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8
dic 11

Midnight in Paris

Midnight in Paris

di Woody Allen (Francia, 2011)
con Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard,
Michael Sheen, Carla Bruni, Adrien Brody, Kathy Bates,
Nina Arianda, Kurt Fuller, Tom Hiddleston, Alison Pill,
Mimi Kennedy, Léa Seydoux, Corey Stoll, Lil Mirkk, Gad Elmaleh

Partiamo con le cose semplici. Questo è migliore del precedente film di Woody Allen. Dunque i delusi potranno rifarsi. Almeno in parte.
Mi spiego. La commedia è gradevole ma non siamo di fronte a quei capolavori a cui Allen ci aveva abituato durante i decenni precedenti. Peccato. Comunque sia, Midnight in Paris, pur essendo privo del tipico umorismo sagace che da anni contraddistingue le produzioni cinematografiche di questo regista, non è un cattivo film. Anzi.
Il protagonista, tale Gil, è un giovane scrittore americano in vacanza a Parigi con la sua ragazza e i di lei genitori. Innamoratissimo della città, ha il desiderio di trasfericisi a vivere ma la sua ragazza Inez non pare essere del tutto d’accordo. Mentre cenano in lussuoso ristorante i due incontrano un’altra coppia di americani: Paul, un professore vecchio amico di Inez, e la sua compagna. Iniziano così a visitare Parigi in quattro ma Gil presto si stufa e decide di abbandonare la comitiva, anche perché Paul gli risulta particolamente antipatico a causa della sua pedanteria. Inez invece, affascinatissima dal suo amico colto e barbuto, decide di continuare con lui il tour culturale per la città da sogno.
Mentre la sua ragazza è in giro per Parigi, Gil preferisce passeggiare in solitudine per la città; così facendo, una notte si imbatte per caso in degli strani personaggi, un gruppo di artisti del passato di cui è fan da sempre: Ernest Hemingway, Cole Porter, Francis Scott e Zelda Fitzgerald. Inizialmente gli sembrerà tutto un sogno (anche perché è abbastanza alticcio) ma ci metterà poco ad accorgersi che si tratta di una specie di realtà parallela in cui si trova immerso, una specie di “Inception” nel passato – per la precisione negli anni ’30.
Di questa vita notturna vissuta in compagnia dei suoi amici artisti Gil s’innamorerà senza remore. Sarà il suo rifugio dai problemi diurni con la sua ragazza e il presente. Di notte incontrerà anche Adriana, una bellissima moretta per cui perderà la testa. Persino la sua autostima, dai livelli bassi in cui si trovava prima delle frequentazioni notturne, farà notevoli progressi grazie all’incontro con Gertrude Stein, che accetterà di leggere il libro che sta scrivendo e gli fornirà diversi consigli su come procedere con il lavoro.
Non vi svelo il finale ma sappiate che nasconde una morale. Anche condivisibile, a dire il vero: né banale, né troppo scontata.
Domanda importante: ma si ride durante la visione di questo film? Mah. Poco, direi quasi mai. A parte una scena straordinaria in cui il protagonista incontra in un bar uno stralunatissimo Salvator Dalì (magnificamente interpretato da Adrien Brody) che non fa altro che rifersi alla figura del rinoceronte. Ma questo è solo il mio personalissimo parere.
Owen Wilson è un’attore che mi sta un sacco simpatico; bravissimo, certo, ma sinceramente non so è stata la scelta perfetta per questa pellicola. Diciamo che non è fuori ruolo ma personalmente lo preferivo nei panni di personaggi demenziali. Quella non è la faccia di uno scrittore americano con problemi esistenziali.
Rachel McAdams invece è perfetta. Fa la giovane americana di buona famiglia, una biondina dolce e sexy anche un po’ stronzetta, la fidanzatina perfetta che ti sta al fianco finché non si stufa o non si presenta il primo problema serio. Non so come dirvelo: io l’ho trovata molto più che attraente. Per i primi 20 minuti di pellicola non ho fatto altro che guardare e pensare alle sue gambe.
Michael Sheen interpreta un giovane professore americano che viene invitato alla Sorbonne. Affascinantissimo. La barba nera e folta gli dona molto. Peccato abbia dovuto recitare la parte di un rompiscatole saputello e pretenzioso.
Marion Cotillard è bella, ma questo lo sappiamo. Qui recita la parte della ragazza giovane e frivola che non sa quel che vuole. Il personaggio di Adriana è un’apparente ingenua che si fa affascinare da enormi personalità e che attraverso questo atteggiamento nasconde il suo vuoto esistenziale. Riesce comunque a far innamorare il protagonista con un solo sguardo. Bontà sua.
Di Adrien Brody ho già detto.
Carla Bruni: quasi “non pervenuta”. Ha solo un paio di scene nei panni di un’insulsa guida turistica. Il presidente francese ci scuserà per questo.
Kathy Bates nei panni di Gertrude Stein per me è un “Boh”.
Mi ha stranito vedere Alison Pill nei panni di Zelda Fitzgerald. Il suo ruolo è emblematico. Risulta buffa in un primo momento e tragica poco dopo. Un peperino frizzante prima e un anima in pena in preda alla disperazione più profonda dopo. La bravura di Allen credo stia anche nel saper raccontare personalità di questo tipo, nonostante in questo caso l’abbia fatto attraverso un paio di pennellate/scene appena.
Molto buffo anche Gad Elmaleh, l’attore a cui hanno affidato il ruolo di un investigatore privato francese. Recita una sola battuta ma la situazione in cui si viene a trovare è decisamente divertente.
Voto: 6. Sufficienza. Da Allen ci si aspetta sempre capolavori.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


30
nov 11

Per grazia ricevuta

Per grazia ricevuta

di Nino Manfredi (Italia, 1971)
con Nino Manfredi, Lionel Stander, Paola Borboni,
Delia Boccardo, Fausto Tozzi, Enzo Cannavale, Mariangela Melato,
Tano Cimarosa, Gastone Pescucci, Véronique Vendell

Piccolo capolavoro diretto, scritto e sceneggiato da Nino Manfredi con l’aiuto di Leo Bevenuti, Piero De Bernardi e Luigi Magni.
Il film racconta l’esistenza sfortunata di un uomo: una vita intera fortemente segnata dalla fede ma in maniera quasi coatta.
In apertura di pellicola vediamo il protagonista viene portato in una clinica privata perché si trova in condizioni disastrose a causa di un incidente. L’uomo ha il cranio fratturato e altre gravi lesioni sul resto del corpo. Durante l’operazione chirurgica d’emergenza che dovrebbe tentare di salvargli la vita, lo spettatore assiste a dei flashback che gli raccontano tutta la vita dello sfortunato.
Il piccolo Benedetto è un orfano che vive con una zia molto giovane e alquanto dissoluta. Il giorno della sua prima comunione il ragazzo, che è molto discolo, scappa via dalla chiesa perché si sente in colpa per i peccati commessi. Durante la fuga cade da un dirupo ma rimane illeso. Tutti gli abitati del suo piccolo paesino di campagna crederanno in un miracolo, in un intervento salvifico del santo protettore del ragazzino: Sant’Eusebio. La vita di Benedetto così prosegue in clausura, o quasi, rinchiuso cioè (in apparenza volontariamente) dentro un monastero in compagnia di decine di monaci.
Un giorno però l’insistenza di un saggio frate e l’incontro fortuito con una giovane e bella maestrina lo porteranno ad abbandonare questo auto-esilio e a tuffarsi nella vita di mondo, intraprendendo la carriera di commesso viaggiatore. Le sue peregrinazioni termineranno il giorno in cui incontrerà Oreste, un farmacista anziano pieno di vitalità e del tutto anti-clericale, e la sua dolce figlia Giovanna.
Manfredi ovviamente interpreta il protagonista in età adulta. Il suo personaggio è tenerissimo, un uomo semplice e gentile che si sente in trappola, sopraffatto com’è dalle sue paure, un ragazzino mai cresciuto, timoroso del suo destino, che combatte per tutta la vita tra la natura umana (gli istinti) e le credenze religiose che gli sono state inculcate con insistenza durante gli anni della giovinezza.
Il simpatico Lionel Stander interpreta l’anziano farmacista.
Delia Boccardo è la giovane e timida Giovanna, la compagna di Benedetto.
A Paola Borboni il ruolo dell’arcigna madre di Giovanna, una cinica signora anziana che non smette di pensare al suo tornaconto anche quando il compagno di sua figlia è in punto di morte.
Mariangela Melato ha il ruolo della maestrina con la gonna corta, ossia colei che, morsa da una vipera, incosciamente mette in crisi la fede di Benedetto.
La bella Véronique Vendell interpreta un’affascinante e maliziosa ragazza che insidia la verginità del giovane Benedetto.
Gastone Pescucci è il buffissimo e laido Avvocato che accompagna la mamma di Giovanna in ospedale.
Mario Scaccia ha la parte del frate saggio che capisce il dramma interiore di Benedetto.
Il baffuto venditore ambulante di origini siciliane che rifornisce il monastero ha la faccia di Tano Cimarosa.
Enzo Cannavale interpreta una specie di malato immaginario di origini napoletane, un po’ ficcanaso un po’ gentiluomo, che fa compagnia a Giovanna mentre Benedetto è sotto i ferri.
Non avevo mai visto prima d’ora questo film, anche se ne avevo sempre sentito parlare e conoscevo già la canzoncina pseudo-sacra dedicata a Sant’Eusebio. L’ho visto lunedì sera in tv, quasi per caso, su Iris e l’ho trovato davvero originale. Incredibile come una commedia riesca a parlare di un tema così alto come la fede. Apprezzabilissimo anche il tentativo (riuscito) di fondere tabù religiosi, credenze popolari, tormenti psicologici, filosofie di vita e altro ancora in un’unica coerente opera filmica, senza lasciare alcuna sbavatura.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


23
nov 11

Scialla! (Stai sereno)

Scialla! (Stai sereno)

di Francesco Bruni (Italia, 2011)
con Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano,
Barbora Bobulova, Raffaella Lebboroni, Giacomo Ceccaroni,
Giuseppe Guarino, Prince Manujibeya, Vinicio Marchioni,
Arianna Scommegna, Paola Tiziana Cruciani

Ancora una pellicola in cui si racconta di come un adulto (una figura saggia, una specie di tutore) riporti sulla retta strada un giovane che si era perso, che non aveva ancora trovato se stesso, avendo ignorato per tutta la sua vita il piacere della conoscenza. Un film sulla falsa riga di “Good Will Hunting (Genio ribelle)”, “Scoprendo Forrester”, “Dangerous Mind”, ecc. Storia già vista, insomma. Declinata però in salsa romana.
La figura saggia (anche se non del tutto) in questo caso è Bruno, un veneto sulla cinquantina, di stanza a Roma, ex professore ormai ritirato a vita privata, che per sbarcare il lunario dà lezioni private a studenti e scrive come ghostwriter biografie di personaggi più o meno famosi. Il ragazzo è Luca, un quindicenne di estrazione popolare che gioca a fare il duro, un coattello che ha pochissima voglia di studiare mentre sogna di diventare un grande boss della mala. All’inizio della storia due si conoscono già, l’uno è il professore, l’altro è lo studente svogliato (irrecuperabile), poi subito dopo i rapporti tra i due cambiano. Bruno, pigro solitario e misogino impenitente, scopre improvvisamente che Luca è suo figlio, la madre del ragazzo infatti gli rivela il segreto che aveva mantenuto per anni e gli affida la custodia di Luca, dal momento che è costretta a partire per il Mali per questioni di lavoro. Luca non sa che Bruno è suo padre. Tra i due inizialmente si instaura una sorta di rapporto di pacifica convivenza: il giovane fa i suoi porci comodi mentre l’adulto sopporta di malavoglia, nella speranza che il ragazzo non arrechi grande fastidio. Tra l’altro Bruno, che prendersi grosse responsabilità non ha mai voluto, né fare il padre, si comporta in modo che sottotraccia la relazione rimanga alquanto fredda e distaccata, qualcosa insomma che non sconfini in un grande coinvolgimento. Ma le cose non vanno affatto così. A scuola Luca è uno dei peggiori: mal visto dai professori e grande menefreghista. Quando Bruno si reca per la prima volta al colloquio con i docenti e apprende che il ragazzo rischia di farsi bocciare, decide di cambiare musica e di mettersi a fare l’adulto coscienzioso, il tutore al pieno delle responsabilità affidategli. Sotto la sua guida il ragazzo iniziera ad interessarsi un po’ allo studio. Durante le ore di libera uscità, però, finirà anche per cacciarsi in guai molto grossi, spinto dalla voglia di dimostrare quanto è cazzuto.
Spiace che in un filmetto di così bassa levatura sia finito Bentivigoglio. Lo stimo da tanto tempo. Merita copioni migliori. Non che qui non se la cavi. Anzi, in certi passaggi è perfetto, ha l’età giusta e l’aspetto adatto per un ruolo del genere, ma per un attore di Serie A ci vogliono ben altre proposte.
Filippo Scicchitano (alla sua prima apparizione sul grande schermo) se la cava molto bene. Del tutto credibile. Bravo. Il ragazzo di strada è nelle sue corde. Speriamo di vederlo presto in altri ruoli differenti.
Un ruolo piccolo ma fondamentale è stato affidato al grande (e affascinante) Vinicio Marchioni – sì il Freddo della serie “Romanzo Criminale”. Interpreta anche qui un gangster, uno spacciatore giovane ma già molto potente, amante dell’arte e del cinema.
L’affascinante Barbora Bobulova (qui con capigliatura rosso-vamp) recita la parte dell’ex pornostar rumena, ormai ricca e famosa, che racconta allo scrittore ghostwriter la sua burrascosa vita, in particolare i dettagli della sua carriera a luci rosse.
A Paola Tiziana Cruciani il ruolo dell’impicciona titolare del bar tavola calda in cui Bruno consuma quasi tutti i suoi pasti.
In breve. Consigliato? No. Spiace perché Francesco Bruni come sceneggiatore è in gamba. Sua è ad esempio la sceneggiatura di “Ovosodo”, “Ferie d’Agosto” e “My Name Is Tanino”.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


8
nov 11

La kryptonite nella borsa

La kryptonite nella borsa

di Ivan Cotroneo (Italia, 2011)
con Luigi Catani, Valeria Golino, Cristiana Capotondi,
Libero De Rienzo, Luca Zingaretti, Vincenzo Nemolato,
Monica Nappo, Gennaro Cuomo, Fabrizio Gifuni, Sergio Solli
Massimiliano Gallo, Antonia Truppo, Rosaria De Cicco,
Nunzia Schiano, Carmine Borrino, Anita Caprioli, Lucia Ragni

Questo film non mi è piaciuto più di tanto. Mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Mi aspettavo qualcosina in più. Non che io sia entrato in sala con grandi aspettative, ma la storia in principio sembrava gradevole. Poi si è rivelata un nulla di fatto. Non uso nemmeno il termine “flop” perché sarebbe sbagliato. Non è stata un fallimento, la trama arriva ad un punto ben preciso ma è banale, non ha nulla si straordinario. Diciamo pure, dunque, che tutte le forze sono state impiegate nella forma, trascurando decisamente la sostanza. E non tiratemi fuori quella stronzata de “La forma è sostanza”. Magari fatelo sul vostro blog. Non qui.
“La kryptonite nella borsa” è una commedia scritta, sceneggiata e diretta da Ivan Cotroneo. Sì, lo stesso che ha sceneggiato anche la serie tv “Tutti pazzi per amore”. E questo lo si avverte lontano un miglio. Non c’è Solfrizzi ma l’atmosfera “camp”, tutta fatta di canzoncine, colori sgargianti ed estetica hippie, è rappresentata in tutto il suo orrendo sfarzo; è un po’ come se il film volesse urlare allo spettatore: “Sono kitsch e me ne vanto”.
La trama. Napoli, 1972 (o giù di lì). La famiglia Sansone è una famiglia come tante altre: allegra e molto allargata. La compongono: mamma Rosaria, papà Antonio, un figlio pre-adolescente (Peppino) più un nonno, una nonna e tre giovani zii (Federico, Salvatore e Titina). Quella della famiglia Sansone è, però, una felicità poco stabile, più che altro apparente. Difatti la gioia che pare aleggiare nella casa è messa presto in discussione da una triste notizia: il papà (commerciante di macchine da cucire Singer) tradisce la mamma (dattilografa) con una ragazza più giovane di Portici. Alla notizia Rosaria (una donna ancora piacente di soli 38 anni) cade in depressione, smette di lavorare, di occuparsi della sua famiglia e decide di passare le sue giornate a letto, accusando un fantomatico mal di testa. A subire le conseguenze di questo stato depressivo è il piccolo Peppino, un ragazzino occhialuto e riccioluto di appena 10 anni, che sembra avere sempre un’espressione un po’ triste. Questo ragazzino, infatti, non potendo essere accudito da sua madre, viene sballottato da un baby-sitter all’altro – per così dire; dopo la scuola quindi trascorre i suoi pomeriggi o con i due zii più giovani: due hippie che frequentano comuni, balere e femministe, sognando di andare a vivere nella swinging London, oppure con i nonni materni (iper-tradizionalisti) o con una collega di sua madre, una specie di zitella che va spesso in spiaggia, anche con il cielo nuvoloso, con la speranza di farsi notare da qualche bel giovanotto disposto poi a prenderla in moglie. La figura di Gennaro, il cugino un po’ picchiatello di Peppino che crede di essere Superman, dovrebbe essere un elemento fondamentale. Dico dovrebbe perché nell’economia della trama la sua funzione non è del tutto chiara. Ad ogni modo, dopo la sua morte, il ragazzino continua a vederlo in giro, a immaginarlo a mo’ di angelo custode e a confidarsi con lui. Un vero e proprio amico immaginario, insomma.
Ma non vi dico altro perché ho già svelato abbastanza.
Sappiate che il titolo fa riferimento ad una battuta che viene citata nel primo minuto del film ma che nient’altro ha a che vedere col resto della pellicola.
La recitazione degli attori è uno dei pochi aspetti positivi di “La kryptonite nella borsa”.
Il piccolo Luigi Catani (credo per la prima volta sul grande schermo) è molto simpatico. La sua è una faccia buffa – il merito forse è anche dei grandi occhialoni neri e dei ricci voluminosi. Buona scelta di cast.
Valerio Golino è forse quella che recita meglio, se si esclude il bimbetto e il grandissimo Gifuni. Il suo è il personaggio meno caricaturato, meno macchietta. Sarà forse la depressione, non so. Comunque sia, lasciatemi dire che recita molto bene. Brava. Fa il suo dovere, porta a casa la parte.
Zingaretti gigioneggia un bel po’ e si vede. Si vede anche che si diverte. Ci fa piacere. Se è contento lui, il sentimento di certo viene trasmesso con più facilità allo spettatore.
Fabrizio Gifuni è magnifico nel ruolo dello psichiatra: un quarantenne molto fascinoso, con la voce un po’ roca, che si prende il delicato compito di curare le nostalgie della signora Rosaria.
Tegolino (Cristiana Capotondi) fa l’eterna ragazzetta. Molto carina e molto svampita. Perfetta. Non avrebbero potuto scegliere di meglio.
Libero De Rienzo sottotono. Peccato. Un attore che ha grandi potenzialità comiche è stato relegato a una figura di secondo piano. Ha poche battute e il suo non essere napoletano non l’aiuta.
Peraltro, faccio notare che tutti i personaggi principali non sono napoletani ma si sono sforzati di recitare con l’accento napoletano. Il risultato non è affatto positivo ma in questo caso facciamo un’eccezione e apprezziamo lo sforzo.
Vincenzo Nemolato è buffissimo nei panni di Superman in pigiama. Davvero una buona scelta per il ruolo del giovane picchiatello napoletano.
Per Monica Nappo si potrebbe usare il termine “caratterista”, se non venisse spesso frainteso. I suoi buffi mugugni, comunque, la rendono simpaticissima. La racchia stagionata è nelle sue corde. Lo dico con grande stima, senza volerle mancare di rispetto.
Sergio Solli interpreta Vincenzo, il nonno burbero. Molto simpatico. Qui lo si apprezza sin dai tempi in cui recitava nei film di Luciano De Crescenzo. Lo ricordate nel ruolo dello spazzino in “Così parlò Bellavista”?
A Lucia Ragni il ruolo della nonna super-autoritaria.
Antonia Truppo è valeria, la giovane amante di Antonio. Una moretta non bellissima ma che è credibile come sfasciafamiglie.
Anita Caprioli ha un ruolo minuscolo: la Madonna sul podio (in seconda posizione). Non ha nemmeno una battuta. Il suo è un personaggio muto che si esprime solo a gesti e con le espressioni del volto.
Gennaro Cuomo interpreta lo zio più anziano di Peppino: un bamboccione che passa tutto il tempo in casa in pigiama a studiare. Un mantenuto che frequenta il primo anno di università da oltre 6 anni.
Rosaria De Cicco, invece, ha l’infausto compito di impersonare la maestra: una tizia severa e stronza, oltre che un tantinello menfreghista e con poca voglia di lavorare.
La colonna sonora è molto furbetta – per non dire paracula; comprende diversi brani estremamente noti come “Lust For Life” di Iggy Pop e “These Boots Were Made For Walking” di Nancy Sinatra. Quest’ultima canzone fa anche da brano per i titoli di coda ma nella versione coverizzata dai Planet Funk.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


5
nov 11

Terraferma

Terraferma

di Emanuele Crialese (Italia, Francia, 2011)
con Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro,
Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello, Timnit T.,
Claudio Santamaria, Martina Codecasa, Tiziana Lodato,
Filippo Scarafia, Pierpaolo Spollon, Rubel Tsegay Abraha

Ancora una volta Crialese riesce ad emozionare raccontando una storia che coinvolge i Siciliani e l’emigrazione. Questa volta però non sono i protagonisti ad emigrare verso il Nuovo Mondo ma è il Vecchio Mondo ad accogliere i nuovi migranti dal Sud del Mondo. In altre parole: gli Italiani non vanno in cerca di fortuna fuori dai confini nazionali (come accadeva all’inizio del ’900 e come veniva raccontato nel film “Nuovomondo”) ma si trovano – volenti o nolenti – nel ruolo di popolazione accogliente, che è chiamata cioè a dare asilo sulla propria(?) terra ad anime in pena in fuga verso un Mondo migliore. Guarda il trailer.
Terraferma racconta di una famiglia di pescatori che vive in una piccolissima isola della Sicilia meridionale (molto probabilmente Lampedusa). Una famiglia umile e abbastanza povera, che vive solo di quello che riesce a cavare fuori dal mare (cioè pesce). Le figure chiave del racconto sono sostanzialmente tre:
il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio), un uomo anziano sulla settantina, molto tradizionalista e tutto d’un pezzo, un po’ malato ma testardo e con un cuore grande, più che deciso a continuare la propria attività di pescatore fino all’ultimo giorno della sua vita, nonostante suo figlio minore voglia convincerlo a vendere il peschereccio che cade ormai a pezzi;
la nuora Giulietta (Donatella Finocchiaro), una vedova sulla quarantina, moglie del figlio maggiore del nonno, fermamente convinta ad abbandonare l’attività della pesca per darsi al turismo e magari trasferirsi in un’altra località;
il nipote Filippo (Filippo Puccillo), figlio della nuora e del figlio maggiore del nonno – che ha perso la vita in mare proprio a causa della pesca – un ragazzetto molto semplice e ignorantello, che dà quasi l’impressione di essere un po’ ritardato, non si è mai allontanato dall’isolotto, parla quasi solo in dialetto ed è legatissimo alla figura del nonno, l’uomo che in fin dei conti gli ha insegnato sia il mestiere di pescatore, che un po’ anche la vita.
Figura di secondo piano, ma ugualmente importante, è Nino (Beppe Fiorello) – ossia il figlio minore del nonno – una specie di capovillaggio, quasi esclusivamente interessato al denaro, alla ricchezza che può derivare dall’attività turistica; in un certo senso questo personaggio rappresenta il simulacro delle nuove generazioni, che vogliono emanciparsi dalle tradizioni, arricchirsi, fuggire le umili origini e magari anche tentare la scalata sociale.
Punto di snodo del film è il momento in cui Giulietta, con l’aiuto di suo figlio, rimette a posto la vecchia casa di famiglia e l’affitta ai primi turisti che arrivano sull’isola per la bella stagione: tre ventenni del Nord Italia. Contemporaneamente sulle rive dell’isola sbarcano quasi improvvisamente anche gruppi di immigrati clandestini. Spetta al nonno, per puro caso, l’infausto compito di ripescare dal mare alcuni di essi in cerca d’aiuto. La bontà e il grande senso di umanità che contraddistinguono questo anziano signore dalla barba canuta lo porteranno a dare ospitalità, in via del tutto clandestina, a Sara (Timnit T.), una giovane donna incinta tirata fuori dal mare in pessimo stato, e a suo figlio. Tra le quattro mura del garage dove vivono ormai Giulietta e Filippo, il vecchio e sua nuora aiuteranno la giovane gestante a mettere al mondo una bambina. Filippo nel frattempo scopre l’amicizia tra coetanei e i primi moti sentimentali verso l’altro sesso.
Anche questa pellicola di Crialese mi ha lasciato un’impressione positiva. Sia il soggetto, che la sceneggiatura sono opera sua. “Terraferma” racconta l’oggi, racconta il vero e lo fa molto bene: porta in superficie e mostra da vicino la gravissima situazione della Sicilia di fronte al flusso migratorio continuo che fa sbarcare centinaia di Africani disperati sulle coste dell’isola. Era molto facile cadere nella banalità del dualismo buoni contro cattivi, brava gente contro persone avide e ignoranti, autoctoni vs. migranti. Ma così non è stato, fortunatamente. La storia riesce ad avere una sua dignità e una credibilità, pur senza ammantarsi di pietismo, o proprio perché non eccede nel voler dimostrare il teorema “Italiani brava gente”. Certo, i buoni sentimenti ci sono, emergono, ma senza esagerazione; anzi uno dei fattori più interessanti della pellicola è proprio la trasformazione che avviene in taluni personaggi, la loro maturazione a seguito del coinvolgimento negli eventi.
Che dire della fotografia? Ancora una volta il regista (e la produzione) hanno scelto un validissimo direttore della fotografia (Fabio Cianchetti), un grande professionista che in questo caso ha fatto il suo mestiere egregiamente. Basta vedere alcune scene, come quella di Filippo che guida il suo motorino in piedi, in controluce con il mare sullo sfondo, o l’ultima inquadratura, quella della barca ripresa dall’alto mentre si allontana in mare aperto.
Tiziana Lodato recita nei panni di Maria, la moglie di Nino. In quelle poche scene in cui appare, la vediamo dietro il bancone del bar sulla spiaggia al servizio dei turisti.
Per Claudio Santamaria invece un cammeo; due sole scene in cui dà il volto a un ufficiale della Guardia di Finanza di stanza sul porto dell’isola, un settentrionale molto autoritario e dalle maniere spicce che si comporta in modo brusco con i cittadini perché deve far eseguire gli ordini che gli arrivano dall’alto e perché forse si sente un po’ un pesce fuor d’acqua nell’isolotto siciliano.
Nota 1: anche questa volta la pellicola di Crialese è la candidata italiana agli Oscar (Academy Awards) nella categoria – ovviamente – di miglior film straniero.
Nota 2: Terraferma, comunque, ha già vinto il “Premio speciale della giuria” all’edizione 2011 della Mostra del Cinema di Venezia.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


31
ott 11

Milano Calibro 9

Milano Calibro 9

di Fernando Di Leo (Italia, 1972)
con Gastone Moschin, Barbara Bouchet,
Mario Adorf, Philippe Leroy, Ivo Garrani, Lionel Stander,
Frank Wolff, Luigi Pistilli, Mario Novelli, Ernesto Colli

Questo è di certo uno dei più noti film del genere che viene abitualmente definito “Poliziottesco”, ossia quella specie di polizieschi all’italiana, anche categorizzati come “B movies”, molto diffusi negli anni ’70.
Fernando Di Leo è considerato uno dei migliori esponenti di questo filone e questo film lo conferma. Devo essere sincero: non mi aspettavo un prodotto di questa fattura. La sua visione mi ha stupito: ho riscontrato una trama tutt’altro che banale, tecnica registica abbastanza innovativa (per quegli anni) e recitazione di primo livello.
Nota: questo film è stato tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Scerbanenco.
La trama. Un malavitoso abbastanza noto nel giro milanese, tale Ugo Piazza, torna in libertà dopo essere stato in carcere per circa 3 anni. Non appena mette piede fuori da San Vittore, viene raggiunto dagli scagnozzi dell’Americano (un vecchio ganster italo-americano magnificamente interpretato da Lionel Stander), che gli intimano di rivelare il posto dove ha nascosto il generoso bottino di un colpo non andato a buon fine. Il denaro (300.000 Dollari da riciclare) è stato sottratto tre anni prima proprio all’Americano durante uno scambio tra alcuni corrieri. Il vecchio boss pensa che i soldi siano stati occultati da Ugo Piazza ma questi si dichiara più volte innocente e si dimostra comunque reticente a svelare il luogo dove sarebbe nascosto il malloppo, nonostante minacce e ripetute occasioni di violenza fisica. Per non perderlo di vista, comunque, l’Americano decide di riprendere Piazza nella sua banda, mettendogli a fianco altri suoi scagnozzi, come il gretto siciliano Rocco, a fargli da “angeli custodi”. Nel frattempo Piazza riallaccia i rapporti con Nelly, la sua biondissima vecchia ex che si esibisce come ballerina in un nightclub e con l’amico Chino, un killer professionista affiliato ad un’altra banda, un tempo gestita da Zio Vincenzo (Ivo Garrani), un vecchio padrino siciliano ormai cieco.
Non svelo altro per non rovinare la sorpresa – anche se non so che senso abbia evitare lo spoiler per una pellicola che ha ormai quasi 40 anni. Sappiate solo che il finale è alquanto originale e sorprende un po’. Non è impossibile capire come andranno a finire le cose, ma non si tratta nemmeno di un epilogo del tutto scontato.
Gastone Moschin è bravissimo – questo mi pare logico, non sono io a doverlo ribadire. Mi chiedo però se fosse davvero la scelta migliore per questo tipo di personaggio. Mi spiego: Ugo Piazza è un duro, uno furbo, taciturno, leale ma spietato. Un uomo col cuore tenero nei confronti delle persone che stima, ama e rispetta, ma che non si tira indietro quando c’è da sparare o accoltellare uno che se lo merita. Ecco, Moschin non ce l’ha la faccia da duro. Non ce l’ha mai avuta. Quella pelata regolare, quegli occhi chiari, non sono tratti da aspro malavitoso. Per di più quando ha girato questo film aveva già 43 anni. Un bel po’ di rughe e una certa pancetta sono ulteriori elementi che mettono in crisi la figura del gangster protagonista della Milano violenta.
Barbara Bouchet è semplicemente splendida: non solo ultra-bellissima, affascinante, giovanissima e molto dolce, ma anche decisamente brava nel ruolo della bellona che serba devozione nei confronti dell’uomo che le ha rubato il cuore.
Una delle scene più belle (e famose) del film è quella in cui Piazza torna nel night dove era cliente abituale e trova la sua ex che balla tra i tavoli.
Mario Adorf è quasi da macchietta nei panni del violento, stupido e sbruffone Rocco.
Philippe Noiret, sempre alto, molto magro e già stempiatissimo, interpreta Chino, questo giovanottone inflessibile e spietato, esile ma grande picchiattore, assassino scaltro e freddo ma anche grande uomo d’onore, pronto ad aiutare un amico fraterno in difficoltà.
Frank Wolff è il sanguigno commissario capo: un poliziotto vecchia scuola, tutta forza e linguaggio truce; la sua figura si contrappone al giovane, moderno e democratico vicecommissario Mercuri (interpretato da Luigi Pistilli) in una dialettica che serve a far emergere una certa critica sulla gestione dell’0rdine pubblico da parte delle forze dell’ordine durante il buio periodo degli anni di piombo e della contestazione giovanile.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


11
ott 11

Le piacevoli notti

Le piacevoli notti

di Armando CrispinoLuciano Lucignani (Italia, 1966)
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Spela Rozin,
Maria Grazia Buccella, Adolfo Celi, Gina Lollobrigida,
Filippo Scelzo, Sandro Dori, Evi Rigano, Ernesto Colli,
Daniele Vargas, Gigi Proietti, Omero Antoniutti,
Hélène Chanel, Gigi Ballista, Luigi Vannucchi

Questa commedia boccaccesca, ambientata nel Rinascimento, è formata da 3 episodi vagamente ispirati all’omonima raccolta di 75 novelle scritte da Giovanni Francesco Straparola nel XIV secolo.
Nel primo episodio un uomo – tale Uguccione (Ugo Tognazzi) – si finge vendicatore di uomini traditi dalle loro mogli, una specie di assassino spagnolo, al fine di intrufolarsi in casa di un vecchio signore e concupire la sua giovane moglie, una ragazza bellissima che passa le sue giornate chiusa in casa, sottochiave, a causa della furiosa gelosia del marito. (fotogramma 1)
Nel secondo episodio Domicilia (Gina Lollobrigida) è una giovane moglie che, tormentata nel sonno dalla mancanza di affetto di suo marito astronomo/astrologo Bernadozzo (Adolfo Celi) che passa tutte le notti a studiare la volta celeste, finisce per soddisfare le sue voglie sessuali in stato di semi-sonnambulismo con diversi ufficiali dell’esercito di stanza nel suo paese. (fotogramma 2)
Nel terzo episodio un gruppo di goliardi organizza uno scherzo ai danni di un pittore, tale Bastiano da Sangallo (Vittorio Gassman), facendogli credere che la donna a cui deve fare un ritratto è la maliarda e pericolossisima Lucrezia Borgia (Maria Grazia Buccella). Scoperto l’intento burlone e il fine macabro (la morte per decapitazione), sarà invece lo stesso pittore a fingersi morto d’infarto e a farsi perciò beffe della banda di buontemponi che inizialmente aveva inscenato tanto bene lo scherzo da coinvolgere persino attori professionisti e da costruire un vero patibolo. (fotogramma 3)
Breve nota sugli attori: un giovanissimo Gigi Proietti interpreta uno degli ufficiali che si sollazza con la sonnabula mentre Gigi Ballista è uno dei goliardi che organizza lo scherzo ai danni del pittore. Alla bella Spela Rozin hanno assegnato invece il ruolo della finta servetta di Lucrezia Borgia. Gassman nei primi due episodi interpreta Papa Giulio II.
Oltre che dei due registi il soggetto è anche di Steno e di Sandro Continenza.
Voto alla pellicola: 6. Una commedia alquanto scontata che deve tutta la sua simpatia alla bravura degli attori (Gassman e Tognazzi su tutti) più che alla trama o alla tecnica registica. Belli i costumi e le ambientazioni: risultano abbastanza credibili.

Nota: se questo film vi interessa, sappiate che potete trovalo online interamente su YouTube (diviso in 3 parti).

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


2
set 11

The Informant!

The Informant!

di Steven Soderbergh (USA, 2009)
con Matt Damon, Lucas McHugh Carroll,
Scott Bakula, Tom Papa, Rusty Schwimmer,
Candy Clark, Thomas F. Wilson, Frank Welker,
Melanie Lynskey, Samantha Albert, John McHale

Anche questo film l’ho rivisto quasi per caso. Ma mi è piaciuto ancora. Bella trama, originale. Tra l’altro è tratta da una storia vera, realmente accaduta negli Stati Uniti durante gli anni ’90.
Matt Damon è incredibile, recita splendidamente.
Se volete sapere cosa scrissi all’epoca, dopo la prima visione, cliccate qui e leggete.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


24
ago 11

London Boulevard

London Boulevard

di William Monahan (USA, UK, 2010)
con Colin Farrell, Keira Knightley, David Thewlis,
Anna Friel, Ben Chaplin, Ray Winstone, Eddie Marsan,
Stephen Graham, Lee Boardman, Ophelia Lovibond, Sanjeev Bhaskar

Colin Farell torna ad interpretare un criminale. Un ex bandito da strada, una specie di bullo adulto, di gangster di piccolo cabotaggio. Ricordate “In Bruges”? Beh, secondo me hanno deciso di chiamare Farrell ad interpretare il ruolo centrale in questo film perché se la cavò molto bene in quell’altra pellicola.
Mitchel (il protagonista con la faccia di Farrell) è un galeotto che cerca redenzione non appena esce dalla gattabuia, un ragazzo tra i 30 e i 40 anni che decide di farla finita con la malavita, mettendosi a lavorare come bodyguard per una famossima attrice inglese – tale Charlotte (che qui ha le fattezze di Keira Knightley). La vicinanza tra i due fa scattare ben presto la scintilla dell’amore. Il destino però gli rema contro. In altre parole, nonostante sia tornato in libertà e abbia voglia di cambiare vita, alcuni eventi non gli permettono di chiudere con il passato. Pare quasi cioè che l’ambiente e le persone che frequentava prima di andare dietro le sbarre vogliano riemergere e riappropriarsi della sua vita. Ma questo non capita per caso. Il motivo di tale intoppo, infatti, è la frequentazione di Billy, un vecchio amico di scorribande che Mitchell pare abbia salvato dal carcere sicuro, scarificandosi proprio in sua vece. Ormai entrato in un giro di usurai, Billy finisce per coinvolgere Mitchell nel momento in cui lo porta a vivere in un appartamento sottratto illegalmente a un tale che ha chiesto un prestito a Gant. Ma chi è questo Gant? Un personaggio oscuro: trattasi del boss che gestisce i prestiti a strozzo. Una specie di ganster violento, presuntuoso (e omosessuale) che cerca a tutti i costi di costringere Mitchell a lavorare per lui.
Giudizio complessivo: 6 e mezzo. Il film non è malaccio, si fa vedere. Un po’ pulp, un po’ noir. Il problema è che ricorda un po’ troppe altre cose. Alcuni passaggi, ad esempio, hanno lo stile Guy Ritchie, non per nulla l’ambientazione è la stessa: i sobborghi londinesi. La trama del guardiaspalla che perde la testa per la sua cliente/protetta pare la stessa di “The Bodyguard”, il filmone del 1992 con Whitney Houston e Kevin Costner.
SPOILER > Il finale, poi, mi è sembrato decisamente ispirato a “Carlito’s Way”.
Inoltre: quante altre volte è stato affrontato dal cinema il tema del criminale che non riesce a cambiare vita?
Farrell ha la faccia giusta per il ruolo giusto. Sì, insomma, lo sappiamo benissimo che i galeotti non sono così affascinanti. Però questa è (vuole essere) una produzione cinematografica alquanto patinata. Non è che il ruolo da protagonista si poteva prendere un tamarro inguardabile con cicatrici su buona parte della faccia. Su, andiamo.
Keira Knightley intepreta la bella e giovane attrice di successo, molto affascinante ma anche tanto fragile. Che si siano ispirati davvero a lei per scrivere questo personaggio? In altre parole: fino a che punto la Knightley ha interpretato se stessa? Comunque brava. Rende molto l’idea della vita assurda che fanno alcuni super-vip, sempre chiusi in casa per paura di essere fotografati in un atteggiamenti sconvenienti.
Ray Winstone veste il panni di Gant, il ganster di mezza età un po’ dandy, un tantinello bolso, ma anche decisamente viscido. Un violentissimo squalo solo apparentemente raffinato.
Anna Friel è decisamente sexy. Qui interpreta Briony, una fattona tanto bella quanto “sfasciata”, un personaggio a cui il protagonista vuole molto bene. Probabilmente è sua sorella ma non si capisce bene se questo rapporto sia solo fratellanza o qualcosa di più. Forse una ex a cui Mitchell è rimasto molto affezionato, forse un’amica d’infazia. Chissà.
Ben Chaplin interpreta invece Billy, il criminale cretino. Un tizio fragilissimo, stupido, molto ingenuo, maldestro. Lo vedi e ti chiedi come faccia ad essere ancora vivo un personaggio così. Comunque l’attore quasi non l’avevo riconosciuto con i capelli lunghi e sudici. Inoltre: quanti chili avrà perso per recitare in questa parte?
A David Thewlis hanno assegnato il ruolo dell’amico/manager/protettore della bella Charlotte. Una specie di fattone tuttofare; immaginate pure un Drugo Lebowsky in chiave british.
Sanjeev Bhaskar recita nei panni di un medico dal cuore grande che si innamora della tossica Briony, nonostante sappia che non potrà essere sua per sempre.
Ricordate Stephen Graham? Ma sì, il tizio che interpreta il giovane Al Capone in “Boardwalk Empire”. Qui ha qualche scena come piccolo gangster di quartiere. Una specie di supervisore/informatore che passa le sue giornate a bere birra nel suo pub.
Nota: questo film è tratto dal romanzo omonimo di Ken Bruen.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


15
ago 11

Adulterio all’italiana

Adulterio all’Italiana

di Pasquale Festa Campanile (Italia, 1966)
con Nino Manfredi, Catherine Spaak,
Maria Grazia Buccella, Mario Pisu, Vittorio Caprioli,
Gianni Salaro, Akim Tamiroff, Gino Pernice

Un distinto signore sulla quarantina, tale Franco, trascorre una notte con una ragazza di almeno 10 anni più giovane di lui – tanto bella quanto frivola – senza sapere che si tratta della migliore amica di sua moglie. Il mattino dopo, questo tradimento viene a galla per caso, quando la ragazza decide di far conoscere “Il suo nuovo fidanzato” all’amica. Scoperta la relazione adulterina, Marta – la giovane moglie di Franco – decide allora di comportarsi allo stesso modo e comunica a suo marito di aver intenzione di avere una relazione con un altro uomo (anche solo per una notte).
Ed è qui che comincia la commedia vera e propria – quasi una farsa – perché, ovviamente contrariato, Franco si mette in testa di sventare questo “tentativo di corna”. Il suo unico pensiero diventa scoprire l’amante di sua moglie, affidandosi a diversi inidizi (finti e volutamente lasciati in giro da Marta) che trova per casa, come un numero di telefono segnato su un paccheto di sigarette, una racchetta da tennis, un impermeabile, ecc.
La Spaak è bellissima ed elegantissima – come al solito – ma forse un tantinello troppo giovane per interpretare la moglie di Manfredi. Sulla sua bravura non si discute, peraltro riesce a trasmettere perfettamente la sua simpatia al personaggio che interpreta.
Maria Grazia Buccella è davvero splendida. Più che bella: affascinante, anche se recita la parte della bella cretinetta: una tipa estremamente frivola che si fidanza ogni 3 settimane circa e che, puntualmente, tenta il suicidio ogni qual volta scopre che l’uomo che frequenta è sposato.
Akim Tamiroff recita il ruolo del presidente della grande azienda in cui lavora Franco, una specie di laido signore di mezza età, peraltro straniero.
Gino Pernice veste i panni del collega di Franco, un amico fraterno che ha sin troppo a cuore le sorti della coppia.
Vittorio Caprioli è uno strano modello a ore, apparentemente serio e professionale, che si offre di posare anche nudo per ritratti d’arte ma il cui mestiere – sottinteso – è il gigolo.
Mario Pisu interpreta il vicino di casa, un anziano signore molto distinto che fuma la pipa e (pare) si accompagni a diverse giovani donne.
Nota stramba.: per tutto il film Manfredi porta l’eyeliner. Un bordo nero, scuro e spesso intorno agli occhi; è truccatissimo, insomma. Ma perché? Ce n’era davvero bisogno? Forse è un triste tentativo di farlo apparire più giovane (all’epoca del film aveva 45 anni).
Musiche del M° Armando Trovajoli, ovviamente gradevolissime. Il tema del film è “Bada Caterina”, un pezzo ye-ye buffo e divertente, cantato da Carmen Villani, che si può ascoltare sia durante la pellicola – canticchiato dalla stessa Marta (Catherine Spaak) – che sui titoli di coda.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.