Posts Tagged: drammatico


22
apr 11

I segreti di Brokeback Mountain

I segreti di Brokeback Mountain
(Brokeback Mountain)

di Ang Lee (USA, 2005)
con Jake Gyllenhaal, Heath Ledger, Randy Quaid,
Michelle Williams, Anne Hathaway, Valerie Planche,
Tom Carey, Dan McDougall, Anna Faris, Roberta Maxwell

1963. Ennis Del Mar e Jack Twist, due giovani cowboy che hanno un grosso bisogno di denaro, decidono di trascorrere un’estate pascolando pecore in montagna, su a BrokeBack Mountain, appunto. L’incarico è molto faticoso, male retribuito e costringe i nostri a diversi mesi di solitudine. L’isolamento e la vita a stretto contatto farà sbocciare tra i due ragazzi una grossa amicizia, qualcosa di così grande e sincero che in poco tempo si trasformerà in vero amore. I due diventano dunque amanti. Sì, avete capito bene, è di amore omosessuale che stiamo parlando. Il cattivo tempo, però, costringe il padrone delle pecore a chiudere anticipatamente la stagione del pascolo per cui Ennis e Jack sono costretti a scendere dal monte e separarsi, senza nemmeno aver il tempo per capire fino in fondo l’intensita dei propri sentimenti.
Passano 4 anni, entrambi si sposano e fanno figli. Poi un giorno Jack scopre dove vive Ennis e gli manda una cartolina, a cui poi segue una risposta entusiasta. Il rapporto bruscamente interrotto, insomma, riprende in men che non si dica, il fuoco della passione comincia a bruciare di nuovo. Jack e Ennis tornano a vedersi, anche se di nascosto dalle loro famiglie. Due o tre volte all’anno fingono di andare a pesca insieme, si isolano dal mondo, vanno in qualche bosco o su qualche montagna, cioè tornano per qualche giorno a fare la vita che facevano su a Brokeback. Solo così riescono a vivere il loro amore segreto, al riparo da occhi indiscreti e menti bigotte. In un primo momento Jack vorrebbe abbandonare tutto e fuggire via con Ennis ma questi ha paura della sua stessa omosessualità a causa di un grave trauma infantile per cui non se ne fa nulla. Il progetto viene abbandonato. La storia d’amore comunque durerà a lungo, anche se tra mille alti e bassi.
Non male come film. Pensavo peggio. Voto: 6 e mezzo. Pellicola di grandi sentimenti. Amore omosex tra i monti: idea originale. Buona recitazione da parte di entrambi i protagonisti. Jake Gyllenhaal non mi sta propriamente simpatico ma bisogna dire che in questo caso offre una buona prova. Forse Ledger recita anche meglio ma, si sa: non è mai bello fare paragoni.
Anne Hathaway l’ho trovata bella e sexy come sempre. Il ruolo di mogliettina country tutta messinpiega e calcolatrice la rende molto buffa. Ma va detto che anche lei se la cava.
Michelle Williams invece mi ha stupito, in positivo. Me la ricordavo molto frivola in Dawson’s Creek ma qui sfodera grandi doti d’attrice drammatica. Molto brava. Ripeto: non me l’aspettavo.
Anna Faris ha un piccolo cammeo nella parte di un’oca estremamente ciarliera, una specie di amica di famiglia stupidina che diverrà l’amante di Jack. Personaggio comunque poco rilevante ai fini della storia.
Colonna sonora ovviamente country. Leggi: chitarre acustiche a profusione. Ritmi lenti e malinconici.

Guarda qui il trailer in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quellla di MyMovies.it.


15
ott 10

California Poker

California Poker
(California Split)

di Robert Altman (USA, 1974)
con Elliott Gould, George Segal,
Ann Prentiss, Gwen Welles, Edward Walsh, Joseph Walsh,
Jeff Goldblum, Jay Fletcher, Barbara Ruick, Bert Remsen

Film a metà strada tra la commedia e il dramma.
Due uomini si conoscono per caso, una sera, ad un tavolo di poker. Quando, poche ore dopo, si re-incontrano al bancone di un bar, davanti ad notevole numero di birre, scoprono di avere in comune la passione per le carte e diventano subito amici. L’uno, Bill Denny, è una specie di scrittore simil-playboy molto fanullone. L’altro, Charlie Waters, è un perdigiorno che vive alla giornata grazie a piccole truffe e che spilla un po’ di soldi a due giovani prostitute con cui vive.
Ad accomunarli non c’è solo la passione per il poker ma anche per le scommesse, di qualsiasi tipo, e la bella vita. Passano infatti le loro migliori giornate all’ippodromo a scommettere sui cavalli e a festeggiare le loro vincite con le due coinquiline di Charlie. Il momento più drammatico del film arriva quando Charlie scompare improvvisamente, lasciando Bill solo e completamente al verde. Un periodo nero, il suo, aggravato dalle pressioni dello strozzino a cui ha chiesto soldi, che gli chiede di rientrare dei debiti accumulati in un anno.
A questo punto, però, Charlie magicamente ri-appare dal nulla, dichiara di essere stato lontano per altre scommesse, di aver perso molto ma di aver mantenuto il buonumore. I due discutono un po’ ma ci mettono pochissimo a rifare pace. Dunque si ricongiungono e fanno un viaggio insieme a Reno in cerca di rivalsa. Al tavolo verde avranno tanta fortuna, vinceranno un sacco di soldi (82 mila $) giocando a poker, a dadi e a Black Jack, grazie soprattutto all’ostinazione di Bill. La coppia, però, prenderà anche coscienza che la loro amicizia è arrivata al capolinea.
Non so perché Elliot Gould m’è sempre stato simpatico. Qui interpreta ottimamente un cazzaro maniaco della scommessa che prende la vita alla leggera, nel modo più semplice possibile, accettando di buon grado persino le cose brutte che la vita gli riserva come pestaggi, rapine e brevi carcerazioni.
George Segal qui interpreta il ruolo del bel tenebroso. Ottimo contraltare, dal momento che era chiamato a far coppia con l’allegra esuberanza di Gould.
Per Jeff Goldblum solo un brevissimo cammeo nei panni di Lloyd Harris, il giovane titolare della casa editrice in cui lavora Bill.
Voto: 6. Sufficiente.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


11
mag 10

La tragedia di un uomo ridicolo

La tragedia di un uomo ridicolo

di Bernardo Bertolucci

(Italia, 1981)

con Ugo Tognazzi, Anouk Aimée,
Laura Morante, Ricky Tognazzi, Victor Cavallo,

Renato Salvatori, Vittorio Caprioli

Devo essere sincero: questo è un film che non ho capito. Sarà un limite mio ma il finale è troppo “aperto”, non spiega nulla, lasciando troppo all’immaginazione dello spettatore. Chissà perché.
La trama: Primo Spaggiari è un ricco imprenditore sessantenne della provincia di Parma. Vive con sua moglie in una grande casa di campagna, attigua al caseificio di cui è proprietario. Un giorno suo figlio Giovanni viene rapito da alcuni sconosciuti mentre sta tornando a casa in macchina. Il caso vuole che Primo assista incredulo alla scena dal terrazzo di casa perché proprio in quel momento stava osservando l’orizzonte con un binocolo. Da quel momento la vita di Primo e di sua moglie cambieranno radicalmente. Non sapranno come comportarsi di fronte a questa immane sciagura. Il loro primo pensiero è quello di vendere tutti i loro averi, caseificio in primis, per ragranellare il denaro atto a soddisfare le richieste dei sequestratori. Più avanti invece optano per farsi prestare a strozzo da dei notabili locali l’invidiabile cifra di un miliardo di Lire. Nel frattempo le loro esistenze vengono sconvolte anche dalla stretta sorveglianza che gli riserva la polizia, dalle strane lettere autografe di loro figlio che arrivano per conto dei sequestratori e dalla presenza di una ragazza che si identifica come la fidanzata di Giovanni e di una specie di operaio con la vocazione per il sacerdozio. Col passare dei giorni Primo scoprirà anche – suo malgrado – di non conoscere affatto suo figlio. Una delle rivelazioni più sconvolgenti sarà la vicinanza di Giovanni a gruppi dell’estrema sinistra rivoluzionaria.
C’è un sottotesto politico (neanche poi tanto “sotto”) che mi sfugge. Il periodo storico rappresentato è quello che viene definito “gli anni di piombo” ma il film vuol essere di condanna o uno sberleffo alla potenza rivoluzionaria delle nuove generazioni? L’uomo ridicolo del titolo è il protagonista: molto probabilmente è questa la figura che il film vuole prendere di mira, ma non è forse vero che, così come viene rappresentato, suscita nello spettatore anche un certo senso di epatia? Non si prova compassione per un genitore dilaniato dalla tragica fine del suo unico figlio?

Tognazzi in queste prove rendeva lampante il concetto per cui anche un grande comico è capace, se lo vuole, di rendere sublime un’intrerpretazione drammatica.
Anouk Aimée riesce a dare con grande profondità il senso di dolore che una madre prova per la disgrazia di suo figlio. I modi da gran signora, il fascino elegante e l’apparente distacco sentimentale sono tre elementi fondamentali che rendono questa interpretazione magnifica.

Molto buona la scelta di prendere Victor Cavallo per il ruolo dell’addetto al letamaio. Semplice, non sofisticato, quasi rozzo, con marcato accento romano (nonostante il film sia ambientato in Emilia Romagna) dà bene l’idea della classe operaia.

Laura Morante in una delle sue prime grandi prove d’attrice se la cava egregiamente. Nonostante la scena di nudo, la bellezza qui non è sicuramente uno dei suoi punti di forza. Ha dimostrato invece di saper affrontare e affiancare con dignità un attore di gran carriera come Tognazzi. Non deve essere stato semplice recitare con un gigante così, soprattutto nelle scene tête-à-tête.

Ricky Tognazzi appare in pochissime scene. Praticamente inutile. Potevano prendere anche un altro, sarebbe andato bene ugualmente. Forse il suo unico plus è stato l’essere sul serio il figlio del protagonista non per il presunto nipotismo ma per la ovvia somiglianza.

Vittorio Caprioli, nei panni del maresciallo dei Carabinieri, incarna la linea comica: un elemento di cui si sarebbe potuto francamente fare a meno.
Nota: l’immagine che vedete in alto non è la locandina del film ma la copertina del disco che contiene la colonna sonora. Le musiche sono del M° Ennio Morricone.

La scheda di e quella di .


30
gen 10

Tra le nuvole

Tra le nuvole

di Jason Reitman

(Usa, 2009)
con George Clooney, Vera Farmiga,
Anna Kendrick, Jason Bateman, Danny McBride,
Melanie Lynskey, Amy Morton, Sam Elliott, J. K. Simmons,
Zach Galifianakis, Chris Lowell, Adam Rose, James Anthony,
Dave Engfer, Steve Eastin, Marvin Young, Lucas MacFadden

Una pellicola a metà strada tra il genere drammatico e alcune brillanti trovate da commedia. Di fondo c’è un dramma ma in alcuni frangenti si sorride abbondantemente.
Voto complessivo: 7 e mezzo.
Una garanzia: il regista è lo stesso di altri 2 film che mi sono molto piaciuti: “Juno” e “Thank You For Smoking”.
“Tra le nuvole” racconta di Ryan Bingham, un tagliatore di teste tra i 40 e 50 anni, un uomo di bell’aspetto, un manager che si direbbe di successo, uno che per mestiere licenzia il personale di grandi società. Avete capito bene: licenziamenti in outsourcing. Non è un’invenzione del film, ne esistono davvero. Il dramma di Ryan è che non ha una vita. O meglio la sua vita è viaggiare. Passata gran parte del suo tempo su voli interstatali. Gira in lungo e in largo il territorio degli Stati Uniti per lavoro. A casa ci sta pochissimi giorni e, ovviamente, non ha alcun legame sentimentale. Poi un giorno, per caso, nella hall di un albergo incontra Alex, una bella donna che ha il suo identico tenore di vita. Immediatamente scatta il colpo di fulmine. I due prima si raccontano con divertito cinismo le idiosincrasie delle loro originali vite e subito dopo vanno dritti al sodo: fanno sesso. Un sesso sano, schietto e fine a se stesso, privo di alcun legame sentimentale. Almeno questo è quello che sembra in un primo momento.
Durante gli stessi giorni Ryan deve anche affrontare un problema professionale: la sua azienda ha intenzione di richiamare tutti gli agenti sparsi in giro per il territorio e farli lavorare dalla sede principale attraverso un software di videoconfereza 1-to-1. L’ideatrice del progetto è Natalie Keener, una giovane laureata da pochissimo, molto ambiziosa e antipatica, una ragazzina alquanto presuntuosa che, però, viene sgamata ben presto da Ryan. La novellina non ha mai licenziato nessuno, né ha la pellaccia dura abbastanza per farlo sul serio, di persona, face-to-face. Il risultato di questo exploit è che il grande capo decide di mandare in giro anche lei tagliare teste, affiancandole l’esperto Ryan come guida/istruttore.
Il problema di Ryan a questo punto, consiste non tanto (e non solo) nel doversi scarrozzarsi in giro la “signorina so tutto io”, quanto piuttosto nel dover rinunciare a quella vita solitaria da girovago senza casa, senza meta e senza metà. Uno stile di vita che, comunque, ormai a lui piace. Ma piace sul serio. Non potrebbe viverne senza. Questa è proprio la sua filosofia di vita, qualcosa che ha abbracciato a tal punto da arrivare ad insegnarlo nelle conferenze motivazionali che tiene – facendo buffamente uso di uno zainetto come simulacro per le metafore esplicative. Tornare a casa, a Omaha nel triste Nebraska, per Ryan sarebbe quindi un duro colpo da mandare giù, poiché lo costringerebbe a ripensare a tutta la sua vita, a tutte le sue teorie.
La recitazione di George Clooney è fuori da qualsiasi discussione. L’attore ha la faccia e l’età giusta per il ruolo – una volta si sarebbe detto il “phisique du role”. Siamo in presenza di un aplomb perfetto per interpretare un uomo rassegnato a vivere da nomade, passando da aeroporto ad aeroporto senza colpo ferire, uno che ha scavallato la condizione svantaggiosa della irrecuperabile solitudine, finendo per adagiarsi dentro di essa e farla diventare addirittura un plus, uno status che finge di condividere, di avallare e  di aver adottato come stile di vita con cognizione di causa. Credo che, in fondo, il senso del film sia tutto qui.
Vera Farmiga è una donna piena di classe. Certo, qui il trucco, l’acconciatura e gli abiti la aiutano molto, ma diciamo che sotto c’era già una bella donna. Una che non mi farebbe perdere la testa ma – devo ammettere – decisamente fascinosa. Nei panni della donna in carriera si trova perfettamente a suo agio. Vi invito a notare il modo in cui lancia delle occhiate silenziose, in cui muove le mani o in cui cammina. Dettagli studiatissimi che appaiono estremamente naturali e, perciò, riuscitissimi. D’ora in poi, vedrete, ad Hollywood la chiameranno per qualsiasi grande produzione che preveda il ruolo di una signora di classe. Bravissima.
Anna Kendrik fa la gnappetta rampante, Natalie, la giovane neolaureata che non vede l’ora di divorare il mondo con la propria supponenza. Una che crede di aver capito tutto degli affari e della vita, che è seduta tranquilla nelle proprie convinzioni borghesi da “American Dream” ma che cade come un castello di carta al primo importante sgambetto. Fare la piagnona è nelle sue corde ma bisogna dire che recita decisamente bene anche in tutte le altre situazioni della pellicola- Peccato per quelle odiose sopracciglia, troncate sull’arco dell’orbita oculare. Trucco e parrucco: da rivedere.
Jason Bateman è il simpaticone di sempre, anche se il suo non è un ruolo propriamente leggero. Gli abiti del supermanager gli scendono benissimo. Ormai può recitare un ampia gamma di ruoli: buon per lui, di certo in futuro il lavoro non gli mancherà.
Una citazione di merito anche per J. K. Simmons che intrepreta uno dei poveracci (di mezza età) che viene licenziato dai tagliatori di teste. Lo ricordate nella saga di film di Spiderman? Lì interpretava il buffo e scorbutico direttore del giornale per cui lavora Peter Parker (Daily Bugle), qui invece tiene benissimo un primo piano alquanto drammatico, successivo alla notizia del licenziamento. Bravo mestierante.

Sam Elliott è sempre più buffo con qui baffoni. Ricordate l’uomo seduto al bar nelle prime scene de “Il grande Lebowski”? Beh, qui interpreta un bonario pilota di jet e riesce a strappare alcuni sorrisi sornioni.

Nota musicale: durante una festa aziendale a cui partecipano di straforo i protagonisti si può ascoltare il pezzo “O. P. P.” dei Naughty by Nature e “Bust A Move”, interpretata dal vivo, sul palco, da Young Mc in persona.

Ah, il sottotitolo “La storia di un uomo pronto a prendere il volo” lo trovo decisamente fuorviante.
La locandina, senza quell’enorme cartello nero, sarebbe potuta essere carina.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


10
dic 09

A serious man

A Serious Man

A serious man

di Joel Coen ed Ethan Coen (Usa, 2009)
con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed,
Sari Lennick, Adam Arkin, Aaron Wolff, Jessica McManus,

Brent Braunschweig, David Kang, Benjy Portnoe,
Jack Swiler, Andrew S. Lentz, Jon Kaminski Jr, Ari Hoptman,
George Wyner, Fyvush Finkel, Katherine Borowitz, Steve Park,
Amy Landecker, Allen Lewis Rickman, Raye Birk, Peter Breitmayer,
Stephen Park, Simon Helberg, Alan Mandell

Veniamo subito al dunque: questo film mi ha deluso molto. Sono un beniamino dei fratelli Coen. Li trovo grandi registi ma questa volta non hanno saputo “regalarmi un’emozione” (come si dice in gergo). Forse sono entrato in sala con aspettative molto alte. Chi lo sa?! Forse mi aspettato tutt’altro. Forse non ho capito io il film – perché uno queste domande se le pone pure. Non lo saprei dire con certezza. Sicuramente, però, sono uscito dal cinema con l’amaro in bocca, con la sensazione che qualcosa non abbia funzionato, che la storia fosse perlomeno incompleta (con quel finale, poi!)
Quando sono arrivato al cinema non sapevo nulla della trama, nulla dell’attore protagonista, nulla di nulla, se non che questo fosse il nuovo film dei fratelli Coen. Punto.
Devo essere sincero: dopo il primo quarto d’ora ho pensato addirittura di aver sbagliato sala. L’introduzione è stranissima, a tutt’ora non l’ho capita. Siamo ai primi del 1900 in Polonia (credo): una coppia di ebrei (un lui e una lei, marito e moglie) riceve la visita inaspettata di un vecchio, un conoscente che credevano morto. La donna è talmente supestiziosa che cerca di uccidere con una coltellata all’addome quello che lei crede essere uno spirito maligno. ll vecchio scappa via e sparisce nella notte. Di lui non sapremo più nulla. Il prologo finisce qui ed inizia finalmente il film.
“A Serious Man” racconta di un professore di fisica quarantenne, il sig. Larry Gopnik, nell’america degli anni ’60. Larry Gopnik è un uomo molto ma molto ma molto sfigato; ha origini ebraiche, una famiglia come tante (forse) e tanti problemi. Per fare solo un paio di esempi: 1. un suo studente di origine asiatica cerca di corromperlo con una busta piena di soldi, al fine di avere un buon voto e non perdere così la borsa di studio; 2. la moglie del professore lo tradisce con un vecchio amico di famiglia vedovo e più anziano. Ma queste due sfighe sono solo la punta dell’enorme iceberg di sfortuna che si abbatte sul prof. Larry Gopnik (il protagonista).
A mio modo di vedere “A Serious Man” è una storia raccontata sul grande schermo che ti vuole solo dire “alla sfortuna non c’è mai fine”. La vita è cattiva, lo sappiamo. Vivere sulla terrà è insostenibile? Più o meno il messaggio è questo. Forse si potrebbe ipotizzare più un tentativo di rappresentare al cinema il cosiddetto primo assioma delle leggi di Murphy: “Se qualcosa può andar male, lo farà”. Ma forse sono troppo inclemente.
Forse il messaggio è di tipo sovrannaturale/superstizioso, forse la maledizione del vecchio accoltellato in Polonia si è riversata, generazioni dopo, sul suo lontano discendente. Mah.
Passiamo agli attori. La scelta del cast è eccellente. Anche per questioni somatiche.
Michael Stuhlbarg è bravissimo nel ruolo del protagonista. Ha mille espressioni diverse per ogni sventura che capita al suo personaggio; riesce a comunicare un ventaglio di emozioni davvero molto esteso che va dall’estasi da marijuana allo sconforto più totale – che sfocia nel pianto disperato.

Buona prova anche per l’attrice nel ruolo della moglie del prof. (Sari Lennick) e per i due figli (Jessica McManus e Aaron Wolff).
Richard Kind è un perfetto uomo medio, un americano medio di mezza età. La parte del fratello mezzo scemo del protagonista gli calza a pennello. La trovata del sebo da drenare è disgustosamente geniale.
David Kang nel ruolo del giovane studente orientale finto-tonto è buffissimo. Stessa cosa dicasi per Fred Melamed, che interpreta l’amante della moglie del professore: un omone barbuto che, parlando lentamente e con convinzione, riesce a mettere soggezione in chi lo ascolta.
Non ricordo dove altro ho visto recitare George Wyner ma lo trovo sempre e comunque molto elegante. Qui interpreta un rabbino molto stimato nella comunità in cui vive il prof. Gopnik.
Ecco, una cosa molto importante che dovete sapere: se non sapete nulla della religione ebraica, e di tutta la cultura annessa, questo film decisamente – decisamente – non fa per voi. Non capirete granché, né apprezzerete certi passaggi fondamentali come il bar mitzvah del figlio del prof. o la richiesta del divorzio rituale. Dunque, ascoltate il consiglio di uno spettatore come tanti: questa pellicola non vale il costo del biglietto. Mi spiace per Joel e Ethan, alle cui opere pure sono affezionato.
Inoltre, se andate al cinema per vedere una bella commedia, se volete ridere, rimarrete delusi. Più che altro, qui si sorride dell’accumularsi delle disgrazie del protagonista e della situazione ingarbugliata in cui viene a trovarsi. Ma non si ride. Mai. Questo, prima di tutto, è un dramma umano. La disperazione di un essere umano di fronte alle mille sfighe della vita. C’è davvero poco da ridere.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


1
dic 08

Rachel sta per sposarsi

Rachel sta per sposarsi
(Rachel Getting Married)

di Jonathan Demme (Usa, 2008)
con Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt,
Bill Irwin, Debra Winger, Mather Zickel,
Anna Deavere Smith, Anisa George,
Tunde Adebimpe, Jerome LePage, Beau Sia

Questo film non mi è piaciuto affatto, per una serie di motivi che vado ad elencarvi.
1. È noioso e deprimente. Il fatto che sia drammatico non è una buona scusa. Posso elencarvi una serie di film dal contenuto tutt’altro che allegro ma che comunque non deprimono o annoiano. A mo’ di esempio mi si lasci portare la scena in cui i parenti si riuniscono per la cena-prova (cena prova?!?) il giorno prima del matrimonio. Ebbene: ci sono 40 lunghissimi minuti di brindisi in cui ogni membro della famiglia si attarda in un infinito panegirico su quanto bene voglia allo sposo (o alla sposa), snocciolando un excursus che parte dal giorno in cui si sono conosciuti. Panico! Si ha voglia di tagliarsi le vene, pur di passare alla scena successiva.
2. I membri della famiglia della protagonista litigano in modo surreale. Anziché urlarsi in faccia insulti, si bacchettano l’un l’altro con terminologia clinica, come se avessero tutti una laurea in medicina con specializzazione in psichiatria. Assurdo!
3. Ogni scena è girata con la telecamera a mano. L’immagine traballa come se fosse portata a spalla da un cameraman zoppo. Sembra incredibile ma l’inquadratura non rimane ferma anche quando non c’è alcun movimento di camera. Da voltastomaco!
4. Nonostante i gli attori protagonisti recitino tutti in maniera dignitosa (Bill Irwin su tutti), il film non riesce a decollare. Mai. Il soggetto c’è ma non fa presa. La trama arranca. Gli manca quel ‘quid’ che te lo faccia apprezzare. Si trascina per decine e decine di minuti senza che nulla accada. L’unico momento veramente interessante è quello in cui si scopre il passato della protagonista e la causa scatenante di tutte le disgrazie della famiglia.
La storia in breve: Kym, una ragazza tossicodipendente poco più che ventenne, torna a casa dalla clinica riabilitativa per partecipare al matrimonio di sua sorella Rachel. Nei pochi giorni in cui si troverà a contatto con i suoi familiari riemergeranno tutti i problemi ed i conflitti, da lungo tempo sopiti e mai completamente risolti.
Buona prova di recitazione anche per Debra Winger. Chi se la ricordava più!? Era la protagonista – con Richard Gere – del film culto “Ufficiale e gentiluomo” (1981). Che siano passati tanti anni si vede benissimo – soprattutto sulla sua faccia e sui suoi capelli. Ma fa sempre piacere quando Hollywood riscopre una vera attrice. Speriamo che dopo questa pellicola non ritorni nell’oblio da cui è sbucata.

Sì, Anne Hathaway è molto bella. Lo sappiamo benissimo: non c’è bisogno di ricordarlo. Qui recita anche molto bene. Speriamo che per lei sia la volta buona di scrollarsi di dosso l’immagine di ‘bambolina disneyana’ buona solo per commedie romantiche.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


17
nov 08

Changeling

Changeling
(Changeling)

di Clint Eastwood (USA, 2008)
con Angelina Jolie, John Malkovich,
Jeffrey Donovan, Colm Feore, Jason Butler Harner,
Amy Ryan, Devon Conti, Michael Kelly, Eddie Alderson,
Jason Ciok, Devon Gearhart, Geoffrey Pierson, Gattlin Griffith

Un bel drammone tratto da una storia realmente accaduta a Los Angeles nel 1928.
I sentimenti e/o i valori che sottostanno, reggono e formano questo film sono: l’amore filiale, la speranza, la giustizia, la ribellione all’ordine costituito, il senso di comunità e la caparbia. Non necessariamente in quest’ordine.
Attenzione: super spoiler. Da qui in poi vi racconto tutta la trama.
Christine Collins, una mamma single costretta a fare gli straordinari per la società dei telefoni, tornando dal lavoro scopre che suo figlio di 9 anni, Walter, è scomparso. Si rivolge alla polizia locale ma viene trattata con sufficienza. Come da regolamento, infatti, le ricerche per le persone scomparse possono partire solo 24 ore dopo la denuncia della scoparsa. Siccome i mesi passano ma di Walter non c’è alcuna traccia, Christine organizza una propria ricerca parallela, mettendosi a chiamare ripetutamente ospedali e distretti di polizia in tutti gli States per chiedere notizie sui bambini ritrovati.
Dopo alcuni mesi la polizia la convoca e le annuncia che Walter è stato ritrovato in Illinois. Christine si fionda alla stazione in trepidante attesa di poter finalmente riabbracciare suo figlio ma, quando il piccolo scende dal treno, si accorge che qualcuno vuole gabbarla: il ragazzino non è il suo Walter. La polizia fa pressioni sulla donna affinché lo riconosca come suo figlio e così Christine inizialmente accetta. Tornata a casa però i suoi dubbi diventano più forti: il bambino infatti, diversamete da Walter, è circonciso e più basso di una decina di centimetri. La polizia comunque non vuol sentire ragioni. Da diverso tempo la stampa e la radio danno addosso alle forze dell’ordine per la leggerezza con cui conduce le indagini, per la corruzione che serpeggia florida tra gli agenti e per la violenza di cui questi spesso abusano. Tra i promulgatori della campagna anti-polizia c’è il Reverendo Gustav Briegleb, un tizio molto noto e rispettato nella comunità, che prende a cuore la vicenda di Christine, la convoca e l’aiuta a sobillare la stampa contro il dipartimento. Toccata sul suo punto più debole, la polizia regisce: il capitano J. J. Jones decide così di convocare con una scusa Christine e di farla internare in un ospedale psichiatrico. Per sua fortuna il reverendo alza un polverone ancora più grande del precedente, assolda un importante avvocato della città e riesce a farla liberare; comunque Christine nel manicomio ha subito diversi sopprusi e minacce, esattamente come è successo a decine di donne che, alla stregua di lei, sono state rinchiuse per un ‘codice 12′, ossia per aver calpestato i piedi ad alcuni poliziotti.
Nel frattempo, per puro caso l’agente Ybarra, mentre cerca di far rimpatriare un ragazzino canadese, s’imbatte in Gordon Northcott, un assassino seriale che ha trucidato nel suo ranch venti bambini con tecniche efferatissime. Tra le vittime di questo spietato killer ci potrebbe essere Walter Collins. In poco tempo si tengono due processi chiave: uno per gli abusi della polizia di Los Angeles che portano alla sospensione definitiva del capitano Jones dalle sue funzioni, alla rimozione del capo della polizia e alla mancata ricandidatura del sindaco; l’altro vede la condanna di Northcott a due anni di isolamento con successiva pena capitale per impiccagione.
Ma l’amore materno è infinito: Christine non si arrende. Non crede che suo figlio sia morto, anche perché dopo alcuni anni uno dei bambini superstiti riappare e racconta che Walter è uno dei bambini che riuscì a fuggire con lui dal ranch.
Come faceva notare qualcuno, ormai Angelina Jolie interpreta quasi solo madri. Negli ultimi 4 o 5 film ha solo ruoli materni o che, in un certo qual modo, si possono ricondurre a questa funzione. Sia come sia, sulla sua recitazione non c’è nulla da eccepire. Anzi, dico di più: secondo me questa pellicola gli varrà come minimo una nomination all’Oscar – se non proprio la vincita della statuetta come miglior attrice protagonista. Sulla sua bellezza però mi permetto di alzare qualche dubbio. Me ne prendo la responsabilità. In questa pellicola appare estremamente magra e debilitata: praticamente uno scheletro. Forse sarà una necessità del ruolo di madre affranta. Ma l’avete vista in alcuni recenti scatti fuori dal set? Siamo sicuri che questa sia una dei sex symbol più desiderati? Io rimango perplesso. Insultatemi pure.
John Malkovich pur avendo un ruolo molto importante ma recita in tantissime scene. Bravissimo nei panni del pastore determinato, della guida ferma e decisa, una specie di moralizzatore che lotta dai microfoni della radio contro il malcostume, la violenza e i sopprusi delle forze dell’ordine. Una colonna. Peccato per il tupè grigio a riccioli sbalzati e impomatati: decisamente ridicolo.
Jeffrey Donovan non sfigura affatto nel ruolo del giovane capitano rampante, tanto decisionista quanto pusillanime.
Perfetto anche Colm Freore come capo della polizia infimo, laido e diabolico.
Un applauso va anche ai ragazzi Eddie Alderson e Gattlin Griffith. Se la cavano entrambi ottimamente. L’uno come teenager costretto dal suo aguzzino a fare strage di coetanei controvoglia, l’altro nei panni di un piccolo approfittatore che viene usato dalla polizia per incastrare Christine.
Tanto di cappello a Clint Eastwood che ancora una volta si dimostra regista di primissimo livello. Io, nel mio piccolo, ho apprezzato soprattutto: le inquadrature degli esterni, la luce degli interni (alcuni controluce sul volto della Jolie sono eccellenti) e la ricostruzione della Los Angeles degli anni ’20.
Da vedere. Se questa settimana avete voglia di andare al cinema ma non sapete cosa scegliere: mettete i vostri 7 Euro su questo titolo.
Nota personale: di questo film non sapevo neache l’esistenza. Beh, mi era capitato di vederne il trailer qualche settimana fa in tv ma l’avevo praticamente rimosso. Questo post, dunque, valga anche come ringraziamento per quegli amici che sabato sera mi hanno portato al cinema praticamente ‘al buio’.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.