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Posts Tagged ‘cinema’

The Nines

marzo 3rd, 2010

The Nines

di John August (Usa, 2007)
con Ryan Reynolds, Hope Davis,
Elle Fanning, Melissa McCarthy,
Octavia Spencer, David Denman

Questo film è un gran casino. Di peggio credo che ci sia solo “Donnie Darko”. E con questo dovrei aver detto tutto. O quasi. Intendo dire che “The Nines” è una pellicola talmente incasinata che è difficile da definire. All’inizio ti sembra una commedia sulla vita strampalata dei divi dello showbiz americano, poi arriva il momento di paura con accenni supernatural, le allucinazioni, il racconto frammentario, i salti temporali e tanti cambi di registro. In meno di un quarto d’ora, insomma, ti rendi conto che non ci stai capendo più nulla.
Per farla breve: si dovrebbe trattare di una metafora della sceneggiatura, di un racconto che illustra il potere che ha uno sceneggiatore, dell’ambiguità dai suoi sentimenti verso ciò che scrive, del rischio di entrare a vivere nella propria fantasia, di mescolarsi con il mondo irreale che crea nella propria testa.
Ryan Reynolds è bravino, non c’è che dire. Riesce a recitare benissimo tre personaggi completamente diversi (uno per ogni parte in cui è diviso il film).
Stessa cosa dicasi per Melissa McCarthy. Nel primo dei tre capitoli della storia recita un ruolo molto simpatico e risulta davvero carina.
Scelta (quasi) sbagliata, invece, per Hope Davis. Proprio non ha la faccia della donna in carriera, della severa manager di un grande network televisivo. Nei panni di una bionda ricca e annoiata risulta già più credibile – ma neanche tanto. Comunque questi giudizi potrebbero essere inficiati dal fatto che a me sta abbastanza antipatica.
La giovane Elle Fanning (sorella della più nota Dakota) non ha molte scene ma se la cavicchia discretamente.

Nota 1: la sceneggiatura di questo film è stata scritta da John August, che poi sarebbe anche il regista.
Nota 2: questo film non è arrivato nelle sale italiane. O almeno non ancora (che non si sa mai). Comunque credo che sia stato presentato al Festival del Cinema di Venezia nel settembre 2007.
Nota 3: io l’ho visto in lingua originale con i sottotitoli (abbastanza validi) di Italian Subs Addicted.

Grazie ai Bricos che mi hanno ospitato nel loro salotto.

La scheda di IMDB.com. Il sito ufficiale.

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La prima cosa bella

febbraio 5th, 2010

La prima cosa bella

di Paolo Virzì (Italia, 2010)
con Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti,
Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Aurora Frasca,
Marco Messeri, Dario Ballantini, Paolo Ruffini, Bruno Michelucci,

L’ultima fatica di Virzì è un bellissimo film agrodolce: il racconto della storia di una famiglia livornese tra alti e bassi, in cui momenti dolci e leggeri si alternano continuamente a situazioni profondamente drammatiche. C’era anche da commuoversi, soprattutto verso la fine. Io non ho pianto ma c’è mancato davvero poco.
Bravi tutti. Bravo il regista a raccontare una storia semplice e intensa allo stesso tempo. Bravi tutti gli attori a recitare con accento livornese, nonostante quasi nessuno fosse del posto.
Su Claudia Pandolfi sto iniziando a ricredermi. Non m’è mai piaciuta (né come attrice, né come donna). Qui, invece, recita benissimo. C’è anche una scena particolarmente vivida, attraverso cui riesce a trasmettere sensazioni forti: un primo piano fisso in cui il suo personaggio piange mentre confessa un grandissimo affetto nei confronti di suo fratello. Ebbene, per un attore/attrice passaggi come questi sono testimonianza di grande professionalità.
Mastandrea, col tempo, diventa sempre più credibile. La sua è ormai una recitazione totalmente matura. Eccellente.
Micaela Ramazzotti per me non è bellissima, non mi dice granché (non scassate, non mi frega se voi la trovate bona). Anche su di lei avevo un pregiudizio. L’avevo vista recitare solo in “Tutta la vita davanti”. Lì faceva la sciacquetta, qui anche (più o meno). Comunque se la cava davvero bene.
Stefania Sandrelli recita molto meglio della sua media personale però – permettetemi di dire – che la sua malata terminale è un po’ troppo vitale e allegrotta, per essere (appunto) moribonda.
Marco Messeri è buffo, come sempre.
Paolo Ruffini ne esce benissimo: mi ha stupito vedero nel ruolo da giovane avvocato allampanato.
Aurora Frasca e Bruno Michelucci, i due bimbi che interpretano i piccoli Bruno e Valeria, sono davvero bravissimi. Spesso rubano la scena alla madre – come è giusto che sia.
Dario Ballatini è perfettamente a suo agio nei panni del viscido avvocato.
Fabrizia Sacchi interpreta una donna ostinata e positiva, con le spalle molto larghe che ha scelto di stare al fianco di un uomo su cui molti non scommetterebbero un centesimo. Di lei non dico né bene, né male. Dico solo che per tutta la durata del film sono stato a cercare di ricordarmi il suo nome – era un volto che mi risultava troppo noto.
Bravo anche a chi ha scelto la colonna sonora: i pezzi di musica leggera italiana degli anni ‘70 ti rimangono così tanto in testa che continui a cantarli anche quando esci dalla sala.
Nota: la sceneggiatura, oltre che da Paolo Virzì, è stata scritta anche da Francesco Piccolo e Francesco Bruni.
Siccome sono pigro, vi consiglio di leggere questo post di Akille dal titolo “Perché la cosa è bella”. Ha scritto praticamente tutto lui. È un’ottima analisi. Mi trova completamente d’accordo. C’è davvero poco da aggiungere.
Voto 8.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Tra le nuvole

gennaio 30th, 2010

Tra le nuvole

di Jason Reitman (Usa, 2009)
con George Clooney, Vera Farmiga,
Anna Kendrick, Jason Bateman, Danny McBride,
Melanie Lynskey, Amy Morton, Sam Elliott, J. K. Simmons,
Zach Galifianakis, Chris Lowell, Adam Rose, James Anthony,
Dave Engfer, Steve Eastin, Marvin Young, Lucas MacFadden

Una pellicola a metà strada tra il genere drammatico e alcune brillanti trovate da commedia. Di fondo c’è un dramma ma in alcuni frangenti si sorride abbondantemente.
Voto complessivo: 7 e mezzo.
Una garanzia: il regista è lo stesso di altri 2 film che mi sono molto piaciuti: “Juno” e “Thank You For Smoking”.
“Tra le nuvole” racconta di Ryan Bingham, un tagliatore di teste tra i 40 e 50 anni, un uomo di bell’aspetto, un manager che si direbbe di successo, uno che per mestiere licenzia il personale di grandi società. Avete capito bene: licenziamenti in outsourcing. Non è un’invenzione del film, ne esistono davvero. Il dramma di Ryan è che non ha una vita. O meglio la sua vita è viaggiare. Passata gran parte del suo tempo su voli interstatali. Gira in lungo e in largo il territorio degli Stati Uniti per lavoro. A casa ci sta pochissimi giorni e, ovviamente, non ha alcun legame sentimentale. Poi un giorno, per caso, nella hall di un albergo incontra Alex, una bella donna che ha il suo identico tenore di vita. Immediatamente scatta il colpo di fulmine. I due prima si raccontano con divertito cinismo le idiosincrasie delle loro originali vite e subito dopo vanno dritti al sodo: fanno sesso. Un sesso sano, schietto e fine a se stesso, privo di alcun legame sentimentale. Almeno questo è quello che sembra in un primo momento.
Durante gli stessi giorni Ryan deve anche affrontare un problema professionale: la sua azienda ha intenzione di richiamare tutti gli agenti sparsi in giro per il territorio e farli lavorare dalla sede principale attraverso un software di videoconfereza 1-to-1. L’ideatrice del progetto è Natalie Keener, una giovane laureata da pochissimo, molto ambiziosa e antipatica, una ragazzina alquanto presuntuosa che, però, viene sgamata ben presto da Ryan. La novellina non ha mai licenziato nessuno, né ha la pellaccia dura abbastanza per farlo sul serio, di persona, face-to-face. Il risultato di questo exploit è che il grande capo decide di mandare in giro anche lei tagliare teste, affiancandole l’esperto Ryan come guida/istruttore.
Il problema di Ryan a questo punto, consiste non tanto (e non solo) nel doversi scarrozzarsi in giro la “signorina so tutto io”, quanto piuttosto nel dover rinunciare a quella vita solitaria da girovago senza casa, senza meta e senza metà. Uno stile di vita che, comunque, ormai a lui piace. Ma piace sul serio. Non potrebbe viverne senza. Questa è proprio la sua filosofia di vita, qualcosa che ha abbracciato a tal punto da arrivare ad insegnarlo nelle conferenze motivazionali che tiene – facendo buffamente uso di uno zainetto come simulacro per le metafore esplicative. Tornare a casa, a Omaha nel triste Nebraska, per Ryan sarebbe quindi un duro colpo da mandare giù, poiché lo costringerebbe a ripensare a tutta la sua vita, a tutte le sue teorie.
La recitazione di George Clooney è fuori da qualsiasi discussione. L’attore ha la faccia e l’età giusta per il ruolo – una volta si sarebbe detto il “phisique du role”. Siamo in presenza di un aplomb perfetto per interpretare un uomo rassegnato a vivere da nomade, passando da aeroporto ad aeroporto senza colpo ferire, uno che ha scavallato la condizione svantaggiosa della irrecuperabile solitudine, finendo per adagiarsi dentro di essa e farla diventare addirittura un plus, uno status che finge di condividere, di avallare e  di aver adottato come stile di vita con cognizione di causa. Credo che, in fondo, il senso del film sia tutto qui.
Vera Farmiga è una donna piena di classe. Certo, qui il trucco, l’acconciatura e gli abiti la aiutano molto, ma diciamo che sotto c’era già una bella donna. Una che non mi farebbe perdere la testa ma – devo ammettere – decisamente fascinosa. Nei panni della donna in carriera si trova perfettamente a suo agio. Vi invito a notare il modo in cui lancia delle occhiate silenziose, in cui muove le mani o in cui cammina. Dettagli studiatissimi che appaiono estremamente naturali e, perciò, riuscitissimi. D’ora in poi, vedrete, ad Hollywood la chiameranno per qualsiasi grande produzione che preveda il ruolo di una signora di classe. Bravissima.
Anna Kendrik fa la gnappetta rampante, Natalie, la giovane neolaureata che non vede l’ora di divorare il mondo con la propria supponenza. Una che crede di aver capito tutto degli affari e della vita, che è seduta tranquilla nelle proprie convinzioni borghesi da “American Dream” ma che cade come un castello di carta al primo importante sgambetto. Fare la piagnona è nelle sue corde ma bisogna dire che recita decisamente bene anche in tutte le altre situazioni della pellicola- Peccato per quelle odiose sopracciglia, troncate sull’arco dell’orbita oculare. Trucco e parrucco: da rivedere.
Jason Bateman è il simpaticone di sempre, anche se il suo non è un ruolo propriamente leggero. Gli abiti del supermanager gli scendono benissimo. Ormai può recitare un ampia gamma di ruoli: buon per lui, di certo in futuro il lavoro non gli mancherà.
Una citazione di merito anche per J. K. Simmons che intrepreta uno dei poveracci (di mezza età) che viene licenziato dai tagliatori di teste. Lo ricordate nella saga di film di Spiderman? Lì interpretava il buffo e scorbutico direttore del giornale per cui lavora Peter Parker (Daily Bugle), qui invece tiene benissimo un primo piano alquanto drammatico, successivo alla notizia del licenziamento. Bravo mestierante.
Sam Elliott è sempre più buffo con qui baffoni. Ricordate l’uomo seduto al bar nelle prime scene de “Il grande Lebowski”? Beh, qui interpreta un bonario pilota di jet e riesce a strappare alcuni sorrisi sornioni.
Nota musicale: durante una festa aziendale a cui partecipano di straforo i protagonisti si può ascoltare il pezzo “O. P. P.” dei Naughty by Nature e “Bust A Move”, interpretata dal vivo, sul palco, da Young Mc in persona.
Ah, il sottotitolo “La storia di un uomo pronto a prendere il volo” lo trovo decisamente fuorviante.
La locandina, senza quell’enorme cartello nero, sarebbe potuta essere carina.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Kiss Kiss Bang Bang

gennaio 26th, 2010

Kiss Kiss Bang Bang

di Shane Black (Usa, 2005)
con Robert Downey Jr., Michelle Monaghan,
Val Kilmer, Corbin Bernsen, Dash Mihok,
Larry Miller, Shannyn Sossamon, Rockmond Dunbar,
Angela Lindvall, Nancy Fish, Josh Richman

Questo film mi ha deluso un bel po’. Chissà cosa mi aspettavo. Quando ho iniziato a guardarlo non ricordavo nemmeno quali fossero i principali attori del cast.
Ad ogni modo, questa commedia – diretta dal’autore del soggetto di Arma Letale 1, 2 e 4 – non è un granché. L’ho trovata molto confusionaria e leggermente autoreferenziale. Metteteci anche l’eccessivo “gigionare” di Robert “Robertino” Downey Jr. ed ecco che mi cadono le braccia. Perché a me questo attore piace – e molto – ma in questa pellicola davvero esagera con le faccette, gli ammiccamenti. Inoltre è tutto così sopra le righe che quelle poche scene serie, che pure sono presenti, non riesci proprio a slegarle dal resto e ad apprezzarle.
La storia è quella di un ladro di New York, tale Harry Lockhart, un furfante trentenne maldestro ma dal cuore grande. Il caso vuole che Harry, datosi alla fuga, finisca dentro un ufficio in cui stanno facendo il casting per un ruolo drammatico in un film. Il dolore per la morte del suo complice, ucciso poco dopo la rapina, lo porta involontariamente a fare un provino straordinario. Dunque, una volta preso per la parte, finisce a Los Angeles, dove girerà da un party all’altro come una vera star di Hollywood. Le cose iniziano a complicarsi quando, per prepararsi alla lavorazione di un film poliziesco, la produzione decide di affiancarlo ad un noto detective privato della città, Perry van Shrike – detto Gay Perry a causa della sua conclamata omosessualità. I due passeranno molto tempo gomito a gomito e rimarranno invischiati in una serie di morti misteriose.
La parte trama relativa al caso degli omicidi è molto confusionaria. Non si riesce a capire granché, sin quasi alla fine della pellicola, quando invece i protagonisti si prendono la briga di spiegare allo spettatore cosa è successo e perché sono morte quelle persone. Non ci siamo. Non mi è piaciuto. Così come ho trovato eccessivo interrompere spesso lo svolgimento dell’azione con un fermo immagine per fare in modo che la voce narrante (quella del protagonista) potesse narrare fuori campo e fare commenti, battutine, dare di gomito allo spettatore rivolgendogli la parola direttamente.
Mi spiace per Val Kilmer ma qui aveva già inziato la sua fase calante. Troppo rigido, nonostante qui debba interpretare il ruolo dell’uomo d’esperienza, serio, pacato e responsabile. Dal momento che il ruolo del pazzoide (ignorante) e scavezzacollo è quello affidato a Downey.
Michelle Monaghan è molto carina. Non ci avevo mai fatto caso. Quanti anni le dareste? Io meno di 25. Invece pare sia nata nel 1976, dunque ne ha 34 (circa). Strano, vero? In questo film sembra molto giovane, recita abbastanza bene la parte dell’ex compagna di liceo di cui il protagonista è innamorato da sempre, anche se l’immagine che viene fuori è quella della ragazza un po’ svampita. A dire il vero non ho capito bene se il ruolo che intepreta richiedesse questo tipo di performance.
Voto globale: 5,5.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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A Single Man

gennaio 21st, 2010

A Single Man

di Tom Ford (Usa, 2009)
con Colin Firth, Julianne Moore,
Nicholas Hoult, Matthew Goode, Jon Kortajarena,
Paulette Lamori, Ryan Simpkins, Ginnifer Goodwin,
Teddy Sears, Paul Butler, Aaron Sanders,
Keri Lynn Pratt, Nicole Steinwedell, Ridge Canipe

Questo è il primo film diretto da Tom Ford. Fino a ieri lo consideravamo uno stilista di serie A. Da adesso in poi possiamo considerarlo anche regista di serie A. “A Single Man” è un film bello, molto bello e tanto raffinato. Stilisticamente inneccepibile, direi.
È un film lento? Sì, lentissimo ma non è importante. Se siete di quelle persone che categorizzano le pellicole in questo modo, lasciate perdere, è meglio che passiate oltre. Io mi sono anche addormentato durante la proiezione ma non è questo il punto – ero molto stanco, avrei dormito anche durante le concitate e fracassone scene di “Total Recall”. Il punto è che questa pellicola è meravigliosa. Dolce, intensa e toccante.
“A Single Man” racconta la solitudine e la lucidità di un uomo rimasto solo. George è un uomo poco meno che cinquantenne, diciamo fourty-something, che perde il proprio compagno dopo 14 anni di convivenza. Un uomo che si autocondanna alla tristezza più assoluta, dilaniato dalla depressione, ad un passo dal suicidio. George per vivere fa il professore di letteratura in una università di Los Angeles. Charley è la sua unica amica, nonché conforto per i momenti di massima disperazione, quella stessa donna che da giovane è stata la sua amante, durante il meraviglioso periodo che i due hanno trascorso a Londra.
Colin Firth ha perso sicuramente più di 15 Kg per recitare in questa pellicola. Non è irriconoscibile ma ci manca poco. Il suo aspetto fisico è molto importante perché qui il regista, a mio modo di vedere, ha voluto fare un omaggio iconografico al periodo della maturità di Mastroianni. Guardate la locandina e siate sinceri: non vi ricorda il nostro Marcello nazionale? Ad ogni modo Firth è semplicemente perfetto. Bravissimo nel suo ruolo. Io gli conferirei due o tre premi Oscar oggi stesso, senza perdere tempo, senza nomination, cinquine, red carpet, ecc. Riesce a reggere la camera da presa in modo strepitoso. Per verificare quello che dico basta soffermarsi a guardare la scena in cui, seduto in poltrona, al suo personaggio viene annunciata la morte del giovane compagno. Sul suo volto, in un paio di minuti, riesce a passare tutta una serie di emozioni che lo spettatore non fa alcuna fatica ad interpretare e a percepire come eccezionalmente verosimili. Bravo bravo bravo. Il film è praticamente tutto retto sulle sue spalle. Per l’80% del tempo sullo schermo c’è Colin Firth. La scena è tutta sua.
Pure Julianne Moore dà il meglio di sè. Anche se io, sinceramente, continuo a preferire la sua eccelsa interpretazione in “Magnolia”. È un po’ un peccato che abbia solo un paio di scene a sua disposizione perché se la cava egregiamente nei panni della donna di mezza età ricca ed annoiata, mezza alcolizzata, di gran classe ma abbandonata dal marito e in cerca di una compagnia (maschile) con cui invecchiare  e fuggire l’autocommiserazione.
Ottima prova anche per Nicholas Hoult. Ricordate il bambino col cappellino co-protagonista di “About A Boy”? Beh, è lui! Ammazzalo se è cresciuto! Con quegli occhioni verdi, questo dove si gira distrugge cuori. Il suo faccino pulito piacerà molto a mamme e figlie. C’è da giurarci.
Anche Matthew Goode ha poche scene. Interpreta il compagno morto del protagonista. Per essere bravo è bravo. Sa recitare. Ma c’è una faccia da pirlotto che non ti spieghi. Sarà il naso? Sarà la divisa bianca da giovane marinaio? Boh.
In conclusione ribadisco la bellezza del film, denotata soprattutto dalla scelta stilistica delle location, del cast, dell’arredamento degli interni, dai costumi, dalla ricostruzione degli anni ‘50 e degli Swinging Sixties. Persino dalla colonna sonora. Valga su tutte la scena in cui George e Charley ballano prima una versione molto vellutata di “Stormy Weathers” e poi “Green Onions” di Booker T. & The MG’s.
Ma in “A Single Man” non c’è solo stile e forma, c’è anche sostanza. La storia è abbastanza originale e soprattuto molto profonda. Verosimile e capace di far riflettere sulla solitudine e sul senso della vita tutta. Finale a sorpesa – non banale – che ovviamente non vi svelo.
Consigliato a tutti gli amanti del bel cinema. Voto: 8.
Nota 1: Tom Ford ha scritto la sceneggiatura, ha diretto la pellicola e l’ha anche prodotta.
Nota 2: se vi interessa la storia potete leggere il romanzo “Un uomo solo” di Christopher Isherwood. Edizione italiana di Adelphi.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Soul Kitchen

gennaio 19th, 2010

Soul Kitchen

di Fatih Akin (Germania, 2009)
con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel,
Anna Bederke, Pheline Roggan Lukas Gregorowicz,
Dorka Gryllus, Wotan Wilke Möhring, Demir Gökgöl,
Zarah Jane McKenzie, Jan Fedder, Peter Lohmeyer,
Maria Ketikidou, Catrin Striebeck, Marc Hosemann,
Cem Akin, Gustav-Peter Wohler

Che cosa abbiamo qui? Vediamo: un film tedesco, ambientato ad Amburgo, diretto da un regista di origine turca (Fatih Akin) con protagonista un trentenne di origine greca. Il regista è lo stesso che aveva anche diretto “La sposa turca” – pellicola che io non ho visto.
Solitamente non vado al cinema a vedere roba così, però questa volta ho fatto un’eccezione: il trailer era troppo simpatico. Fatto benissimo. Ha stimolato perfettamente la mia curiosità. Dunque sono andato a vederlo, anche perché i miei amici condividevano la mia stessa curiosità.
Filmetto carino. Simpatico. Anzi no: buffo. Grottesco, ma neanche tanto. Non si ride di pancia. Si sorride, più che altro.
Il protagonista è un ragazzo poco più che trentenne, tale Zino Kazantsakis, il titolare di un ristorante sgrarrupato alla periferia della città. Zino è uno sfigato, un po’ lercio ma decisamente buffo, un poveraccio a cui ne capitano di tutti i colori: viene mollato dalla ragazza che va a vivere a Shangai perché vuole sentirsi libera ed indipendente, ha un bel po’ di pagamenti arretrati con il fisco, un ex compagno di scuola che vuole comprare il suo ristorante gli manda gli ufficiali sanitari a fare i controlli sull’igiene per far crollare le quotazioni del locale, si becca un colpo della strega mentre sposta da solo una lavastoviglie pesantissima, ha un fratello ladro e galeotto che, appena uscito di galera, lo obbliga ad assumerlo nel ristorante solo per poter restare a piede libero per più ore al giorno e così via. Ovviamente va tutto per il peggio per circa metà pellicola. Poi le cose iniziano ad ingranare. Non vi svelo altri particolari, anche perché ho detto già troppo.
Adam Bousdoukos (il protagonista) è un tamarro con tutti i crismi. Se provate a guardate distrattamente la locandina potreste scambiarlo per Jim Morrison o anche Massimo Di Cataldo.
Moritz Bleibtreu (il fratello del protagonista) è un altro super truzzo, uno alquanto bolso con la tipica faccia da greco. Non ci si può sbagliare: uno così lo riconosceresti anche a diversi kilometri di distanza.
Anna Bederke è caruccia, con la sua frangettona scura ricorda a tratti Mia Wallace di Pulp Fiction (Uma Thurman).
Pheline Roggan interpreta la fidanzata del protagonista: una biondina efebica, stronza e algida. Nemmeno tanto bella. Perfetta per il ruolo affidatole.
Il personaggio del cuoco integralista, interpretato da Birol Ünel, è di sicuro il più simpatico. Immaginate un gagà con i capelli impomatati che va in giro con un coltellaccio da cucina nascosto dentro un completo gessato e che si rifiuta di cucinare junk food o ricette tradizionali modificate.
Il database dice che Dorka Gryllus ha già recitato in “Irina Palm”. Io sinceramente non la ricordo. Ad ogni modo, qui l’hanno truccata tantissimo (e benissimo) per farla sembrare una massaggiatrice dolce e carina.
Il ruolo del pappone approfittatore e opportunista, affidato a Wotan Wilke Möhring, è forse quello meno riuscito, essendo molto caricato e poco spontaneo. Un peccatuccio questo che, tutto sommato, è perdonabile.
Io mi son divertito a vedere “Soul Kitchen” (al cinema) anche e soprattutto perché la sua colonna sonora è meravigliosa, oltre che varia (jazz, soul, r’n'b, funk, elettronica e altro ancora), perché gli attori son tutti bravi e perché la storia è raccontata bene: senza buchi nella trama, senza salti illogici, senza strafare.
Visione consigliata. Voto 7.

La scheda di IMDB.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Moon

gennaio 15th, 2010

Moon

Moon

di Duncan Jones (Usa, 2009)
con Sam Rockwell, Kevin Spacey,
Dominique McElligott, Rosy Show

Questo è un film bellissimo… e pensare che io stavo per perdermelo! Per cui devo ringraziare il mio caro amico Domenico che mi ha ricordato dell’esistenza di questa pellicola e che sabato scorso mi ha anche detto che giovedì (ieri) sarebbe stato l’ultimo giorno utile per vederlo. Insomma, per farla breve: mercoledì sera sono stato con gli amici al Cinema Greenwich a guardare questo film e l’ho trovato stupendo.
Premessa: io non vado particolrmente matto per i film fantascientifici. Eppure questo l’ho apprezzato particolarmente. Perché? Ancora non lo so bene. Ci sto ancora pensando. Ma una idea di sorta me la soo fatta. Diciamo, per il momento, che ho trovato la storia molto originale, per nulla scontata. Niente che io abbia visto prima sullo schermo, nonostante “Moon” contenga, secondo me, ben 2 citazioni importanti. La prima: il robot di bordo, che ricorda molto Hal 9000 di “2001 Odissea nello spazio”, la sua voce umanoide e il suo rapporto con il protagonista. La seconda: alcune dinamiche del protagonista a bordo della stazione lunare che ricordano quelle raccontate anche in “Solaris” di Steven Soderbergh.
Moon racconta la storia di un uomo, Sam Bell, che si trova solo con un robot su di una stazione posizionata sulla faccia non illuminata della Luna, con il preciso scopo di raccogliere l’energia prodotta dal terreno lunare e spedirla sulla Terra. Sam ha la responsabilità di uscire ad intervalli regolari sulla superficie lunare, raccogliere dal ventre di una specie di trattore frantuma-terreno una capsula in cui è stoccata l’energia e di prepararla la spedizione. Tutto qui. La sua missione ha avuto una durata di tre anni e sta quasi per finire quando gli accade un incidente. Durante una delle missioni in esterna, Sam perde il controllo del mezzo e finisce schiacchiato sotto le ruote del trattore gigante. Va detto che questo accade anche – e soprattutto – perché è molto stanco e la lunga solitudine a cui è stato sottoposto lo ha decisamente provato dal punto di vista psicologico. Da qui in poi non vi svelo altro per non rovinarvi la sopresa, anche perché di sorprese ce ne sono molte.
Se vi dicono che si tratta di un film cervellotico non credeteci. Vogliono prendervi in giro o forse chi lo dice non ha capito nulla. Moon è semplice. Forse non completamente lineare ma è chiaro. È sufficiente che lo spettatore stia un po’ attento, se vuole capire davvero cosa accade al protagonista.
Ah, dimenticavo di dirvi che l’attore è uno, uno solo: unico. Un film un attore – o quasi. È pur vero che ci sono altri 4 attori a recitare in “Moon”, oltre a Rockwell, ma si tratta davvero delle mini-comparsate. Questo, insomma, può essere considerato a tutti gli effetti uno one-man-show. Lo spettacolo (e che spettacolo!) è tutto sulle spalle dell’immenso Sam Rockwell, che con questa pellicola dimostra definitivamente di essere un attore non completo, di più: perfetto. Con “Moon” ha mostrare di saper altalenare, con estrema semplicità, da scene leggere, frivole e spensierate, a momenti di pura drammaticità, di saper interpretare con grande professionalità frangenti di disperazione nera e di essere in grado di suscitare sentimenti di commozione nel pubblico. Ragazzi, Rockwell è semplicemente spet-ta-cola-re!
E poi: vogliamo parlare della pulizia stilistica? Tanto di cappello anche al regista, Duncan Jones – che solo a fine visione ho ricordato essere il figlio del più noto David Bowie: è riuscito a raccontare la storia nel migliore dei modi, senza buchi di senso, senza momenti di stanca, senza frenesie e persino evitando il manierismo – in cui era facile cadere, vista l’immensa produzione di pellicole sci-fi nella storia del cinema mondiale.
Altra cosa che ho trovato davvero affascinante è stato l’allestimento degli interni della stazione lunare. Tutto quel bianco, tutte quelle forme esagonali. Wow! Non avrei mai immaginato che riuscissero ad esercitare un tale fascino su di me. Applausi generosi dunque agli scenografi e al direttore della fotografia.
Qual è la morale del film? Mi piacerebbe non ci fosse ed invece c’è. Comunque sia, poco importa: “Moon” è un film che rappresenta la rivalsa dell’uomo sull’uomo – non sulle macchine ma sull’uomo stesso. Il futuro potrebbe anche essere pericoloso ma, se cosi sarà, la colpa si può attribuire solo a noi stessi. Come a dire: è vero che l’uomo è fabbro del suo destino ma a calcare un po’ la mano si rischia di farsi male sul serio. In “Moon” ci trovi sentimenti buoni come l’amicizia, la solidarietà, il sacrificio, il gioco di squadra ma, fortunatamente, questi elementi non vengono spiattellati in faccia a chi guarda, per cui sono tollerabili. Io non li ho trovati né scontati, né furbi, né ruffiani, né eccessivamente sdolcinati.
Della colonna sonora so dirvi poco o nulla. Le orecchie erano distratte dagli occhi – diciamo così. Tuttavia posso dirvi che non mi è sembrato ci fosse un accompagnamento sgradevole, né che facesse a cazzotti con le immagini.
Nota: nell’edizione orginale americana la voce del robot GERTY è di Kevin Spacey.
La locandina è stupenda. Va vista ad alta definizione.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e di MyMovies.it.

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Una moglie bellissima (2)

gennaio 14th, 2010

Una moglie bellissima (poster)

Una moglie bellissima

di Leonardo Pieraccioni (Italia, 2007)
con Leonardo Pieraccioni, Laura Torrisi,
Gabriel Garko, Massimo Ceccherini,
Rocco Papaleo, Francesco Guccini, Tony Sperandeo,
Alessandro Paci, Teka Tanga, Francesco Rosini,
Roberto Posse, Giorgio Ariani, Carlo Pistarino,
Monica Nappo, Luis Molteni, Paolo Lombardi, Chiara Francini

Un paio di sere fa ho rivisto questo film in tv – praticamente interamente. Sin dal primo fotogramma ho ricordato quando l’avevo visto la prima volta (all’incirca), dove, come e perché.
Ecco cosa pensai e scrissi quando lo vidi allora.
Laura Torrisi mi è sembrata ancora più bella – o quasi – e comunque davvero in gamba con la recitazione, per essere alla sua prima prova sul grande schermo.
Aggiungo che forse Pieraccioni fa sempre lo stesso film, da anni ormai. Eppure devo dire che questa storia è raccontata bene, con sincerità e semplicità.
Mi è piaciuta a tal punto che stavo per commuovermi. Dentro.

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Guida galattica per autostoppisti (film)

gennaio 9th, 2010

Guida galattica per autostoppisti

Guida galattica per autostoppisti
(The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy)

di Garth Jennings (Usa, 2005)
con Mos Def, Martin Freeman,
Sam Rockwell, Zooey Deschanel, Bill Nighy,
John Malkovich, Mak Wilson, Steve Pemberton,
Stephen Fry, Thomas Lennon, Helen Mirren, Alan Rickman,
Anna Chancellor, Dominique Jackson, Kelly Macdonald

Avendo letto qualche mese fa il romanzo omonimo di Douglas Adams, da cui è stato tratto – ed avendolo trovato divertente – non potevo certo esimermi dalla visione di questa pellicola. E sapete cosa vi dico? Che mi aspettavo di peggio, di molto peggio. Invece l’ho trovata abbastanza attinente al romanzo, almeno per quello che ricordo, che piaccia, o meno, non è stato comunque stravolto.
Il no-sense ideato e narrato da Adams è meno pregnante sullo schermo ma comunque e fortunatamente non si perde del tutto.
Sulla trama e sul contenuto non mi soffermerò, dunque, perché già ne ho scritto. Lasciatemi dire, invece, che ho trovato molto valida la scelta di affidare a Martin Freeman (uno che mai avevo visto prima) la parte di uno dei due protagonisti (Arthur Dent). Insomma la faccia del pavido ce l’ha tutta. Ho trovato delizioso il suo andarsene in giro per le galassie in vestaglia e asciugamano con la faccia di uno che non ha capito (quasi) nulla di quello che gli sta succedendo intorno.
Anche Mos Def è stato per me una grandissima sorpresa. Ma perché non gli affidano altri ruoli? In queste commedie recita benissimo. Mi aveva già fatto una buona impressione anche in “Be Kind Rewind” ma qui credo che, non so, forse si è superato nella parte di Ford Prefect.
Zooey Deschanel è piccola, dolce e carina. Roba da perderci la testa, quasi. Forse troppo giovane per il ruolo di Trillian ma non è importante perché recita benissimo. Non gigioneggia più di tanto, sa tenere la parte della ragazza con la testa sulle spalle (in alcune scene), pur essendo molto, molto, molto carina. Scusate la ripetizione. Vi ho già detto che in alcune espressioni mi ricorda molto la cantante Katy Perry?
Comunque per me il vero ganzo, il mattatore di questa pellicola è il magnifico Sam Rockwell – qui nei panni dello sciamannato Presidente Zaphod Beeblebrox. Ma ditemi voi: uno con l’espressione così sfrontata dove lo trovate? Basta guardarlo per trovarlo immediatamente simpatico. Ma come si fa? Nonostante qui il suo ruolo sia quello del pazzoide egoista, vanesio e pieno di sé, non si riesce a trovarlo odioso, anziché adorabile.
Adoro quando John Malkovich interpreta ruoli comici. Qui lo troviamo nei panni di una specie di santone, un papa acerrimo rivale di Zaphod Beeblebrox durante le elezioni presidenziali.
Bill Nighy fa la parte del vecchietto bonario Slartibartfast, una specie di Cicerone che accompagna Arthur alla scoperta della riproduzione del Pianeta Terra in scala 1:1.
Ad Helen Mirren è stato affidato il compito di dare la voce al supercomputer Deep Thought (Pensiero Profondo) ma la cosa, ovviamente è andata perduta nell’edizione italiana, a causa del doppiaggio.
Stessa cosa dicasi per Stephen Fry che nell’edizione originale raccontava le vicende in qualità di voce narrante.
Nota: il pupazzone bianco latte (lucido) aveva forse un aspetto troppo buffo e “pacione” per rappresentare Marvin, il robot perennemente depresso, sarcastico e col senso dello humor nero.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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Julie & Julia

gennaio 4th, 2010
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Julie & Julia

Julie & Julia

di Nora Ephron (Usa, 2009)
con Maryl Streep, Amy Adams,
Stanley Tucci, Chris Messina, Linda Edmond,
Helen Carey, Mary Lynn Rajskub, Jane Lynch,
Joan Juliet Buck, Vanessa Ferlito, George Bartenieff

Ricordate “Harry ti presento Sally? Beh, la sceneggiatrice di quel film è la regista di questo. Forse è stato questo l’unico motivo che mi ha incuriosito e spinto alla visione di questa pellicola. Di “Julie & Julia” non sapevo praticamente nulla e, diciamolo, forse a volte è una condizione vantaggiosa quella di arrivare “vergine” alla visione, ossia completamente scevro di ogni pregiudizio nei confronti dell’opera che ci si appresta a fruire.
Il film porta avanti due racconti paralleli. Nel primo viene narrata la storia di Julie Child – una nota scrittrice di libri di ricette, nonché presentatrice televisiva di trasmissioni di cucina – e di come nacque e si sviluppò la sua passione per i fornelli. Nel secondo vediamo l’evoluzione del progetto di Julie Powell, una giovane trentenne newyorkese che ha un blog di cucina a tempo: 365 giorni per più di 500 ricette.
Giudizio generale sulla pellicola: caruccia. Non aspettatevi dei colpi di scena. La due storie procedono liscie, dritta, l’una parallela all’altra, senza interruzioni, salti, brusche frenate o improvvise accelerazioni – d’altronde non stiamo parlando di un film d’azione. Questa qui è una pellicola semplice e leggera – anche se ben scritta. Il messaggio (buonista) di fondo è che i progetti vanno sempre portati fino in fondo, nonostante siano strambi- La regista ci vuole dire che, se si vuole ottenere qualcosa, bisogna mettercela tutta, impegnarsi con tutte le forze a nostra disposizione. Inoltre la cucina, le ricette, e il cibo più in generale, sono trattati come una specie di balsamo, qualcosa che rende tutto più morbido e più facile da sopportare. Potremmo persino arrivare a definire l’amore per i fornelli come un argomento, un tema, una passione che si configura come “cibo per l’anima”. Non per nulla, infatti, dà una ragione di vita ad entrabe le protagoniste. Cose così, insomma. Se leggendo questa descrizione iniziaste a pensare che si tratta di un film troppo sdolcinato per i vostri gusti, allora il mio consiglio è: lasciate perdere. Guardate altro perché è di buoni sentimenti che tratta “Julie & Julia”.
Sono sicuro che là fuori qualcuno pensi che Meryl Streep non sia una brava attrice. Beh, si sbaglia. Nonostante la pessima voce (stridula e insopportabile) che le ha affibiato il doppiaggio italiano, rimane sempre e comunque una validissima interprete. Le decine di pellicole che ha girato negli oltre 30 anni di carriera credo stiano lì a testimoniare proprio la sua professionalità. Il surplus, comunque, in questo caso è dato dall’abbinamento con Stanley Tucci. I due fanno faville. Nei duetti sono perfetti. Li abbiamo già visti recitare insieme in “Il diavolo veste Prada”. Qui si superano, quasi: energica e briosa signora di mezza età lei; pacato e distinto diplomatico americano lui. Bravissimi! Voto: 9 ad entrambi.
Ottima scelta di cast anche per Amy Adams. Per il ruolo di Julie Powell non ci voleva una bellona, una tipa sexy o vistosamente attraente, ma la ragazza della porta accanto. Certo: è un bel po’ più carina della ragazza media americana ma ci sta, dai. Anche con la recitazione ci siamo. Voto 8.
Bravo anche Chris Messina nel ruolo del fidanzato paziente, del povero cristo che si sobbarca tutto lo stress che la sua compagna accumula tra i fornelli. Anche lui non è un bellone ma sa “tenere la cinepresa”, è credibile nel suo ruolo, non ammicca. Voto 7.
Nota tecnica: il film è basato su due libri: “Julie & Julia” di Julie Powell e “My Life in France” di Julia Child e Alex Prud’homme.
Nota personale: il film l’ho visto in compagnia di due carissimi amici (quelli che mi hanno messo a parte dell’esistenza di quest’opera) presso il Pidocchietto, ossia il Cinema Delle Province di Roma – sala d’essai. Il costo contenuto del biglietto (4 Euro) permette di godersi ancora qualche buon film nelle sale cinematografiche.

Qui il trailer in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

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