di mezza età che aveva perso 3500 Euro al tavolo da gioco.
Durante il soggiorno a Barcellona conoscono Angelica, una barista molto carina, che li porta a fare un giro nella città spagnola del divertimento per antonomasia. Il mix di alcool, droghe e senso del potere è così forte ed improvviso che lo sballo dei due ragazzi ha una funesta conseguenza: in un raptus di eccitamento, infatti, arrivano a compiere violenza sulla ragazza.
A questo punto si scopre che Franscesco è un uomo con disturbi della sessualità e un violento, nonostante nel film nessun segnale avrebbe potuto farlo sospettare. Lo spettatore si trova di fronte a qualcosa di completamente inaspettato e del tutto privo di senso. Viene anche il sospetto che si voglia mettere in relazione l’appartenenza all’ambiente malavitoso con una certa tendenza alla violenza.
I due attori protagonisti recitano abbastanza bene anche se, tra i due, io ho preferito Michele Riondino, la sua è una faccia molto indicata per il ruolo che ha interpretato. Un volto furbetto, non bello ma piacente, che sprizza arguzia e paraculaggine – eccezion fatta per le ultime battute della pellicola dove viene invece truccato come un cadavere. Altra nota dolente: perché il personaggio violento viene sempre rappresentato come un pazzo, uno sconvolto, uno che ha perso l’anima, che è fuori di sè? Perché il violentatore, invece, non appare mai sullo schermo come un uomo che esercita un tipo di violenza lucida e consapevole?
Unico neo per Germano: perché non ha cercato di recitare in barese? A Bari tutti hanno l’accento della città, non importa se appartengono al più infimo dei bassifondi o se siano la crema della società cittadina. Con quell’italiano ‘plain’, senza quasi alcuna inflessione ha rischiato di apparire un po’ fasullo, o meglio irreale.
Chiara Caselli non piace. Sarà anche una brava attrice ma in questo caso, secondo me, si rivela una scelta sbagliata. Dovrebbe rappresentare una femme fatale, una superdonna matura ed allo stesso tempo estremamente affascinante. Non ci siamo. Secondo me non ci riesce. Comunque tanto di cappello a lei e a Germano per la lunga e concitata scena di sesso sul pavimento.
Bellina Maria de la Salud Jurado. Non una dea ma apprezzabile. Speriamo di vederla presto in altre pellicole.
Risate a scena aperta per le facce di Dante Marmone e di Mino Barbarese. In particolare per il ciuffo rockabilly del primo e per la frase con cui il secondo esce di scena “Ma vett a ffè vdaij da nu prevt spigghiàt!!! (Vai a farti vedere da un prete che ha abbandonato il sacerdozio, perché sei così fortunato che forse ti hanno fatto una fattura benevola)
Buona prova di recitazione anche per Valentina Lodovini, nei panni della giovane barista che per un pelo rischia di subire una violenza sessuale nelle buie viuzze baresi.
Mi ha fatto molto piacere vedere sul grande schermo Antonio Girardi, uno speaker radiofonico di Radio Kiss Kiss che nei primi anni ’90 ho avuto modo di apprezzare sulle frequenze di RadioNorba.
Romina Jr. Carrisi (la figlia di Al Bano) ha un ruolo piccolo ed incosistente ma non se la cava poi così male. La vediamo nei panni della ragazza di Giorgio, una tipetta insulsa e cicciottella tutta presa dai suoi amici della Bari bene e dai regali.
Un plauso a chi ha scelto le location. Praticamente perfette. Che l’azione fosse ambientata a Bari (o comunque nel barese) era chiaro. Chi in quei posti ci vive, guardando il film non ha alcuna sensazione di straniamento o irrealtà. Bravi davvero!
Nota: Daniele Vicari è il regista di “Velocità massima”, un film con protagonista Valerio Mastandrea di cui ho sentito parlare molto bene ma che non ho ancora avuto occasione di vedere.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.