Posts Tagged: critica


10
ago 11

Lucky Luciano

Lucky Luciano

di Francesco Rosi (Italia, 1974)
con Gian Maria Volontè, Rod Steiger, Charles Siragusa,
Magda Konopka, Edmond O’Brien, Vincent Gardenia,
Charles Cioffi, Silverio Blasi, Jacques Monod, Larry Gates

La storia di uno dei più grandi boss della Mafia siciliana, Lucky Luciano (all’anagrafe Salvatore Lucania). Dalla sua espulsione dagli Stati Uniti nel 1946 alla sua morte, avvenuta in Italia, all’Aeroporto di Capodichino (Napoli) nel 1964.
Un film che procede lento, quasi senza trama, dando spazio soprattutto al bassissimo profilo che il grande malavitoso manteneva durante la sua residenza a Napoli. La storia è intervallata da notizie storiche e teorie riguardanti il traffico di droga, i rapporti tra l’esercito americano sbarcato nell’Italia Meridionale per liberarla dal nazifascismo e la malavita organizzata campano/sicula.
Inutile soffermarsi sulla bravura di nell’interpretare Lucky Luciano. Verosimile persino l’accento: un mix tra siciliano, napoletano e italoamericano.
Da segnalare anche la recitazione di Rod Steiger nei panni di Gene Giannini (un mafioso che per anni ha svolto il ruolo di informatore per la polizia) ed Edmond O’Brien in quelli del commissario Anslinger (un poliziotto che ha trascorso gran parte della sua vita ad indagare su Lucky Kuciano).
Il soggetto del film è dello stesso regista che, però, per la sceneggiatura si è fatto aiutare anche da Lino Jannuzzi e Tonino Guerra.
Notevole la colonna sonora, infarcita di pezzi swing anche molto noti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


28
giu 11

Operazione Valchiria

Operazione Valchiria
(Valkyrie)

di Bryan Singer (USA, Germania, 2009)
con Tom Cruise, Bill Nighy, Kenneth Branagh,
Tom Wilkinson, Carice van Houten, Terence Stamp,
Eddie Izzard, Kevin McNally, Christian Berkel, Jamie Parker,
Thomas Kretschmann, Tom Hollander, David Schofield

Come immagino saprete già, questo è un film ispirato ad una storia realmente accaduta: il tentativo da parte di alcuni militari e politici tedeschi di assassinare il Fuhrer durante gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale e di portare a compimento un golpe, al fine di instaurare un nuovo governo e firmare un armistizio con le forze alleate.
È un film bello? È brutto? No, nessuna delle due ipotesi ha senso, se esposta in questo modo. Non mi piace esprimere giudizi così netti senza argomentare. Preferisco dire, piuttosto, che di certo questa pellicola piacerà a chi già ama i film di guerra, a chi è appassionato delle vicende della Seconda Guerra Mondiale, della Germania nazista e del Terzo Reich in particolare.
Non mi intendo di queste cose ma credo di poter dire che dal punto di vista filologico le cose filano (scusate il bisticcio di parole). Nel senso che Synger ha saputo ricreare bene quel periodo, sia con gli abiti, che con le location, il lessico, i comportamenti, ecc. E ci ha saputo inserire anche una discreta dose di azione e creazione dello stato di tensione nello spettatore (chiamiamola pure “Suspance”). Certo, si tratta sempre di un film americano – anche se alla produzione ha partecipato anche una società tedesca – per cui aspettatevi un certo stile nel raccontare i fatti, quella immancabile dose di “sbruffoneria eroistica” tipica delle pellicole del genere.
Cos’altro aggiungere? Ah, sì: il cast è davvero stellare. Oltre a Tom Cruise nella parte del protagonista (il Colonnello Claus von Stauffenberg), ci sono anche Terence Stamp nei panni di un canuto generale, Kenneth Branagh in quelli di un Generale Maggiore, Bill Nighy in quelli di un altro generale e Tom Wilkinson in quelli di un altro generale. Sì, tutti generali, o quasi. Tutti militari graduati. Le vicende si svolgono proprio intorno alle decisioni prese da questi personaggi. Sono loro che ordiscono una complotto ai danni di Hitler e dei suoi sodali.
Nota: Bryan Singer è lo stesso regista de “I soliti sospetti”, “X-Men”, “X-Men 2″ e “X-Men – L’inizio”, il che mi spiazza un po’. Mah.
Il voto non lo metto.

Qui trovate il trailer italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


25
giu 11

Bullitt

Bullitt

di Peter Yates (USA, 1968)
con Steve McQueen, Jacqueline Bissett,
Robert Vaughn, Robert Duvall, Norman Fell, Pat Renella,
Simon Oakland, Don Gordon, Justin Tarr, Carl Reindel,
Felice Orlandi, Georg Stanford Brown, Vic Tayback

Al tenente Frank Bullitt della polizia di San Francisco viene chiesto di “fare da balia” a una specie di pentito di mafia. L’antipaticissimo Walter Chalmers, un politico senza grandi scrupoli, gli chiede cioè di tenere sotto sorveglianza Joh Ross, un malavitoso che di lì a qualche giorno deve deporre in tribunale contro “L’organizzazione” di cui era membro. Insomma Bullitt deve proteggere un testimone chiave, viene chiamato a un compito molto difficile e delicato perché è il migliore nel suo lavoro. Ma fallisce. Anche i migliori a volte hanno delle défaillance. Organizza tre turni al giorno per proteggere Ross (che si trova rintanato in un hotel) ma ciò non è sufficiente. Una coppia di killer professionisti riesce comunque ad irrompere nella stanza del mafioso e a colpirlo a morte con un fucile a canne mozze. Anche un giovane collaboratore di Bullitt rimane ferito nell’agguato e per questo il tenente non si darà pace, almeno finché non avrà scoperto chi, come e perché ha interferito con la sua missione. Integerrimo, taciturno, ostinato e ligio al suo dovere, Bullitt cerca di fare chiarezza; dalla sua parte ha anche Delgetti (si pronuncia “Delgado”), un fidatissimo collaboratore, e il suo capo, il Capitano Bennet, ma stranamente quello che più gli metterà i bastoni tra le ruote sarà Chalmers, quella specie di procuratore che desidera solo portare a deporre il suo supertestimone, ovviamente per meri fini di carriera.
Il soggetto è tratto dal romanzo “Mute Witness” di Robert L. Pike.
Ciò che rende unico questo film, comunque, non è tanto la trama ma lo “stile”, dove con questo termine intendo la cura nella scelta delle location (Friso e il mini appartamento del protagonista), degli abiti, del montaggio, della colonna sonora, ecc.
Due parole sugli attori.
McQueen epocale. La sua interpretazione del poliziotto figo e tutto d’un pezzo è eccellente. Un vero duro che on si fa intimorire da nessuno, un poliziotto serio e capace, rispettoso dalla legge, che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, nemmeno dalla politica. Ma anche uno sciupafemmine che sa correre in auto e amare le belle donne.
La bella donna – anzi la bellissima donna – della situazione è Jacqueline Bisset. L’ho trovata divina. Minuta, sobriamente sexy, con due splendidi occhi azzurri. Recita in poche scene. Molte delle quali semisvestita tra le lenzuola del bel poliziotto protagonista.
La responsabilità di impersonare Chalmers se l’è pressa Robert Vaughn. Una faccetta stronzetta con mento pizzuto e capelli liscissimi e pettinatissimi (con tanto di riga di lato). Più che elegante. Il taglio classico dei suoi abiti da sartoria contribuisce a farlo risultare perfetto per il ruolo del politicante.
Simon Oakland fa il Capitano Bennett, il vecchio poliziotto padre di famiglia, un po’ burbero ma bonario, serio, severo e taciturno, che si assume sempre la responsabilità dei passi falsi che Bullit fa durante le sue indagini.
Don Gordon è la spalla perfetta per McQueen. Una specie di braccio destro che esegue alla lettera tutti gli ordini impartiti da Bullitt, il collega che tutti i poliziotti vorrebbero avere.
Norman Fell (il signor Roper de “Tre cuori in affitto”) interpreta il capitano Baker, una specie di lacché al servizio di Chalmers.
Pat Renella dà il volto al mafioso John Ross.

Nota personale: ho rivisto questo film perché della trama non ricordavo quasi nulla. So che si tratta di una specie di pellicola di culto. Io mi ritrovo appassionato perché adoro l’omonimo tema della colonna sonora, composto ed eseguito da Lalo Schifrin.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


13
giu 11

Conviction

Conviction

di Tony Goldwyn (USA, 2010)
con Hilary Swank, Sam Rockwell, Minnie Driver,
Peter Gallagher, Juliette Lewis, Karen Young, Melissa Leo,
Owen Campbell, Conor Donovan, Loren Dean, Bailee Madison,
Ari Graynor, Tobias Campbell, J. David Moeller

Ispirato a una storia vera, “Convinction” racconta di due fratelli uniti da un legame indistruttibile.
1980 Ayer, Massachussetts (USA). Kenneth Waters, detto Kenny, viene condannato per omicidio di primo grado. La giuria non crede alla sua dichiarazione di innocenza e lo sbatte dentro a vita con l’accusa di aver colpito a morte la sua ex, infliggendole ben 24 coltellate. Sua sorella Betty Ann, che sin dal principio non crede alla versione della polizia, manderà all’aria tutta la sua vita (compreso matrimonio) per laurearsi in legge e tirare suo fratello fuori dal carcere. La trafila sarà lunga e difficile ma la caparbia di Betty Ann e il suo sentimento fraterno saranno più forti.
Ancora una volta ottima prova recitativa per Hilary Swank. Avrebbe quasi meritato un altro Oscar.
Sam Rockwell è fantastico, sia nelle scene in cui dà di matto, che in quelle più drammatiche dove lo vediamo confrontarsi con la Swank in dialoghi e faccia-a-faccia molto intensi.
Minnie Driver interpreta l’amica/avvocato/compagna di corso che aiuta Betty Ann nella battaglia contro la magistratura del Massachussetts. La ricordate in “Sleepers”? Qui la troviamo meno ragazza e più donna (ovvio, ne sono passati di anni). Anche lei perfettamente nel ruolo. Ottima nelle scene in cui costringe Betty Ann a confrontarsi con la realtà delle cose.
Peter Gallagher veste i panni del super-avvocatone belloccio e elegante che si prende carico di tutti quei casi in cui gli imputati hanno subito dei torti da parte della Giustizia americana – in particolar modo dei casi di condannati innocenti.
Juliette Lewis interpreta una delle testimoni chiave del processo a Kenny Waters.
Il film è di quelli intensi. Non è un drammone ma poco ci manca. Se siete di quelle persone che si commuovono per un nonnulla, forse piangerete anche guardando “Conviction”. Ma non importa. Il mio non è un parere negativo. Anzi. Tony Goldwyn costruisce un ottimo film. Un legal (senza thriller) in cui si mettono in primo piano la speranza e i buoni sentimenti, in particolar modo i legami intra-familiari. Non solo quelli tra fratello e sorella ma anche quelli tra madre e figli.
Voto: 7.

Nota personale: io l’ho visto in versione originale (un Divx sottotitolato in inglese). A quanto pare questo film è arrivato anche nelle sale italiane ma pochi se ne sono accorti. Peccato.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


27
mag 11

La teta y la luna

La teta y la luna

di Bigas Luna (Spagna, 1994)
con Biel Durán, Mathilda May, Miguel Poveda,
Gérard Darmon, Abel Folk, Genís Sánchez, Laura Mañá,
Xus Estruch, Jane Harvey, Vanessa Isbert, Xavier Masse

Pellicola che in potenza vorrebbe tendere al lirismo ma che, a mio avviso, rischia quasi di cadere nel pecoreccio.
“La teta y la luna” (letteralmente: “La tetta e la luna”) racconta di Tete, un ragazzino catalano che nelle folkoristiche feste di paese partecipa alla piramide umana in qualità di anxaneta (ossia di vertice), e della sua ricerca di una “tetta alternativa”. Non potendo più bere latte dal seno di sua madre – occupato a sfamare il fratellino appena nato – Tete sente il bisogno di trovare una tetta nuova, sostitutiva, cioè di ovviare a questa forma di gelosia fraterna attraverso il contatto fisico con un’altra donna. La sua ricerca di questa sorta di madre-surrogato si conclude quando incontra Estrellita (“Piccola stella”), una giovane e affascinante ballerina francese che si esbisce in una specie di circo, accompagnata da suo marito (il petomane Maurice).
Tete si innamorerà (platonicamente?) di Estrelita e per una volta riuscirà a realizzare il suo sogno di suggere latte dal seno della donna ma, più che altro, sarà testimone involontario della sofferta storia d’amore tra la stessa Estrelita e Miguel, un ragazzo molto giovane che riesce a sedurre la ballerina cantando (urlando) giorno e notte canzoni di flamenco – immaginate un Gipsy King in tempesta ormonale.
Questa love story molto originale troverà sul suo percorso un ostacolo: la gelosia del marito di Estrelita. Sebbene severo e passionale, Maurice (peraltro ormai impotente) si mostrerà dapprima comprensivo, cercando di convivere con il tradimento di sua moglie, ma in un secondo deciderà di fuggire con lei, nella disperata ricerca di strapparla alla passione del giovane cantore.
Il petomane geloso e canuto è interpretato da Gérard Darmon, Estrelita dalla mora e sensuale Mathilda May, il piccolo Tete (9 anni circa) da Biel Durán e il cantore tamarro Miguel da Miguel Poveda.
Voto: 5. Devo essere sincero: questo film non mi è piaciuto granché. L’ho trovato un po’ noioso e in certi passaggi disgustoso. Ridicolissime e tamarre poi sono le battute iniziali, quelle del “castell” (la folkloristica piramide umana). Mi permetto di aggiungere che l’accostamento della presunta ingenuità di un bambino con il mistero della passione che infiamma il desiderio degli adulti non è tema nuovo nella cinematografia mondiale e mi pare che altri l’abbiano trattato meglio (vedi ad esempio “Malena” di Giuseppe Tornatore). Senza parlare poi della scena dell’incidente di moto che causa la morte di “Stallone”, un passaggio che appare quasi avulso e senza senso, un mero pretesto narrativo per far scattare l’amore (fisico) tra due personaggi.

Piccola nota personale: questo è stato il primo film visto su un tablet (uno ZTE V9 Tabula, per la precisione) e devo dire che non mi è dispiaciuto affatto. Anzi, trovo che sia gradevolissimo guardare lungometraggi su un dispositivo di questo tipo. Forse ci si stanca un po’ le mani. Ma non è molto importante.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


26
mag 11

Vallanzasca – Gli angeli del male

Vallanzasca – Gli angeli del male

di Michele Placido (Italia, 2011)
con Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Valeria Solarino,
Paz Vega, Moritz Bleibtreu, Francesco Scianna, Nicola Acunzo,
Toni Pandolfo, Stefano Chiodaroli, Lino Guanciale, Monica Barladeanu,
Gaetano Bruno, Lorenzo Gleijeses, Gerardo Amato, Lia Gotti

Biopic su Renato Vallanzasca: un uomo nato per rubare (testuali parole del protagonista).
Questa pellicola, in cui ho ritrovato toni un po’ noir e retrò, stilisticamente ricorda molto il “Romanzo criminale” di Placido. Solo che se quello era un film corale, che narrava le vicende di una banda, questo è molto più incentraro sul singolo personaggio, sul protagonista unico della storia: il Bel Renato. Anche se, va detto, al fianco dell’eccellente Kim Rossi Stuart – che qui recita con un dignitoso accento milanese – troviamo un bel gruppo di validi attori come Filippo Timi, Valeria Solarino, Paz Vega e Moritz Bleibtreu (quest’ultimo già visto nei panni di un bandito nel film “La banda Baader Meinhof”).
“Vallanzasca” tratta di criminali e criminalità, del lato oscuro del celeberrimo furfante meneghino, ma chi ha scritto il soggetto e messo le mani sulla sceneggiatura, evidentemente ha voluto tirar fuori anche il lato più umano del protagonista. Vedi, ad esempio, la drammaticissima scena dell’uccisione dell’amico fraterno Enzo. Sarà stato questo il motivo di tante polemiche che hanno accompagnato l’uscita del film? Probabilmente sì. Ma non ci interessa. Non siamo qui per alimentare inutili polveroni. Ci basta ricordare che il cinema è un arte e, come tale non è affatto tenuta ad essere pedagogica, né a ritrarre il vero, il buono o il giusto. Dunque cosa avete contro Michele Placido come regista? Perché non vi piacciono i suoi film? Non capisco.
Ma torniamo alle immagini. La fotografia è impeccabile. Niente da eccepire. Così come sugli abiti e pettinature degli attori. Mi sembra che da questo punto di vista ci sia stato un approccio molto professionale.
Sulla recitazione mi sono già espresso. Rossi Stuart nei panni del bandito sciupafemmine non stona affatto. Anzi, direi che si è rivelato un cavallo vincente. Tra le altre cose, l’attore ha voluto partecipare al film anche in qualità di sceneggiatore, ha potuto cioè intervenire sul contenuto che poi ha dovuto recitare, plasmare in un certo senso il racconto del personaggio e adattarlo alle proprie caratteristiche – ma soprattutto viceversa.
A Filippo Timi è toccato intepretare l’eroinomane sciroccato e traditore. Mi sembra anche questa una scelta indovinata. Il suo essere legnoso questa volta gli ha giovato.
Valeria Solarino recita il ruolo della giovane calabrisella tutto pepe che dà alla luce il figlio di Vallanzasca. Ottima performance sia nelle scene ad alta carica erotica (leggi: sesso), che in quelle particolarmente drammatiche, come il tentativo di rapimento di suo figlio e un colloquio in carcere in cui confessa al protagonista di avere una relazione con un altro uomo.
Paz Vega non l’avevo affatto riconosciuta. Lo ammetto. Ho dovuto attendere i titoli di coda per capirlo. Sia come sia, m’è sembrata davvero molto brava nei panni di una giovane parrucchiera, amica storica di Vallanzasca. Una figura chiave nella storia, che funge da raccordo tra lo stesso protagonista e un altro alto esponente della mala di Milano, tale Frances Turatello – magnificamente intepretato da Francesco Scianna. I suoi basettoni, la pettinatura cotonata, gli abiti eleganti, lo rendono un perfetto malavitoso con l’aspetto da gagà. Champagne!
Moritz Bleibtreu è un po’ in secondo piano, è uno dei pochi membri della banda che rimarrà vivo sino alla fine. Credo che non abbia più di un dialogo, forse due – al massimo. Peccato.
Encomiabile, comunque, il coraggio di Placido di inserire nel cast anche due validissimi attori europei, che non fanno parte del solito circuito del cinema italiano.
Lorenzo Gleijeses, che qui interpreta un sanguinario carcerato di origini napoletane, è il figlio di Geppi. Lo sapevate? Io no. Anche questo l’ho capito alla fine del film, guardando i titoli di coda. Oh, sono identici. Hanno la faccia uguale. Incredibile.
Lino Guanciale, già visto in “Il gioiellino”, recita come membro della banda – uno di quelli a cui Vallanzasca è più affezionato. Tra gli altri componenti troviamo anche Stefano Chiodaroli (il panettiere urlante di Colorado Café) e Nicola Acunzo – che m’è sembrato molto buffo, basso com’è, e con quella capigliatura nerissima e riccisima, quasi da clown.
Voto alla pellicola: 7. Storia interessante. Raccontata bene – attinente o meno che sia alla realtà dei fatti. Recitata ancora meglio. Apprezzabile la costruzione della tensione in alcune scene chiave. Ottima la scelta delle location, degli abiti, di trucco, parrucco e degli arredamenti.

Guarda qui il trailer.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


19
mag 11

Shutter Island

Shutter Island

di Martin Scorsese (USA, 2010)
con Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley,
Max von Sydow, Michelle Williams, Emily Mortimer, Nellie Sciutto,
Patricia Clarkson, Jackie Earle Haley, Ted Levine, Elias Koteas

Attenzione perché questo post potrebbe essere uno SPOILER gigante.
“Shutter Island” è il tipico film in cui avviene il ribaltamento di prospettiva. Avete presente “Il sesto senso” e “Memento”? Bene. A grandi linee qui avviene la stessa cosa. Intendo: in principio allo spettatore viene data una versione dei fatti o, meglio, gli viene offerta solo ed un’unica prospettiva: quella del protagonista. Poi pian piano, con l’avanzare del film, vengono rilasciati parecchi indizi che mettono in crisi quell’assunto e portano lo spettatore ad un’epifania, a capire l’errore di fondo in cui vive il protagonista, cioè come sia completamente in errore, come sia egli stesso causa dei suoi mali, carnefice e non vittima, cacciato e non cacciatore.
La cosa bella è che, nonostante questo inizi ad essere un meccanismo alquanto diffuso, una strada parecchio battuta nel cinema contemporaneo, con me è il trucco è riuscito. Ancora una volta. Ci sono cascato come un allocco e non mi è dispiaciuto. Non mi sono accorto, cioè, che quello a cui stavo assistendo era tutto un grande bluff, ben orchestrato per giunta. E dico “ben orchestrato” proprio perché ho abboccato, non ho mangiato la foglia rapidamente. In questo modo ho potuto godermi la pellicola e scoprire pian piano la verità.
Dunque bravo – anzi bravissimo – Scorsese, che è riuscito comunque a portare a casa un bel risultato, nonostante si stesse cimentando con un genere abbastanza nuovo (per lui). Non vorrei dire la solita fesseria, ma non mi pare che prima di “Shutter Island” avesse girato altri thriller così cupi e ansiogeni. Unico neo: l’eccessiva lunghezza di alcuni excursus all’interno della mente contorta e distorta del protagonista. In un paio di occasioni ho trovato questi inserti un po’ lunghi e alquanto noiosi.
Vi accenno brevemente alla storia. L’agente federale Teddy Daniels e il suo nuovo collega Chuck Aule si recano su di un’isola in cui si trova un penitenziario criminale, chiamati ad indagare sulla misteriosa scomparsa di una paziente, tale Rachel. Arrivati in questo posto tetro e misterioso, però, finiscono per rimanerne invischiati – Daniels in particolar modo. Su di lui è infatti il focus del racconto. Le motivazioni che lo imbrigliano in questa sgradevolissima situazione sono sostanzialmente tre: 1. la terribile tempesta che si abbatte sull’isola e che gli impedisce quindi materialmente di tornare indietro; 2. lo strano atteggiamento non collaborativo dei medici, della dirigenza e del personale del penitenziario; 3. i terribili incubi che riaffiorano nella sua mente, mescolando i ricordi di sua moglie (morta in un incendio doloso) e le brutture che ha vissuto durante la guerra – in particolar modo durante la liberazione del campo di concentramento di Dachau.
Dal punto di vista professionale Leo di Caprio cresce costantemente. Nelle ultime pellicole lo vediamo recitare sempre meglio. Le bambinate di “The Beach” ormai sono lontane. Secondo me è in fase ascendente. Da “The Departed” in poi non fa che migliorare.
Ben Kingsley è il signore dell’aplomb. Questa è la qualità che fa emerge maggiormente attraverso il suo personaggio: il primario che dirige l’ospedale psichiatrico. Non sfigura affatto nei panni del rispettabile dottorone. Calmo, deciso e autoritario. Dall’alto del prestigio che la sua figura gli conferisce s’impone e fa rispettare le regole, senza aver bisogno di alzare la voce o usare violenza.
Mark Ruffalo è un grande attore ma qui sta un passo indietro rispetto a Di Caprio – essendo questo protagonista assoluto. Peccato davvero: ha un sacco di potenziale inespresso. Lo vediamo sempre in ombra. Avrebbe potuto esprimersi meglio e di più ma è costretto ad un ruolo da comprimario.
Michelle Williams interpreta la mogliettina del protagonista. Forse sono prevenuto, forse la sua immagine nella mia mente è troppo legata alla ragazzina biondina di “Dawson Creek”, ma ho grandi difficoltà a darle credito come attrice drammatica.
Ancora una volta Max von Sydow si dimostra attore di grande rango. Qui lo vediamo nei panni di uno psichiatra di origini teutoniche che stuzzica la rabbia repressa e la violenza dell’agente Daniels, mettendo a dura prova la sua pazienza.
La minuta Emily Mortimer recita nei panni della finta paziente Rachel, una matta estremamente instabile che finge di essere la paziente fuggitiva.
Patricia Clarkson interpreta invece la vera paziente Rachel.
A Ted Levine hanno affidato il ruolo del direttore del penitenziario, un sadico istigatore amante della violenza.
Voto alla pellicola. 7. La sufficienza la raggiunge perché non è un cattivo film. Anzi. Mezzo punto perché è riuscito a sorprendermi. Altro mezzo punto perché le location in cui si è girato, le ambientazioni e alcuni scenari (i boschi, gli edifici dell’istituto, il mare freddo e denso di foschia, la tempesta) sono elementi molto affascinanti, che in questo caso contribuiscono a infondere nello spettatore un senso di angoscia, oltre che di mistero.

Guarda qui il trailer italiano del film.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it,


7
mag 11

Io sono un autarchico

Io sono un autarchico

di Nanni Moretti (Italia, 1976)
con Nanni Moretti, Fabio Traversa, Lorenza Codignola,
Luigi Moretti, Paolo Zaccagnini, Luciano Agati, Giorgio Viterbo,
Beniamino Placido, Alberto Abruzzese, Alberto Flores D’Arcais,
Benedetta Bini, Lori Valesini, Fabio Sposini, Augusto Minzolini, Andrea Pozzi

Non so precisamente cosa ma mi aspettavo di più, molto di più da questo film. La prima pellicola di Nanni Moretti. Forse avevo delle aspettative troppo alte. Ammetto di essere rimasto abbastanza deluso. In parecchi frangenti l’ho trovato noioso. Ho interrotto la visione quattro o cinque volte. Ci ho messo più di due giorni per finire di vederlo.
Ho anche difficoltà a trovare un senso a tutta la pellicola. Ma magari è un problema mio, eh. Vedo che nella scheda di Cinematografo.it “Io sono un autarchico” viene considerato un film satirico e mi chiedo: satira di che? Di cosa? Della società in generale? Del cinema italiano dell’epoca? Può essere considerato questo un film auto-riflessivo sulla condizione dei giovani di sinistra (di estrazione piccolo-borghese) che vivevano nella Capitale nel 1976? Sinceramente: non l’ho capito.
Io mi sono fermato alla superficie. C’è un giovane padre disoccupato, Michele Apicella (il protagonista interpretato dallo stesso regista), che rimane a vivere solo con suo figlio (un bambino di circa tre anni) in un appartamento pagato con i soldi dei suoi genitori, quando sua moglie Silvia lo abbandona. Una giovane donna questa, che sembra davvero vacua, vuota, scipita. All’improvviso decide di andare via di casa senza ma lo fa senza un vero motivo. Dice di non sentirsi amata, è nuovamente incinta e pare non voglia tenere il bambino ma non sembra completamente convinta della sua scelta e delle motivazioni che l’hanno portata a questa decisione.
Nel frattempo Fabio, uno sfigatone di circa 30 anni, mette disperatamente in piedi una compagnia teatrale, radunando alcuni suoi vecchi amici, con l’idea di realizzare uno spettacolo indipendente di teatro sperimentale. La sede della compagnia sarà proprio casa di Michele. Gran parte della pellicola racconta infatti del training che questi attori provetti fanno (svogliatamente) in campagna per prepararsi allo spettacolo, delle prove generali di recitazione e delle prime rappresentazioni.
Le uniche storie parallele alla realizzazione dello spettacolo sono la sofferenza di Michele per l’abbandono, le prime supplenze fatte da Giorgio (un altro ragazzo membro della compagnia) e il suo amore segreto per una vicina di casa, la decisione di Giuseppe (un altro giovane senza arte, né parte) di andare a vivere finalmente da solo, le chiacchierate sulla critica culturale (teatrale, letteraria, cinematografica, ecc.) tra Fabio e Beniamino Placido e poco altro.
I momenti più simpatici sono i deliri no-sense di Paolo Zaccagnini (nei panni di se stesso, credo) e le imitazioni che Giorgio fa di Alberto Moravia.
Da segnalare, comunque, la presenza in nuce di alcuni topos tipici del “cinema morettiano”, come la passione per i dolci (biscotti, Nutella, merendine), gli assurdi dialoghi al telefono, la rappresentazione dell’apatia della sua generazione, ecc.
Voto globale: 5. Col passare del tempo Moretti ha diretto pellicole decisamente migliori.

La scheda di MyMovies.it.


4
mag 11

La messa è finita

La messa è finita

di Nanni Moretti (Italia, 1985)
con Nanni Moretti, Marco Messeri, Dario Cantarelli,
Vincenzo Salemme, Ferruccio De Ceresa, Margarita Lozano,
Pietro De Vico, Enrica Maria Modugno, Giovanni Buttafava,
Luisa De Santis, Eugenio Masciari, Luigi Moretti,
Roberto Vezzosi, Mariella Valentini, Antonella Fattori

Oh, questo sarà anche un film drammatico ma io ho riso come un pazzo. Mi è piaciuto tanto. L’ho trovato proprio divertente.
Moretti interpreta Don Giulio, un giovane prete che lascia un piccolo paesello per tornare in città, a Roma, dove viene affidato a una nuova parrocchia con il compito di gestire una chiesetta piccola, ormai quasi abbandonata. Il protagonista inizialmente sembra contento di essere tornato a vivere non molto lontano dalla sua famiglia e dai luoghi a lui cari ma ben presto iniziano ad affiorare i problemi.
Don Giulio diventa il confessore di diverse persone a lui care ma questa vicinanza sentimentale non gli rende le cose facili. Anzi. Si sente sempre molto a disagio, si sente caricato di un forte senso di angoscia. Si trova testimone di molte situazioni difficili: sua sorella, che è rimasta incinta, vuole abortire e lasciare il suo ragazzo storico, suo padre s’invaghisce di una ragazza molto più giovane e abbandona il tetto coniugale, un suo vecchio amico di gioventù è in carcere e sotto processo perché sospettato di terrorismo, un altro vecchio amico è caduto in depressione dopo essere stato lasciato dalla ragazza che amava, l’ex parroco della sua parrocchia si è sposato con una giovane, ha fatto un figlio e si è stabilito proprio davanti la chiesa, ecc. Insomma Don Giulio vede il mondo crollargli addosso e vorrebbe fare qualocosa, prova a dispensare consigli, cerca di instillare nelle persone intorno a sè la forza per reagire ma non ci riesce. Ha la sensazione di essere impotente, di non essere in grado di intervenire là dove invece potrebbe e dovrebbe.
Marco Messeri è un vero spasso nei panni dell’amico depresso che vorrebbe rimanere sempre chiuso in casa e non vedere più nessuno.
Anche Eugenio Masciari è parecchio buffo nei panni dell’ex parroco che ha scoperto l’amore di una donna e la magia della paternità.
Dario Cantarelli intepreta un amico del protagonista, un omosessuale titolare di una libreria.
Vincenzo Salemme, invece, ha il ruolo dell’amico chiuso e taciturno che ha scelto la via del terrorismo.
A suo padre, Luigi Moretti, il regista ha affidato il ruolo di un severo e anziano giudice.
Voto alla pellicola: 7. Non sarà la migliore di Moretti ma a me, lo ripeto, è piaciuta molto. Avrei dovuto vederla prima. Chissà perché non l’avevo mai fatto.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


22
apr 11

I segreti di Brokeback Mountain

I segreti di Brokeback Mountain
(Brokeback Mountain)

di Ang Lee (USA, 2005)
con Jake Gyllenhaal, Heath Ledger, Randy Quaid,
Michelle Williams, Anne Hathaway, Valerie Planche,
Tom Carey, Dan McDougall, Anna Faris, Roberta Maxwell

1963. Ennis Del Mar e Jack Twist, due giovani cowboy che hanno un grosso bisogno di denaro, decidono di trascorrere un’estate pascolando pecore in montagna, su a BrokeBack Mountain, appunto. L’incarico è molto faticoso, male retribuito e costringe i nostri a diversi mesi di solitudine. L’isolamento e la vita a stretto contatto farà sbocciare tra i due ragazzi una grossa amicizia, qualcosa di così grande e sincero che in poco tempo si trasformerà in vero amore. I due diventano dunque amanti. Sì, avete capito bene, è di amore omosessuale che stiamo parlando. Il cattivo tempo, però, costringe il padrone delle pecore a chiudere anticipatamente la stagione del pascolo per cui Ennis e Jack sono costretti a scendere dal monte e separarsi, senza nemmeno aver il tempo per capire fino in fondo l’intensita dei propri sentimenti.
Passano 4 anni, entrambi si sposano e fanno figli. Poi un giorno Jack scopre dove vive Ennis e gli manda una cartolina, a cui poi segue una risposta entusiasta. Il rapporto bruscamente interrotto, insomma, riprende in men che non si dica, il fuoco della passione comincia a bruciare di nuovo. Jack e Ennis tornano a vedersi, anche se di nascosto dalle loro famiglie. Due o tre volte all’anno fingono di andare a pesca insieme, si isolano dal mondo, vanno in qualche bosco o su qualche montagna, cioè tornano per qualche giorno a fare la vita che facevano su a Brokeback. Solo così riescono a vivere il loro amore segreto, al riparo da occhi indiscreti e menti bigotte. In un primo momento Jack vorrebbe abbandonare tutto e fuggire via con Ennis ma questi ha paura della sua stessa omosessualità a causa di un grave trauma infantile per cui non se ne fa nulla. Il progetto viene abbandonato. La storia d’amore comunque durerà a lungo, anche se tra mille alti e bassi.
Non male come film. Pensavo peggio. Voto: 6 e mezzo. Pellicola di grandi sentimenti. Amore omosex tra i monti: idea originale. Buona recitazione da parte di entrambi i protagonisti. Jake Gyllenhaal non mi sta propriamente simpatico ma bisogna dire che in questo caso offre una buona prova. Forse Ledger recita anche meglio ma, si sa: non è mai bello fare paragoni.
Anne Hathaway l’ho trovata bella e sexy come sempre. Il ruolo di mogliettina country tutta messinpiega e calcolatrice la rende molto buffa. Ma va detto che anche lei se la cava.
Michelle Williams invece mi ha stupito, in positivo. Me la ricordavo molto frivola in Dawson’s Creek ma qui sfodera grandi doti d’attrice drammatica. Molto brava. Ripeto: non me l’aspettavo.
Anna Faris ha un piccolo cammeo nella parte di un’oca estremamente ciarliera, una specie di amica di famiglia stupidina che diverrà l’amante di Jack. Personaggio comunque poco rilevante ai fini della storia.
Colonna sonora ovviamente country. Leggi: chitarre acustiche a profusione. Ritmi lenti e malinconici.

Guarda qui il trailer in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quellla di MyMovies.it.