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«A discesa iniziata, sto solo aspettando di fermarmi per inerzia»

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Sono fotogenico

agosto 31, 2010 film Comments

Sono fotogenico

Sono fotogenico

di Dino Risi (Italia, Francia, 1980)
con Renato Pozzetto, Edwige Fenech,
Aldo Maccione, Massimo Boldi, Julien Guiomar,
Gino Santercole, Roberta Lerici, Bruna Cealti,
Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Mario Monicelli, Barbara Bouchet,
Attilio Dottesio, Margherita Horowitz, Luigi Di Sales

Commedia molto divertente con protagonista Renato Pozzetto.
Antonio Barozzi, un giovane sui trent’anni (quando ha girato questo film Pozzetto ne aveva già 40), lascia il suo paesino in provincia di Varese per trasferisi a Roma in cerca di fortuna. Dal momento che si crede fotogenico e ha una grandissima passione per il cinema, ambisce a diventare un attore di fama internazionale. Il suo sogno più grande – addirittura – è vincere un premio Oscar.
Sfortunatamente, però, le cose per lui vanno molto male: si riduce a vivere in una squallida pensione di quart’ordine, si presenta a decine di provini senza ottenere grossi successi, il fotografo che gli realizza il book lo insulta e lo demoralizza, il suo agente non fa che illuderlo e truffarlo, ecc. Insomma riuscirà a recitare solo in qualche tristissimo film con il ruolo di comparsa.
Anche dal punto di vista sentimentale le cose gli vanno tutt’altro che bene: durante le riprese di un film si innamora di Cinzia, una splendida ragazza – anch’ella comparsa – ma questa pare non corrisponde i suoi sentimenti; anzi intrattiene rapporti con diversi uomini, pur illudendo il nostro in un paio di occasioni.
Pensate a questa pellicola come a una versione “showbiz” de “Il ragazzo di campagna”. L’unica differenza è che qui il finale è molto più amaro. In un certo senso “Sono fotogenico” cerca di essere satira di costume, vuole sbeffeggiare un po’ il crudele mondo dei cinematografari romani, elogiare le persone semplici e pure di provincia ma finisce per tracciare un quadro triste e desolante di ambizioni distrutte e di laidi figuri.
Il film è costruito intorno a Pozzetto. Una delle scene più esilaranti è quella della seduta dal fotografo per la realizzazione del book in cui il protagonista mantiene un’unica espressione per tutto il tempo, nonostante gli venga chiesto di interpretare una serie di sentimenti completamente differenti.
Edwige Fenech è giovane e bella come sempre (in questo tipo di film). Ha la parte di Cinzia, l’attricetta dai facili costumi. Peccato sia doppiata da una tizia con un consistente accento romanesco. Certo la sua voce originale con marcato accento francese non sarebbe stata appropriata però mi preme ribadire che parte del suo imperituro fascino deriva anche dalla sua voce e da quel vezzo fonetico. La scena a seno nudo, ovviamente, non può mancare. Se vi mettete a cercate su Google Images con la chiave “Sono fotogenico” potrete capire cosa intendo.
Aldo Maccione interpreta l’avvocato scroccone e volgare che cerca in tutti i modi di truffare il protagonista.
Buffissimo Boldi nei panni del cognato del protagonista: lo vediamo molto magro, dotato di baffetti ridicoli e di capelli completamente impomatati.
A Julien Guiomar hanno dato il ruolo del vecchio attore che tutti chiamano “maestro”, un tizio lercio, situabile ai limiti della pederastia, che tiene lezioni di recitazione al fine di irretire giovani attori provetti.
Mario Monicelli, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman interpretano loro stessi ma lo fanno mettendo in scena solo il loro lato peggiore, dimostrandosi cioè cattivi, superbi, presuntuosi, insofferenti, maleducati, volgari, supponenti, ecc.
Roberta Lerici veste i panni di Marisa, la fidanzata racchia e provinciale che il protagonista aveva prima di lasciare il paisello.
Gino Santercole, invece, impersona il fidanzato storico di Cinzia, un tizio dai capelli rossi e ricci che ha la fama di essere uno picchiatore.
Il soggetto e la sceneggiatura del film sono di Massimo Franciosa, Dino Risi e Marco Risi.
Non lo credevo possibile ma, guardando questo film, ho riso sonoramente e di gusto tre o quattro volte.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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I soliti sospetti

agosto 21, 2010 film Comments

I soliti sospetti
(The Usual Suspects)

di Bryan Singer (USA, 1995)
con Gabriel Byrne, Kevin Spacey, Chazz Palmintieri,
Benicio Del Toro, Stephen Baldwin, Pete Postlethwaite,
Kevin Pollack, Giancarlo Esposito, Suzy Amis, Dan Hedaya

Non so quante volte ho rivisto questo film: 3, forse 4. Non importa. Il fatto è che trovo sempre molto gustoso il modo in cui lo spettatore scopre i fatti attraverso la ricostruzione del sospettato Verbal e di come scopra solo alla fine, inserendo l’ultima tessera di un puzzle alquanto complicato, quale sia la vera identità del famigerato Keyser Söze.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Qui potete vedere la locandina originale americana.

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In nome del popolo italiano

agosto 15, 2010 film Comments

In nome del popolo italiano

di Dino Risi (Italia, 1971)
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman,
Yvonne Furneaux, Michele Cimarosa, Ely De Galleani,
Pietro Tordi, Pietro Nuti, Checco Durante, Enrico Ragusa,
Maria Teresa Albani, Simonetta Stefanelli, Franco Angrisano,
Renato Baldini, Edda Ferronao, Francesco D’Adda, Paolo Paoloni,
Franca Ridolfi, Marcello Di Falco, Giò Stajano, Vanni Castellani

Nonostante il fantastico duo Gassman/Tognazzi  – e Dino Risi alla regia – questa non può essere considerata propriamente una commedia; tuttavia qui siamo in presenza di un piccolo capolavoro di amarissima ironia.
“In nome del popolo italiano” mette in scena un conflitto tra due idee: quella di uguaglianza, giustizia, rettitudine morale – impersonata dal giudice settentrionale Mariano Bonifazi – e quella di liberismo estremo, edonismo, speculazione, rampantismo, “strafottenza”, menfreghismo, corruzione, conservatorismo reazionario e fascismo – impersonata dall’imprenditore di origini siciliane Lorenzo Santenocito.
L’espediente per il confronto tra questi due stili di vita è l’inchiesta che il giudice Bonifaci conduce presso la procura di Roma, riguardo il caso dell’omicidio di una giovanissima escort.
Ancora una volta troviamo sul grande schermo due mostri sacri del cinema italiano, l’uno di fronte all’altro in un testa a testa che sembra non poter avere vincitori, né vinti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Colpo gobbo all’italiana

giugno 8, 2010 film Comments

Colpo gobbo all’italiana

di Lucio Fulci (Italia, 1962)
con Mario Carotenuto, Gina Rovere, Marisa Merlini,
Andrea Checchi, Gino Bramieri, Aroldo Tieri, Gabriele Antonini,
Hélène Chanel, Ombretta Colli, Nino Terzo, Mario de Simone,
Giacomo Furia, Burt Nelson, Silvia Bettini, Carlo Pisacane

Commedia molto buffa che racconta le gesta di una specie di “banda degli onesti”.
Roma. Esterno notte. Venerdì. La filiale di banca di un quartiere popolare viene svaligiata mentre è di guardia Orazio, un metronotte che si è sempre distinto per la sua dedizione al lavoro: in 10 anni di servizio mai nessun crimine è stato perpetrato nella sua zona. Di lì a poco proprio per questo motivo riceverà anche una onorificenza dal quartiere. Dal momento che nessun allarme è scattato, Orazio decide di non sporgere denuncia e di non riferire l’accaduto ai suoi capi, anche perché si sente responsabile dell’accaduto, essendosi allontanato (per una volta) dal luogo di lavoro per prestare soccorso ad una giovane donna molto affascinante. L’idea della guardia è di cercare di porre rimedio personalmente al furto, magari recuperando la refurtiva entro il weekend, ossia prima che arrivi il lunedì mattina, la banca riapra e si scopra il fattaccio. Per risolvere questo problema, allora, decide di rivolgersi ad una banda di piccoli ladruncoli di quartiere che conosce di persona. Essendo però questi all’oscuro di tutto, finiscono per delegare la risoluzione di questo problema a un ex capobanda, tale Nando Paciocchi, che ormai ha ripulito la sua immagine dandosi alla vendita di elettrodomestici. A questo punto scatta una vera e propria caccia al ladro con Paciocchi alla guida della banda e delle ricerche: obiettivo recupero della refurtiva e riposizionamento del denaro sottratto nella cassaforte della filiale della banca. In pratica la prospettiva si ribalta: quelli che inizialmente vengono identificati come ladri, finiscono per diventare eroi, dando la caccia al furfante invasore che ha osato intromettersi negli affari del quartiere.
Mario Carotenuto nella parte di Paciocchi è superlativo. Uno dei più grandi caratteristi del cinema italiano in bianco e nero. Un simbolo gigante per la commedia all’italiana in generale e romana in particolare.
Gino Bramieri interpreta un bandito grasso e cialtrone di origini milanesi che viene sottoposto ad un interrogatorio e segregato in casa di Paciocchi perché sospettato di essere implicato nel furto alla banca. Molto divertente il suo duetto con Carotenuto: l’uno nella parte del dell’indagato, l’altro in quella poliziotto dai modi bruschi.
Andrea Checchi ha il ruolo del metronotte in bicicletta, un uomo di mezza età, semplice ed ingenuo che si affida a dei bonari ladruncoli per risolvere il caso, pur di non vedere compromessa la sua reputazione di buona guardia del quartiere.
Giacomo Furia ha un piccolissimo ruolo da brigadiere.
Marisa Merlini fa la moglie coraggio dal piglio deciso di uno dei ladri cialtroni – quello intepretato dal famoso “Tartaglione d’Italia”, ossia Nino Terzo.
Ombretta Colli è così giovane che quasi non la si riconosce. Il suo ruolo è quello della fidanzatina dolce e un po’ ingenua di uno dei membri più giovani della banda di ladri cialtroni. Ama il suo uomo ma si mostra restia a cedere alle avance, almeno finché lui non le promette di sposarla.
Aroldo Tieri appare in coda al film in un paio di scene nei panni di una specie di gagà raffinato esperto in apertura di casseforti.
A Gina Rovere il ruolo della moglie giovane e bona di Paciocchi, un’oca giuliva che trascorre il tempo chiusa in casa, indossando una vestaglietta trasparente molto sexy e servendo caffè agli ospiti di suo marito.
Le musiche del film sono del M° Piero Umiliani. Alcuni brani che compongono la colonna sonora sono cantati da Gianni Meccia. Una segnalazione particolare va fatta per la canzone “La nottola di notte”, che fa da sigla di apertura del film e per “Sexy Twist”, un pezzo allegro e solare che viene suonato durante una delle scene più divertenti del film.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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La nostra vita

giugno 1, 2010 film Comments

La nostra vita

di Daniele Luchetti (Italia, 2010)
con Elio Germano, Isabella Ragonese, Raul Bova,
Stefania Montorsi, Luca Zingaretti, Giorgio Colangeli,
Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola

Non so bene di preciso cosa, ma da questo film mi aspettavo di più. Forse perché Luchetti è uno dei miei registi italiani preferiti. In un certo senso sono uscito dal cinema con l’amaro in bocca.
“La nostra vita” racconta di Claudio, un giovane muratore (capo cantiere) romano – di 30 anni circa – che rimane vedovo con tre figli piccoli a carico. Fino ad allora la sua vita era stata molto tranquilla, felice si potrebbe dire: nessun problema sul lavoro, una famiglia che gli vuole bene, una moglie giovane, carina e accomodante. Quando questa viene a mancare (proprio durante il parto del loro terzogenito), Claudio promette a se stesso che da quel momento in avanti non farà mai mancare nulla ai suoi figli. Approfittando del fatto di essere stato testimone di una morte scomoda sul cantiere, decide di taglieggiare il suo diretto superiore: si fa quindi dare in sbubappalto un’intera palazzina da ristrutturare alla periferia della citta. La commessa però è importante e necessita di molto denaro per essere avviata, perciò decide di mettere da parte l’orgoglio e chiedere a uno spacciatore paraplegico (suo amico, nonché coinquilino) la cifra di cui ha bisogno. Ma le cose, purtroppo, non vanno proprio per il verso giusto perché da una parte i fornitori di droga dell’amico spacciatore reclamano il denaro e minacciano violenze, mentre dall’altro gli operai sul cantiere si ammutinano per il mancato pagamento degli stipendi arretrati. Nel frattempo Claudio, per placare i sensi di colpa, accoglie in casa e dà lavoro al figlio dell’uomo che ha visto morto sul cantiere (un guardiano notturno rumeno) e la cui scomparsa non ha denunciato.
Vediamo dunque le cose buone e le cose meno buone di questo film.
[SPOILER]
Non buone.
1. Il finale non è eccessivamente buonista, è vero. Ma in un certo senso le cose si aggiustano. Nel bene o nel male Claudio riesce a terminare i lavori sulla palazzina che ha preso in gestione e riesce a resituire tutto il denaro – interessi compresi – ai suoi parenti, che per aiutarlo di erano molto sacrificati.
2. La camera da presa è continuamente addosso ai personaggi, in particolar modo al protagonista. Forse la cosa è voluta. Forse il regista ha voluto dare  allo spettatore un senso di angoscia e claustrofobia ma rischia quasi di farlo vomitare in sala, lo spettatore.
Cose buone. Anzi ottime: la recitazione di tutti.
Elio Germano ormai è un numero uno del cinema italiano contemporaneo: questo è un dato di fatto. Per questa interpretazionea ha anche preso il premio come migliore attore al 63° Festival di Cannes. Un riconoscimento europeo – se non internazionale. Bene. Eppure secondo me in alcune scene va in “over-acting” – se questo termine ha senso. Mi spiego: in alcuni frangenti, quando cioè gli è stato chiesto di mostrare il dolore di un giovane uomo che perde per sempre la sua compagna di vita, è andato un po’ sopra le righe, ha urlato, ha pianto e si è dimenato come un pazzo. Era necessario? Certo. Ma sono convinto che avrebbe potuto anche limitarsi un po’.
Raul Bova – da non crederci – è perfetto nella parte del quarantenne timido e impacciato con le donne, seppur belloccio. Non l’ho mai visto recitare così bene. Perfettamente nella parte.
Molto brava anche Stefania Montorsi (ma quanto fascino ha?!) a trasmettere la figura della sorella protettiva e responsabile, della donna con la testa sulle spalle, che cerca di alleviare il dolore del fratello minore e di alleggerirgli il peso delle responsabilità, occupandosi dei figli mentre lui è al lavoro. Bravissima e bella.
A prima vista, Zingaretti conciato come un tamarro di periferia fa quasi ridere. L’ho trovato buffo inizialmente. Ma qui stiamo parlando di un professionista, di uno che anche in questa occasione ha saputo adattarsi al ruolo che ha preso in carico. Davvero notevole.
Colangeli, invece, è proprio da premio. Da superpremio. In un altra vita sarà stato imprenditore edile? Chissà! Gli riesce benissimo questa parte, ce l’ha scritto in faccia. Eccellente interpretazione.
Di Isabella Ragonese che dire? Boh. In “Tutta la vita davanti” mi era piaciuta molto. Qui non saprei; forse recita in poche scene per poterla valutare. Ad ogni modo mi si lasci dire che non basta un cuscino sotto la maglietta per dare l’idea che una donna (peraltro giovane e in perfetta forma fisica) sia incinta.
Altra cosa buona della pellicola: lo spaccato di una Roma di periferia che soffre e che lavora (anche ai margini della legalità) e di cui putroppo poco si racconta. Si potrebbe azzardare parallelismi tra questo film e il neorealismo del dopoguerra ma si farebbe il solito sciocco gioco dei critici cinematografici professionisti. Per questa volta, dunque, soprassediamo.
Devo essere sincero: a me la musica di Vasco Rossi non è mai piaciuta, perciò qui l’ho trovata un po’ fastidiosa e ruffiana (se si pensa a quanti milioni di fan abbia questo artista in Italia). Però bisogna ammettere che usare questo espediente (musicale) e quello delle gitarelle al centro commerciale (ambientale) per tracciare il profilo della tipica famiglia italiana di oggi è una bella trovata. Un po’ stereotipata, forse, ma con un deciso fondo di verità. Stessa cosa dicasi per il desiderio espresso dai protagonisti di andare a trascorrere le vacanze estive a Rimini o in Costa Smeralda (Sardegna).
Nota: la sceneggiatura, oltre che di Luchetti stesso, è di Sandro Petraglia e Stefano Rulli.
Voto totale: 6.

Qui potete vedere il trailer.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Cado dalle nubi

maggio 21, 2010 film Comments

Cado dalle nubi

di Gennaro Nunziante (Italia, 2009)
con Checco Zalone (Luca Medici),
Dino Abbrescia, Giulia Michelini, Fabio Troiano, Raul Cremona,
Peppino Mazzotta, Anna Ferruzzo, Gigi Angelillo, Ludovica Modugno,
Sereno Bukasa, Stefano Chiodaroli, Ivano Marescotti,
Claudia Penoni, Francesca Chillemi, Ivana Lotito

Questo film l’ho visto quasi per caso, cioè ero curioso di vederlo ma non me lo sono andato a cercare – diciamo così. D’altronde io sono pugliese e anche Luca Medici (Checco Zalone) è originario della provincia di Bari, dunque la mia curiosità è maggiormente giustificata, no?
Diciamo subito che un film così era inevitabile. Durante gli ultimi 4 anni la popolarità di Checco Zalone è cresciuta a dismisura, sia per la canzone “Siamo una squadra fortissimi”, realizzata a margine dei Mondiali di calcio 2006 e spinta da Radio Deejay, sia per la sua massiccia presenza nelle ultimi edizioni di “Zelig”. Popolarità meritata? Secondo me sì. Spesso trovo le sue gag divertenti. In particolar modo i brani che compone, le parodie, le imitazioni, ecc. Ma non è questo il punto. Il punto è che Zalone ha fatto benissimo – secondo me – a sfruttare questo momento di popolarità per portare un film al cinema. Magari un film – 99 minuti di pellicola – non è nelle sue corde – troppo lungo, dispersivo – magari il format che più gli si addice è la gag breve in tv, la canzone parodia, fatto sta che ha fatto bene. C’era da sfruttare e ha sfruttato. Su questo non ci piove. Ottima anche la scelta di non snaturarsi, di mantere il personaggio che l’ha reso celebre e crearci intorno uno script. A questo proposito lasciate che faccia i complimenti al regista e co-sceneggiatore: Gennaro “Genny” Nunziante, un piccolo genio dell’ironia made in Puglia. Suoi i testi di gran parte della produzione del duo comico Toti e Tata durante gli anni ’90. Ricordate il prete nel film “Casomai”? Ecco, è lui.
Dunque, tornando al film, devo dire che capisco possa divertire. D’altronde se ha incassato 13.840.000 di Euro a qualcuno dovrà pur essere piaciuto. A me ha divertito. Ma poco. E’ un film un po’ banalotto con battute che spesso immagini ancor prima che vengano pronunciate.
I filoni narrativi sono sostanzialemente tre e s’incrociano di tanto in tanto: la ricerca del successo nel mondo dello spettacolo, l’amore per la bella settentrionale, la gestione dell’omosessualità del cugino che vive a Milano.
Checco Zalone, un trentenne sfaccendato e megalomane di Polignano a Mare (Ba) ha il pallino del canto. Si sente un musicista a tutto tondo, un gran compositore incompreso. Scrive brani ultra tamarri, sgrammaticati e volgari e per vivere canta nei piano bar della zona. Dopo essere stato lasciato dalla ragazza storica, cade in depressione. Disperato, accetta il consiglio di suo zio muratore e va a trovare suo cugino a Milano, dove si spera possa coronare i suoi sogni di gloria. Arrivato qui scopre che suo cugino è omosessuale e vive con un uomo, nonostante la famiglia d’origine non sappia nulla di tutto questo. Nel capoluogo meneghinno Checco cercherà da una parte di proporsi come artista e dall’altra di entrare nelle grazie di una ragazza caruccia che fa volontariato in parrocchia, occupandosi di ragazzi con problemi in famiglia.
Ho letto un po’ di critiche in giro sul modo in cui questo film fa ironia sull’omosessualità per cui mi sembra giusto spendere due parole sull’argomento. In effetti rifiutare il linguaggio politically correct è un’arma pericolosa in questo caso. Certo, chi fa ironia qui ribalta la frittata, ci va giù pesante per superare l’ipocrisia di fondo ma il problema – a mio avviso – è in chi guarda. Sfruttare l’intolleranza della gente per farla ridere, non so, non mi sembra una gran bella cosa.
Zalone recita benino. Cioè fa il suo. Fa Zalone, il personaggio che lo ha portato al successo. Cosa vuoi dirgli?
Giulia Michelini se la cava anche. E’ caruccia, non bellissima. Ma qui d’altronde non ci voleva una strafiga perché sarebbe stato ancor meno credibile.
A Dino Abbrescia e a Fabio Troiano è stato detto di recitare nella parte di due superfroci, due checche isteriche. Ora, d’accordo: è un film grottesco. Ma sopratutto nelle prime scene esagerano un bel po’. Calcano troppo la mano.
Per Stefano Chiodaroli e Raul Cremona solo un breve cameo. Il primo nel ruolo di un organizzatore di serate e il secondo in quello di un autore di un talent show televisivo.
La ex Miss Italia Francesca Chillemi è sempre caruccia. Per lei solo pochissime scene nei panni di una tipa che finge di essere la ragazza del cugino gay del protagonista per non insospettire la famiglia d’origine terrona.
Voto al film. 5 e 1/2. Il fatto che abbia fatto un grosso incasso mi pare l’unico elemento che depone a suo favore. Ossia: pellicola riuscitissima sotto l’aspetto commerciale.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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C’eravamo tanto amati

maggio 18, 2010 film Comments

C’eravamo tanto amati

di Ettore Scola (Italia, 1974)
con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli,
Stefano Satta Flores, Aldo Fabrizi, Giovanna Ralli, (Sora) Lella Fabrizi,
Marcella Michelangeli, Amedeo Fabrizi, Ugo Gregoretti, Luciano Bonanni,
Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Mike Bongiorno, Isa Barzizza, Vittorio De Sica

Film a metà strada tra il dramma e la commedia, pietra miliare della cinematografia italiana. Uno dei capolavori di Ettore Scola che qui, oltre che la regia, firma anche la sceneggiatura con Age e Scarpelli.
La storia è quella di tre ragazzi poco più che ventenni – Antonio, Gianni e Nicola – che si conoscono durante gli anni della resistenza, mentre fanno i partigiani in montagna, e finiscono per diventare amici per la pelle a causa della condivisione di esperienze drammatiche. A guerra finita ognuno torna alle sue attività: Antonio a Roma a svolgere il servizio di paramedico all’Ospedale San Camillo, Gianni a Pavia a completare gli studi di Giurisprudenza e Nicola a Nocera Inferiore (Campania). Questi ragazzi/uomini sono ferventi sostenitori del PCI (Partito Comunista Italiano) ma, tutto sommato, non trovano grosse difficoltà ad ambientarsi negli anni in cui si costituisce la Repubblica Italiana e la Democrazia Cristiana prende in mano le redini del potere.
Qualche anno dopo i tre amici dopo si ritrovano a Roma. Gianni è tornato nella capitale per fare attività di praticantato in uno studio legale, mentre Nicola fugge dal suo paese, lasciando moglie e figlio, a causa di alcuni dissidi ideologici con il preside e con altri professori della scuola in cui insegna. Nel frattempo Antonio conosce una ragazza bellissima di nome Luciana e se ne innamora. La storia sembra funzionare ma questa, alla sola vista di Gianni, perde la testa e inizia una relazione anche con lui. La situazione si chiarisce molto presto ma Antonio ovviamente ne soffre molto. L’amicizia con Gianni sembra definitivamente compromessa.
Quando quest’ultimo, però, inizia a lavorare per Romolo Catenacci, un vecchio imprenditore edile corrotto e affarista, e a frequentare sua figlia – tale Elide, la sua relazione con Luciana va in malora. I due infatti si lasciano in malo modo. Luciana tenta allora di ristabilire i rapporti con Antonio ma quando si vede rifiutata finisce prima per rifugiarsi tra le braccia di Nicola e poi per tentare il suicidio. Non appena rimessasi in piedi, l’unica soluzione per lei sarà allontanarsi da Roma.
Ma la storia non finisce qui perché la pellicola continua a raccontare le vicende dei tre amici che si incrociano ancora diverse volte negli anni a seguire. Lo spettatore segue le vite di Antonio, Gianni, Nicola e Luciana ancora per molto tempo – per più di un decennio. Sebbene questo film abbia più di 30 anni e sia stato visto da milioni di italiani, mi sembra corretto non svelare completamente la trama. Soprattutto il finale.
Cosa dire degli attori, se non che sono eccelsi? Danno il meglio, sia nelle scene comiche, che in quelle drammatiche.
Manfredi ancora una volta tira fuori la sua cultura di romano d.o.c., di popolano, di uomo della strada, di cittadino de Roma (sebbene fosse di origini ciociare) – e non solo per l’accento del suo personaggio. Il suo portantino è un pover’uomo come tanti che ancora crede in alcuni valori, nel rispetto della donna e nell’ideologia di un mondo ingiusto, duro, spietato con i più deboli ma in cui ancora vale la pena arrabattarsi per non perdere la diginità, con la speranza di avere domani un briciolo di felicità in più.
Gassman è eccelso nella parte del giovane idealista che pian piano perde per strada tutti i valori, vendendosi al dio del denaro e del potere. Il suo personaggio subisce il fascino del suocero, un uomo non solo ricco ma anche avido e soprattutto ignorante, che però, tutto sommato, sa riconoscere in lui la personalità del vincente. Incredibile come questo attore riesca ad esprimere così tanto fascino; forse gli veniva davvero naturale, forse doveva fingere pochissimo.
Stefano Satta Flores interpreta un po’ il “paglietta meridionale”, l’intellettuale cinefilo idealista. Il suo Nicola ha un tale pallino per il cinema che arriva ad anteporre i sogni alla famiglia. Lascia infatti la provincia campana per la grande capitale ma probabilmente è quello che meno riuscirà a realizzarsi nella vita.
Stefani Sandrelli fa la ragazza giovane, dolce, bella e frivola. Un tipino (inizialmente) privo di personalità che vive con la testa sulle nuvole quasi come immaginando di essere in un fotoromanzo. Questo suo particolare temperamento la porterà a cadere tra le braccia dei tre protagonisti, e quindi ad essere motivo di discordia tra loro. Notevole la sua evoluzione: da donnino fragile e piagnucoloso a donna coraggiosa e combattiva.
Altro grande exploit è quello del personaggio di Giovanna Ralli. La sua Elida appare inizialmente come giovane figlia viziata, ignorante e grassottella dell’imprenditore edile romano (un magistrale Aldo Fabrizi). Col tempo, anche grazie ai consigli, ai suggerimenti e agli insegnamenti di Gianni, diventerà una donna emancipata e colta. Putroppo, una lunga storia d’amore non corrisposto, la porterà a sacrificare la propria vita.
Piccolo cammeo per Mike Bongiorno, Federico Fellini, Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica – ognuno nella parte di se stesso. Il loro ruolo è quello di dare un quadro storico di riferimento alle vicende. Il periodo in cui si muovono i personaggi di questa pellicola, infatti, è l’Italia della Dolce vita e, allo stesso tempo, quella che si ferma il giovedì sera per guardare in tv “Lascia o raddoppia”.
Nota 1: le musiche sono del M° Armando Trovajoli.
Nota 2: questa pellicola è stata dedicata a Vittorio De Sica.

Qui trovate una versione alternativa della locandina.

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La tragedia di un uomo ridicolo

di Bernardo Bertolucci (Italia, 1981)
con Ugo Tognazzi, Anouk Aimée,
Laura Morante, Ricky Tognazzi, Victor Cavallo,
Renato Salvatori, Vittorio Caprioli

Devo essere sincero: questo è un film che non ho capito. Sarà un limite mio ma il finale è troppo “aperto”, non spiega nulla, lasciando troppo all’immaginazione dello spettatore. Chissà perché.
La trama: Primo Spaggiari è un ricco imprenditore sessantenne della provincia di Parma. Vive con sua moglie in una grande casa di campagna, attigua al caseificio di cui è proprietario. Un giorno suo figlio Giovanni viene rapito da alcuni sconosciuti mentre sta tornando a casa in macchina. Il caso vuole che Primo assista incredulo alla scena dal terrazzo di casa perché proprio in quel momento stava osservando l’orizzonte con un binocolo. Da quel momento la vita di Primo e di sua moglie cambieranno radicalmente. Non sapranno come comportarsi di fronte a questa immane sciagura. Il loro primo pensiero è quello di vendere tutti i loro averi, caseificio in primis, per ragranellare il denaro atto a soddisfare le richieste dei sequestratori. Più avanti invece optano per farsi prestare a strozzo da dei notabili locali l’invidiabile cifra di un miliardo di Lire. Nel frattempo le loro esistenze vengono sconvolte anche dalla stretta sorveglianza che gli riserva la polizia, dalle strane lettere autografe di loro figlio che arrivano per conto dei sequestratori e dalla presenza di una ragazza che si identifica come la fidanzata di Giovanni e di una specie di operaio con la vocazione per il sacerdozio. Col passare dei giorni Primo scoprirà anche – suo malgrado – di non conoscere affatto suo figlio. Una delle rivelazioni più sconvolgenti sarà la vicinanza di Giovanni a gruppi dell’estrema sinistra rivoluzionaria.
C’è un sottotesto politico (neanche poi tanto “sotto”) che mi sfugge. Il periodo storico rappresentato è quello che viene definito “gli anni di piombo” ma il film vuol essere di condanna o uno sberleffo alla potenza rivoluzionaria delle nuove generazioni? L’uomo ridicolo del titolo è il protagonista: molto probabilmente è questa la figura che il film vuole prendere di mira, ma non è forse vero che, così come viene rappresentato, suscita nello spettatore anche un certo senso di epatia? Non si prova compassione per un genitore dilaniato dalla tragica fine del suo unico figlio?
Tognazzi in queste prove rendeva lampante il concetto per cui anche un grande comico è capace, se lo vuole, di rendere sublime un’intrerpretazione drammatica.
Anouk Aimée riesce a dare con grande profondità il senso di dolore che una madre prova per la disgrazia di suo figlio. I modi da gran signora, il fascino elegante e l’apparente distacco sentimentale sono tre elementi fondamentali che rendono questa interpretazione magnifica.
Molto buona la scelta di prendere Victor Cavallo per il ruolo dell’addetto al letamaio. Semplice, non sofisticato, quasi rozzo, con marcato accento romano (nonostante il film sia ambientato in Emilia Romagna) dà bene l’idea della classe operaia.
Laura Morante in una delle sue prime grandi prove d’attrice se la cava egregiamente. Nonostante la scena di nudo, la bellezza qui non è sicuramente uno dei suoi punti di forza. Ha dimostrato invece di saper affrontare e affiancare con dignità un attore di gran carriera come Tognazzi. Non deve essere stato semplice recitare con un gigante così, soprattutto nelle scene tête-à-tête.
Ricky Tognazzi appare in pochissime scene. Praticamente inutile. Potevano prendere anche un altro, sarebbe andato bene ugualmente. Forse il suo unico plus è stato l’essere sul serio il figlio del protagonista non per il presunto nipotismo ma per la ovvia somiglianza.
Vittorio Caprioli, nei panni del maresciallo dei Carabinieri, incarna la linea comica: un elemento di cui si sarebbe potuto francamente fare a meno.
Nota: l’immagine che vedete in alto non è la locandina del film ma la copertina del disco che contiene la colonna sonora. Le musiche sono del M° Ennio Morricone.

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L’uomo nell’ombra

maggio 8, 2010 film Comments

L’uomo nell’ombra
(The Ghost Writer)

di Roman Polanski (Francia, 2010)
con Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Cattrall,
Tom Wilkinson, James Belushi, Olivia Williams, Timothy Hutton,
Jon Bernthal, Eli Wallach, Tim Preece, Anna Botting

Sarò breve. Forse un tempo Polanski era bravo nel dirigere i thriller. Oggi meno. A me “Frantic”, ad esempio, era piaciuto molto. Ma erano anche 22 anni fa.
“L’uomo nell’ombra”, invece, mi è piaciuto meno. Tant’è vero che mi sono anche addormentato. Ma forse quello è un problema mio, che ero stanco e ho sbagliato a scegliere lo spettacolo delle 22.30. Quando la pellicola finisce ti accorgi che l’ultimo ad aver capito come stavano davvero le cose è il protagonista. Sì perché chi guarda, lo spettatore, capisce subito che qualcosa non va, accumula subito tutti i sospetti verso un unico preciso personaggio, che poi si rivelerà in effetti il vero responsabile. Non aggiungo altro per non svelare il finale, anche se c’è poco da rimanere sorpresi.
“L’uomo nell’ombra” racconta la storia di un giovane e talentuoso scrittore di biografie che viene ingaggiato da un’importante casa editrice inglese per andare negli USA a completare un libro sull’ex primo ministro britannico, Adam Lang. Il tizio che ricopriva lo stesso incarico prima di lui, cioè quello che ha iniziato a scrivere il libro – il braccio destro del premier – è morto misteriosamente in mare, mentre si trovava su di un traghetto. Questo però non è l’unica zona d’ombra della storia perché, non appena lo scrittore arriva negli Stati Uniti, i media diffondono la voce dell’apertura di un inchiesta del Tribunale dell’Aia sul premier per aver acconsentito al rapimento e alla tortura di alcune persone sospettate di terrorismo. Ovviamente lo scrittore, suo malgrado, resterà invischiato nella vicenda, ma la sua curiosità e la sua coscienza lo obligheranno ad indagare, per fare chiarezza su quello che è successo realmente.
Ewan McGregor non si discute. Ha la faccia, i natali e l’età giusta per reggere un ruolo di questo tipo, peraltro da protagonista. Voto 8.
Pierce Brosnan dovrebbe pensare di darsi alla politica. Il Premier inglese, come figura, è proprio nelle sue corde. Ha charme da vendere. Persino nelle scene più concitate, quelle in cui il suo personaggio si adira, riesce a mantere un aplomb invidiabilissimo. Maestro d’eleganza. Uno dei miei attori preferiti. Voto 8.
Kim Cattrall – la Samantha della saga “Sex and the City” – qui riveste il ruolo della segretaria personale del premier. Sui due aleggia anche il sospetto di una relazione clandestina ma la storia non conferma, né smentisce. Non chiedetemi se io trovi questa donna affascinante. Non saprei proprio dirvelo. Non mi ha mai fatto perdere la testa ma non è un cesso, ecco. Di certo in questo film perde molta della volgarità che invece le getta addosso il personaggio della serie tv.
Olivia Williams – qui nel ruolo della perfida moglie del premier – ha solo 42 anni. Dico: 42. Roba da non crederci. Sarà forse il personaggio che interpreta, sarà il trucco austero, ma le davo almeno 10 anni in più. Comunque sia recita dignitosamente. Voto 7 e mezzo.
Buona performance anche per Tom Wilkinson, che qui ricopre il ruolo di un vecchio collega di college del premier.
James Belushi fa solo una comparsata nel ruolo di presidente della casa editrice inglese. Di primo acchitto, vedendolo completamente pelato, quasi non lo si riconosce.
Per Timothy Hutton solo un paio di brevi scene da comprimario. Quasi comparsa.
Voto per la pellicola: 6.

Qui potete vedere il trailer italiano.

La scheda di IMDB.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Confessioni di una mente pericolosa
(Confessions of a Dangerous Mind)

di George Clooney (Usa, 2002)
con Sam Rockwell, George Clooney, Julia Roberts,
Drew Barrymore, Rutger Hauer, Linda Tomassone,
Matt Damon, Brad Pitt, Maggie Gyllenhaal, Fred Savage,
Krista Allen, Michael Cera, Steve Adams, David Julian Hirsh

Seconda visione. Ho visto questo film per la prima volta al cinema nel 2003. Qui trovate l’opinione che espressi all’epoca.
Comunque è sempre un piacere vedere recitare Sam Rockwell. Qui veste i panni di un trentenne arrivista, un tipo affetto da una specie di disturbo psichico (se così possiamo chiamarlo) in base al quale prova un grosso bisogno di affetto e attenzione. Un po’ come tutti gli esseri umani, d’altronde. Ma forse lui un po’ di più. Chuck Barris è disposto a tutto pur di avere fama, denaro e successo. Il suo campo è la televisione. Sin da giovane la sua passione è inventare giochi e quiz per il piccolo schermo. Frutto del suo estro sono programmi celeberrimi come “Il gioco delle coppie”, “Tra moglie e marito” e “La corrida” (Sì, lo so: la leggenda italiana vuole che sia stato Corrado Mantoni a inventarsi in radio questo spettacolo). Ad ogmi modo, il nostro non si tira indietro di fronte a nulla, nemmeno quando, durante un periodo di crisi finanziaria, creativa e professionale, gli arriva una proposta dalla CIA. Chuck accetta e inzia a fare l’agente segreto, quasi per caso. In un primo momento, trovando delle difficoltà, medita di ritirarsi ma la cosa ben presto inizia a piacergli, soprattutto dopo aver ucciso la prima vittima indicatagli dai servizi. Siamo in periodo di Guerra Fredda e tra i due blocchi, sapete, non si va molto per il sottile. Insomma, lo stress lavorativo, i giochi da inventare e da trasformare in successi televisivi, i viaggi nell’Europa dell’est per compiere degli omicidi, la scoperta di provare godimento nell’uccidere esseri umani, il rischio che un doppiogiochista possa attentare alla propria vita portano il nostro al collasso psichico. L’unica soluzione possibile sarà rinchiudersi in una stanza d’hotel a New York per riflettere e buttare giù il racconto della sua vita, in modo che nessuno da quel punto in avanti potesse compiere gli stessi errori. Ecco il perché “Confessioni di una mente pericolosa” è da considerarsi una biografia non autorizzata della vita di Chuck Barris.
Sam Rockwell è buffo. Buffissimo. Mi sta più che simpatico. Lo adoro. Indescrivibile la sensazione che può dare la sua faccia da schiaffi nelle scene più drammatiche.
George Clooney, oltre a dirigere la pellicola, qui intrerpreta l’agente segreto baffuto e misterioso che recluta Chuck e che gli consegna abitualmente le indicazioni per le missioni da killer. Buffo anche lui.
Strabufissimi anche Matt Damon e Brad Pitt, che fanno uno striminzito cameo nelle vesti di concorrenti al quiz “Il gioco delle coppie”. Sono aggindati come due tamarri di periferia. Memorabili.
Maggie Gyllenhall ha un paio di scene come scipita assistente di studio alla NBC che si fa sedurre dal protagonista.
Julia Roberts è una bella donna. Siamo d’accordo. Ma assegnarle il ruolo della femme fatale mi sembra un tantinello esagerato. Poi, certo, la recitazione non si discute. Però, ecco, la prossima volta pensiamoci meglio. Grazie.
Spiace che Ruther Hauer si sia ridotto a fare queste particine. In questa pellicola, pur non essendo il suo un ruolo centrale, riesce comunque a portare a casa una dignitosissima intepretazione. Attore di mestiere con la A maiuscola.
Drew Barrimore è dolcissima e caruccia. A lei hanno assegnato il ruolo di fidanzatina schietta e briosa ma anche leale e paziente. Le sue caratteristiche mi pare che siano perfetta per quello che questo ruolo richiedeva.
Eccellente la ricostruzione degli studi d’epoca degli anni ’60 e ’70.
Il soggetto è preso dallo stesso libro autobiografico di Barris mentre la sceneggiatura è affidata a quel geniaccio di Charlie Kauffman.
Voto globale al film: 8. Da rivedere ancora.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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