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Nemico pubblico

Public Enemies (poster)

Nemico pubblico
(Public Enemies)

di Michael Mann (Usa, 2009)
con Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup,
James Russo, David Wenham, Christian Stolte, John Kishline,
Emilie de Ravin, Giovanni Ribisi, Channing Tatum, Stephen Dorff,
Lili Taylor, Stephen Graham, Rory Cochrane, Stephen Lang

Gran bella pellicola di Michael Mann, un regista molto apprezzato dalla critica (anche da queste parti, diciamo) ma che non sempre riesce a realizzare capolavori. Invece devo ammettere che questa volta ha diretto un gran bel biopic, un gangsta movie biografico davvero ben fatto.
Nemico Pubblico racconta parallelamente la storia di John Dillinger, il bandito più ricercato d’America (negli anni ’30), e dei primi anni in cui iniziò ad operare l’FBI sotto la guida di Edgar J. Hoover.
Il merito della riuscita della pellicola va diviso equamente tra Mann, che ha saputo raccontare epicamente la storia di un farabutto molto popolare, e Johnny Depp che è riuscito a dare una faccia molto suadente al protagonista.
Di questo attore si possono solo tessere le lodi. Le scene migliori, a mio modesto parere, sono quelle in cui il protagonista flirta e si confronta con il personaggio femminile. Depp tira fuori il meglio di sé durante la fase del corteggiamento e nei momenti in cui deve trasmettere il pathos di un criminale con il cuore tenero, fedele, tenace, ostinato, e innamorato perso della donna della sua vita.
Molto brava anche Marion Cotillard. Nelle scene “a due” sa tenere testa al protagonista eccellentemente. Il casting in questo caso è stato eseguito con estrema sapienza: bravissimi a prendere un visino bello, dolce e semplice allo stesso tempo per questa parte. La Cotillard è credibile nel ruolo di Billie Frechette, la guardarobiera di origini campagnole, poiché ha l’aspetto di una ragazza dalla bellezza non sofisticata, né aggressiva. Ovvio che il trucco ha fatto un grande lavoro per renderla “acqua e sapone” nelle battute iniziali del film, ma certo di Marion Cotillard non si può dire che sia una “bonona” o una vamp.
Christian Bale è più rigido del solito, se possibile. Una grossa e spessa asse di legno. Incredibile a dirsi ma dovete vederlo per capire a cosa mi riferisco. Intendiamoci: in questo ruolo è anche perfetto, perché qui c’era bisogno di un poliziotto duro, testardo, ligio al dovere. Però, andiamo: ma quando si rilassa questo qui? Impassibile: dalle sue espressioni non trapela nulla, se non abnegazione e mistero. Come farà nei rapporti umani? Se invece fosse così solo sul set, si meritebbe premi a valanga per il lavoro di recitazione.
Migliaia di applausi per Billy Crudup: è riuscito a rappresentare il personaggio di Hoover con maestria. La smania di potere del direttore dell’FBI, il suo arrivismo, l’assenza di umanità e di scrupoli sono più che vividi, arrivano allo spettatore in maniera chiara, senza rischio di fraintendimento. Si aiuta persino nella postura. Bravissimo. È un vero peccato che questo attore sia rimasto sempre in secondo piano, considerato sempre di serie B.

Giovanni Ribisi recita solo in un paio di scene; il suo ruolo è quello del gangster che propone a Dilinger di svaligiare un treno della Federal Reserve. È invecchiato molto, diciamolo. Non sembra che abbia solo 35 anni. Con gli occhialetti, la faccia magra e lo sguardo sbieco, lo guardi sul grande schermo e pensi ad Adriano Celentano.
Gli occhi di ghiaccio di Stephen Lang sono un altro dettaglio molto curato. Il suo sembra un personaggio secondario ma alla fine riesce a stupire.
Del film mi è piaciuta tanto anche la colonna sonora. Un mix di pezzi d’epoca: swing lenti e veloci che hanno saputo aiutare il racconto ad essere ancor più credibile e verosimile. Ammirevole il lavoro sulla ricostruzione degli ambienti (vedi soprattutto banche e hotel), sulla scelta dell’abbigliamento d’epoca e sulle auto.

Unica nota dolente del film: l’abuso della macchina da presa a mano, soprattuto nei primi minuti del film e durante le scene di sparatorie.
Voto complessivo: 8. Una delle migliori pellicole nelle sale in queste settimane.

Qui trovate il trailer italiano.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Il corto Basette: versione integrale online

Road To Perdition move

[Video rimosso su richiesta della Blue Suede Shoots]

Un paio di mesi fa vi ho segnalato il trailer di Basette, il delizioso corto di Gabriele Mainetti in cui Valerio Mastandrea interpreta Lupin III. Tra gli attori doveroso segnalare anche Marco Giallini nella parte di Gighen (Jigen), Daniele Liotti in quella di Ghemon (Goemon), Luisa Ranieri in quella di Fujiko e Flavio Insinna in quella dell’ispettore Zenigata.
Adesso sono riuscito finalmente a trovare online una versione integrale del film. Potete vederla qui sopra.
Nel caso in cui abbiate problemi con questa clip caricata su Vimeo (con i sottotitoli, con l’alta definizione o con la sincronizzazione tra video e audio), potete sempre ripiegare su YouTube (parte 1 + parte 2). Lì trovate una registrazione presa dalla tv. Pare che La7 l’abbia mandato in onda qualche tempo fa.

Short Circuit release

Febbre a 90°

Febbre a 90°

Febbre a 90°
(Fever Pitch)

di David Evans (Gran Bretagna, 1997)
con Colin Firth, Ruth Gemmel, Holly Aird,
Stephen Rea, Charles Cork, Peter Quince,
Lorraine Ashburn, Richard Claxton, Bea Guard,
Ken Stott, Neil Pearson, Mark Strong, Bob Curtiss

Diverntente commedia sentimentale inglese a sfondo calcistico, basata sul romanzo omonimo di Nick Hornby.
Premessa: io non ho letto suddetto romanzo per cui non mi azzardo nemmeno a farne un paragone con la pellicola.
Ad ogni modo, come dicevo sopra, si tratta di una commedia molto carina, che ho apprezzato – a parte per l’originalità del soggetto – soprattuto per la recitazione del protagonista (Colin Firth), per la sua faccia da schiaffi e per la cialtroneria del personaggio narrato. Ancor prima che assumesse quell’atteggiamento da zitellone stazzonato e inamidato in film come “Il diario di Bridget Jones”, Firth ha evidentemente dimostrato di essere in grado di recitare altro, di non prendersi sul serio, di saper fare il cazzone sullo schermo. Ha saputo tratteggiare l’inglese medio dei sobborghi metropolitani e bisogna dargliene atto.
Siamo nel 1989. La storia è quella di Paul Ashworth, un professore di educazione fisica trentenne che insegna in una scuola media di Londra, e della sua strampalata relazione con un’altra insegnante (Sarah). La sfegatata passione che lui ha per il calcio – e in particolar modo per l’Arsenal – sarà motivo di grandissimi problemi per i due.
Interessante il tipo di narrazione: frantumata da diversi flashback, riesce comunque ad essere molto chiara e lineare, grazie anche alla scelta originale di sottolineare i momenti più importanti della storia abbinandoli ad una particolare ricorrenza calcistica. Ogni evento difatti reca in sovraimpressione la data e il nome del match giocato dall’Arsenal in quel determinato giorno.
Il fatto che ci sia un lieto fine non è motivo comunque di eccessiva sdolcinatezza. Anzi. Sebbene le cose si mettano a posto, quel certo alone di indeterminatezza rende il tutto dignitosamente reale.
Per un’opinione riassuntiva prendo in prestito la chiusa della recensione del Morandini: «Più che sul calcio, è un film sulla passione, sull’ossessione per il calcio: pungente, divertente e tenero».
Disclaimer: non sono affatto un tifoso di calcio. Non lo sono mai stato. Forse non lo sarò mai. Sono entrato in uno stadio solo una volta in vita mia: si trattava di un match tra ex-cantanti pop sfigati e vigili urbani in un campo di una squadra di C2. Mi ci ha portato la scuola, ai tempi del liceo, altrimenti credo che non l’avrei mai fatto ‘mia sponte’.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.
Fever Pitch su En.Wikipedia.Org.

I tartassati (2)

I tartassati

I tartassati

di Steno (1959)
con Totò, Aldo Fabrizi,
Miranda Campa, Cathia Caro, Luciano Marin,
Louis de Funés, Ciccio Barbi, Anna Campori,
Anna Maria Bottini, Fernand Sardou, Ignazio Leone

Rivisto con molto piacere.
Rido sempre di gusto. La coppia Totò-Fabrizi è quanto di più esplosivo abbia mai avuto la commedia italiana.

Posto ancora una volta una delle scene più diverenti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

N – Io e Napoleone

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N - Io e Napoleone

N – Io e Napoleone

di Paolo Virzì (Italia, 2006)
con Elio Germano, Daniel Auteuil, Sabrina Impacciatore,
Monica Bellucci, Francesca Inaudi, Valerio Mastandrea,
Massimo Ceccherini, Omero Antonutti, Maragrita Lozano

Simpatico film di Paolo Virzì ambientato nell’isola d’Elba. Una specie di commedia a fondo storico, diciamo.
Martino Popucci, un giovanissimo maestro elementare viene allontanato dalla scuola in cui insegna perché beccato dal preside a ‘sobillare’ le giovani menti dei suoi allievi con teorie considerate eccessivamente libertarie ed sovversive. In pratica il ragazzo, che odia a morte Napoleone, va su tutte le furie quando viene a sapere che l’Imperatore viene mandato in esilio proprio sull’isola in cui abita e che per giunta i suoi concittadini hanno intenzione di servirlo, riverirlo, arrivando persino a volerlo incoronare Re dell’isola. Il caso, però gli riserverà una sorpresa: Napoleone, appena sbarcato, lo vorrà al suo fianco in qualità di assistente addetto a raccogliere le sue memorie dell’esilio – una specie di biografia popolata di massime ed anedotti sul personaggio. Questa apparirà agli occhi di Martino come un’ottima occasione per attentare alla vita dell’Imperatore – sua ossesione da sempre – eppure una crescente simpatia per l’uomo-Napoleone e il succedersi degli eventi non gli permetteranno di compiere il suo volere. Anzi, si sentirà tremendamente in colpa nel momento in cui non riuscirà a salvare dalla fucilazione il suo vecchio maestro che invece aveva avuto più coraggio nel cercare di assasinare il nemico.
Elio Germano in questo film raggiunge picchi di simpatia incredibili. Soprattutto quando perde le staffe poiché sopraffatto dalla sorte avversa o dalla propria incapacità di essere coerente.
Sabrina Impacciatore e Valerio Mastandrea recitano molto bene. Forse non sono credibilissimi nell’usare il dialetto toscano, ma risultano squisitamente simpatici. Lei fa la parte di Diamantina, la sorella zitella del protagonista, lui interpreta Ferrante, il fratello maggiore, il capofamiglia severo e premuroso che naufraga durante un viaggio d’affari.
Fa piacere notare che Ceccherini riesca a strappare diversi sorrisi, pur non usando il suo solito umorismo volgare. Buffissimo nei panni di Cosimo Bartolini, il banditore di sua maestà.
Daniel Auteuil rende forse troppo umano il personaggio di Napoleone. Forse il suo processo di umanizzazione e normalizzazione di un personaggio assurdo come quello è eccessivo, ma bisogna ammettere che recita da attore navigato. Ottima scelta di cast.
Nonostante il suo personaggio dovrebbe avere origini napoletane, Monica Bellucci torna un po’ alle origini, sfoggiando una specie di dialetto ciociaro, quasi da centro italia – non dimentichiamo infatti che l’attrice è originaria di Città di Castello.
A Francesca Inaudi la produzione ha riservato il ruolo della servetta bruttarella e stupidina, segretamente innamorata del giovane protagonista.
Omero Antonutti, invece, veste i panni del maestro saggio ed anziano, sano promulgatore di idee liberarie, che cerca di mettere giudizio nella mente fervida del giovane Martino, promesso omicida, ma che finisce poi per compiere egli stesso un atto criminale da fuori di testa.
Nota: il soggetto è tratto dal romanzo “N” di Ernesto Ferrero, mentre la sceneggiatura l’ha curata lo stesso Virzì con Furio Scarpelli, Giacomo Scarpelli e Francesco Bruni.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

I ragazzi irresistibili

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The Sunshine BoysThe Sunhine Boys (2)

I ragazzi irresistibili
(The Sunshine Boys)

di Herbert Ross (Usa, 1975)
con Walter Matthau, George Burns, Richard Benjamin,
Lee Meredith, Rosetta LeNoir, Carol Arthur, James Cranna,
F. Murray Abraham, Fritz Feld, Jennifer Lee, Ron Rifkin

Commedia semplice eppure molto divertente, tratta da un soggetto di Neil Simon.
Willy Clark e Al Lewis sono due vecchi comici brontoloni e scorbutici, separati da oltre 10 anni. Si odiano a morte l’un l’altro ma un giorno il nipote, nonché manager, di Willy convince entrambi a tornare sulle scene insieme ancora una volta per uno speciale in tv sul teatro di tipo Vaudeville. Non sarà affatto semplice poiché i due non riescono a stare per più di 5 minuti nella stesso luogo senza litigare. Il giorno prima dello spettacolo i due s’incontreranno per le prove generali ed avranno l’ennesimo diverbio; Clark non sopporta le ditate e gli sputi che gli rifila Lewis. La lite sarà così aspra che Lewis abbandonerà il set mentre Clark sarà sopreso da un infarto.
Dolce e tenero finale – anche abbastanza commovente, seppur non drammatico.

Walter Matthau è eccellente. Il ruolo è perfetto: sembra quasi che non reciti. Sembra che fare la persona scostante gli riesca con una facilità incredibile. Adorabile! Io stravedo per quest’attore. Senza alcun dubbio mi sento di consideralo uno dei più grandi comici del ’900.
Buona prova anche per George Burns, ovviamente. Nelle scene in cui recita la parte del vecchietto sordo e con l’arteriosclerosi è davvero simpatico.
I due protagonisti hanno in tempi comici pressoché perfetti. Sia quando interpretano lo sketch del dottore sul palco, sia quando bisticciano animosamente.
Mi è piaciuto anche Richard Benjamin nelle infauste vesti del giovane impresario che perde il suo tempo dietro i due vecchi attori incontentabili, due prime donne che si comportano in maniera capricciosa, manco fossero due bambini.
Nota: di questo film ne esiste anche una versione del 1995 con Woody Allen e Peter Falk nel ruolo dei protagonisti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Ricordate degli amiSci!

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Facebook film cast

Chi legge questo blog lo sa: da queste parti si supporta il giovane regista Mauro “Mancio” Mancini da sempre. Sin da quando, cioè, si è stati colleghi di Università alla SdC di Roma (La Sapienza).

Leggi pure i post su Blugo, su Cooke, su “Il nostro segreto” e sul video degli Areamag.
Lunedì prossimo Mancio inizia a girare un film sul fenomeno Facebook. Uscirà nelle sale ad Aprile – pare. Comunque i media mainstream iniziano ad occuparsene già.
La pellicola sarà ad episodi sullo stile delle vecchie commedie all’italiana degli anni ’60 e ’70 e tratterà ovviamente del social network più chiacchierato del momento. Con lui, nell’avventura, ci saranno alcuni altri registi emergenti e qualche volto noto nel cast, come Caterina Guzzanti, Pietro Tarricone, Cecilia Dazzi, Primo Reggiani, Mita Medici ed Eugenia Costantini. La mente del progetto sarebbe Laura Muccino, la sorella dei più noti Gabriele e Silvio.
Un sincero ‘in bocca al lupo’ da parte mia.

P.S.: nella foto Mancio è quello in basso a sinistra, quello con la barba e la cravattina nera da fighetto. :)

Appaloosa

appaloosa

Appaloosa

di Ed Harris (Usa, 2008)
con Ed Harris, Viggo Mortensen,
Renée Zellweger, Jeremy Irons, Cerris Morgan-Moyer,
Timothy Spall, Tom Bower, James Gammon,
Lance Henriksen, Ariadna Gil, Timothy V. Murphy,
Bob L. Harris, Corby Griesenbeck, Gabriel Marantz

Premessa: questo è un western. A me non piacciono i film western. Non mi sono mai piaciuti. Ieri comunque sono ugualmente andato a vedere questo film al cinema, per tre semplici motivi: 1. mi andava di uscire, 2. mi hanno invitato dei cari amici, 3. Kekkoz ne parla abbastanza bene sul suo Friday Prejudice.
Dunque vediamo: da dove iniziare? Diciamo che la pellicola non è orrenda. Non è male. Tecnicamente è ben fatta. Anche la storia ha qualche elemento originale, nonostante ci siano i soliti topos da western – vedi il duello, le sparatorie, i morti ammazzati a sangue freddo, la donna privata di qualsivoglia considerazione, tratteggiata esclusivamente solo sotto due prospettive alternative: pulzella o meretrice. D’altronde l’abbiamo già detto: questo è un western. Il plus, rispetto a qualsiasi film dello stesso genere – sia nuovo che vecchio, è l’amicizia. Al centro di tutto c’è la stima e la fiducia tra i due protagonisti, Virgil Cole ed Everett Hitch: due amici/colleghi che si occupano di andare in giro paese per paese, a fare pulizia di malviventi.
Un giorno arrivano ad Appaloosa (New Mexico) e si fanno consegnare la città dai notabili del luogo. In cambio si impegnano a mantere la pace in città -  in qualità di sceriffo e vice-sceriffo  – e soprattutto ad assicurare alla giustizia Randall Bragg, l’approfittatore di turno. Un assassino che ha ammazzato il precedente sceriffo senza alcuna esitazione, perché questi voleva privarlo di due dei suoi scagnozzi. Bregg è uno che spadroneggia, un capobanda che si sente al di sopra della legge e fa razzia di beni, donne e viveri quando, dove e come gli pare.
Nella caccia all’uomo, però, ci si mette di mezzo una giovane(?) donna: Allie French, una tizia tra i 30 e i 40 anni, suonatrice di pianoforte. Apparentemente ingenua, dolce e mite, la pulzella ben presto si rivelerà una presenza scomoda tra Hitch e Cole. Quest’ultimo, infatti, perderà letteralmente la testa per lei, mettendo a rischio il lavoro e la vita di tutto il trio.
Ed Harris secondo me è nato per fare il duro da western. Sarà l’età, saranno le rughe sul viso, saranno le espressioni fisse, gelide, i mezzi sguardi, le risatine sardoniche, ma io l’ho trovato decisamente adatto al ruolo.
Su Viggo Mortensen soprassiedo. Vado oltre, non commento. È uno dei miei attori preferiti di sempre. Non sbaglia un colpo. Dove lo metti sta. Perfetto per ogni ruolo. Anzi: migliora di pellicola in pellicola. Eccelso.
Renée Zellweger ne esce invece con le ossa rotte. Sì, recita bene. Sì, è simpatica. Un po’ simpatica. Ma qui l’abbiamo persa. D’ora in poi non potrà più fare la ragazzetta per le commedie sentimentali. Ormai in faccia le si leggono benissimo tutti gli anni che ha (40). Appare così ‘liftata’ che non riesce più nemmeno a sorridere; strizzare gli occhi le è diventata un’impresa impossibile. Ne esce male, dunque: più che per il ruolo (una donnetta infida a cui piace essere la donna del capo, indipendente da chi esso sia) per il modo in cui è conciata.
Jeremy Irons è un gigante del cinema americano. Anzi no, del cinema internazionale. Peccato che qui reciti un ruolo di secondo piano. La sua faccia è persino assente dalla locandina italiana. Vergogna! Sarebbe l’antagonista del vecchio sceriffo ma a lui viene dedicato davvero poco approfondimento dal punto di vista psicologico.
Nota impertinente suggerita da Zapru: anche in questo caso siamo in presenza di quello che si potrebbe definire come “Teorema Brokeback”. Alla fin fine, tra i cowboy ci scappa sempre il rapporto ‘omo’. È una dinamica mai esplicitata in questo film. Non viene mai a galla alcun elemento di palese tendenza ‘frocia’. Eppure, durante tutto lo svolgimento, un certo sospetto aleggia sull’amicizia così profonda tra i due protagonisti. Per distogliere ogni dubbio, comunque, in un paio di scene al giovane Hitch viene affiancata una prostituta che fa gli da amante e confidente.
Nota: questo film è di Ed Harris, in tutto e per tutto. Sua la regia, sua la sceneggiatura, sua la produzione. Ci recita pure, da protagonista. Più di cosi non sarebbe potuto essere coinvolto. Credo ci manchino solo le musiche, la fotografia e i costumi. Altrimenti sarebbe stato un vero ‘ein plein’.
Riassumendo: il film non è proprio male. Diciamo passabile. Tuttavia, sinceramente, non mi sento di consigliarlo. Io ho anche rischiato di addormentarmi durante la visione in sala. Forse ero troppo stanco io, forse l’ora era tarda. Fatto sta che in alcuni passaggi “Appaloosa” annoia. È sempre brutto dirlo ma questo è decisamente un film ‘lento’.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Si può fare

Si può fare

di Giulio Manfredonia (Italia, 2008)
con Claudio Bisio, Anita Caprioli,
Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli, Bebo Storti,
Carlo Giuseppe Gabardini, Andrea Bosca, Michele De Virgilio,
Andrea Gattinoni, Giovanni Calcagno, Natasha Macchiniz,
Rosa Pianeta, Pietro Ragusa, Franco Pistoni, Daniele Piperno,
Franco ravera, Giulia Steigerwalt, Ariella Raggio, Maria Rosaria Russo

Sono andato a vedere questo film più per Bisio che per Manfredonia – anche se il film “E’ già ieri”, diretto dallo stesso regista, non mi era affatto dispiaciuto.
Di base questa pellicola sarebbe una commedia ma non mancano alcuni momenti drammatici alquanto signignicativi. L’opera è dedicata alle cooperative sociali che grazie alla famosa Legge Basaglia, sono riuscite a tirar fuori dagli ospedali psichiatrici i malati di mente e a reintegrarli nella società civile.
Si tratta di un film sostanzialmente buonista. O meglio: nel buonismo ci sguazza. Il messaggio di fondo sarebbe: i matti sono come noi, gente ‘normale’, anzi sono meglio di noi, sono più ‘normali’ di noi. La solita solfa iper-polically-correct.
Siamo a Milano, nei primi anni ’80. Nello è un sindacalista troppo moderno per il suo stesso sindacato che decide così di razzarsene, mandandolo a dirigere una cooperativa di matti, la Cooperativa 180, dal numero della Legge Basaglia, appunto. Qui Nello si sente subito suo agio: inizia a trattare i malati come fossero dei lavoratori del tutto normali, organizza assemblee e prende decisioni collegiali come se si trattasse di una vera e propria fabbrica. Il suo intento è quello di abbandonare i lavoretti che il comune affida alla cooperativa più per compassione che per reali esigenze, e affidare ai malati dei compiti di maggiore responsabilità, un lavoro vero insomma. In poco tempo infatti la Cooperativa 180 si trasforma in una piccola azienda per la posa del parquet. E ci riesce – almeno in un primo momento. Sulla sua strada troverà l’opposizione del dott. Del Vecchio, lo psichiatra che cura e vigila sui matti della cooperativa, il quale si rifiuterà di diminuire le dosi dei farmaci che hanno la funzione di sedare le ‘esuberanze’ dei suoi pazienti.
A questo punto Nello deciderà di slegarsi dal dott. Del Vecchio, aiuterà cioè la cooperativa a svincolarsi dalla sua egida, affidandosi anche ai consigli di un altro medico: il dott. Furlan. Troppo concentrato sui successi della nuova impresa e sulla vitalità che inizia a splendere sulle vite dei membri della cooperativa – da troppo tempo spenti, depressi e demoralizzati -  non calcolerà però i rischi di questo passo. Uno dei ragazzi, infatti, ferito da una delusione d’amore finirà per suicidarsi.

Ecco: se il film fosse finito qui, in questo punto, magari un evento così drammatico e negativo, avrebbe bilanciato l’eccessivo ‘positivismo’ del resto. Invece no, perché anche la crisi più nera viene superata con un qualche dialogo e un paio di pacche sulle spalle. Persino un personaggio presoché antagonista in coda si converte, mostra il suo lato umano e passa quindi dalla parte dei buoni. Beh, mi è sembrato decisamente troppo.
Claudio Bisio è una garanzia. Sia in tv, che a teatro che al cinema. L’avevo già apprezzato per “Asini”, qui conferma la mia impressione positiva: difficile che la sua recitazione deluda qualcuno.
Anita Caprioli è una bella ragazza. Dato di fatto, passiamo oltre. Peccato che abbia poche scene per far venir fuori la sue qualità. Mi chiedo però perché il suo personaggio se ne vada in giro per tutto il film con camicie leggerissime e trasparenti.
Adoro Bebo Storti, per cui prendete il mio giudizio con le molle. Lo trovo adorabile. Qui interpreta il titolare di una casa di moda milanese, il tipico imprenditore stronzo, rozzo, volgare e senza cuore che pensa solo al profitto.
Giuseppe Battiston è uno dei migliori attori italiani dell’ultima generazione – l’ho già affermato più volte su queste pagine. Putroppo in questo film gli viene dato pochissimo spazio. Ciò nonostante se la cava dignitosamente nei panni di uno psichiatra che sperimenta tecniche nuove, che mette al centro il paziente piuttosto che la terapia e che diffida dei medici che tendono a sedare i pazienti in maniera massiccia per evitare guai di sorta.
Carlo Giuseppe Gabardini (già autore dei testi per Paolo Rossi e attore della sit-com “Camera Cafè”) è il più simpatico tra i picchiatelli. I capelli arruffati e gli occhialoni spessi gli donano molto.
Giorgio Colangeli non ne sbaglia una. Nel suo caso si è trattato di un’ottima scelta di cast. Lo vediamo con il camice di un medico all’antica, di un uomo che lavora in trincea, che fa il duro perché l’esperienza l’ha indurito, che non prende rischi inutili, che in ogni situazioni si muove con i piedi di piombo, ma che ha anche la testa sulle spalle ed umile nell’ammettere gli errori propri e perdonare quelli altrui.
Mi permetto di puntare i fari su di una nascente divetta: Maria Rosaria Russo. Qui interpreta la biondina che fa perdere la testa a Sergio/Gigio. Bellissima: volto angelico e voce suadente. Al suo sorriso non si rimane indifferenti. I suoi lineamenti potrebbero farmela accostare a Carolina Crescentini.
Attenzione ad Andrea Bosca. Ha un volto magro, smunto, segnato ma che comunque piace alle donne. Il capello riccio e l’occhio chiaro aiutano in tutto ciò. Qui recita molto bene la parte del ragazzo fragile e dal cuore grande che si innamora in un micro-secondo e che soffre come un can. Sono pronto a scommettere che presto potrebbe divenire un idolo per le ragazzine (una specie di nuovo Scamarcio) e partire con una lunga e rigogliosa carriera d’attore di prima linea. Auguri!
Un applauso grande, comunque, da parte mia a tutti gli attori che hanno interpretato i malati di mente. Bravissimi: mai eccessivi, né sopra le righe. Si attengono a fare i matti senza necessariamente dar di matto.
Nota: il film, sceneggiato a quattro mani dal regista stesso e da Fabio Bonifaci, è ispirato ad una storia vera: quella della Cooperativa Sociale Noncello di Pordenone.
Giudizio complessivo: né positivo, né completamente negativo. Non ne rimarrà traccia nella storia del cinema italiano.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Gattaca – La porta dell’universo

Gattaca – La porta dell’universo
(Gattaca)

di Andrew Niccol (USA, 1997)

con Ethan Hawke, Uma Thurman, Jude Law,
Elias Koteas, Alan Arkin, Gore Vidal,
Xander Berkeley, Ernest Borgnine

Premessa: a me non piacciono i film di fantascienza. Anzi! Questo, invece, lo è a tutti gli effetti: una storia d’amore a sfondo sci-fi.
“Gattaca” ha delle buone premesse, dal punto di vista etico/filosofico/scientifico, ma si risolve in una marea di insulso buonismo.
Siamo in un futuro non molto remoto, un mondo in cui i figli si concepiscono in provetta. Ogni nascituro è ‘progettato’ per essere il più perfetto possibile (lo so che linguisticamente e semiologicamente è una frase errata ma serve a farvi capire di che si tratta). Sin dal momento della nascita, cioè, di ogni essere umano si conosce il suo destino: cosa gli acadrà, quando gli accadrà, quando e come morirà.
Non succede così a Vincent, il protagonista, che invece è un vero e proprio ‘figlio dell’amore’, ossia concepito alla ‘vecchia maniera’. Sin da ragazzino iniziano i suoi problemi con il mondo dei figli predestinati. Un grave problema cardiaco, inoltre non fa che peggiorare le cose. Un segno tangibile di questo disadattamento è la perpetua competizione con suo fratello – quello perfetto, geneticamente progettato – il quale è il polo attrattivo dell’affetto dei genitori.
Il sogno di Vincent è quello di diventare da adulto una specie di viaggiatore dello spazio, di poter lasciare la Terra per una missione spaziale. Nonostante la sua condizione svantaggiata, comunque il ragazzo riesce ad arrivare a Gattaca, a lavorare cioè per il centro che si occupa delle missioni siderali. La strada però è lunga: la gavetta inizia facendo l’addetto alle pulizie nella stessa sede di Gattaca. Un giorno poi incontra un uomo di quelli progettati in provetta il quale decide di vendergli la propria identità, ossia la propria vita. Da qui in avanti sarà per tutti Jerome. La vita di Vincent/Jerome sarà molto più semplice dal punto di vista lavorativo, dell’accesso al benessere e e dei rapporti nella società dei ‘migliori’ anche se sarà complicatissima dal punto di vista intimo, poiché ogni giorno è costretto a cancellare dal suo corpo le tracce del ‘vecchio se’ e a indossare quelle del nuovo. Indossa infatti diverse protesi (lenti a contatto, polpastrelli pieni di sangue prelevato di Jerome, ecc), si tinge i capelli ed arriva a segarsi le tibie per apparire più basso, alto esattamente quanto Jerome. Vincent compra la vita di un essere perfetto per realizzarsi nella società che invidia. Ma non tutto andrà per il verso giusto. Le cose si complicano quando Vincent, ad un passo dal realizzare il suo sogno (una missione nello Spazio siderale), il suo diretto superiore viene assassinato.
Parallelamente a queste vicende si sviluppa una storia d’amore con una sua collega, tale Irene, L’incontro tra i due avviene quando alla donna viene assegnato il compito di collaborare con la polizia sulle indagini dell’omicidio.
Ed è qui che va tutto in vacca: perché ovviamente i due si innamorano. Lei è imperfetta (ha problemi di cuore) quasi quanto lui o forse di più. L’amore trionfa da una parte, l’amicizia tra Vincent e Jerome viene sublimata con un suicidio dall’altra, ecc. I sogni e l’amore che vincono su tutto, ma come sono buoni in fondo gli umani – quegli stessi umani, notare, che hanno messo in piedi quel mondo freddo, artificiale, orribile in cui Vincent è nato.
Ethan Hawke può anche essere bravo a recitare (non tanto, comunque) ma credo che per questo film rappresenti una scelta sbagliata. Intendo: è un belloccio, è alto, biondo, con un fisico palestrato. Qui ci doveva stare uno sfigatello, uno con la faccia cianotica a causa delle cattive condizioni di salute. Un paio di occhiali sul naso bastano a rendere spugnetta cioè che è in realtà una roccia. Ricordarlo sempre.
Uma Thurman invece ci sta. E’ già algida di suo per cui qui la pettinatura da educatrice teutonica e il collo oblungo contibuiscono ulteriormente a dare quell’idea di freddezza e rigore che contraddistinguono questo personaggio.
Jude Law solitamente mi sta un po’ sulle scatole ma qui è perfetto per fare il fighetta, il figlio di papà, quello che ha avuto tutto – troppo – dalla vita. Quell’aria da bastardo che riesce a sfoderare s’intreccia benissimo con l’ironia tagliente che lo scrip gli mette in bocca. Complimenti sinceri.
Alan Arkin mi sta estremamente simpatico. L’ho apprezzato tantissimo in “Little Miss Sunshine” – nei panni del nonnetto cocainomane – perché mi ha fatto divertire. L’ho rivisto qui e mi è piaciuto ancora – un’altra volta. Credo a causa della testardaggine del suo personaggio e della voce attribuitagli dal doppiaggio italiano.
Nota sul sottotitolo italiano: non c’entra assolutamente con il soggetto del film. Credo sia stato scelto esclusivamente per far capire al popolo bue italiota che si trattava di un film a sfondo fantascientifico.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.