Posts Tagged: Donatella Finocchiaro


5
nov 11

Terraferma

Terraferma

di Emanuele Crialese (Italia, Francia, 2011)
con Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro,
Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T.,
Claudio Santamaria, Martina Codecasa, Tiziana Lodato,
Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Rubel Tsegay Abraha

Ancora una volta Crialese riesce ad emozionare raccontando una storia che coinvolge i Siciliani e l’emigrazione. Questa volta però non sono i protagonisti ad emigrare verso il Nuovo Mondo ma è il Vecchio Mondo ad accogliere i nuovi migranti dal Sud del Mondo. In altre parole: gli Italiani non vanno in cerca di fortuna fuori dai confini nazionali (come accadeva all’inizio del ’900 e come veniva raccontato nel film “Nuovomondo”) ma si trovano – volenti o nolenti – nel ruolo di popolazione accogliente, che è chiamata cioè a dare asilo sulla propria(?) terra ad anime in pena in fuga verso un Mondo migliore. Guarda il trailer.
Terraferma racconta di una famiglia di pescatori che vive in una piccolissima isola della Sicilia meridionale (molto probabilmente Lampedusa). Una famiglia umile e abbastanza povera, che vive solo di quello che riesce a cavare fuori dal mare (cioè pesce). Le figure chiave del racconto sono sostanzialmente tre:
il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio), un uomo anziano sulla settantina, molto tradizionalista e tutto d’un pezzo, un po’ malato ma testardo e con un cuore grande, più che deciso a continuare la propria attività di pescatore fino all’ultimo giorno della sua vita, nonostante suo figlio minore voglia convincerlo a vendere il peschereccio che cade ormai a pezzi;
la nuora Giulietta (Donatella Finocchiaro), una vedova sulla quarantina, moglie del figlio maggiore del nonno, fermamente convinta ad abbandonare l’attività della pesca per darsi al turismo e magari trasferirsi in un’altra località;
il nipote Filippo (Filippo Puccillo), figlio della nuora e del figlio maggiore del nonno – che ha perso la vita in mare proprio a causa della pesca – un ragazzetto molto semplice e ignorantello, che dà quasi l’impressione di essere un po’ ritardato, non si è mai allontanato dall’isolotto, parla quasi solo in dialetto ed è legatissimo alla figura del nonno, l’uomo che in fin dei conti gli ha insegnato sia il mestiere di pescatore, che un po’ anche la vita.
Figura di secondo piano, ma ugualmente importante, è Nino (Beppe Fiorello) – ossia il figlio minore del nonno – una specie di capovillaggio, quasi esclusivamente interessato al denaro, alla ricchezza che può derivare dall’attività turistica; in un certo senso questo personaggio rappresenta il simulacro delle nuove generazioni, che vogliono emanciparsi dalle tradizioni, arricchirsi, fuggire le umili origini e magari anche tentare la scalata sociale.
Punto di snodo del film è il momento in cui Giulietta, con l’aiuto di suo figlio, rimette a posto la vecchia casa di famiglia e l’affitta ai primi turisti che arrivano sull’isola per la bella stagione: tre ventenni del Nord Italia. Contemporaneamente sulle rive dell’isola sbarcano quasi improvvisamente anche gruppi di immigrati clandestini. Spetta al nonno, per puro caso, l’infausto compito di ripescare dal mare alcuni di essi in cerca d’aiuto. La bontà e il grande senso di umanità che contraddistinguono questo anziano signore dalla barba canuta lo porteranno a dare ospitalità, in via del tutto clandestina, a Sara (Timnit T.), una giovane donna incinta tirata fuori dal mare in pessimo stato, e a suo figlio. Tra le quattro mura del garage dove vivono ormai Giulietta e Filippo, il vecchio e sua nuora aiuteranno la giovane gestante a mettere al mondo una bambina. Filippo nel frattempo scopre l’amicizia tra coetanei e i primi moti sentimentali verso l’altro sesso.
Anche questa pellicola di Crialese mi ha lasciato un’impressione positiva. Sia il soggetto, che la sceneggiatura sono opera sua. “Terraferma” racconta l’oggi, racconta il vero e lo fa molto bene: porta in superficie e mostra da vicino la gravissima situazione della Sicilia di fronte al flusso migratorio continuo che fa sbarcare centinaia di Africani disperati sulle coste dell’isola. Era molto facile cadere nella banalità del dualismo buoni contro cattivi, brava gente contro persone avide e ignoranti, autoctoni vs. migranti. Ma così non è stato, fortunatamente. La storia riesce ad avere una sua dignità e una credibilità, pur senza ammantarsi di pietismo, o proprio perché non eccede nel voler dimostrare il teorema “Italiani brava gente”. Certo, i buoni sentimenti ci sono, emergono, ma senza esagerazione; anzi uno dei fattori più interessanti della pellicola è proprio la trasformazione che avviene in taluni personaggi, la loro maturazione a seguito del coinvolgimento negli eventi.
Che dire della fotografia? Ancora una volta il regista (e la produzione) hanno scelto un validissimo direttore della fotografia (Fabio Cianchetti), un grande professionista che in questo caso ha fatto il suo mestiere egregiamente. Basta vedere alcune scene, come quella di Filippo che guida il suo motorino in piedi, in controluce con il mare sullo sfondo, o l’ultima inquadratura, quella della barca ripresa dall’alto mentre si allontana in mare aperto.
Tiziana Lodato recita nei panni di Maria, la moglie di Nino. In quelle poche scene in cui appare, la vediamo dietro il bancone del bar sulla spiaggia al servizio dei turisti.
Per Claudio Santamaria invece un cammeo; due sole scene in cui dà il volto a un ufficiale della Guardia di Finanza di stanza sul porto dell’isola, un settentrionale molto autoritario e dalle maniere spicce che si comporta in modo brusco con i cittadini perché deve far eseguire gli ordini che gli arrivano dall’alto e perché forse si sente un po’ un pesce fuor d’acqua nell’isolotto siciliano.
Nota 1: anche questa volta la pellicola di Crialese è la candidata italiana agli Oscar (Academy Awards) nella categoria – ovviamente – di miglior film straniero.
Nota 2: Terraferma, comunque, ha già vinto il “Premio speciale della giuria” all’edizione 2011 della Mostra del Cinema di Venezia.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


21
mag 11

Senza arte né parte

Senza arte né parte

di Giovanni Albanese (Italia, 2011)
con Vincenzo Salemme, Giuseppe Battiston,
Donatella Finocchiaro, Hassani Shapi, Giulio Beranek,
Ninni Bruschetta, Ernesto Mahieux, Paolo Sassanelli,
Mariolina De Fano, Sonia Bergamasco, Alessandra Sarno,
Chiara Torelli, Dante Marmone, Guglielmo Ferraiola

Niente di che. Commediuccia che strappa qualche sorriso e nulla più. Ho scelto questa pellicola perché al cinema non c’era molto di meglio da vedere e perché, comunque, apprezzo sempre la recitazione di Salemme. Che però, ahimé, questa volta non basta a tener su il film, nemmeno se adiuvata dalla bravura di Giuseppe Battiston. Peraltro, lasciatemelo dire: Battiston nei panni di pugliese non funziona affatto.
La storia è quella di quattro operai licenziati da una fabbrica di pasta, la Tammaro (strana assonanza con la foggiana “Pasta Tamma”), a seguito della chiusura del vecchio stabilimento e della conseguente apertura del nuovo. Uno di essi, Pinuccio (Dante Marmone), riesce immediatamente a ricollocarsi come portiere di notte presso un albergo. Gli altri tre, Enzo, Carmine e Bandula, dopo aver cercato qualche lavoro alternativo, finiscono per accettare un nuovo lavoro (a nero e sottopagato) dallo stesso loro ex-padrone, il sig. Tammaro (Paolo Sassanelli). Il loro compito sarà quello di fare da guardiani a una piccola collezione di opere d’arte moderna, conservata nel magazzino della vecchia fabbrica di pasta. Con un salario da fame e in preda alla totale disperazione i tre decideranno di falsificare le opere e venderle a collezionisti senza scrupoli. A far loro da talpa all’interno della fabbrica di pasta, ci sarà poi la moglie di Enzo, tale Aurora (Donatella Finocchiaro), chiamata da Tammaro come interprete per le relazioni internazionali.
Ripeto: Salemme e Battiston sono bravi – come al solito – qualche sorriso lo strappano. Ma è tutto merito loro. La storia è davvero deboluccia e anche costellata di qualche luogo comunque. Come, ad esempio, la figura del padrone della fabbrica: un uomo che, non solo è “cattivo” perché licenzia gli onesti operai, ma è anche ignorante dal momento che, pur comprando opere costosissime, d’arte contemporanea sembra non capire nulla. Poi c’è anche l’immigrato onesto che vuole solo guadagnare qualcosa per poter tornare nel suo paese e assistere al matrimonio di sua figlia, l’operaio con la mamma malata e senza un soldo in tasca, ecc. In taluni casi si rischia quasi di cadere nel pietismo.
Nota di merito per il giovane Giulio Beranek che qui interpreta un ladruncolo scafato che aiuta i tre operai a muoversi meglio nelle attività illegali. La sua recitazione è un po’ troppo sopra le righe ma non è completamente da buttar via. Risulta abbastanza credibile. Bella scoperta.
Da segnalare anche sempre l’ottimo Ernesto Mahieux, nei panni di un ladro di ulivi secolari, e Mariolina De Fano nel ruolo della mamma arteriosclerotica di due membri della banda di falsari.
Ninni Bruschetta interpreta il gallerista truffaldino Ciccio Rizzuto (di origini siciliane).
Voto per la pellicola: meno che sufficiente. Qui potete vederne il trailer.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


24
nov 08

Galantuomini

Galantuomini

di Edoardo Winspeare (Italia, 2008)
con Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni,
Beppe Fiorello, Giorgio Colangeli, Filippo Massari,
Gioia Spaziani, Marcello Prayer, Lamberto Probo,
Fabio Ponzo, Antonio Perrotta, Luigi Ciardo,
Antonio Carluccio, Sofia Chiarello, Claudio Giangreco

Questa pellicola, una specie di noir meridionalista, non mi ha affascinato più di tanto. L’ho trovata un po’ banalotta nella storia e alquanto ruffiana nella realizzazione.
Siamo a Lecce nei primi anni ’90 – tra il 1991 e il 1992 credo. Le vite di tre persone che da bambini hanno giocato insieme si dividono in età adulta. Lucia è diventata il braccio destro di un boss della malavita locale, Ignazio ha studiato legge, è diventato pubblico ministero ed è andato a lavorare al nord, mentre Fabio si ritrova ad essere un cocainomane sfigato. Ed è proprio Ignazio, appena tornato da Milano, ad occuparsi della morte per overdose del suo amico Fabio. Dal primo caso affidatogli, scoprire chi è che ha fornito la roba, le indagini di Ignazio si allargheranno a tutta la scena malavitosa leccese, arrivando a coinvolgere ovviamente anche Lucia, che oltre ad essere sua amica, da sempre è anche una delle sue passioni inespresse.
Insomma il tema era quello di un amore impossibile tra una donna che ha scelto il crimine ed un uomo della legge, tema già espresso dal cinema e dalla tv in tempi passati – e forse anche meglio, secondo me. Sullo sfondo della vicenda vengono rappresentate anche situazioni reali, come la crescita e lo sviluppo della criminalità organizzata in puglia – Sacra Corona Unita su tutte. Difatti la fuga della protagonista verso l’inferno è accelerata dall’acuirsi della guerra tra clan e dalla volontà delle organizzazioni criminali di sostituirsi allo stato e di ‘prendersi’ tutta la Puglia.

Ecco, questo ‘essere Stato al posto dello Stato’ è una volontà sicuramente presente in tutte le organizzazioni malavitose ma il fatto di sentirlo pronunciare dai protagonisti del film mi è sembrato un po’ troppo didascalico. Non mi è piaciuto. Perché non lasciare qualcosa di ‘non detto’? Perché spiegare allo spettatore a tutti i costi, per filo e per segno, ogni singolo passaggio nell’evoluzione della storia? Inoltre: sentire un capocosca che dice “Non ti far fregare dai calabresi con quella droga” mi ha fatto sbellicare dalle risate. “Droga”, capite? Ma che vocabolo è? Come se un malavitoso parlasse allo stesso modo dei mezzobusti da telegiornale.
Non mi fraintendete però: gli attori sono molto bravi. Recitano bene: è la trama che zoppica un po’. Il soggetto è quel che è: non brilla certo per originalità. Inoltre, come ho già detto: la realizzazione puzza di ruffianeria. Winspeare sa quanto in questi ultimi anni il Salento significhi sole, mare, svago, sud, tradizione, cultura popolare, semplicità vs. complessità, spontaneismo rustico vs. raffinatezza affettata. Lo sa benissimo e ci sguazza. E’ come se in molte scene ci fosse in un cartello con scritto “Hey, questo è il Salento! Questo è il sud! Che bello il sud, eh? Lo vedi quando è figo?”. Mi riferisco alla scena della sposa che si becca il riso in testa mentre scende gli scalini di una chiesa, a quella dei fuochi d’artificio nella notte buia – sebbene in paese non ci fosse alcuna festa religiosa, all’indugiare su alcuni elementi del Barocco nell’architettura del paesino. Ci mancava solo la pizzica (dovrei dire “Taranta”?) e la puccia per completare il bel quadretto del Salento da cartolina!
Un’aspetto che ho apprezzato molto, invece, è stato lo sforzo fatto dai protagonisti non pugliesi di parlare il dialetto Salentino. Intediamoci: la cadenza della Finocchiaro sembra più siciliano che salentino ma è abbastanza credibile. Non si può dire la stessa cosa per Gifuni. Ma almeno si impegnano. Si vede che dietro c’è uno studio, un tentativo di risultare credibili come cittadini leccesi – cosa che ad esempio non accade con i baresi del film “Il passato è una terra straniera”.
Mi sembra sensato che la scelta della protagonista sia caduta su Donatella Finocchiaro. Ha una faccia che sa reggere bene il temperamento del personaggio che interpreta: una donna giovane ma di polso, che ha saputo conquistarsi il rispetto degli uomini su cui comanda. Una mora affascinante (non per me) dal piglio fiero, quasi un maschiaccio, con un passato oscuro ma dal cuore grande. Una che potrebbe sedurre con uno sguardo e con lo stesso sguardo uccidere. Spietata negli affari, passionale negli affetti.
Gifuni fa il bel magistrato: giovane e di grandi speranze. Tutto ligio e rispettoso della legge, almeno sinché non si ritrova al cospetto della mora che tormenta i suoi sogni sin da bambino, finendo innamorato e molle come una pera cotta.
Beppe Fiorello è un tamarro, dunque si trova decisamente a suo agio nei panni del giovinastro, piccolo malavitoso senza cervello. Uno dei personaggi meglio riusciti del film. Altro che parti da buono nelle fiction di Mamma Rai!
Giorgio Colangeli – attore che trovo meravigliosamente professionale – fa il padrino salentino che vigila sul territorio d’origine pur restandosene in panciolle nel selvaggio Montenegro – al di là del canale d’Otranto.
Spiace dirlo ma Lamberto Probo, che dovrebbe interpretare un uomo tra i 35 e i 40 anni, sembra invece molto più anziano. Sarà stato scelto forse per dare l’idea del giovane che si combina male a causa del consumo di cocaina?
Un plauso al casting che ha scelto una ragazzina molto somigliante alla Finocchiaro per interpretare il suo stesso personaggio da bambina.
Sinceramente, non ho capito molto la scelta del titolo. Non mi sembra sia sufficiente parlare di malavita organizzata per usare il termine “Galantuomini”; inoltre il film non è basato esclusivamente su figure maschili. Anzi: al centro della scena per gran parte del tempo c’è una donna.
Nota sulla colonna sonora: quando il brano dei Portishead “Glorybox” è stato pubblicato (1994) in tv la trasmissione “Colpo grosso” era già terminata da diversi anni.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.