Posts Tagged: concerto


24
nov 10

Mark Ronson live in Rome @ Brancaleone

Ieri sera sono andato a vedere/sentire Mark Ronson in concerto al Brancaleone. Evento ad ingresso gratuito organizzato da MTV Italia e sponsorizzato dalla birra Beck. Assolutamente imperdibile. Si trattava dell’unica data italiana del tour. Prima esibizione italiana live di Mr. Ronson. Ci sono andato da solo ma, arrivato lì, ho scoperto che ci avrei trovato anche due amici (La Siri e Dund) per cui il morale, già bello alto, non ha potuto che migliorare.
Ma non andiamo fuori traccia. Il concerto è stato spettacolare. Sul palco praticamente erano in nove. Ronson alle tastiere, synth, chitarra elettrica, voce e pad (la batteria elettronica – 4 pezzi). Con lui tutta la band che l’accompagna in questo piccolo tour. Se dobbiamo tener conto del nome del progetto che ha partorito il suo ultimo album (Record Collection), questi altri 8 sarebbero i “The Business Intl”. Ossia: due coriste (con altri due pad ciascuno, cimbali e sinth), un batterista (che se non ho capito male è cresciuto a Roma), un bassista (con un altro pad davanti), un tastierista, Alex Greenwald alla voce e alle tastiere, un rapper di Philadelphia e Andrew Wyatt dei Miike Snow alla voce – da metà concerto in poi.
La cosa singolare di questo spettacolo è che ogni brano aveva un cantante diverso. Tutti facevano i cori a tutti ma ogni pezzo era cantato da un membro diverso della band: una volta a fare da voce solista era la corista di destra, ossia Rose Elinor Dougall delle Pipettes (quella più bassa, mora, diafana, con la voce potente. Molto carina. Assomiglia tremendamente a Sophie Ellis Bextor), una volta era la corista di sinistra, ossia Amanda Warner, a.k.a. MNDR (una vera riot girl con fianco importante e gengiva a vista), una volta Alex Greenwald (lo ricordate? è quello che cantò “Just” nell’album/compilation di cover “Exit Music: Songs with Radio Heads” ), una volta Wyatt. E poi c’era anche il nero di Philadelphia che arricchiva di intermezzi rap diversi brani.
Ora prevista d’inizio concerto: 21.30. Ora di inizio effettivo: 23.15 circa. Io arrivo al Brancaleone per le 21. I cancelli aprono alle 21.50. Entro poco dopo. Ero in lista. La lista “elimina coda” non è servita affatto. Quelli che non erano in lista sono entrati comunque. Anzi sono entrati prima di chi era in lista. Magie della dis-organizzazione imperante. Sono rimasto lì fuori a congelare per un’ora circa, in attesa di entrare, davanti alle transenne, Fortuna che almeno non pioveva. Mi era stato detto “venite presto per evitare la ressa all’ingresso”. Non c’era fila, né ressa all’ingresso. Almeno sino alle 22. Mi era stato detto male. Avrei dovuto fregarmene. Avrei dovuto fare di testa mia. Il solito scemo.
Ma andiamo oltre. A concerto iniziato, non appena si sono accese le luci sul palco, ho visto in faccia Ronson con questa pettinatura oltre il biondo platino e ho urlato qualcosa come: “Ma guardalo, è imbarazzante!”. Per fortuna che la musica era già bella alta. Sono sicuro che non mi abbia sentito nessuno. Respect per la musica. Lodi estreme per la creatività ma – cortesemente – procurategli un parrucchiere che non faccia uso di acidi.
Dunque l’esibizione: di pezzi ne sono stati suonati poco più di 10, mi pare. Durata del concerto: poco meno di 70 minuti. Credo che abbiano suonato (in ordine sparso): “Bang Bang Bang”, “Lose It (In The End)”, The Night Last Night”, “Somebody To Love Me”, “Hey Boy”  – dall’ultimo album – più la storica “Oh Wee”, “Just” dei Radiohead, “Stop Me” degli Smith, “Valerie” e forse un’altra cover.
Dopo i primi 3 pezzi c’è stato un siparietto simpatico, molto energico e spiazzante. Una specie di intermezzo “very street”. Una consolle da dj è stata portata al centro dello strettissimo palco, Ronson si è presentato e urlando ha ricordato agli spettatori che la sua vera professione era fare il dj a New York a metà degli anni ’90. Il dj di musica rap. “Facciamo finta che sia il 1995, Roma!” ha esclamato. Poi ha iniziato a mettere musica, a scratchare i dischi, a usare campionamenti e a lanciare siglette personalizzate in stile “Deejay Time”. Una bella performance di una decina di minuti che si è conclusa con Rose Elinor Dougall che cantava su di una base bella tosta. Finito il siparietto e rimossa la consolle, il concerto è poi ripreso in maniera alquanto tradizionale.
Unico neo della performance: il volume dei microfoni. Un po’ bassini, soprattutto quelli delle voci soliste. Il volume totale, invece, era più che alto. Il suono più che avvolgente. Direi penetrante. Ho visto alcuni spettatori tapparsi le orecchie con le mani. Io, fortunatamente, a certi abusi acustici riesco ancora a resistere. Starò diventando definitivamente sordo?
Sintetizzando: mi sono divertito. Anche molto. Ho scattato anche un po’ di foto con lo smartphone. Una la vedete in testa a questo post. Un concerto che rivedrei anche subito, che consiglierei a tutti. Anche a chi non conosce questo artista. Perché Ronson non è solo il produttore che ha portato al successo Amy Winehouse. Troppo riduttivo. A lui si deve il rilancio in grande stile del Rhythm & Blues. Se il buon vecchio R’n'B è tornato ad essere pop, e a scalare classiffiche, lo dobbiamo a questo giovinastro ciuffodotato che a trentacinque anni s’è fatto “il paglia-e-fieno” e ha imparato il giapponese per fare lo scemo in un video.


5
mag 10

Emozionarsi al concerto di Nina Zilli

Nina Zilli (2)

Venerdì scorso sono stato al Circolo degli Artisti a vedere il concerto di Nina Zilli. Da fan, quale sono, posso dirvi che è stato più che emozionante. Difatti ho pianto per quasi tutta la durata dell’esibizione.

Il resto del racconto lo trovate sul blog di RadioNation.


3
nov 09

Motel Woodstock

Motel Woodstock

Motel Woodstock
(Taking Woodstock)

di Ang Lee (Usa, 2009)

con Demetri Martin, Dan Fogler,

Henry Goodman, Jonathan Groff, Eugene Levy,
Imelda Staunton, Kevin Sussman, Liev Schreiber,
Kevin Chamberlin, Gabriel Sunday, Mamie Gummer

Pellicola leggera e gradevole che però non mi ha entusiasmato più di tanto.
Ang Lee approfitta del leggendario concerto di Woodstock per raccontare la storia di un ragazzo che nel giro di poche settimane riesce a dare sfogo alla propria omosessualità e ad affrancarsi dallo stretto e opprimente legame che lo tiene unito alla sua tradizionalissima famiglia d’origine.
“Motel Woodstock” cerca di portare sul grande schermo tutta la voglia di libertà che la “summer of love” riuscì a scatenare, rappresentando il potere che quell’evento ebbe nel trasformare gli animi di chi vi prese parte. Tant’è vero che, a parte il protagonista, anche altri personaggi del film, compresi i suoi genitori (i titolari dell’hotel che ospita gli organizzatori dell’evento), riescono a trarre giovamento dall’entrare in contatto con l’ondata bonaria e pacifista delle migliaia di partecipanti al concerto. Non per nulla il motto delle comunità hippie, e di quegli eventi in particolare, era “Peace & Love”.

Ad alcuni spettatori questo film è risulato un po’ troppo lungo; in effetti ci sono dei passaggi non del tutto necessari, in cui non succede quasi nulla, che potevano essere tranquillamente risparmiati in fase di montaggio. Lodevole, invece, la scelta di non utilizzare per la colonna sonora brani scontati e facilmente riconducibili a quel famoso concerto. Inoltre il regista ha evitato di inserire nel film materiale d’archivio e spezzoni del vero concerto. Domanda: si è trattato di una scelta stilistica o comprare quelle immagini costava troppo? Forse i titolari dei diritti sulle immagini del concerto di Woodstock ne hanno impedito l’uso?
Tra gli attori va segnalata la performance dell’attore protagonista Demetri Martin: senza infamia e senza particolare lode. Interpretazione dignitosa la sua, soprattutto perché, non assumendo un atteggiamento smattatamente effeminato, permette allo spettatore di accorgersi gradualmente delle inclinazioni sessuali del suo personaggio, di vivere questa epifania quasi di pari passo con lo stesso protagonista.

Ottima prova di recitazione per Eugene Levy. Lo ricordate nel ruolo del padre di Jim nella saga “American Pie”? Beh, qui dà il meglio di sè: lo vediamo nei panni di Max Yasgur, un coscenzioso allevatore che, pur mettendosi contro il volere della sua comunità, si schiera al fianco di Elliot nell’organizzazione della manifestazione.
Spassosissimo il personaggio di Liev Schreiber: (Vilma) un trans grosso quanto un’armadio che mentre si occupa della sicurezza della manifestazione assume anche un ruolo di chioccia per Elliot.

Risulta simpatico anche Jonathan Groff nei panni di un giovane musicista hippy dalla chioma riccia e fluente, un tipo estremamente rilassato e dall’approccio iper-positivo che è solito girare a cavallo.
Il film è stato tratto dal libro di memorie “Taking Woodstock: A True Story of a Riot, a Concert, and a Life” di Elliot Tiber e Tom Monte.
Voto complessivo sulla pellicola: 6. Sufficiente.
La locandina italiana è caruccia, seppur non bellisima. Sensata l’idea di scegliere per il lettering un font che ricorda chiaramente la grafica degli album di musica progressive rock di quegli anni. In piccolo, in secondo piano, si vede anche una mucca al pascolo che rimanda alla mente la famosa copertina dell’album “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd. Ad ogni modo la locandina originale è molto meglio.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


23
lug 09

Dulevànd a Villa Gordiani (photo showreel)

Domenica scorsa – 19 Luglio – sono stato a Villa Gordiani con Bastet, Candy in Progress, Marco di SecondoMe e WonderPaolastra per ascoltare il concerto dei Dulevànd, all’interno del 2° Festival Pigneto di Teatro Popolare. Quello che vedete sopra è uno showreel contente una selezione dei migliori scatti che ho realizzato in tale occasione.