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La messa è finita

La messa è finita

di Nanni Moretti (Italia, 1985)
con Nanni Moretti, Marco Messeri, Dario Cantarelli,
Vincenzo Salemme, Ferruccio De Ceresa, Margarita Lozano,
Pietro De Vico, Enrica Maria Modugno, Giovanni Buttafava,
Luisa De Santis, Eugenio Masciari, Luigi Moretti,
Roberto Vezzosi, Mariella Valentini, Antonella Fattori

Oh, questo sarà anche un film drammatico ma io ho riso come un pazzo. Mi è piaciuto tanto. L’ho trovato proprio divertente.
Moretti interpreta Don Giulio, un giovane prete che lascia un piccolo paesello per tornare in città, a Roma, dove viene affidato a una nuova parrocchia con il compito di gestire una chiesetta piccola, ormai quasi abbandonata. Il protagonista inizialmente sembra contento di essere tornato a vivere non molto lontano dalla sua famiglia e dai luoghi a lui cari ma ben presto iniziano ad affiorare i problemi.
Don Giulio diventa il confessore di diverse persone a lui care ma questa vicinanza sentimentale non gli rende le cose facili. Anzi. Si sente sempre molto a disagio, si sente caricato di un forte senso di angoscia. Si trova testimone di molte situazioni difficili: sua sorella, che è rimasta incinta, vuole abortire e lasciare il suo ragazzo storico, suo padre s’invaghisce di una ragazza molto più giovane e abbandona il tetto coniugale, un suo vecchio amico di gioventù è in carcere e sotto processo perché sospettato di terrorismo, un altro vecchio amico è caduto in depressione dopo essere stato lasciato dalla ragazza che amava, l’ex parroco della sua parrocchia si è sposato con una giovane, ha fatto un figlio e si è stabilito proprio davanti la chiesa, ecc. Insomma Don Giulio vede il mondo crollargli addosso e vorrebbe fare qualocosa, prova a dispensare consigli, cerca di instillare nelle persone intorno a sè la forza per reagire ma non ci riesce. Ha la sensazione di essere impotente, di non essere in grado di intervenire là dove invece potrebbe e dovrebbe.
Marco Messeri è un vero spasso nei panni dell’amico depresso che vorrebbe rimanere sempre chiuso in casa e non vedere più nessuno.
Anche Eugenio Masciari è parecchio buffo nei panni dell’ex parroco che ha scoperto l’amore di una donna e la magia della paternità.
Dario Cantarelli intepreta un amico del protagonista, un omosessuale titolare di una libreria.
Vincenzo Salemme, invece, ha il ruolo dell’amico chiuso e taciturno che ha scelto la via del terrorismo.
A suo padre, Luigi Moretti, il regista ha affidato il ruolo di un severo e anziano giudice.
Voto alla pellicola: 7. Non sarà la migliore di Moretti ma a me, lo ripeto, è piaciuta molto. Avrei dovuto vederla prima. Chissà perché non l’avevo mai fatto.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

I segreti di Brokeback Mountain

I segreti di Brokeback Mountain
(Brokeback Mountain)

di Ang Lee (USA, 2005)
con Jake Gyllenhaal, Heath Ledger, Randy Quaid,
Michelle Williams, Anne Hathaway, Valerie Planche,
Tom Carey, Dan McDougall, Anna Faris, Roberta Maxwell

1963. Ennis Del Mar e Jack Twist, due giovani cowboy che hanno un grosso bisogno di denaro, decidono di trascorrere un’estate pascolando pecore in montagna, su a BrokeBack Mountain, appunto. L’incarico è molto faticoso, male retribuito e costringe i nostri a diversi mesi di solitudine. L’isolamento e la vita a stretto contatto farà sbocciare tra i due ragazzi una grossa amicizia, qualcosa di così grande e sincero che in poco tempo si trasformerà in vero amore. I due diventano dunque amanti. Sì, avete capito bene, è di amore omosessuale che stiamo parlando. Il cattivo tempo, però, costringe il padrone delle pecore a chiudere anticipatamente la stagione del pascolo per cui Ennis e Jack sono costretti a scendere dal monte e separarsi, senza nemmeno aver il tempo per capire fino in fondo l’intensita dei propri sentimenti.
Passano 4 anni, entrambi si sposano e fanno figli. Poi un giorno Jack scopre dove vive Ennis e gli manda una cartolina, a cui poi segue una risposta entusiasta. Il rapporto bruscamente interrotto, insomma, riprende in men che non si dica, il fuoco della passione comincia a bruciare di nuovo. Jack e Ennis tornano a vedersi, anche se di nascosto dalle loro famiglie. Due o tre volte all’anno fingono di andare a pesca insieme, si isolano dal mondo, vanno in qualche bosco o su qualche montagna, cioè tornano per qualche giorno a fare la vita che facevano su a Brokeback. Solo così riescono a vivere il loro amore segreto, al riparo da occhi indiscreti e menti bigotte. In un primo momento Jack vorrebbe abbandonare tutto e fuggire via con Ennis ma questi ha paura della sua stessa omosessualità a causa di un grave trauma infantile per cui non se ne fa nulla. Il progetto viene abbandonato. La storia d’amore comunque durerà a lungo, anche se tra mille alti e bassi.
Non male come film. Pensavo peggio. Voto: 6 e mezzo. Pellicola di grandi sentimenti. Amore omosex tra i monti: idea originale. Buona recitazione da parte di entrambi i protagonisti. Jake Gyllenhaal non mi sta propriamente simpatico ma bisogna dire che in questo caso offre una buona prova. Forse Ledger recita anche meglio ma, si sa: non è mai bello fare paragoni.
Anne Hathaway l’ho trovata bella e sexy come sempre. Il ruolo di mogliettina country tutta messinpiega e calcolatrice la rende molto buffa. Ma va detto che anche lei se la cava.
Michelle Williams invece mi ha stupito, in positivo. Me la ricordavo molto frivola in Dawson’s Creek ma qui sfodera grandi doti d’attrice drammatica. Molto brava. Ripeto: non me l’aspettavo.
Anna Faris ha un piccolo cammeo nella parte di un’oca estremamente ciarliera, una specie di amica di famiglia stupidina che diverrà l’amante di Jack. Personaggio comunque poco rilevante ai fini della storia.
Colonna sonora ovviamente country. Leggi: chitarre acustiche a profusione. Ritmi lenti e malinconici.

Guarda qui il trailer in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quellla di MyMovies.it.

Quinto potere

Quinto potere
(Network)

di Sydney Lumet (USA, 1976)
con Faye Dunaway, William Holden, Peter Finch,
Robert Duvall, Wesley Addy, Ned Beatty, Arthur Burghardt,
Marlene Warfield, Bill Burrows, Conchata Ferrell,
William Prince, Beatrice Straight, Kathy Cronkite

Film che avevo già visto in passato ma che mi ha fatto molto piacere rivedere. Capolavoro della cinematografia americana. Una pellicola che dovrebbe essere insegnata nelle scuole di comunicazione. Praticamente un manuale.
La UBS, il quarto network televisivo americano dopo ABC, CBS e NBC, arrivato sull’orlo della bancarotta, decide di affidarsi alle scelte di Diana Christensen una giovane manager addetta ai programmi, una peperina linguacciuta iper-rampante, stakanovista e aziendalista. Le sue politiche di cambiamento prevedono di puntare tutto sul TG, stravolgendolo fìno a farlo diventare una specie di varietà molto nazional-popolare, e su una serie tv basata su filmati veri girati da un movimento di liberazione di matrice comunista. Attrazione principale delle news serali saranno i sermoni di Howard Beale, lo storico anchorman di mezz’età che, in preda a una specie di esaurimento nervoso, crede di essere un predicatore apocalittico con la missione di informare le masse attraverso il tubo catodico.
Il successo arriverà, gli spettatori aumenteranno sotto la spinta delirante, demagogica, iper-realista e senza peli sulla lingua di Beale, le finanze faranno registrare progressi stupefacenti ma, a un certo punto, lo stesso circo che ha svolto la funzione di volano per l’emittente finirà per metterla in crisi. Cose che accadono quando è l’audience l’unico metro di giudizio per valutare i contenuti di un canale televisivo.
Questa rivoluzione all’interno del network sarà l’occasione per portare in auge Frank Hackett, il manager rappresentante della CCA, la società che ha da poco acquistato la rete. Ma, oltre al vecchio anchorman, questi cambiamenti faranno anche altre due vittime illustri: Edward Ruddy, il presidente della rete, e Max Schumacher, il direttore della testata giornalistica che, seppur scalzato dalla bionda manager senza scrupoli, se ne innamorerà follemente, mandando a rotoli persino il proprio matrimonio.
Sydney Lumet porta la TV al cinema, illustrando tutti i perversi meccanismi che sono sottesi alla più grande macchina culturale dell’era contemporanea. Mostra luci e ombre di fenomeni quali la creazione di consenso attorno a una figura estrema, la spettacolarizzazione della follia, l’esasperazione dei toni, la gestione del mezzo televisivo come collettore e catalizzatore della rabbia/frustrazione degli spettatori, la cieca devozione agli dei dell’audience e dei bilanci in attivo, ecc.
Illuminante le frase presente sulla locandina del film: «Television will never be the same».
Voto alla pellicola: 9. Mai visto niente di simile prima d’ora.

Questo il trailer in italiano.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Habemus Papam

Habemus Papam

di Nanni Moretti (Italia, Francia, 2011)
con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr,
Margherita Buy, Renato Scarpa, Camillo Milli,
Francesco Graziosi, Roberto Nobile, Dario Cantarelli,
Ulrich Von Dobschütz, Gianluca Gobbi, Leonardo Della Bianca,
Teco Celio, Tony Laudadio, Enrico Ianniello, Cecilia Dazzi,
Maurizio Mannoni, Massimo Verdastro, Lucia Mascino, Camilla Ridolfi

Vediamo: cosa dire prima di tutto? Che mi è piaciuto, sì. E molto. Guarda qui il trailer.
Non me l’aspettavo a dire il vero. Nel senso che non mi aspettavo nulla. Non avevo pregiudizi di alcun tipo, né positivi, né negativi, nonostante l’ultima prova da regista di Nanni Moretti non mi avesse entusiasmato più di tanto.
Dunque, “Habemus Papam” racconta della difficoltà che incontra un uomo nel prendersi sulle spalle la responsabilità di assumere la guida morale di (circa) un miliardo di fedeli. Certo, questo film parla della chiesa, della fede, della religione, della massima autorità del mondo cattolico, ma soprattutto racconta la storia intima di un uomo, della sua umiltà e delle sue paure, di incertezze e di prese di coscienza.
Non è certo un caso se Moretti ha voluto scegliere un taglio psicologico per raccontare questa vicenda. La fede (qualsiasi essa sia) ha a che vedere con la psiche, ancor prima che con concetti come lo spirito, l’anima, ecc. Il credere (o non credere) è una questione di coscienza – di Ego e di Es, se vogliamo dirla con Freud – e questo film lo racconta, mostrando il dramma interiore di un uomo che, quasi alla fine del suo percorso di vita, viene chiamato a una grande prova, viene costretto da scelte altrui a intraprendere un cammino obbligato, a recitare un ruolo che non vuole, per cui il parallelismo con il mondo del teatro, in questo senso, mi sembra perfetto. L’età non aiuta il nuovo Papa, la coscienza gli rema contro, il fisico non è idoneo a sopportare un tale stress, i ricordi e le scelte effettuate in passato non rendono le cose semplici.
Molto divertente vedere lo stesso regista nei panni di uno psicanalista un tantinello vanesio. Da apprezzare la scelta di non affidare al questo personaggio solo qualità positive ma di costruire per lui una personalità sfumata, non bene definita, con le sue zone d’ombra. Quasi come a lasciare nello spettatore il dubbio, la propria chance di personale interpretazione. Pare che Moretti voglia dire: non è la psichiatria ad aver ragione in questo caso, questa scienza non può risolvere tutto, ma neanche la fede pare essere una strada semplice da intraprendere. La risposta non è dunque univoca, né pre-confezionata. Per una volta quest’incertezza nelle intenzioni di fondo del film mi trova particolarmente d’accordo.
Michel Piccoli è un mostro di bravura. Forse vincerà un premio durante la prossima edizione del Festival del Cinema di Cannes, ma a mio avviso dovrebbe prenderne decine di riconoscimenti per questo ruolo. L’ho trovato pressoché perfetto nella parte dell’anziano serio, preciso, riflessivo, educato ma anche tenero e fragile, dell’uomo stanco e spaurito, del quasi-malato. Il suo personaggio mi ha ricordato molto la figura di Karol Wojtyla, non solo nell’aspetto fisico (alto, volto tondo, pochi capelli canuti, ecc.) ma anche negli interessi – vedi la passione giovanile per il teatro.
Margherita Buy recita poco, giusto due o tre scene nella parte della moglie psicanalista dello psicanalista. Una donna di mezza età un po’ vittima del confronto con il suo ex marito e fissata con il “deficit di accudimento”. Una tizia talmente insicura da non riuscire nemmeno a informare i suoi figli che sta portando avanti una relazione sentimentale con un altro uomo.
Jerzy Stuhr interpreta il portavoce del Vaticano, l’uomo che si accolla tutta la responsabilità di gestire la crisi in cui si trova l’istituzione che rappresenta nel momento in cui il nuovo papa si rifiuta di assumere la carica assegnatagli.
Roberto Nobile è sempre buffo. Lo ricordate nel ruolo del professore incazzoso nel film “La scuola”?
Anche Camillo Milli è sempre molto buffo. Come non ricordare le parti che recita in “L’allenatore nel pallone” (il presidente della squadra di calcio Longobarda) e in “Rimini Rimini” (il medico/confidente del magistrato Ermenegildo Morelli).
A Renato Scarpa il compito di incarnare il cardinale più serio e meno caricaturale di tutto il film. Spiace dirlo ma i porportati in questa pellicola sono rappresentati in maniera troppo caricaturale. Sono tutti molto ingenui, bambinoni creduloni, individui fuori dal mondo. Certo, capisco che gli inserti surreali (al limite della farsa) servivano ad alleggerire il film, a non farlo diventare un pesante drammone insostenibile – come ad esempio il torneo di pallavvolo – ma credo che gli sceneggiatori (lo stesso Moretti, Francesco Piccolo e Federica Pontremoli) sulla rappresentazione delle gerarchie vaticane abbiano un po’ calcato la mano, ecco.
Dario Cantarelli interpreta un’attore che perde il senno a furia di recitare a teatro “Il gabbiano” di Checov.
Cecilia Dazzi, invece, ha solo un piccolo cammeo nella parte di una mamma seduta a far quattro chiacchiere al bar con il protagonista e la psicanalista.
Cammeo anche per Maurizio Mannoni nei panni di se stesso, ossia il giornalista del programma tv “Linea Notte”.
Nota: tra le comparse mi pare di aver notato anche la presenza della giovane Martina Panagia nei panni di una giornalista. Credo la si veda sfuocata, nelle prime scene del film, in piedi, dietro il giornalista del TG2 che fa domande stupide al portavoce del Vaticano, mentre i vescovi fanno la processione prima di riunirsi a porte chiuse per il conclave.
Voto alla pellicola: 8. Sono sicuro che piacerà anche a chi non è un grande estimatore di Nanni Moretti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Rio

Rio

di Carlos Saldanha (USA, 2011)

Prendete con le pinze quello che sto per dirvi
1) perché sono arrivato in sala con una decina di minuti di ritardo,
2) perché ho dormito durante quasi tutta la proiezione.

Comunque sia, questo è un simpatico film d’animazione realizzato dagli stessi produttori della saga “L’era glaciale” (un’informazione che trovate scritta persino sulla locandina). Simpatico si fa dire, simpatico come tanti. Senza infamia e senza grosse lodi. Storia nient’affatto originale. Pellicola buona solo per i bambini. Stop. Ci si ferma lì. Non credo che “Rio” farà impazzire gli adulti, anche perché è tutto già visto e sentito – più o meno.
C’è un animale (un papagallino blu – un ara, credo) che deve superare una prova. Ha una qualità (il saper volare) ma non l’ha mai espressa. Durante il suo viaggio in Brasile incontrerà degli amici e affronterà delle prove che gli permetteranno di sbloccarsi. Quanti film d’animazione hanno un plot molto simile a questo?
Blu (questo il nome del pappagallo protagonista) ha sempre vissuto in un appartamento del Minnesota, è sempre stato rinchiuso in gabbia, insomma non ha mai avuto bisogno di volare, per cui non sa farlo. Poi un giorno viene portato a Rio, perché lì si trova Gioel, un esemplare femmina della sua stessa specie, e tutto il suo potenziale inespresso fiorisce, sboccia. Sapete, Blu e Gioel sono gli unici due esemplari rimasti sulla Terra e bisogna farli accoppiare – pena l’estizione eterna della loro specie. Solo che in Brasile le cose si complicano perché Blu viene rapito e finisce per caso in un losco traffico di uccelli esotici. Nelle sue peripezie il loquace pappagallino si troverà affiancato da tutta una serie di amici, più o meno buffi, come un cane bavoso a cui piace tanto ballare il samba, un tucano ligio padre di famiglia, due altri uccellini decerebrati, ecc.
Nota grafica: a me Linda, la ragazzina americana che si è presa cura di Blu sin da quando era un cucciolo, ricorda tantissimo la co-protagonista femminile di “Bee Movie”. Sbaglio? Ma perché il tratto grafico di questi film è sempre lo stesso?
Nella versione americana Jesse Eisenberg dà la voce a Blu e Anna Hathaway a Jewel (Gioel). In quella italiana invece abbiamo – rispettivamente – Fabio de Luigi e Victoria Cabello. Nella scheda di Wikipedia trovate il resto dell’abbinamento voci personaggi/attori.
Voto alla pellicola: 6. Appena sufficiente. Buona idea quella di ambientare la storia in Brasile (una volta tanto non negli Stati Uniti) ma i vari luoghi comuni sul paese sudamericano (Samba, Carnevale, bambino delle favelas, ecc.) risultano un tantinello noiosi.
Caruccia anche la colonna sonora, l’ho trovata molto allegra. Ma una cosa che non mi spiego mai è: perché un brano straordinario come “Magalenha” è stato inserito nel film non in versione originale, ma coverizzato da qualche artista pop statunitense? Cioè la risposta la so: si tratta di una banale manovra di marketing. Però che due palle!

Nei cinema italiani, così come in quelli americani, “Rio” arriva oggi, venerdì 15 aprile.
Io l’ho visto ieri in anteprima 3D al Cinema Adriano di Roma, doppiato in italiano.

Il trailer ufficiale americano e quello italiano.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Il talento di Mr. Ripley

Il talento di Mr. Ripley
(The Talented Mr. Ripley)

di Anthony Minghella (Usa, Italia, 1999)
con Matt Damon, Jude Law, Gwytneth Paltrow,
Philip Seymour Hoffman, Cate Blanchett, Jack Davenport,
Philip Baker Hall, James Rebhorn, Stefania Rocca, Sergio Rubini,
Ivano Marescotti, Fiorello, Beppe Fiorello, Alessandro Fabrizi

Questa volta la faccio breve. “Il talento di Mr. Ripley” racconta la genesi del personaggio di Tom Ripley, un giovane di New York povero ma molto ambizioso, che fa un viaggio in Italia per cercare di riportare in patria Dickie Greenleaf, un giovinastro americano che trascorre le sue giornate a sollazzarsi. Finanziata dal padre di Greenleaf, la missione di Ripley però fallisce perché il nostro, inebriato dalla vita spensierata dalla bellezza del luogo e dalle attenzioni che gli rivolge Dickie, perde la testa per il ragazzo che dovrebbe redimere, confonde amicizia con amore e non accetta alcun rifiuto. I suoi sentimenti divengono talmente morbosi da arrivare a sacrificare l’oggetto del proprio amore pur di prenderne il posto.
Ma forse no. Forse mi sbaglio. Forse questa storia merita una lettura diversa. Tom Ripley forse rappresenta l’uomo che ama solo se stesso. Una persona non piena di sé ma comunque molto fragile, che risponde alle delusioni con la violenza. Qualcuno che, avendo conosciuto la povertà e la miseria non vuole tornare indietro quando la bella vita e gli agi della ricchezza gli si presentano davanti. Ma qual è il talento di Tom Ripley? Quello di riuscire a imitare gli altri e non solo nella voce, nei gesti, nelle attitudini. Ripley si sostituisce a loro. Un gioco, questo, tanto affascinante, quanto pericoloso, da cui Ripley si lascia prendere facilmente la mano ma che rivelerà presto la sua faccia più drammatica: una volta entrati, non se può più uscire.
Credetemi se vi dico che non ho mai visto Matt Damon recitare così bene. Forse neanche in “Good Will Hunting”. Pressoché perfetto.
A Jude Law hanno chiesto semplicemente di fare il viveur, ossia il ragazzo frivolo e fighetto che si gode la bella vita, quella fatta di spiagge, viaggi, musica jazz e ragazze. Gli riesce molto naturale adattarsi a questa parte – e si vede. Sicuramente si sarà divertito un casino a girare questo film. C’è da scommetterci.
Gwytneth Paltrow nei panni della ragazza di buona famiglia ci sta benissimo. Apparentemente fragile, il suo personaggio sarà l’unico a capire, attraverso un paio di semplici profonde occhiate, dove si nasconde la verità.
Philip Seymour Hoffman interpreta l’amicone bolso e furbo ma un po’ stronzo che sente puzza di bruciato anche a chilometri di distanza.
Cate Blanchett la vediamo vestita da zitellona. Spiace.
A Stefania Rocca l’infausto compito di interpretare Silvana, la giovane che si toglie la vita perché porta in grembo un neonato non desiderato.
Fiorello fa la parte del giovane cantante jazz che canta nei localini della costiera amalfitana. Suo fratello Beppe, invece, ha forse giusto un paio di rapide scene in cui veste i panni disperati del fidanzato di Stefania Rocca.
Ivano Marescotti nei panni del commissario incazzoso è meraviglioso. Stessa cosa dicasi per Sergio Rubini, o quasi.
Voto complessivo: 8. Forse la rappresentazione dell’Italia è un po’ da cartolina ma ricordiamo che: 1) è ambientato negli anni ’50 e 2) è diretto da un americano.
Nota: anche questo film è tratto da un romanzo di Patricia Highsmith

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Il cigno nero

Il cigno nero
(Black Swan)

di Darren Aronofsky (USA, 2010)
con Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel,
Winona Ryder, Barbara Hershey, Benjamin Millepied,
Ksenia Solo, Kristina Anapau, Janet Montgomery,
Sebastian Stan, Mark Margolis, Tina Sloan

Grandsissima pellicola. Oscar meritato per Natalie Portman come attrice protagonista. Avrebbero dovuto darne uno anche agli sceneggiatori e al regista. Guarda qui il trailer ufficiale (in italiano).
“Black Swan” racconta la storia di una giovane ballerina, Nina Sayers, una personalità fragile, timida, introversa ma con gravi problemi di stress dovuti ad una madre oppressiva – che la vuole ancora bambina e che ha proiettato su sua figlia le aspettative di una grande carriera che non ha potuto vivere in prima persona – e all’ansia di diventare la prima ballerina del suo corpo di ballo. Pur di far colpo sul coreografo (un algido e infido Vincent Cassel) al fine di farsi assegnare la parte da protagonista nel rifacimento de “Il lago dei cigni”, Nina ingaggia una battaglia contro se stessa, alla disperata ricerca di tirar fuori di se la parte più aggressiva, più ambiziosa, scacciare il suo infantilismo perdente e far emergere il lato più oscuro. Un dualismo Cigno Bianco/Cigno nero che dalla scena, dal palco, arriva a introiettarsi nella mente della protagonista, con conseguenze catastrofiche sia sua vita professionale, che su quella privata. Nina diventa adulta, mette a frutto tutte le sue capacità di ballerina, sviluppa tutto il suo talento artistico, si lascia andare ma perde il controllo su se stessa, soprattutto sulla sua mente, anche se parallelamente allo spettatore viene mostrata la trasformazione fisica del suo corpo in un cigno vero e proprio. E qui mi si permetta di fare i complimenti a chi ha concepito e prodotto tecnicamente gli effetti speciali, in particolar modo per la dinamicissima scena dell’esibizione del cigno nero.
Un elemento fondamentale nello sviluppo della pellicola è il dualismo tra Nina e Lily (il personaggio interpretato da Mila Kunis). Sebbene fisicamente le ragazze si somigliano molto – l’una è quasi lo specchio dell’altra – per certi versi hanno personalità diametralmente opposte. Lily infatti è molto più vitale e spregiudicata di Nina a tal punto da essere un fattore di aiuterà per la “liberazione” della protagonista; tuttavia il loro rimane un rapporto di amore/odio complesso e molto morboso, vissuto in maniera drammaticamente dolorosa dalla protagonista.
A Winona Ryder hanno affidato il ruolo della ex-prima ballerina, ormai quarantenne, che perde il posto quasi solo esclusivamente a causa dell’età, per far spazio ad un rilancio della compagnia.
Barbara Hershey invece interpreta con grande intensità la parte della madre di Nina. Complimenti anche ai truccatori per aver reso le due donne alquanto simili nell’aspetto.
Benjamin Millepied interpreta il primo ballerino della compagnia. In realtà, essendo un coreografo, si è occupato delle coreografie dei balletti realizzati per il film. Incidentalmente ha anche fatto innamorare Natalie Portman e l’ha messa incinta. O viceversa.
Della musica c’è davvero poco da dire. Magnifica. Perfetto accompagnamento per le drammatiche immagini. Per fortuna non ci sono stati tentativi di modernizzazione, trasformazione o adattamento dell’opera originale di Tchaikovsky.
Il film in tag: amore lesbo, ambizione, sogno, doppio, sangue, dolore fisico, carne martoriata, passione, pulsione, rivalità, sensualità, specchio, leggiadria, follia, annientamento.
Voto complessivo: 7 e mezzo. Quasi 8. Diciamo 8 meno meno. Recitazione ok. Regia ok. Musica ok. Unica – minuscola – nota dolente: un po’ troppa camera a mano.

La locandina ufficiale americana è più inquietante e decisamente più bella di quella italiana, che al confronto pare volutamente “depotenziata”.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Il gioco di Ripley

Il gioco di Ripley
(Ripley’s Game)

di Liliana Cavani (USA, Italia, Uk, 2002)
con John Malkovich, Dougray Scott, Ray Winstone,
Chiara Caselli, Lena Headey, Uwe Mansshardt, Evelina Meghnagi,
Hanns Zischler, Paolo Paoloni, Maurizio Lucà, Lutz Winde

Film tratto da “L’amico americano”, uno dei romanzi di Patricia Highsmith con protagonista Thomas Ripley.
Vado subito al punto: senza Malkovitch nei panni del protagonista questo film sarebbe molto più debole, più noioso, meno riuscito. L’elemento più interessante, a parte la magnifica interpretazione di questo grande attore americano, è il fascino che esercita sullo spettatore Tom Ripley, ossia il personaggio inventato dalla Highsmith: persona elegante e distinta, un insospettabile uomo senza scrupoli che, non avendo alcuna compassione per il prossimo, si diverte a giocare con le vite degli altri.
La trama. Tom Ripley è un ricco, colto e raffinato mercante d’arte, che vive con sua moglie in una sontuosa villa nella campagna veneta. Ma lo spettatore sin sa subito viene messo al corrente della sua seconda vita come abile truffatore e freddo calcolatore. Durante un party in casa del suo vicino – Jonathan Trevanny, un modesto corniciaio di origini americane – Ripley scopre che il padrone di casa sparla alle sue spalle. Offeso per questa infamia, essere stato insultato pubblicamente dal corniciaio, decide di coinvolgerlo in un gioco sadico.
Quando Reeves, il suo ex socio, gli chiede aiuto perché a Berlino, nella città dove svolge attività criminale, ha bisogno di un sicario che faccia fuori un concorrente in affari, Ripley fa il nome di Trevanny. Inizialmente si limita a seguire la vicenda da lontano ma in seguito ci prende gusto e, facendo leva sul bisogno di denaro che ha Jonathan, sulla disperazione dovuta alla sua malattia terminale e all’istinto violento che alberga in ogni essere umano, decide di giocare pesantemente con la sua vita. Inizialemnte co-finanzia addirittura la prima missione killer di Reeves ma in seguito, nel momento in cui questi vuole continuare a servirsi di Trevanny come sicario, si oppone. È questo il punto in cui le cose si complicano. Non tutto va come era stato previsto e Ripley si trova costretto ad intervenire in prima persona.
Ho letto sulla scheda Wikipedia di questo film che Morandini critica la «programmatica rozzezza» del personaggio di Reeves (Ray Winstone). Beh, secondo me sbaglia. Intendo: la rozzezza di Reeves è l’esatto contraltare della classe e dei modi fini, quasi affettati, di Tom Ripley.
Altro elemento interessante il personaggio di Luisa Harari (interpretato benissimo da Chiara Caselli): la moglie di Ripley è talmente presa dalla musica, dalla passione per il clavicembalo, che si disinteressa completamente dei truci affari di suo marito. Sa benissimo di che pasta è fatto Ripley, ma non si preoccupa più di tanto della sua condotta e dei suoi affari. La vediamo abbastanza informata sui giochi sadici del marito ma la sua rappresentazione è quella di una donna che non interviene, che sta in disparte, che si occupa del mondo del suo compagno solo quando avverte che questi rischia la vita.
Unico neo del film è una specie di spiegone che avviene verso i 3/4 della vicenda, quando Ripley racconta chi è e perché ha scelto proprio Trevanny come pedina di questo pericoloso gioco. Peccato.
Buona prova di recitazione per Lena Headey, l’ansiosa mogliettina del corniciaio.
Dougray Scott, invece, ha un po’ la faccia da fesso. Se è pur vero che il corniciaio (il suo personaggio) qui è chiamato a rappresentare un po’ la vittima del gioco di Ripley, non è detto che per questo ruolo bisognava necessariamente scegliere qualcuno così poco espressivo.
Nota personale: mi sono promesso di vedere presto anche “Il talento di Mr. Ripley” di Anthony Minghella, con Matt Damon come protagonista.

Qui trovate una locandina alternativa, il trailer originale del film e quello in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Gone Baby Gone

Gone Baby Gone

di Ben Affleck (USA, 2007)
con Casey Affleck, Michelle Monaghan, Morgan Freeman,
Ed Harris, John Ashton, Amy Ryan, Titus Welliver,
Mark Margolis, Madeline O’Brien, Slaine, Trudi Goodman,
Matthew Maher, Amy Madigan, Michael Kenneth Williams

A prima vista questo può sembrare il solito film, un copione già visto, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Ma così non è.
La notizia che una bambina di 4 anni – figlia di una tossicomane – sia scomparsa getta nello sconforto un intero quartiere di Boston. Alla ricerca della piccola si lanciano sia la polizia, che un paio di investigatori privati (un lui e una lei legati da una relazione sentimentale) su richiesta dei parenti. Gli uni (i poliziotti) aiutano gli altri (gli investigatori) e viceversa. Le indagini proseguono freneticamente, anche perché si tratta di una corsa contro il tempo, e si arriva alla conclusione del caso – putroppo con la morte della vittima. Ma stranamente le cose giungono a conclusione troppo presto. Nell’analizzare i fatti non si è posta attenzione su determinati particolari. Regista e sceneggiatore (che in questo caso sarebbero la stessa persona: Ben Affleck) fanno un gioco di prestigio, distraggono lo spettatore, facendogli credere di avere la soluzione in mano. Invece così non è. Per ben due volte le credenze dello spettatore vengono ribaltate. Sono due i colpi di scena che traghettano la storia verso la conclusione. Un finale che tra l’altro rimane aperto, almeno dal punto di vista morale: è giusto essere sempre onesti e rispettosi della legge sino in fondo, ad ogni costo, oppure ci sono casi in cui, nella speranza di un bene superiore, è lecito chiudere un occhio e magari trasgredire le regole? Fino a che punto si può mettere a tacere la propria coscienza, dopo aver compiuto qualcosa che si ritiene sbagliato?
Ecco, sono queste le due domande di fronte alle quali ci mette Ben Affleck attraverso “Gone Baby Gone”. La storia del rapimento della bambina è in realtà solo un pretesto, così come, in un certo senso, è anche un pretesto la relazione sentimentale tra due dei protagonisti (Patrick e Angela). Un altro dei temi fondamentali della pellicola è la fiducia, il coraggio di credere nelle persone a cui si vuole bene, senza alcuna remora.
Cast eccellente: ottima recitazione per tutti.
Casey Affleck lo adoro sin dai tempi di Ocean’s Eleven. Secondo me è anche meglio di suo fratello, dal punto di vista recitativo. Anzi, sicuramente meglio. In questi ultimi anni è anche diventato un regista (ricordate “I’m Still Here”, l’assurdo progetto con Joaquin Phoenix?) ma mi sa che continuo a preferirlo davanti alla camera da presa. Ha una faccia da bravo ragazzo. Può fare qualsiasi ruolo. Qui lo vediamo nei panni di un investigatore poco più che trentenne che decide di seguire un caso spinoso – il rapimento di una bambina molto piccola – quasi solo per volere di Angie, sua collega, socia e compagna. Un ragazzo che fatica a farsi accettare come adulto dai poliziotti con cui collabora e che emerge come figura positiva, nonostante il percorso che compie durante il film metta in evidenza il suo background da ragazzaccio di strada, truffantello e spacciatore.
Michelle Monaghan è belluccia, sì. Ma non solo. Non ha la faccia buona solo per le commedie sentimentali. Anzi con questa pellicola, secondo me, ha dimostrato di valere molto anche come attrice drammatica. Brava davvero.
Ruolo atipico per Morgan Freeman. Qui lo vediamo nei panni di Jack Doyle, un capitano di polizia particolarmente coinvolto nei casi di rapimenti di bambine.
Ed Harris è Remy Bressant, il poliziotto dai modi rudi. Una vecchia volpe che sa il fatto suo. Volto più che espressivo, straordinaria interpretazione per questo che si può definire senza dubbio un “attorone”.
John Ashton lo ricordate nella trilogia di “Beverly Hills Cop?” È da allora che lo adoro. Anche in questo caso interpreta un poliziotto. Il suo rimane un volto “pacioso”.
Titus Welliver indossa un paio di grossi baffoni per intepretare l’affettuoso zio della vittima del rapimento.
Amy Ryan e Amy Madigan sono rispettivamente mamma e zia della bambina rapita (Madeline O’Brien).
Voto complessivo per la pellicola 6 e mezzo. Storia originale, nonostante nelle prime battute dia l’impressione di battere temi già trattati in tanti altri film.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Boris – Il film

Boris – Il film

di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo (Italia, 2011)
con Francesco Pannofino, Ninni Bruschetta, Alessandro Tiberi,
Caterina Guzzanti, Valerio Aprea, Carolina Crescentini, Antonio Catania,
Pietro Sermonti, Paolo Calabresi, Alberto Di Stasio, Karin Proia, Frankie Hi NRG,
Carlo De Ruggieri, Massimo De Lorenzo, Luca Amorosino, Giorgio Tirabassi,
Massimo Popolizio, Claudio Gioè, Thomas Trabacchi, Roberta Fiorentini,
Andrea Sartoretti, Paolo Bessegato, Eugenia Costantini, Rosanna Gentili,
Massimiliano Bruno, Federico Pacifici, Lavinia Biagi, Ivan Urbinati

Ok, era impossibile non trarre un film da queste serie ormai diventata un vero “cult”. Premessa/disclaimer: io stesso ne sono un grande fan.
Chi va a vedere questo film al cinema non ne rimane affatto deluso. Si ride un casino, allo stesso modo e con gli stessi meccanismi per cui si rideva guardando la serie in tv. D’altronde i registi/sceneggiatori sono gli stessi: Ciarrapico, Torre e Vendruscolo. Anche il cast è identico, con qualche piccolo innesto come due o tre scene di Claudio Gioè (il Totò Riina della fiction “Il capo del capi”) nella parte di un grande attore eroinomane, la presenza di un personaggio (Marilita Loy), che ovviamente fa la parodia di Margherita Buy, e un cammeo di Frankie Hi NRG.
Tutto bello, tutto molto divertente ma il finale mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Mi è sembrato quasi che si era concesso troppo tempo allo sviluppo del corpo della trama da non avere tempo e modo di concentrarsi un po’ sulle ultime battute, quelle di chiusura. Il finale, insomma, sembra raffazzonato, buttato lì, un po’ a caso, senza starci a pensare più di tanto.
La storia è semplice ma, al solito, ferocemente satirica nel suo essere ormai iperrealistica.
TRAMA – SPOILER
Ormai stanco delle assurde richieste da parte di Lopez, il delegato della Rete, il regista Dante Ferretti decide di abbandonare il set della fiction in lavorazione intitolata “Il giovane Ratzinger”, mandando così all’aria l’intero progetto. Avendo ormai deciso di tagliare per sempre i ponti con il mondo dello spettacolo, si chiude in casa per diversi mesi in preda a un pesante stato depressivo, almeno finché Sergio, il delegato di produzione – ormai messosi in proprio – non gli propone di realizzare un film ispirato a “La casta”, il noto libro/inchiesta dei giornalisti Rizzo e Stella, di cui detiene i diritti. Ferretti dunque accetta, non senza qualche riserva, con la speranza di portare sul grande schermo una pellicola impegnata e di qualità, pregna di un profondo senso civico e realizzata in maniera seria e professionale. Il progetto fortunatamente va in porto – anche grazie al supporto della sezione cinema della “Rete televisiva nazionale” – ma la lavorazione gomito a gomito con quelli che riteneva stimati professionisti del settore, si rivela una fonte di grande disperazione per Ferretti che è quindi costretto a richiamare la squadra de “Gli occhi del cuore”, i compagni di sempre, quelli che lo accompagnano da oltre 15 anni nelle produzioni tv. E così, pian piano, la classica cialtronaggine riemerge, il progetto del film impegnato si inabissa, e Ferretti, pur di non far naufragare la nave ormai salpata, decide a malincuore di dare alla sua creatura la forma di un becero cinepanettone.
Nota: il brano “Pensiero stupesce”, che si sente sui titoli di coda del film, è scritto ed eseguito dagli Elio e Le Storie Tese con il supporto vocale di Nicola Vitiello.

Vi consiglio vivamente di leggere l’ottima recensione che ha scritto Kekkoz.
Qui il trailer ufficiale del film.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.