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«A discesa iniziata, sto solo aspettando di fermarmi per inerzia»

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In nome del popolo italiano

agosto 15, 2010 film Comments

In nome del popolo italiano

di Dino Risi (Italia, 1971)
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman,
Yvonne Furneaux, Michele Cimarosa, Ely De Galleani,
Pietro Tordi, Pietro Nuti, Checco Durante, Enrico Ragusa,
Maria Teresa Albani, Simonetta Stefanelli, Franco Angrisano,
Renato Baldini, Edda Ferronao, Francesco D’Adda, Paolo Paoloni,
Franca Ridolfi, Marcello Di Falco, Giò Stajano, Vanni Castellani

Nonostante il fantastico duo Gassman/Tognazzi  – e Dino Risi alla regia – questa non può essere considerata propriamente una commedia; tuttavia qui siamo in presenza di un piccolo capolavoro di amarissima ironia.
“In nome del popolo italiano” mette in scena un conflitto tra due idee: quella di uguaglianza, giustizia, rettitudine morale – impersonata dal giudice settentrionale Mariano Bonifazi – e quella di liberismo estremo, edonismo, speculazione, rampantismo, “strafottenza”, menfreghismo, corruzione, conservatorismo reazionario e fascismo – impersonata dall’imprenditore di origini siciliane Lorenzo Santenocito.
L’espediente per il confronto tra questi due stili di vita è l’inchiesta che il giudice Bonifaci conduce presso la procura di Roma, riguardo il caso dell’omicidio di una giovanissima escort.
Ancora una volta troviamo sul grande schermo due mostri sacri del cinema italiano, l’uno di fronte all’altro in un testa a testa che sembra non poter avere vincitori, né vinti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Piccoli affari sporchi

luglio 29, 2010 film Comments

Piccoli affari sporchi
(Dirty Pretty Things)

di Stephen Frears (UK, 2002)
con Audrey Tatou, Chiwetel Ejiofor,
Sergi López, Sophie Okonedo,
Benedict Wong, Jean-Philippe Écoffey,
Abi Gouhad, Zlatko Buric, Sotigui Kouyaté

Film inglese prodotto da Miramax e BBC, valido ma ingiustamente sottovalutato. Probabilmente è anche passato in sordina nelle nostre sale.
Attenzione: non si tratta del seguito della saga di Amélie Poulain, nonostante vi reciti Audrey Tatou.
Stephen Frears racconta una storia amara, ma alquanto originale, ambientata nella Londra dei giorni nostri, una Londra di cui non si parla mai, quasi nascosta, ma che vive e pulsa sottotraccia.
Okwe e Senay sono due immigrati clandestini: lui africano, lei turca. Vivono nello stesso appartamento ma non s’incontrano mai. Lui di giorno lavora come tassista abusivo, mente di notte fa il concierge in un albergo di bassa lega gestito da un losco figuro di probabili origini sudamericane. Lei lavora nello stesso albergo ma di giorno come inserviente (leggi: pulisce le camere). Tuttavia, vivere insieme nello stesso appartamento è un eufemismo, perché in realtà Senay affitta semplicemente il suo divano a Okwe e non vuole assolutamente che in giro si sappia che lei – giovane vergine mussulmana dalla reputazione impeccabile – ha un uomo in casa.
Le vite dei due londinesi-non londinesi si sfiorano continuamente senza intrecciarsi mai. Le loro tranquille ma faticose routine vengono appena accentate, non annoiano, perché la narrazione entra subito nel vivo. Sin dalle prime battute, infatti, vediamo la situazione degenerare; le cose per Okwe si mettono subito male quando, rovistando in una stanza dell’albergo, si imbatte per caso in un water intasato da un cuore umano. Anche per Senay la situazione non è delle migliori, dal momento che si ritrova alle calcagna due pessimi individui del reparto immigrazione della polizia, desiderosi di trovare un cavillo legale per espatriarla il prima possibile.
Narrativamente il film è costruito molto bene perché lo spettatore non traccia immediatamente il profilo preciso dei due protagonisti. In altri termini: la storia è intrigante, i fatti si scoprono pian piano, uno per volta e senza che il racconto sia banale o scontato.
Vedere Audrey Tatou nei panni di una non-francese all’inizio fa un po’ specie ma ci si abitua molto presto. La domanda che, infatti, mi sono posto durante tutto il film è stata: “Chissà come sarà il francesce con accento turco della Tatou?!” – io il film l’ho visto doppiato in italiano. L’avevo videoregistrato dalla tv qualche anno fa.
Chiwetel Ejiofor ha una bella faccia. Direi che risulta quasi immediatamente simpatico. Ciò nonostante, il suo non è un ruolo da buffone – non siamo di fronte ad una commedia, infatti. Tutt’altro. A mio modo di vedere, è stata un’ottima idea prenderlo a recitare la parte di un uomo serioso ma dal cuore grande. Un africano poco meno che quarantenne, completamente chiuso, rigido e severo con se stesso, misterioso ma buono, che porta sulle spalle il peso di un grande inconfessabile segreto ma che, allo stesso tempo, non riesce a sottrarsi a mille doveri morali che gli si parono davanti.
Buffissimo Zlatko Buric nella parte del portiere d’albergo di origini russo/ukraine: tanto fanfarone, quanto chiacchierone.
Sophie Okonedo interpreta la giovane prostituta di bassa lega: un animo buono e gentile che fraternizza subito con i due “poveri” protagonisti.
Ottima scelta di cast anche per Sergi López: esprime la giusta dose di antipatia funzionale al suo ruolo di sfruttatore senza scrupoli.
A me e al coinquilino questo film è piaciuto molto. Ripeto: trama originale. Aggiungetevi anche valide interpretazioni e sensata ricostruzione della vita nella cosiddetta “Londra invisibile”. Voto: 7.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Arrivano i dollari!

luglio 13, 2010 film Comments

Arrivano i dollari!

di Mario Costa (Italia, 1957)
con Alberto Sordi, Mario Riva, Nino Taranto,
Riccardo Billi, Isa Miranda, Diana Dei, Turi Pandolfini,
Rosita Pisano, Ignazio Balsamo, Loris Bazzocchi,
Sergio Raimondi, Rita Giannuzzi, Natale Cirino

Simpatica commedia in bianco e nero dall’impianto quasi teatrale.
Cinque fratelli di un innominato paesino della provincia italiana (uno qualsiasi) ricevono un telegramma ciascuno in cui li si avvisa che una loro zia è in arrivo dal Sudafrica. La donna (Isa Miranda) è la vedova di un loro lontano zio, partito tanti anni fa per il continente africano in cerca di fortuna. Insieme alla vedova – una donna sulla quarantina tanto affascinante, quanto emancipata – arriva anche il testamento con le volontà dello zio. Ciò che i fratelli non sanno è che la giovane donna che si spaccia per la zia africana (Rita Giannunzi) è in realtà solo il suo notaio – e viceversa. In pratica la bell’ereditiera ha escogitato questo piano dello scambio di identità per cercare di scoprire il più possibile sulle vite dei bizzarri nipoti prima di leggere loro il testamento. Questi cinque uomini, infatti, hanno una pessima reputazione: sono un po’ la rappresentazione dei tipi vizi e difetti degli Italiani. Uno è taccagno incallito, pur essendo ricco possidente (Nino Taranto), uno è un ex barbiere sfaccendato che ha sposato una contessa e l’ha uccisa solo per ereditarne il titolo e il prestigio (Alberto Sordi), uno è un giovane titolare di officina che per hobby seduce fanciulle (Sergio Raimondi), uno è un perdigiorno beone (Mario Riva) e uno è pazzo di gelosia per sua moglie (Riccardo Billi), tanto da tenerla sempre chiusa in casa.
Note di merito
1. per Alberto Sordi che già gigioneggia alla grande nel ruolo del triste scroccone che, non avendo voglia di lavorare, cerca di vivere di rendita giocando un tranello ad uno dei suoi fratelli.
2. per Riccardo Billi nel ruolo del marito geloso sospettoso e “fregnone”. Lo ricorderete sicuramente per questa gag in cui ride sull’aria di un noto brano musicale.
3. per Nino Taranto nella parte del ricco possidente terriero che quasi impazzisce di rabbia quando si vede costretto a mostrarsi generoso agli occhi del notaio/zia.
Da segnalare la divertentissima scena in cui due personaggi ballano il cha cha cha sulla pista di un night club.

La scheda di Cinematografo.it e quella di My Movies.it.

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Cadillac Records

maggio 29, 2010 film Comments

Cadillac Records
di Darnell Martin (Usa, 2008)
con Adrien Brody, Jeffrey Wright, Beyoncé Knowles,
Columbus Short, Gabrielle Union, Emmanuelle Chriqui,
Cedric the Entertainer, Mos Def, Eamonn Walker,
Joshua Alscher, Tim Bellow, Tony Bentley, Marc Bonan

Film basato su di una storia vera: la nascita e la morte della gloriosa Chess Records. La pellicola infatti racconta di come Leonard Chess, un giovane di origine polacca, dopo aver aperto un night club in un quatiere di neri, sia riuscito a circordarsi di grandi musicisti e a fondare una delle più importanti etichette per la storia della musica blues e rock.
Uno dei pregi di “Cadillac Records” è quello di non focalizzarsi solo sulla di vita di un singolo personaggio. La storia di Chess, infatti, s’intreccia in maniera indissolubile anche con quella di uno dei più grandi bluesman di tutti i tempi (Muddy Waters), con quella di Chuck Berry e di Etta James. A seconda del periodo storico, cioè, l’azione si sposta su questo o su quell’altro personaggio ponendolo al centro del racconto.
Un altro punto a favore di questa pellicola è il cast. Senza questi volti, sapientemente scelti, il film forse non avrebbe avuto la stessa fortuna.
Adrien Brody è fuori discussione; è perfettamente a suo agio nel ruolo del produttore generoso e bonario, amico, padre e protettore di tutti i suoi artisti.
Ottima prova per anche per Jeffrey Wright. Magari sarà stato anche aiutato dal carisma dello stesso Muddy Waters (il personaggio che interpreta), però è in grado di rendere benissimo lo spirito dei tempi, la vita sfrenata di una star, il successo, la passione per la musica che suonava, la complicità con il suo collega e amico Little Water (ben interpretato da Columbus Short) e il rapporto di fiducia/amicizia con il fondatore dell’etichetta.
Chi crede che Beyoncé sia solo una cantante deve ricredersi. Dopo aver visto questo film, non si può sostenere che non abbia anche buone doti recitative. Sebbene la parrucca bionda non le stia benissimo, riesce comunque a dare grande profondità al personaggio tormentato di Etta James. La voce, poi, mette i brividi – che ve lo dico a fare! Mi è sembrata perciò una degna interprete di quelle che furono le hit della diva che interpreta.
Per essere un film biografico a protagonista multiplo “Cadillac Records” è fatto davvero bene. Non conoscevo le vicende di questa etichetta discografica, per cui non saprei dire quanto le vicende mostrate sul grande schermo siano attinenti alla realtà, e quanto invece ci sia di romanzato, ma posso affermare con convinzione che comunque la regista (che ha anche curato la sceneggiatura) è riuscita a realizzare un buon prodotto cinematografico. Il film avvince e non annoia. 115 minuti possono sembrare tanti ma scorrono via veloci.
Un plauso va anche a tutti quelli che hanno lavorato dietro le quinte per ricostruire costumi, acconciature, aggeggi e ambienti tipici dell’epoca. Dev’essere stato un lavorone ma, visto l’eccellente risultato, direi che ne è proprio valsa la pena.
Nota: Il titolo della pellicola fa riferimento al fatto che Leonard Chess era solito regalare una Cadillac a ciascuno dei suoi artisti quando questi ragguingevano il successo sperato.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Dragon Trainer

marzo 31, 2010 film Comments

Dragon Trainer
(How to Train Your Dragon)

di Dean DeBlois e Chris Sanders (Usa, 2010)

Film d’animazione caruccio. Il linea con le altre produzioni Dreamworks, dunque niente di eccelso, seppur gradevole. Ci sono i draghi, sì. Ma stiamo calmi.
Dragon Trainer racconta di Hiccup, un giovane vichingo che abita in una specie di villaggio costantemente minacciato dagli attacchi di draghi di vario tipo. Sembra quasi che la ragion d’essere di questo posto sia difendersi dai malefici esseri che sputano fuoco dalla bocca e distruggono tutto quello che gli capita a tiro.
Il ragazzetto è maldestro, mingherlino, buffo. Nel paesello tutti lo prendono in giro perché non è ancora in grado di affrontare i draghi da vero vichingo. Anzi, sono tutti convinti che non sarà mai pronto per fare il guerriero. La sua vocazione, comunque, è quella di diventare proprio un grande cacciatore di draghi; per il momento, però si limita a dare una mano al fabbro/maniscalco per la fabbricazione di armi. Un giorno, sfruttando la confusione dovuta alla concitazione dello scontro, Hiccup s’intrufola nella battaglia dei grandi e riesce a colpire un temibilissimo esemplare di drago. Ma quando sta per infliggergli il colpo mortale si rende conto di non esserne in grado, di non essere un violento. Quasi per caso, dunque, Hiccup scopre la sua vera natura; si avvicina al drago (apparentemente ferocissimo), inizia a comunicare con lui, a prendersene cura, lo cavalca, gli dà istruzioni per il volo, gli costruisce una protesi per una parte della coda alata che è andara persa in battaglia, ecc. Insomma, per farla breve, il ragazzo diventa amico della bestia temibile e in un secondo momento, per affinità, di tutti i suoi simili. Sarà proprio questo rapporto speciale a far diventare Hiccup il beniamino della sua gente. Il giovane allenatore di draghi, infatti, sarà di fondamentale importanza nella battaglia in cui i mostri alati, ormai alleati – aiuteranno i vichinghi a sconfiggere il grande nemico (un drago gigante che sottomette gli altri draghi).
Qual è la morale? La morale è sempre quella (come diceva un vecchio adagio pubblicitario). Sempre la stessa. Film di formazione. Il protagonista è un incompreso, un piccolo anatroccolo che diventa cigno, un esserino che ha problemi di comunicazione col genitore ma che con la sola forza di volonta diventa adirittura l’orgoglio di tutta la sua gente. E riesce anche a conquistare il cuore della giovane e bella guerriera. Uno sfigato che dapprima subisce continui atti di bullismo e che poi, invece, riesce ad avere la sua rivalsa sociale. Quanti ne abbiamo visti di film/cartoni così? Al momento mi vengono in mente solo “Chichen Little”, “Z la formica”, “Bee Movie” ma credo che ce ne siano anche molti altri. Direi che è il momento di inventarsi qualcosa di nuovo. Sbaglio? Mi sento sempre rispondere: “Ma dai, è un film per bambini!”. E allora? Che forse i bambini non s’annoiano o s’annoiano meno? Si può anche cambiare storia ogni tanto.
Parliamo dunque del 3D. Ne vogliamo parlare? Io sono uno di quei vecchi noiosoni che ancora fanno distinzione tra il contenuto e il contenitore, tra forma e sostanza. Che ci volete fare? Abbiate pazienza.
Questo film l’ho visto in 3D presso la sala privata della Universal a Roma. Si potrebbe anche parlare di “anteprima”, se non fosse che il film è uscito durante il weekend mentre a noi è stato mostrato il lunedì successivo. Ma questo non è importante. Sono stato invitato ad una specie di proiezione blogger. Anzi, ne approfitto per ringraziare le GGD romane che mi hanno invitato e ScreenWeek che organizzato la proiezione. Dunque dicevamo il 3D. Beh è spettacolare. Cos’altro aggiungere? Fa la sua porca figura. Ha raggiunto la sua piena maturità e i tecnici Dreamworks ormai sanno come usarlo al suo meglio. Piace, affascina: è proprio un bel vedere. Anzi, vi dirò di più. Partecipando a questa proiezione ho scoperto un sacco di cose che non sapevo su questa tecnologia. Mi sono un po’ acculturato, se così si può dire. Dunque grazie anche a Davide Dellacasa e alla sua validissima presentazione sulle tecniche di ripresa e di proiezione in tre dimensioni.
Mi spiace per la Universal (che distribuisce): come titolo “Dragon Trainer” è certamente meglio di “How to Train Your Dragon” ma ancora non mi convince. Forse questa volta avrebbero fatto meglio ad usare delle parole italiane.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Amore mio aiutami

marzo 30, 2010 film Comments

Amore mio aiutami

di Alberto Sordi (Italia, 1969)
con Alberto Sordi, Monica Vitti,
Ugo Gregoretti, Laura Adani, Nestor Garay,
Silvano Tranquilli, Mariolina Cannuli, Karl-Otto Alberty

Commedia all’italiana sul tema del tradimento, della fiducia tra partner e della difficoltà nei rapporti di coppia.
Giovanni e Raffaella, un lui e una lei sulla quarantina, benestanti (lui banchiere, lei casalinga), vivono a Roma in una grande casa. Hanno un bambino di 10 anni che però non vive con loro in quanto studia in un collegio fuori città. I rapporti tra i due sembrano normali, tranquilli, pur se non idilliaci. Un giorno si recano al mare per visitare la nuova villa appena finita di ristrutturare e qui Raffaella decide di confessare a suo marito di aver perso la testa per un altro uomo: l’occasione è data da un’esternazione dello stesso Giovanni in cui si dichiara (da sempre) un uomo moderno, di ampie vedute, anticonformista, comprensivo, libero dai pregiudizi e dalla schiavitù della gelosia.
Le cose, però, non vanno come Raffaella aveva previsto poiché Giovanni si dimostra tranquillo solo apparentemente. Dopo alcune scene di gelosia, comunque, i coniugi decidono di affrontare la situazione senza drammi: Giovanni, per amore della loro sacra unione, sarà comprensivo e Raffaella potrà continuare a frequentare il concerto del mercoledì, occasione in cui può vedere l’uomo di cui si è invaghita – un fisico nucleare, tale Valerio Mantovani.
Nel frattempo Giovanni, pur fingendosi distaccato e disinteressato, fa di tutto per dissuadere sua moglie dal frequentare Valerio (coinvolgendo persino il loro unico figlio) e per conoscere quest’uomo che ha affascinato a tal punto la donna che ama. Un giorno segue Raffaella sino a teatro per spiarla durante il concerto; un’altro si reca persino a casa di Valerio per convincerlo a lasciare in pace Raffaella.
Il dott. Mantovani accetta ma la signora accusa il colpo. Raffaella accusa molto la scomparsa dell’oggetto del suo desiderio e somatizza il dispiacere, a tal punto da soffire per un certo periodo di paralisi agli arti. Intanto i giorni passano e la vita sembra tornare alla normalità. Almeno sino a quando Raffaella non scopre che è stato suo marito a dissuadere Valerio dal frequentarla: i due hanno quindi una violentissima lite sulle dune della spiaggia di Ostia, terminata la quale, Raffaella sembra tornare in sé. Le cose si sistemano a tal punto che la moglie finisce per diventare completamente succube di suo marito – anche e soprattutto a causa delle botte prese.
Il finale non lo svelo – nonostante il film sia più vecchio di 40 anni. Sappiate solo che nel bel mezzo di un party in onore di Raffaella arriva una telefonata inaspettata da parte di Valerio.
Questo film in alcuni frangenti mi è sembrato addirittura “reazionario”. E forse un po’ lo è. Ci sono alcune scene, alcuni dialoghi, alcune situazioni totalmente maschiliste e retrograde. D’accordo: era il 1969 ma forse non erano proprio quelli gli anni in cui in Italia era più sentito il dibbattito sul ruolo della donna nella società contemporanea?
Che Sordi abbia voluto fare un po’ di satira di costume ci sta. Ma spesso si ha l’idea che invece l’effetto sortito sia completamente contrario. Alcuni “quadretti di emancipazione” sono così grotteschi che quasi instillano nello spettatore il desiderio che il ruolo della donna rimanga sempre lo stesso, dimesso e subordinato all’uomo, cioè che nulla cambi davvero. L’uomo – inteso come maschio – descritto da questo film è spesso debole, apparentemente ha il polso della situazione ma perde la bussola di fronte a situazioni per lui completamente inedite. Il marito tende quasi ad essere rappresentato come una povera vittima delle passioni e dei capricci sentimentali di sua moglie – apparentemente inspiegabili, come qualcuno verso cui provare commiserazione. Quasi si arriva a compatire la figura del protagonista maschile. Ed io più di una volta mi sono trovato a chiedermi: ma regista e sceneggiatore cosa avranno voluto sul serio comunicare?
Nota di colore: ho trovato alquanto buffa l’interpretazione di Ugo Gregoretti, qui nei panni dell’amico di famiglia. Spassosissima la scena in cui dichiara serafico al suo amico di aver sposato una puttana (“Puttana di famiglia: puttana sua madre e sua sorella”) e perciò di essere rassegnato all’idea di essere tradito.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Guida galattica per autostoppisti

Guida galattica per autostoppisti
(The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy)

di Garth Jennings (Usa, 2005)
con Mos Def, Martin Freeman,
Sam Rockwell, Zooey Deschanel, Bill Nighy,
John Malkovich, Mak Wilson, Steve Pemberton,
Stephen Fry, Thomas Lennon, Helen Mirren, Alan Rickman,
Anna Chancellor, Dominique Jackson, Kelly Macdonald

Avendo letto qualche mese fa il romanzo omonimo di Douglas Adams, da cui è stato tratto – ed avendolo trovato divertente – non potevo certo esimermi dalla visione di questa pellicola. E sapete cosa vi dico? Che mi aspettavo di peggio, di molto peggio. Invece l’ho trovata abbastanza attinente al romanzo, almeno per quello che ricordo, che piaccia, o meno, non è stato comunque stravolto.
Il no-sense ideato e narrato da Adams è meno pregnante sullo schermo ma comunque e fortunatamente non si perde del tutto.
Sulla trama e sul contenuto non mi soffermerò, dunque, perché già ne ho scritto. Lasciatemi dire, invece, che ho trovato molto valida la scelta di affidare a Martin Freeman (uno che mai avevo visto prima) la parte di uno dei due protagonisti (Arthur Dent). Insomma la faccia del pavido ce l’ha tutta. Ho trovato delizioso il suo andarsene in giro per le galassie in vestaglia e asciugamano con la faccia di uno che non ha capito (quasi) nulla di quello che gli sta succedendo intorno.
Anche Mos Def è stato per me una grandissima sorpresa. Ma perché non gli affidano altri ruoli? In queste commedie recita benissimo. Mi aveva già fatto una buona impressione anche in “Be Kind Rewind” ma qui credo che, non so, forse si è superato nella parte di Ford Prefect.
Zooey Deschanel è piccola, dolce e carina. Roba da perderci la testa, quasi. Forse troppo giovane per il ruolo di Trillian ma non è importante perché recita benissimo. Non gigioneggia più di tanto, sa tenere la parte della ragazza con la testa sulle spalle (in alcune scene), pur essendo molto, molto, molto carina. Scusate la ripetizione. Vi ho già detto che in alcune espressioni mi ricorda molto la cantante Katy Perry?
Comunque per me il vero ganzo, il mattatore di questa pellicola è il magnifico Sam Rockwell – qui nei panni dello sciamannato Presidente Zaphod Beeblebrox. Ma ditemi voi: uno con l’espressione così sfrontata dove lo trovate? Basta guardarlo per trovarlo immediatamente simpatico. Ma come si fa? Nonostante qui il suo ruolo sia quello del pazzoide egoista, vanesio e pieno di sé, non si riesce a trovarlo odioso, anziché adorabile.
Adoro quando John Malkovich interpreta ruoli comici. Qui lo troviamo nei panni di una specie di santone, un papa acerrimo rivale di Zaphod Beeblebrox durante le elezioni presidenziali.
Bill Nighy fa la parte del vecchietto bonario Slartibartfast, una specie di Cicerone che accompagna Arthur alla scoperta della riproduzione del Pianeta Terra in scala 1:1.
Ad Helen Mirren è stato affidato il compito di dare la voce al supercomputer Deep Thought (Pensiero Profondo) ma la cosa, ovviamente è andata perduta nell’edizione italiana, a causa del doppiaggio.
Stessa cosa dicasi per Stephen Fry che nell’edizione originale raccontava le vicende in qualità di voce narrante.
Nota: il pupazzone bianco latte (lucido) aveva forse un aspetto troppo buffo e “pacione” per rappresentare Marvin, il robot perennemente depresso, sarcastico e col senso dello humor nero.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Julie & Julia

gennaio 4, 2010 film Commenti disabilitati

Julie & Julia

Julie & Julia

di Nora Ephron (Usa, 2009)
con Maryl Streep, Amy Adams,
Stanley Tucci, Chris Messina, Linda Edmond,
Helen Carey, Mary Lynn Rajskub, Jane Lynch,
Joan Juliet Buck, Vanessa Ferlito, George Bartenieff

Ricordate “Harry ti presento Sally? Beh, la sceneggiatrice di quel film è la regista di questo. Forse è stato questo l’unico motivo che mi ha incuriosito e spinto alla visione di questa pellicola. Di “Julie & Julia” non sapevo praticamente nulla e, diciamolo, forse a volte è una condizione vantaggiosa quella di arrivare “vergine” alla visione, ossia completamente scevro di ogni pregiudizio nei confronti dell’opera che ci si appresta a fruire.
Il film porta avanti due racconti paralleli. Nel primo viene narrata la storia di Julie Child – una nota scrittrice di libri di ricette, nonché presentatrice televisiva di trasmissioni di cucina – e di come nacque e si sviluppò la sua passione per i fornelli. Nel secondo vediamo l’evoluzione del progetto di Julie Powell, una giovane trentenne newyorkese che ha un blog di cucina a tempo: 365 giorni per più di 500 ricette.
Giudizio generale sulla pellicola: caruccia. Non aspettatevi dei colpi di scena. La due storie procedono liscie, dritta, l’una parallela all’altra, senza interruzioni, salti, brusche frenate o improvvise accelerazioni – d’altronde non stiamo parlando di un film d’azione. Questa qui è una pellicola semplice e leggera – anche se ben scritta. Il messaggio (buonista) di fondo è che i progetti vanno sempre portati fino in fondo, nonostante siano strambi- La regista ci vuole dire che, se si vuole ottenere qualcosa, bisogna mettercela tutta, impegnarsi con tutte le forze a nostra disposizione. Inoltre la cucina, le ricette, e il cibo più in generale, sono trattati come una specie di balsamo, qualcosa che rende tutto più morbido e più facile da sopportare. Potremmo persino arrivare a definire l’amore per i fornelli come un argomento, un tema, una passione che si configura come “cibo per l’anima”. Non per nulla, infatti, dà una ragione di vita ad entrabe le protagoniste. Cose così, insomma. Se leggendo questa descrizione iniziaste a pensare che si tratta di un film troppo sdolcinato per i vostri gusti, allora il mio consiglio è: lasciate perdere. Guardate altro perché è di buoni sentimenti che tratta “Julie & Julia”.
Sono sicuro che là fuori qualcuno pensi che Meryl Streep non sia una brava attrice. Beh, si sbaglia. Nonostante la pessima voce (stridula e insopportabile) che le ha affibiato il doppiaggio italiano, rimane sempre e comunque una validissima interprete. Le decine di pellicole che ha girato negli oltre 30 anni di carriera credo stiano lì a testimoniare proprio la sua professionalità. Il surplus, comunque, in questo caso è dato dall’abbinamento con Stanley Tucci. I due fanno faville. Nei duetti sono perfetti. Li abbiamo già visti recitare insieme in “Il diavolo veste Prada”. Qui si superano, quasi: energica e briosa signora di mezza età lei; pacato e distinto diplomatico americano lui. Bravissimi! Voto: 9 ad entrambi.
Ottima scelta di cast anche per Amy Adams. Per il ruolo di Julie Powell non ci voleva una bellona, una tipa sexy o vistosamente attraente, ma la ragazza della porta accanto. Certo: è un bel po’ più carina della ragazza media americana ma ci sta, dai. Anche con la recitazione ci siamo. Voto 8.
Bravo anche Chris Messina nel ruolo del fidanzato paziente, del povero cristo che si sobbarca tutto lo stress che la sua compagna accumula tra i fornelli. Anche lui non è un bellone ma sa “tenere la cinepresa”, è credibile nel suo ruolo, non ammicca. Voto 7.
Nota tecnica: il film è basato su due libri: “Julie & Julia” di Julie Powell e “My Life in France” di Julia Child e Alex Prud’homme.
Nota personale: il film l’ho visto in compagnia di due carissimi amici (quelli che mi hanno messo a parte dell’esistenza di quest’opera) presso il Pidocchietto, ossia il Cinema Delle Province di Roma – sala d’essai. Il costo contenuto del biglietto (4 Euro) permette di godersi ancora qualche buon film nelle sale cinematografiche.

Qui il trailer in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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La guerra civile fredda

gennaio 2, 2010 libri Comments

La guerra civile fredda

La guerra civile fredda
Daniele Luttazzi
Collana Canguri – Feltrinelli, 2009
238 pagg. – 15 Euro

Libro terminato di leggere il 31 dicembre, in treno, durante un viaggio di ritorno a Roma.
“La guerra civile fredda” è il classico libro di Luttazzi, nel senso migliore del termine. Con ciò intendo dire che al suo interno trovate tutta la tipica sagacia che quest’uomo mette nei suoi testi. Di particolare, forse, c’è solo “Cow crucis”, la serie di tavole disegnate da Massimo Giacon che fa da appenice al libro e che rappresenta una bizzarra Via Crucis in cui ad ogni stazione al posto di Gesù Cristo troviamo una mucca.
Altro elemento nuovo, rispetto ai classici libri di Luttazzi, è un racconto ambientato nel futuro, a metà strada tra il noir e il sovrannaturale, intitolato “Zombies a Montecitorio” in cui il protagonista è un tale che di nome fa Filippo Berlusconi.
Nel primo lunghissimo capitolo Luttazzi fa il punto della situazione e spiega il perché del titolo, racconta cioè l’Italia di questi ultimi anni, scagliando la sua ferocia satirica sia contro la politica, che contro la società più in generale. In questo monologo – la trascrizione dello spettacolo che porta in giro per teatri – alterna sapientemente uno scrupoloso fact-checking, intenzionato a smentire le bugie che i potenti di turno fanno circolare, a battute di spirito dal brillante acume. Personalmente ho apprezzato molto la spiegazione di come le religioni moderne – e il cristianesimo in particolare – abbiano mutuato le loro festività da quelle pagane.
Molto spassoso anche “Ultim’ora”, ossia l’ultimo capitolo in cui ogni battuta è associata, e preceduta, dal lancio di una notizia.

La scheda di Bol.it e quella di IBS.it.

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Motel Woodstock

novembre 3, 2009 film Comments

Motel Woodstock

Motel Woodstock
(Taking Woodstock)

di Ang Lee (Usa, 2009)
con Demetri Martin, Dan Fogler,
Henry Goodman, Jonathan Groff, Eugene Levy,
Imelda Staunton, Kevin Sussman, Liev Schreiber,
Kevin Chamberlin, Gabriel Sunday, Mamie Gummer

Pellicola leggera e gradevole che però non mi ha entusiasmato più di tanto.
Ang Lee approfitta del leggendario concerto di Woodstock per raccontare la storia di un ragazzo che nel giro di poche settimane riesce a dare sfogo alla propria omosessualità e ad affrancarsi dallo stretto e opprimente legame che lo tiene unito alla sua tradizionalissima famiglia d’origine.
“Motel Woodstock” cerca di portare sul grande schermo tutta la voglia di libertà che la “summer of love” riuscì a scatenare, rappresentando il potere che quell’evento ebbe nel trasformare gli animi di chi vi prese parte. Tant’è vero che, a parte il protagonista, anche altri personaggi del film, compresi i suoi genitori (i titolari dell’hotel che ospita gli organizzatori dell’evento), riescono a trarre giovamento dall’entrare in contatto con l’ondata bonaria e pacifista delle migliaia di partecipanti al concerto. Non per nulla il motto delle comunità hippie, e di quegli eventi in particolare, era “Peace & Love”.
Ad alcuni spettatori questo film è risulato un po’ troppo lungo; in effetti ci sono dei passaggi non del tutto necessari, in cui non succede quasi nulla, che potevano essere tranquillamente risparmiati in fase di montaggio. Lodevole, invece, la scelta di non utilizzare per la colonna sonora brani scontati e facilmente riconducibili a quel famoso concerto. Inoltre il regista ha evitato di inserire nel film materiale d’archivio e spezzoni del vero concerto. Domanda: si è trattato di una scelta stilistica o comprare quelle immagini costava troppo? Forse i titolari dei diritti sulle immagini del concerto di Woodstock ne hanno impedito l’uso?
Tra gli attori va segnalata la performance dell’attore protagonista Demetri Martin: senza infamia e senza particolare lode. Interpretazione dignitosa la sua, soprattutto perché, non assumendo un atteggiamento smattatamente effeminato, permette allo spettatore di accorgersi gradualmente delle inclinazioni sessuali del suo personaggio, di vivere questa epifania quasi di pari passo con lo stesso protagonista.
Ottima prova di recitazione per Eugene Levy. Lo ricordate nel ruolo del padre di Jim nella saga “American Pie”? Beh, qui dà il meglio di sè: lo vediamo nei panni di Max Yasgur, un coscenzioso allevatore che, pur mettendosi contro il volere della sua comunità, si schiera al fianco di Elliot nell’organizzazione della manifestazione.
Spassosissimo il personaggio di Liev Schreiber: (Vilma) un trans grosso quanto un’armadio che mentre si occupa della sicurezza della manifestazione assume anche un ruolo di chioccia per Elliot.
Risulta simpatico anche Jonathan Groff nei panni di un giovane musicista hippy dalla chioma riccia e fluente, un tipo estremamente rilassato e dall’approccio iper-positivo che è solito girare a cavallo.
Il film è stato tratto dal libro di memorie “Taking Woodstock: A True Story of a Riot, a Concert, and a Life” di Elliot Tiber e Tom Monte.
Voto complessivo sulla pellicola: 6. Sufficiente.
La locandina italiana è caruccia, seppur non bellisima. Sensata l’idea di scegliere per il lettering un font che ricorda chiaramente la grafica degli album di musica progressive rock di quegli anni. In piccolo, in secondo piano, si vede anche una mucca al pascolo che rimanda alla mente la famosa copertina dell’album “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd. Ad ogni modo la locandina originale è molto meglio.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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