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Guida galattica per autostoppisti (film)

gennaio 9th, 2010

Guida galattica per autostoppisti

Guida galattica per autostoppisti
(The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy)

di Garth Jennings (Usa, 2005)
con Mos Def, Martin Freeman,
Sam Rockwell, Zooey Deschanel, Bill Nighy,
John Malkovich, Mak Wilson, Steve Pemberton,
Stephen Fry, Thomas Lennon, Helen Mirren, Alan Rickman,
Anna Chancellor, Dominique Jackson, Kelly Macdonald

Avendo letto qualche mese fa il romanzo omonimo di Douglas Adams, da cui è stato tratto – ed avendolo trovato divertente – non potevo certo esimermi dalla visione di questa pellicola. E sapete cosa vi dico? Che mi aspettavo di peggio, di molto peggio. Invece l’ho trovata abbastanza attinente al romanzo, almeno per quello che ricordo, che piaccia, o meno, non è stato comunque stravolto.
Il no-sense ideato e narrato da Adams è meno pregnante sullo schermo ma comunque e fortunatamente non si perde del tutto.
Sulla trama e sul contenuto non mi soffermerò, dunque, perché già ne ho scritto. Lasciatemi dire, invece, che ho trovato molto valida la scelta di affidare a Martin Freeman (uno che mai avevo visto prima) la parte di uno dei due protagonisti (Arthur Dent). Insomma la faccia del pavido ce l’ha tutta. Ho trovato delizioso il suo andarsene in giro per le galassie in vestaglia e asciugamano con la faccia di uno che non ha capito (quasi) nulla di quello che gli sta succedendo intorno.
Anche Mos Def è stato per me una grandissima sorpresa. Ma perché non gli affidano altri ruoli? In queste commedie recita benissimo. Mi aveva già fatto una buona impressione anche in “Be Kind Rewind” ma qui credo che, non so, forse si è superato nella parte di Ford Prefect.
Zooey Deschanel è piccola, dolce e carina. Roba da perderci la testa, quasi. Forse troppo giovane per il ruolo di Trillian ma non è importante perché recita benissimo. Non gigioneggia più di tanto, sa tenere la parte della ragazza con la testa sulle spalle (in alcune scene), pur essendo molto, molto, molto carina. Scusate la ripetizione. Vi ho già detto che in alcune espressioni mi ricorda molto la cantante Katy Perry?
Comunque per me il vero ganzo, il mattatore di questa pellicola è il magnifico Sam Rockwell – qui nei panni dello sciamannato Presidente Zaphod Beeblebrox. Ma ditemi voi: uno con l’espressione così sfrontata dove lo trovate? Basta guardarlo per trovarlo immediatamente simpatico. Ma come si fa? Nonostante qui il suo ruolo sia quello del pazzoide egoista, vanesio e pieno di sé, non si riesce a trovarlo odioso, anziché adorabile.
Adoro quando John Malkovich interpreta ruoli comici. Qui lo troviamo nei panni di una specie di santone, un papa acerrimo rivale di Zaphod Beeblebrox durante le elezioni presidenziali.
Bill Nighy fa la parte del vecchietto bonario Slartibartfast, una specie di Cicerone che accompagna Arthur alla scoperta della riproduzione del Pianeta Terra in scala 1:1.
Ad Helen Mirren è stato affidato il compito di dare la voce al supercomputer Deep Thought (Pensiero Profondo) ma la cosa, ovviamente è andata perduta nell’edizione italiana, a causa del doppiaggio.
Stessa cosa dicasi per Stephen Fry che nell’edizione originale raccontava le vicende in qualità di voce narrante.
Nota: il pupazzone bianco latte (lucido) aveva forse un aspetto troppo buffo e “pacione” per rappresentare Marvin, il robot perennemente depresso, sarcastico e col senso dello humor nero.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Julie & Julia

gennaio 4th, 2010
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Julie & Julia

Julie & Julia

di Nora Ephron (Usa, 2009)
con Maryl Streep, Amy Adams,
Stanley Tucci, Chris Messina, Linda Edmond,
Helen Carey, Mary Lynn Rajskub, Jane Lynch,
Joan Juliet Buck, Vanessa Ferlito, George Bartenieff

Ricordate “Harry ti presento Sally? Beh, la sceneggiatrice di quel film è la regista di questo. Forse è stato questo l’unico motivo che mi ha incuriosito e spinto alla visione di questa pellicola. Di “Julie & Julia” non sapevo praticamente nulla e, diciamolo, forse a volte è una condizione vantaggiosa quella di arrivare “vergine” alla visione, ossia completamente scevro di ogni pregiudizio nei confronti dell’opera che ci si appresta a fruire.
Il film porta avanti due racconti paralleli. Nel primo viene narrata la storia di Julie Child – una nota scrittrice di libri di ricette, nonché presentatrice televisiva di trasmissioni di cucina – e di come nacque e si sviluppò la sua passione per i fornelli. Nel secondo vediamo l’evoluzione del progetto di Julie Powell, una giovane trentenne newyorkese che ha un blog di cucina a tempo: 365 giorni per più di 500 ricette.
Giudizio generale sulla pellicola: caruccia. Non aspettatevi dei colpi di scena. La due storie procedono liscie, dritta, l’una parallela all’altra, senza interruzioni, salti, brusche frenate o improvvise accelerazioni – d’altronde non stiamo parlando di un film d’azione. Questa qui è una pellicola semplice e leggera – anche se ben scritta. Il messaggio (buonista) di fondo è che i progetti vanno sempre portati fino in fondo, nonostante siano strambi- La regista ci vuole dire che, se si vuole ottenere qualcosa, bisogna mettercela tutta, impegnarsi con tutte le forze a nostra disposizione. Inoltre la cucina, le ricette, e il cibo più in generale, sono trattati come una specie di balsamo, qualcosa che rende tutto più morbido e più facile da sopportare. Potremmo persino arrivare a definire l’amore per i fornelli come un argomento, un tema, una passione che si configura come “cibo per l’anima”. Non per nulla, infatti, dà una ragione di vita ad entrabe le protagoniste. Cose così, insomma. Se leggendo questa descrizione iniziaste a pensare che si tratta di un film troppo sdolcinato per i vostri gusti, allora il mio consiglio è: lasciate perdere. Guardate altro perché è di buoni sentimenti che tratta “Julie & Julia”.
Sono sicuro che là fuori qualcuno pensi che Meryl Streep non sia una brava attrice. Beh, si sbaglia. Nonostante la pessima voce (stridula e insopportabile) che le ha affibiato il doppiaggio italiano, rimane sempre e comunque una validissima interprete. Le decine di pellicole che ha girato negli oltre 30 anni di carriera credo stiano lì a testimoniare proprio la sua professionalità. Il surplus, comunque, in questo caso è dato dall’abbinamento con Stanley Tucci. I due fanno faville. Nei duetti sono perfetti. Li abbiamo già visti recitare insieme in “Il diavolo veste Prada”. Qui si superano, quasi: energica e briosa signora di mezza età lei; pacato e distinto diplomatico americano lui. Bravissimi! Voto: 9 ad entrambi.
Ottima scelta di cast anche per Amy Adams. Per il ruolo di Julie Powell non ci voleva una bellona, una tipa sexy o vistosamente attraente, ma la ragazza della porta accanto. Certo: è un bel po’ più carina della ragazza media americana ma ci sta, dai. Anche con la recitazione ci siamo. Voto 8.
Bravo anche Chris Messina nel ruolo del fidanzato paziente, del povero cristo che si sobbarca tutto lo stress che la sua compagna accumula tra i fornelli. Anche lui non è un bellone ma sa “tenere la cinepresa”, è credibile nel suo ruolo, non ammicca. Voto 7.
Nota tecnica: il film è basato su due libri: “Julie & Julia” di Julie Powell e “My Life in France” di Julia Child e Alex Prud’homme.
Nota personale: il film l’ho visto in compagnia di due carissimi amici (quelli che mi hanno messo a parte dell’esistenza di quest’opera) presso il Pidocchietto, ossia il Cinema Delle Province di Roma – sala d’essai. Il costo contenuto del biglietto (4 Euro) permette di godersi ancora qualche buon film nelle sale cinematografiche.

Qui il trailer in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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La guerra civile fredda

gennaio 2nd, 2010

La guerra civile fredda

La guerra civile fredda
Daniele Luttazzi
Collana Canguri – Feltrinelli, 2009
238 pagg. – 15 Euro

Libro terminato di leggere il 31 dicembre, in treno, durante un viaggio di ritorno a Roma.
“La guerra civile fredda” è il classico libro di Luttazzi, nel senso migliore del termine. Con ciò intendo dire che al suo interno trovate tutta la tipica sagacia che quest’uomo mette nei suoi testi. Di particolare, forse, c’è solo “Cow crucis”, la serie di tavole disegnate da Massimo Giacon che fa da appenice al libro e che rappresenta una bizzarra Via Crucis in cui ad ogni stazione al posto di Gesù Cristo troviamo una mucca.
Altro elemento nuovo, rispetto ai classici libri di Luttazzi, è un racconto ambientato nel futuro, a metà strada tra il noir e il sovrannaturale, intitolato “Zombies a Montecitorio” in cui il protagonista è un tale che di nome fa Filippo Berlusconi.
Nel primo lunghissimo capitolo Luttazzi fa il punto della situazione e spiega il perché del titolo, racconta cioè l’Italia di questi ultimi anni, scagliando la sua ferocia satirica sia contro la politica, che contro la società più in generale. In questo monologo – la trascrizione dello spettacolo che porta in giro per teatri – alterna sapientemente uno scrupoloso fact-checking, intenzionato a smentire le bugie che i potenti di turno fanno circolare, a battute di spirito dal brillante acume. Personalmente ho apprezzato molto la spiegazione di come le religioni moderne – e il cristianesimo in particolare – abbiano mutuato le loro festività da quelle pagane.
Molto spassoso anche “Ultim’ora”, ossia l’ultimo capitolo in cui ogni battuta è associata, e preceduta, dal lancio di una notizia.

La scheda di Bol.it e quella di IBS.it.

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Motel Woodstock

novembre 3rd, 2009

Motel Woodstock

Motel Woodstock
(Taking Woodstock)

di Ang Lee (Usa, 2009)
con Demetri Martin, Dan Fogler,
Henry Goodman, Jonathan Groff, Eugene Levy,
Imelda Staunton, Kevin Sussman, Liev Schreiber,
Kevin Chamberlin, Gabriel Sunday, Mamie Gummer

Pellicola leggera e gradevole che però non mi ha entusiasmato più di tanto.
Ang Lee approfitta del leggendario concerto di Woodstock per raccontare la storia di un ragazzo che nel giro di poche settimane riesce a dare sfogo alla propria omosessualità e ad affrancarsi dallo stretto e opprimente legame che lo tiene unito alla sua tradizionalissima famiglia d’origine.
“Motel Woodstock” cerca di portare sul grande schermo tutta la voglia di libertà che la “summer of love” riuscì a scatenare, rappresentando il potere che quell’evento ebbe nel trasformare gli animi di chi vi prese parte. Tant’è vero che, a parte il protagonista, anche altri personaggi del film, compresi i suoi genitori (i titolari dell’hotel che ospita gli organizzatori dell’evento), riescono a trarre giovamento dall’entrare in contatto con l’ondata bonaria e pacifista delle migliaia di partecipanti al concerto. Non per nulla il motto delle comunità hippie, e di quegli eventi in particolare, era “Peace & Love”.
Ad alcuni spettatori questo film è risulato un po’ troppo lungo; in effetti ci sono dei passaggi non del tutto necessari, in cui non succede quasi nulla, che potevano essere tranquillamente risparmiati in fase di montaggio. Lodevole, invece, la scelta di non utilizzare per la colonna sonora brani scontati e facilmente riconducibili a quel famoso concerto. Inoltre il regista ha evitato di inserire nel film materiale d’archivio e spezzoni del vero concerto. Domanda: si è trattato di una scelta stilistica o comprare quelle immagini costava troppo? Forse i titolari dei diritti sulle immagini del concerto di Woodstock ne hanno impedito l’uso?
Tra gli attori va segnalata la performance dell’attore protagonista Demetri Martin: senza infamia e senza particolare lode. Interpretazione dignitosa la sua, soprattutto perché, non assumendo un atteggiamento smattatamente effeminato, permette allo spettatore di accorgersi gradualmente delle inclinazioni sessuali del suo personaggio, di vivere questa epifania quasi di pari passo con lo stesso protagonista.
Ottima prova di recitazione per Eugene Levy. Lo ricordate nel ruolo del padre di Jim nella saga “American Pie”? Beh, qui dà il meglio di sè: lo vediamo nei panni di Max Yasgur, un coscenzioso allevatore che, pur mettendosi contro il volere della sua comunità, si schiera al fianco di Elliot nell’organizzazione della manifestazione.
Spassosissimo il personaggio di Liev Schreiber: (Vilma) un trans grosso quanto un’armadio che mentre si occupa della sicurezza della manifestazione assume anche un ruolo di chioccia per Elliot.
Risulta simpatico anche Jonathan Groff nei panni di un giovane musicista hippy dalla chioma riccia e fluente, un tipo estremamente rilassato e dall’approccio iper-positivo che è solito girare a cavallo.
Il film è stato tratto dal libro di memorie “Taking Woodstock: A True Story of a Riot, a Concert, and a Life” di Elliot Tiber e Tom Monte.
Voto complessivo sulla pellicola: 6. Sufficiente.
La locandina italiana è caruccia, seppur non bellisima. Sensata l’idea di scegliere per il lettering un font che ricorda chiaramente la grafica degli album di musica progressive rock di quegli anni. In piccolo, in secondo piano, si vede anche una mucca al pascolo che rimanda alla mente la famosa copertina dell’album “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd. Ad ogni modo la locandina originale è molto meglio.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Bastardi senza gloria

ottobre 15th, 2009

Bastardi senza gloria

Bastardi senza gloria
(Inglourious Basterds)

di Quentin Tarantino (Usa e Germania, 2009)
con Brad Pitt, Mélanie Laurent, Eli Roth,
Diane Kruger, Daniel Brühl, Michael Fassbender,
Christoph Waltz, Til Schweiger, Jacky Ido, Denis Menochet,
Gedeon Burkhard, Sylvester Groth, Mike Myers,
Julie Dreyfus, Martin Wuttke, Anne-Sophie Franck

Voglio essere abbasta preciso per questa scheda, per cui procederò per punti.
1. Questo è un film bellissimo, ben fatto.
2. Non è il migliore di Quentin Tarantino.
3. Io sono un fan del cinema tarantiniano, per cui nell’esprimere opioni su questa pellicola sarò ovviamente influenzato.
4. Non apprezzo particolarmente i film di guerra.
5. Questo è un film di guerra, seppur non nel senso stretto del termine. Ossia: non ci sono scene di battaglia, se non qualche sparatoria, qualche imboscata, un rastrellamento. Più che di altro, “Bastardi senza gloria” è fatto da diverse scene che raccontano azioni di spionaggio, piani, tattiche, strategie, sotterfugi, azioni di propaganda, rappresaglie, ecc.
6. Il primo dei capitoli in cui il film è diviso è forse uno dei migliori. Un omaggio a Sergio Leone, a quanto pare. Un modo di fare cinema che ormai si fa difficoltà a vedere sui grandi schermi: dialoghi al limite della perfezione, senza sbavature, lughe pause, primi piani, sapiente costruzione graduale dello stato di tensione emotiva nello spettore. Siami ai limiti del capolavoro. Eccelsi anche gli attori Christoph Waltz e Denis Menochet a mettere in piedi una scena da antologia. Il fare compiaciuto e subdolo del Colonnello Landa fa da perfetto contraltare alla sforzo psichico e alla paura fisica del signor LaPaditte.
7. Brad Pitt come attore è ormai fuori discussione – da tempo – eppure qui gigiona un po’ troppo. Ok, non è tenuto necessariamente a interpretare un ruolo del tutto drammatico ma un po’ di serietà ogni tanto non guasta. È proprio un cazzone – nel senso più adorabile del termine.
8. In molti andranno a vedere questo film perché ci recita Brad Pitt ma fidatevi se vi dico che qui il numero 1 in quanto a recitazione è Christoph Waltz.
9. Diane Kruger non è solo brava ma anche bella. Agghindata con abiti anni ‘30 riesce ad esprimere tutto il suo potenziale fascino. Perfetta per il ruolo della diva del cinema tedesco. Una delle spie più sexy del cinema degli ultimi anni. Femme fatale.
10. I duetti tra Mélanie Laurent (nei panni della giovane ebrea titolare di un cinema) e Daniel Brühl (nei panni del giovane eroe di guerra tedesco) sono un altro elemento riuscitissimo del film. Lei apparentemente fragile ma molto vendicativa, una francesina finto-innocua; lui un giovane in divisa, con un futuro radioso davanti, che perde la testa e che si mostra persino pentito dell’impresa sanguinaria di cui si era macchiato al fronte.
11. Eli Roth ha una faccia da schiaffi assurda. Nelle prime scene è poco credibile nei panni del sanguinario “Orso ebreo”, anche se con la mazza da baseball in mano riesce a interpretare perfettamente lo studentone americano scervellato. Ancora non riesco a spiegarmi come abbia fatto un produttore ad affidargli la regia dei due episodi di Hostel. Mah! Magari come regista è bravo, che ne so.
12. La coppia Hitler/Goebbels a volte è ai limiti della macchietta ma Sylvester Groth in diversi frangenti credo che riesca a rendere benissimo la spietatezza del Ministro per la propaganda del Terzo Reich.
13. Come Hitler avrei preferito anche questa volta (come in “La caduta”) Bruno Ganz. Ma non si può avere tutto. Ad ogni modo Martin Wuttke se la cava abbastanza bene in questo difficile ruolo – vedi la gestualità nei momenti di rabbia.
14. Til Schweiger recita benissimo il ruolo del nazista convertito: una vera scheggia impazzita, succube della propria voglia di violenza. Un omone forte che non riesce a mettere a freno la propria irruenza. Particolarmente divertente il suo ruolo nella scena dell’incontro con la spia tedesca nella taverna.
15. Dal punto di vista narrativo questa pellicola non ha nulla da invidiare alle precedenti opere di Tarantino. Lo spettatore scopre un po’ per volta la trama che s’intreccia perfettamente, senza far perdere le fila e senza annoiare.
16. Attenzione alle scene cruente: c’è molto sangue in giro. Ci sono scalpi effettuati su soldati morti, scene di violenza alquanto lunghe e dettagliate, alcuni momenti di alta tensione psicologica, ecc. Non siamo nemmeno ai livelli del pulp, siamo oltre: allo splatter quasi. In alcune occasioni sono stato lì per voltare la testa e distogliere lo sguardo dal grande schermo ma la curiosità ha sempre avuto la meglio. Bisogna comunque avere uno stomaco alquanto forte per resistere e godersi lo spettacolo al 100%.

Breve sinossi. Seconda guerra mondiale. Un gruppo di 8 militari americani, presi da reparti speciali e capitanati dal Tenente Aldo Raine, viene paracadutato nella Francia invasa dai tedeschi con lo scopo di liberare la nazione. Il loro compito è quello di uccidere tutti i nazisti che trovano sulla strada. Sul campo sono noti appunto come gli “Inglorious bastards” – da cui il titolo del film. La missione più importante che dovrano portare a termine consiste nel far saltare in aria un cinema in cui Hitler assisterà alla prima di un film.

Pellicola consigliatissima. Un must. Uno dei film da vedere assolutamente in questa stagione cinematografica.

Il trailer italiano

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo

ottobre 12th, 2009

Parnassus

Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo
(The Imaginarium of Doctor Parnassus)

di Terry Gilliam (USA, 2009)
con Heath Ledger, Christopher Plummer, Tom Waits,
Lily Cole, Verne Troyer, Andrew Garfield,
Jude Law, Colin Farrell, Johnny Depp,
Paloma Faith, Michael Eklund, Peter Stormare

Magnifico film. Un fantasy come se ne vedono pochi in giro – e ve lo dice uno che non adora i film fantasy. Dunque il mio apprezzamento dovrebbe valere doppio. (guarda qui il trailer ufficiale italiano in HD)
Ecco: immaginate di mixare due film come “Il tagliaerbe” e “Essere John Malkovich” e lasciare che sia Tim Burton a dirigere tutto quanto. Forse questo esempio ancora non rende bene l’idea, poiché “Parnassus” non ha tinte così fosche come le pellicole di Burton, ma ci si avvicina molto.
Le motivazioni principali per cui suggerirei a tutti di guardare questo film sono sostanzialmente tre: l’originalità della storia, la bravura del regista nel dirigere la narrazione, il fascino degli effetti speciali e la bravura degli attori. Provate a leggere il cast e ditemi se non siamo di fronte ad un parterre di prim’ordine. In fin dei conti tutti parleranno (legittimamente) della bravura del defunto Ledger – a cui la pellicola è dedicata. Questo è stato l’ultimo film in cui ha recitato e bla bla bla… ma fidatevi se vi dico che anche gli altri attori non sfigurano affatto. Per dire: Johnny Depp sta sulla scena meno di 10 minuti ma gli bastano due o tre sguardi in direzione di uno specchio per farti alzare in piedi a battere le mani entusiasta.
Colin Farrell è più misurato del solito. Non stra-recita, sta al posto suo. Non gigioneggia. A questo punto bisogna apprezzarlo per il solo fatto di essere riuscito, in questo caso, a irrigimentarsi. Bravo.
Jude Law torna nei panni del belloccio che piace alle donne, anche a quelle anzianotte. Un ruolo che ha già interpretato in “Alfie” e in “A.I. – Intelligenza artificiale” Ormai è una garanzia.
Christopher Plummer è un attore più che navigato. Monumento al cinema moderno. Qui lo vediamo nei panni di un santone che, sebbene appaia saggio, riesce anche ad essere irrascibile, avventato e smanioso di scommettere con la sorte.
Tom Waits è pressoché perfetto per la parte del diavolo. Non potevano scegliere di meglio. Un satanasso beffardo, molto pieno di sè, fighetto e un po’ gagà. Se ne va in giro con una mise da elegantone, fumando una sigaretta con il bocchino. I suoi baffetti, disegnati col carbone sul labbro superiore, sono buffissimi.
Lily Cole interpreta il perno del racconto. Brava ad recitare la parte di “bambolina-peperina”. Dà un tocco di fascino giovane, fresco ma anche d’antan. Bella di una bellezza enigmatica. Qualcuno di voi la ricorderà senz’altro per aver recitato anni fa in uno scandaloso spot della Playstation Sony in cui appariva come una specie di aliena dalla testa molto larga e dagli occhi estremamente distanti (l’uno dall’altro). Attenzione a fare sogni impuri su di lei: nella vita reale è maggiorenne. Nel film non lo è.
A Verne Troyer hanno riservato la vena buffa del film. Si diverte a scherzare con la sua condizione di nano da circo. Il suo ruolo è un po’ quello di fare da coscienza al santone.
Andrew Garfield è giovane ma promette bene. Il suo ruolo è quello dell’attore girovago, segretamente innamorato della giovane figlia del santone (ma neanche tanto segretamente). Dov’è che l’ho già visto? Ah, sì: in “Leoni per agnelli”.
Peter Stormare appare per pochi attimi come Presidente dell’Universo: un burocrate paraplegico tutt’altro che funzionale alla storia. Irrilevante.
Non voglio svelarvi molto poiché la storia è tutta da scoprire. Il piacere di questo film sta, appunto, nel lasciarsi sorprendere dall’evoluzione del racconto. Vi riporto perciò solo i primi 2 minuti del film.
Una piccola compagnia di attori squattrinati gira l’Inghilterra con un piccolo caravan/teatro, mettendo in scena uno spettacolino simil-circense in cui una specie di giovane Mercurio introduce una ninfetta ballerina, un nano e un santone orientale in grado di leggere nel pensiero. Siamo a Londra. Quando il maestro di cerimonie invita una persona dello sparuto pubblico a salire sul palco, per prendere parte allo spettacolo e farsi leggere nella mente, qualcosa inizia ad andare storto.
Per una volta ascoltatemi: andate al cinema e lasciatevi trasportare dalla magia di questa fiaba. Dopo mi ringrazierete.
Il film arriverà nelle sale italiane il 23 ottbre 2009. Distribuisce MovieMax.

Nota: Heath Ledger è morto nel gennaio 2008, durante la lavorazione di questo film. Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell, ossia i tre attori che sono stati chiamati a completare le riprese hanno devoluto i loro compensi a Matilda, la figlia di Ledger.

Nota personale: ho visto questo film in anteprima alla Casa del Cinema di Roma lo scorso giovedì (8 ottobre). A questa proiezione organizzata da Ford Italia sono stato invitato dai ragazzi di Digital P.R. Roma, i quali comunque non mi hanno chiesto di scrivere questa recensione.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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The Informant!

settembre 27th, 2009

The Informant ???????? ?????????

The Informant!

di Steven Soderbergh (Usa, 2009)
con Matt Damon, Lucas McHugh Carroll,
Scott Bakula, Tom Papa, Rusty Schwimmer,

Candy Clark, Thomas F. Wilson, Frank Welker,
Melanie Lynskey, Samantha Albert, John McHale

Credevo fosse un film di spionaggio, invece mi sbagliavo. A volte è bello andare al cinema senza avere alcuna notizia riguardo la pellicola.
Quest’ultimo film di Soderbergh narra la storia di un uomo sulla quarantina, tale Mark Whitacre: un chimico che lavora per una grande multinazionale la ADM (Archer Daniels Midland). Sapete, una di quelle enormi corporation che si occupano di biochimica – in questo caso di estrarre la lisina dal mais.
Bene, Mark è un chimico abbastanza giovane ed intraprendente con grandi responsabilità manageriali. Un giorno, improvvisamente, di fronte ad una possibile minaccia di spionaggio industriale, i vertici aziendali chiedono l’aiuto all’FBI. Inizialmente Mark sconsiglia questo tipo di consulenza ma ben presto la situazione finisce per ribaltarsi. Mark diventa stretto collaboratore dei federali. Anzi, di più: Mark diventa un informatore prezioso, l’unica e sola talpa che l’FBI ha per spiare e verificare il sospetto che l’azienda faccia cartello sui prezzi dei prodotti con le sue concorrenti internazionali. Insomma per più di due anni Mark spia i suoi capi ed i suoi colleghi, con la convizione di stare rendendo un gran servizio alla stessa società. Si sente nel giusto. ????? ??????? ?????????
Putroppo però non ha fatto i conti con la realtà. Quando l’FBI verifica il reato e procede con l’incriminazione dei vertici dell’ADM, per il protagonista saranno solo guai. L’azienda gli si rivolta contro, ovviamente, e dedice di screditarlo, tirando fuori anche una faccenda di tangenti che lo vede coinvolto in prima persona.
Matt Damon è un volto che funziona per un personaggio di questo tipo: un bugiardo cronico, fissato, pazzoide ossessivo, perfezionista – e anche un po’ pasticcione. Di certo i baffi e i 15 Kg che ha messo su per affrontare il ruolo (così dicono) lo hanno aiutato molto in questo senso.
A parte lui e il bravissimo Scott Bakula (ve lo ricordate come protagonista del telefilm “In viaggio nel tempo – Quantum Leap”?) gli altri attori interpretano solo personaggi di rilevanza secondaria.
Il film è gradevole; una storia alquanto seria, raccontata con la giusta dose di leggerezza ed umorismo. Ben fatto, sia dal punto di vista registico che da quello narrativo; la costruzione della storia, va detto, non è molto lineare.
Decisamente carina la colonna sonora: contiene diverse tracce di musica easy listening. Sembra di stare quasi negli anni ‘60 – anche se la pellicola è ambientata tra il 1992 e il 1997.
Voto totale: 7. Soderbergh non mi delude mai.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Basta che funzioni

settembre 24th, 2009

BastaCheFunzioni

Basta che funzioni
(Whatever Works) ????? ????

di Woody Allen (Usa, 2009)
con Larry David, Evan Rachel Wood,
Ed Begley Jr., Patricia Clarkson, Conleth Hill,
Henry Cavil, Michael McKean, John Gallagher Jr.,
Carolyn McCormick, Christopher Evan Welch, Jessica Hecht ????? ????? ???? ???? ?????????

Ennesima splendida commedia scritta e diretta da Woody Allen.
Finalmente Allen torna a fare film alla sua vecchia maniera. E dimostra di riuscirci ancora benissimo.
Il solo monologo del protagonista, introduttivo alla storia, vale tutto il prezzo del biglietto – o forse più. ??????? ????????? ???? ??????? mp3
Boris Yellnikoff, un uomo di mezza età, un genio della fisica quantistica scorbutico ed apocondriaco, decide di andare a vivere da solo, dopo aver lasciato sua moglie ed aver tentato il suicidio. Odia la vita con tutto se stesso ma ha grande stima di sè, della propria cultura ed intelligenza. Le uniche persone che frequenta sono tre amici – suoi coetanei – che incontra con una certa frequenza in un bar. Un giorno per caso si imbatte in Melody, una ragazza giovanissima, fuggita di casa e da poco arrivata nella Grande Mela. La trova sotto casa, in uno stato pietoso: Melody gli si para davanti come una clochard, gli chiede cibo e un posto dove dormire. Seppur contrariato, Boris cede: si convince e la lascia entrare in casa sua. Melody saprà essere convincente: resterà ospite dal vecchio Boris per molto tempo. I due diventeranno pian piano amici. Mentre lui le insegnerà tutto sul mondo, continuando a brontolare e ad insultarla, lei si invaghirà di lui. Alla lunga i due finiranno per sposarsi, nonostante l’età, nonostante le abissali differenze culturali e caratteriali, nonostante tutto. Il primo anno da sposini sarà idilliaco, almeno finché non arriveranno i genitori di Melody a fare da guastafeste.
Non aggiungo altro perché, in un certo, senso il finale merita. Il film tutto sommato è prevedibile ma non importa. Come diceva il mio vicino di poltroncina: questa è una pellicola in cui “non accade niente”. Ed io mi permetto di aggiungere: meno male! Perché la grandezza di Allen in questo caso sta proprio in questo: nell’aver realizzato un film eccelso pur lasciando che trama fosse né particolarmente originale, né ‘dinamica’. È un film di parola, tutto di testa, in cui la ricchezza principale sono i dialoghi e i concetti espressi dall’autore per bocca del protagonista.
Allen, dicevamo, è tornato a fare i film di un tempo, alla vecchia maniera. Ha lasciato l’Europa ed è tornato a girare in patria, nella “sua” New York. È tornato sul suo vecchio stile tutto nevrotico e psicotico. Solo che questa volta non si è riservato una parte davanti alla cinepresa, questa volta non recita. È Larry David, nei panni del protagonista, a fare da portatore della filosofia alleniana. Inoltre bisogna anche ammettere che il regista ha saputo scegliersi un perfetto primo attore. Sono sicuro che David non ha affatto deluso Allen.
Ottima interpretazione anche per la “piccola” Evan Rachel Wood. Ok: è giovane e carina ma non conta. C’è di più, c’è dell’altro: è perfetta per il personaggio che interpreta. Credo che sia una grande attrice. R qui lo dimostra chiaramente. Una così non è cretina. Non può esserlo. Non puoi essere svampita sul serio se poi sullo schermo interpreti in maniera così perfetta il ruolo della svampita.
Grande scelta di cast anche per quel bambascione ipercredente e represso del padre di Melody: Ed Begley Jr. ha la faccia tipica del ricco bifolco del sud. ????????? ????????
Stessa cosa dicasi per Patricia Clarkson: è tagliata per il ruolo di Marietta, la madre stronza e vipera di Melody che da cattolica ultraortodossa in poco tempo, sotto l’influenza della cultura della Grande Mela, si trasformerà in promettente artista all’avanguardia.
Ammetto anche che Henry Cavill è un bel fusto e recita molto bene: ha senso farlo recitare nei panni di un giovane ed avvenente attore.
Giudizio finale: 9. Film da vedere assolutamente.
Consigliato ad un pubblico adulto (e non depresso) ma consigliato moltissimo.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Videocracy – Basta apparire

settembre 21st, 2009

Videocracy

Videocracy – Basta apparire
(Videocracy)

di Erik Gandini (Svezia, 2009)

Ok, vediamo: da dove iniziare? Questo non è un film concepito per il pubblico italiano. Difatti è stato girato da un regista svedese di origini italiane (campane, mi dicono) per il mercato svedese. Poi hanno deciso di distribuirlo un po’ in giro. E quindi è arrivato anche da noi, in Italia. Bene. Ma allora perché secondo me non va bene per l’Italia? Perché io, ad esempio, non ci ho trovato nulla di nuovo. O quasi. Nessuna informazione di cui non fossi già a conoscenza. Ho scoperto pochissime cose che, di certo, non mi cambieranno la vita. Mi pare che sia stato venduto come documentario sorprendente, un opera che avrebbe dovuto generare scandali. E invece niente. Giustamente.
Lo stesso film dice che per l’80% degli italiani la tv è la fonte primaria d’informazione. E proprio per questo quell’80% di persone, non andando abitualmente al cinema, non vedrà questo film – ahiloro. Sono loro forse che avrebbero bisogno di accedere a questo tipo di informazione. L’italiano tipo che va a vedere questo film, un’idea sulla cultura popolare italiana degli ultimi 30 anni, e su come si sia formata, ce l’ha già. Non c’è bisogno che lo dica il signor Gandini. Poi, certo, queste informazioni meglio ripeterle che occultarle. Ovviamente più girano e meglio è. Ma non è questo il punto.
Dunque Videocracy ci mostra come e dove è iniziata l’avventura della tv commerciale italiana. Ecco, questa era una cosa che non sapevo. È stato interessante vedere in apertura di film alcuni spezzoni della primissima trasmissione della tv privata italiana, una roba super-trash con telefonate da casa e spogliarello di una casalinga; un programma primordiale che veniva mandato in onda di notte, in diretta da un bar della provincia lombarda. In quell’esperienza il sig. Berlusconi ancora non era coinvolto. O almeno credo. Comunque da lì a poco quello sarebbe stato il suo campo di battaglia preferito. Il suo regno sarebbe partito da lì. D’altronde il meccanismo di “Colpo grosso” non era molto dissimile. ??????? ??????
Le prime battute del documentario, infatti, cercano di spiegare come si è formato questo strettissimo intreccio tra potere mediatico (televisivo) e potere politico, come mai in Italia è ormai impossibile distinguere l’uno dall’altro.
Un altro fattore interessante di Videocracy sono le interviste fatte ad una vicina della villa sarda di Berlusconi, tale Marinella, a Lele Mora (l’impresario più potente della tv) e a Fabrizio Corona, il noto manager di paparazzi che vengono sgunzagliati a caccia di scoop.
Sono rimasto sorpreso: che senso ha seguire Fabrizio Corona ovunque? Va bene, lo vediamo mentre fa presenza in una discoteca – per le cosiddette ’serate con ospite famoso’, lo vediamo in giro in macchina, lo vediamo al lavoro, lo vediamo mentre si trova in carcere (immagini di repertorio), ecc. Ma perché vederlo nudo sotto la doccia? Perché mostrarlo in una lunga scena davanti allo specchio in cui si tocca e si cosparge di crema? A che pro? Che Corona sia una persona molto vanitosa e piena di sè è noto. Serviva il nudo frontale? Mah! Non sono un bacchettone, non grido allo scandalo, ma che schifo, dai! Si è trattato davvero di una scena ridicola, oltre che inutile. In sala abbiamo riso tutti.
Di Lele Mora ho capito (ho imparato) che è un nostalgico del Duce e del Fascismo. Infatti ha dichiarato che porta sempre con sé, sul telefonino, alcuni video scaricati da YouTube con i brani propagandistici del Ventennio fascista. Li ha anche mostrati alla camera, li ha fatti ascoltare tronfio, felice come un bambino. Credo che abbia anche detto qualcosa come “Che male c’è? Non mi vergogno”. Mi sembra difficile che questo signore non sappia che in Italia esiste il reato di “apologia del Fascimo”. Più che altro credo che se ne fotta altamente, tanto è potente, ormai, ed intoccabile.
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Il fil rouge che tiene insieme le fila del discorso è una lunga intervista ad un ragazzo, tale Ricky: un ventenne della provincia di Bergamo. Ricky lavora in fabbrica ma non vuole farlo per tutta la vita. Non vuole morire operaio ma vuole sfondare nello spettacolo, vuole diventare ricco e famoso, vuole essere realizzarsi arrivando in tv o al cinema con un personaggio tutto suo, una specie di tra Jean-Claude Van Damme e Ricky Martin. L’intervista racconta la sua frustrazione di essere rifiutato a decine e decine di provini e di essere costretto a fare piccole apparizioni come figurante tra il pubblico di diverse trasmissioni tv, nella speranza di poter un giorno emergere. Un desiderio per altro condiviso da milioni di suoi coetanei (sia uomini che donne) che, ormai, hanno eletto il luccicante mondo dello showbiz a meta suprema da raggiungere con ogni mezzo. Il successo popolare a mezzo televisivo – o al massimo cinematografico – come totem, unico e solo obiettivo per la realizzazione del sè.
Ecco, forse questo è il messaggio primario che Gandini vuole comunicare con “Videocracy” ma, ripeto, non è che doveva venire lui a dircelo.
Grazie.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Il colore dei soldi

settembre 14th, 2009

TheColorOfMoney

Il colore dei soldi
(The Color of Money)

di Martin Scorsese (Usa, 1986)
con Paul Newman, Tom Cruise,
Mary Elizabeth Mastrantonio, Helen Shaver,
Forest Whitaker, Bill Cobbs, John Turturro,
Robert Agins, Alvin Anastasia, Elizabeth Bracco, Vito D’Ambrosio

Qualche sera fa ho rivisto questo film – per la terza volta, credo.
Siccome sono molto pigro, leggetevi quello che scrissi nel 2004, sempre su questo blog.
Lasciatemi però aggiungere che la Mastrantonio, seppure non sexy, in alcune scene risulta abbastanza ‘caruccia’. Credo sia merito esclusivo della giovane età.
Piccolo plauso anche a Forest Whitaker nella parte del professionista che, fingendosi principiante, riesce a gabbare persino “Lo svelto” Eddie Felson.
Nota: grazie a questa interpretazione Paul Newman vinse il primo Oscar come migliore attore protagonista.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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