Posts Tagged: attori


26
gen 12

Shame

Shame

Shame

di Steve McQueen (USA, 2011)
con Michael Fassbender, Carey Mulligan,
Lucy Walters, James Badge Dale, Elizabeth Masucci
Nicole Beharie, Hannah Ware, Alex Manette, Loren Omer

Acclamato dalla critica come film dell’anno, Shame è qualcosa di intensamente angosciante. Una pellicola cruda e quasi fredda in alcuni passaggi, calda, vibrante e passionale in altri. Materiale di certo creato non per gli occhi di moralisti, puritani. Dunque se vi scandalizzate con facilità, statene alla larga.
Qui trovate il trailer ufficiale italiano.
Brandon Sullivan è un erotomane, una specie di malato di sesso, un uomo che ha bisogno di godere fisicamente quasi senza sosta. Un soggetto affamato di forti emozioni che necessità di scendere fino agli inferi, di perdersi completamente nella ricerca di se stesso.
Solo per scelta, cerca di fuggire dalla famiglia e da qualsiasi tipo di legame affettivo ma non può; sua sorella – la giovane Sissy (interpretata da Carrey Mulligan) – infatti lo raggiunge e si piazza in casa sua, mettendolo con le spalle al muro. La biondina, che di mestiere fa la cantante jazz nei night club, ha bisogno di affetto, di calore, di essere supportata da suo fratello, ma questi non riesce a far altro che respingerla. Grattando via la spessa patina di odio di Brandon, si trova disperazione e vergogna, drammatici shock le cui conseguenze sono state soffocate e represse. Tra lui e sua sorella si intuisce anche una certa tensione sessuale, sebbene non si capisca bene se tra i due s’è mai consumato un rapporto carnale. Di certo entrambi hanno avuto un’infanzia difficile – altro elemento intuibile – vengono cioè da esperienze traumatiche che hanno lasciato segni indelebili nella loro psiche. Entrambi cercano di sfogare nel sesso il loro dramma esistenziale, anche se ognuno in modo diverso. Questa forse, oltre il legame di sangue, è l’unica cosa che li accomuna.
SPOILER
Plot circolare: il film termina così come è inziato. Brandon non riesce a sfuggire alla sua natura di predatore sessuale, anche dopo un altro forte trauma: l’ennesimo tentativo di suicidio di sua sorella.
Fassbender è l’attore più quotato al momento. Amatissimo dalle donne per il suo fascino misterioso e magnetico, in questa pellicola si concede anche diverse scene di nudo frontale, oltre che di sesso. Ha un fisico statuario, dunque non sfigura. Per gran parte del tempo recita senza parlare, con la sola modulazione del corpo – cosa che gli riesce estremamente bene. Trattasi di “figo da paura”, ammettiamolo. Oltre essere un bell’uomo, è anche straordinariamente dotato in quanto a recitazione. Si veda ad esempio il lungo piano sequenza in cui cerca di fare l’amore (senza riuscirvi) con l’unica donna per cui prova sentimenti sinceri. Capolavoro.
Carey Mulligan non mi fa impazzire. L’avevo già vista in “Drive” nei panni di “mammina fragile”. Però devo essere sincero: qui è in parte. Il ruolo dell’anima in pena in cerca di conforto è suo. “Ci sta dentro” direbbe uno giovane.
James Badge Dale ha la faccia del cazzone. In alcun frangenti risulta davvero fastidioso. Lo ricordate in “Rubicon”? Era il protagonista di questa serie tv. Dunque indicato per questa parte del capufficio sfigato che ci prova con ogni donna che gli passa davanti.
Nicole Beharie è una delle attrici più carine di questa pellicola. Molto valida nel ruolo della ragazza che fa breccia nel cuore del protagonista, anche se solo per un paio di giorni.
Fotografia e scelta delle location sono da premio Oscar. Incredibilmente azzeccate. Grande ritratto della New York nottura, metropoli della perdizione. Le scene negli ambienti chiusi, invece, raccontano di un upper class quadrata e iperfighetta. Impeccabile.
Alla colonna sonora concedo cinque stelle su cinque. L’ho trovata eccezionale e azzeccatissima. Pianoforte triste a go-go nelle scene più intense, quelle che raccontano l’inquietudine del protagonista, e musica black funky-disco tutta da ballare per le scene nei club. Ho riconosciuto: “Genius of Love” dei Tom Tom Club, “Rapture” di Blondie e “I Want Your Love” degli Chic.
Nota per audiofili: nel suo appartamento dall’arredamento ipercontemporaneo il protagonista tiene una discreta collezione di vinili e un giradischi Technics 1200.
Voto alla pellicola: 7. Non male davvero ma forse le recensioni dei critici creano troppa aspettativa.
Notevole la locandina americana.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


24
gen 12

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes
(The Adventure of Sherlock Holmes’ Smarter Brother)

di Gene Wilder (USA, 1975)
con Gene Wilder, Marty Feldman, Madeline Kahn,
Dom DeLuise, Leo McKern, Roy Kinnear, Douglas Wilmer, Thorley Walters

Ennesima commedia ispirata ai romanzi di Sir Conan Doyle. Vaghissimamente ispirata. Cioè diciamo che, più che altro è una parodia. Di investigativo c’è ben poco. Ecco, immaginate una commedia come “Young Frankenstein” solo meno divertente. Non per nulla il cast è quasi identico. viagra meglio tre dei principali attori sono gli stessi.
Gene Wilder dirige se stesso nei panni di Sigerson, il fratello (che si crede) più furbo di Sherlock Holmes. In realtà è una specie di investigatore cialtrone.
Marty Feldman ha il ruolo del sergente Orville Stanley Sacker, un ometto buffo dalle capacità mnemoniche strabilianti che in questa avventura fa da aiutante di Sigerson.
Qui potete vedere una foto di scena.
Quella peperina di Madeline Kahn interpreta Jenny Hill, la figlia di un ministro inglese: un’attrice di teatro mangiauomini, tanto bugiarda, quanto seducente.
Un giovane Dom DeLuise veste i panni di Eduardo Gambetti: un cantante di opera lirica di origine italiane, nonché ricchissimo furfante che commissiona il furto di un importante documento segreto dell’intelligence inglese per rivenderlo poi ad alcune spie estere.
Leo McKern dà il volto a un buffisimo prof. Moriarty: un ciccione con mille tic – anch’egli molto cialtrone – tanto maldestro (soprattutto nei calcoli artimetici) che è davvero difficile prenderlo seriamente per “villain”.
I personaggi di Sherlock Holmes e del Dr. Watson sono del tutto irrilevanti per la storia. Appaiono solo ad inizio pellicola, anche se in un certo senso “vegliano” su tutto lo svolgimento dei fatti.

Quella che vedete qui sotto è la copertina del DVD italiano, che si rifà alla locandina originale americana.

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


12
apr 11

Il talento di Mr. Ripley

Il talento di Mr. Ripley
(The Talented Mr. Ripley)

di Anthony Minghella (Usa, Italia, 1999)
con Matt Damon, Jude Law, Gwytneth Paltrow,
Philip Seymour Hoffman, Cate Blanchett, Jack Davenport,
Philip Baker Hall, James Rebhorn, Stefania Rocca, Sergio Rubini,
Ivano Marescotti, Fiorello, Beppe Fiorello, Alessandro Fabrizi

Questa volta la faccio breve. “Il talento di Mr. Ripley” racconta la genesi del personaggio di Tom Ripley, un giovane di New York povero ma molto ambizioso, che fa un viaggio in Italia per cercare di riportare in patria Dickie Greenleaf, un giovinastro americano che trascorre le sue giornate a sollazzarsi. Finanziata dal padre di Greenleaf, la missione di Ripley però fallisce perché il nostro, inebriato dalla vita spensierata dalla bellezza del luogo e dalle attenzioni che gli rivolge Dickie, perde la testa per il ragazzo che dovrebbe redimere, confonde amicizia con amore e non accetta alcun rifiuto. I suoi sentimenti divengono talmente morbosi da arrivare a sacrificare l’oggetto del proprio amore pur di prenderne il posto.
Ma forse no. Forse mi sbaglio. Forse questa storia merita una lettura diversa. Tom Ripley forse rappresenta l’uomo che ama solo se stesso. Una persona non piena di sé ma comunque molto fragile, che risponde alle delusioni con la violenza. Qualcuno che, avendo conosciuto la povertà e la miseria non vuole tornare indietro quando la bella vita e gli agi della ricchezza gli si presentano davanti. Ma qual è il talento di Tom Ripley? Quello di riuscire a imitare gli altri e non solo nella voce, nei gesti, nelle attitudini. Ripley si sostituisce a loro. Un gioco, questo, tanto affascinante, quanto pericoloso, da cui Ripley si lascia prendere facilmente la mano ma che rivelerà presto la sua faccia più drammatica: una volta entrati, non se può più uscire.
Credetemi se vi dico che non ho mai visto Matt Damon recitare così bene. Forse neanche in “Good Will Hunting”. Pressoché perfetto.
A Jude Law hanno chiesto semplicemente di fare il viveur, ossia il ragazzo frivolo e fighetto che si gode la bella vita, quella fatta di spiagge, viaggi, musica jazz e ragazze. Gli riesce molto naturale adattarsi a questa parte – e si vede. Sicuramente si sarà divertito un casino a girare questo film. C’è da scommetterci.
Gwytneth Paltrow nei panni della ragazza di buona famiglia ci sta benissimo. Apparentemente fragile, il suo personaggio sarà l’unico a capire, attraverso un paio di semplici profonde occhiate, dove si nasconde la verità.
Philip Seymour Hoffman interpreta l’amicone bolso e furbo ma un po’ stronzo che sente puzza di bruciato anche a chilometri di distanza.
Cate Blanchett la vediamo vestita da zitellona. Spiace.
A Stefania Rocca l’infausto compito di interpretare Silvana, la giovane che si toglie la vita perché porta in grembo un neonato non desiderato.
Fiorello fa la parte del giovane cantante jazz che canta nei localini della costiera amalfitana. Suo fratello Beppe, invece, ha forse giusto un paio di rapide scene in cui veste i panni disperati del fidanzato di Stefania Rocca.
Ivano Marescotti nei panni del commissario incazzoso è meraviglioso. Stessa cosa dicasi per Sergio Rubini, o quasi.
Voto complessivo: 8. Forse la rappresentazione dell’Italia è un po’ da cartolina ma ricordiamo che: 1) è ambientato negli anni ’50 e 2) è diretto da un americano.
Nota: anche questo film è tratto da un romanzo di Patricia Highsmith

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


7
apr 11

Il cigno nero

Il cigno nero
(Black Swan)

di Darren Aronofsky (USA, 2010)
con Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel,
Winona Ryder, Barbara Hershey, Benjamin Millepied,
Ksenia Solo, Kristina Anapau, Janet Montgomery,
Sebastian Stan, Mark Margolis, Tina Sloan

Grandsissima pellicola. Oscar meritato per Natalie Portman come attrice protagonista. Avrebbero dovuto darne uno anche agli sceneggiatori e al regista. Guarda qui il trailer ufficiale (in italiano).
“Black Swan” racconta la storia di una giovane ballerina, Nina Sayers, una personalità fragile, timida, introversa ma con gravi problemi di stress dovuti ad una madre oppressiva – che la vuole ancora bambina e che ha proiettato su sua figlia le aspettative di una grande carriera che non ha potuto vivere in prima persona – e all’ansia di diventare la prima ballerina del suo corpo di ballo. Pur di far colpo sul coreografo (un algido e infido Vincent Cassel) al fine di farsi assegnare la parte da protagonista nel rifacimento de “Il lago dei cigni”, Nina ingaggia una battaglia contro se stessa, alla disperata ricerca di tirar fuori di se la parte più aggressiva, più ambiziosa, scacciare il suo infantilismo perdente e far emergere il lato più oscuro. Un dualismo Cigno Bianco/Cigno nero che dalla scena, dal palco, arriva a introiettarsi nella mente della protagonista, con conseguenze catastrofiche sia sua vita professionale, che su quella privata. Nina diventa adulta, mette a frutto tutte le sue capacità di ballerina, sviluppa tutto il suo talento artistico, si lascia andare ma perde il controllo su se stessa, soprattutto sulla sua mente, anche se parallelamente allo spettatore viene mostrata la trasformazione fisica del suo corpo in un cigno vero e proprio. E qui mi si permetta di fare i complimenti a chi ha concepito e prodotto tecnicamente gli effetti speciali, in particolar modo per la dinamicissima scena dell’esibizione del cigno nero.
Un elemento fondamentale nello sviluppo della pellicola è il dualismo tra Nina e Lily (il personaggio interpretato da Mila Kunis). Sebbene fisicamente le ragazze si somigliano molto – l’una è quasi lo specchio dell’altra – per certi versi hanno personalità diametralmente opposte. Lily infatti è molto più vitale e spregiudicata di Nina a tal punto da essere un fattore di aiuterà per la “liberazione” della protagonista; tuttavia il loro rimane un rapporto di amore/odio complesso e molto morboso, vissuto in maniera drammaticamente dolorosa dalla protagonista.
A Winona Ryder hanno affidato il ruolo della ex-prima ballerina, ormai quarantenne, che perde il posto quasi solo esclusivamente a causa dell’età, per far spazio ad un rilancio della compagnia.
Barbara Hershey invece interpreta con grande intensità la parte della madre di Nina. Complimenti anche ai truccatori per aver reso le due donne alquanto simili nell’aspetto.
Benjamin Millepied interpreta il primo ballerino della compagnia. In realtà, essendo un coreografo, si è occupato delle coreografie dei balletti realizzati per il film. Incidentalmente ha anche fatto innamorare Natalie Portman e l’ha messa incinta. O viceversa.
Della musica c’è davvero poco da dire. Magnifica. Perfetto accompagnamento per le drammatiche immagini. Per fortuna non ci sono stati tentativi di modernizzazione, trasformazione o adattamento dell’opera originale di Tchaikovsky.
Il film in tag: amore lesbo, ambizione, sogno, doppio, sangue, dolore fisico, carne martoriata, passione, pulsione, rivalità, sensualità, specchio, leggiadria, follia, annientamento.
Voto complessivo: 7 e mezzo. Quasi 8. Diciamo 8 meno meno. Recitazione ok. Regia ok. Musica ok. Unica – minuscola – nota dolente: un po’ troppa camera a mano.

La locandina ufficiale americana è più inquietante e decisamente più bella di quella italiana, che al confronto pare volutamente “depotenziata”.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


9
mar 11

Lock & Stock – Pazzi scatenati

Lock & Stock – Pazzi scatenati
(Lock, Stock & Two Smoking Barrels)

di Guy Ritchie (Uk, 1998)
con Jason Statham, Nick Moran, Ronnie Fox, Sting,
Jason Flemyng, Steven Mackintosh, Huggy Leaver,
Dexter Fletcher, Vinnie Jones, Nick Marq, Charles Forbes,
Lenny McLean, Peter McNicholl, Frank Harper, Tony McMahon

Primo lungometraggio scritto e diretto da Guy Ritchie. Pellicola pulp in salsa britannica. Essendo in un certo modo ispirata al capolavoro di Quentin Tarantino, ne contiene persino una citazione/omaggio.
Non siamo molto lontani dallo stile di The Snatch. La firma di Ritchie si nota subito. Solo che qui la sua regia è un tantinello più grezza, meno “leccata”; ecco, diciamo ancora da affinare. I temi e le ambientazioni, però, sono le stesse.
Periferia di Londra, anni ’90. Eddy, Tom, Soap e Bacon sono quattro amici (fra i 25 e i 35 anni) con un piede nella malavita e uno fuori – uno di loro infatti fa il cuoco di mestiere come copertura; un giorno decidono di mettere insieme i loro risparmi (25 mila sterline a testa) per giocarsi il tutto per tutto a poker, nella partita della vita contro Harry detto l’accetta: un gangster che gestisce una specie di piccola bisca nei locali del suo sexyshop. Eddy è il mago delle carte francesi, ha il dono di saper leggere alla perfezione le espressioni di incertezza sulla faccia dei suoi avversari al tavolo da gioco, per cui a lui spetta il compito di sfidare Harry. La partita inizia sotto i migliori auspici ma finisce malissimo. Eddy perde tutto miseramente. Infatti non solo butta all’aria in un’unica mano tutto il denaro accumulato, ma finisce anche per creare un debito di 500 mila sterline con Harry, il quale ovviamente all’occorenza sa svolgere anche il ruolo di strozzino.
Per saldare il debito di gioco Eddy e i suoi amici hanno solo una settimana di tempo. Pena la mutilazione delle loro dita da parte dello scagnozzo di Harry – tale Barry detto il Battista – e la perdita del bar di proprietà del padre di Eddy (interpretato da un imperturbabile Sting). Insomma mettere insieme l’ingente somma non è sempice ma il gruppo ha un’idea: rapinare una gang di malavitosi che abita proprio di fianco a casa di Eddy. A causa delle pareti sottilissime, infatti, i quattro per caso si trovano ad ascoltare una conversazione durante la quale i loro vicini decidono di rapinare alcuni ragazzi che spacciano marijuana, avendone una florida coltivazione casalinga. Quello che Eddy e i suoi amici non sanno è che con il loro colpo – indirettamente – andranno a rubare al principale boss della droga del quartiere – uno spietato quanto bizzaro giovane di origini jamaicane – che tra l’altro è la stessa persona a cui hanno promesso di vendere il bottino dopo il colpo. Protagonisti dell’intricata vicenda sono anche due vecchi moschetti (le smoking barrels del titolo), che vengono usati come comuni armi da fuoco ma che, in realtà, hanno grandissimo valore sul mercato dei collezionisti.
Questa pellicola può essere considerata il primo scalino dell’ascesa al successo per John Statham. Anche se non è che qui si metta in mostra più di tanto. Più che altro il suo è un ruolo da comprimario.
Il più delle volta la scena è tutta per lo smilzo Nick Moran che interpreta invece Eddy.
La faccia da vero duro di Harry l’accetta, quella con i baffoni bianchi e lo sguardo spiritato, è di P. H. Moriarty.
Dexter Fletcher è Soap, uno tre amici di Eddy, ossia il cuoco con la passione per i coltelli.
Jason Flemyng interpreta invece Tom, l’altro componente del quartetto, quello che pur essendo abbastanza magro tutti additano come “ciccio”.
Steven Mackintosh ha il ruolo del drogato sfigato che gestisce l’appartamento in cui coltivano l’erba.
Ricordate Vinnie Jones? Lo avrete sicuramente già visto in “The Snatch”. Beh, prima ha partecipato anche a questo film, interpretando un mercenario al soldo di Harry, cioè una specie di violento addetto al recupero crediti che va in giro con il suo figlioletto (un ragazzino dalla lingua lunga che non ha più di dieci anni).
A Frank Harper il ruolo del capo grassoccio e incazzoso della gang che decide di svaligiare l’appartamento in cui coltivano gangia.
Lenny McLean, invece, veste i panni del braccio destro di Harry, un gretto energumeno che non usa mai mezzi termini.
La colonna sonora è a dir poco fe-no-me-na-le. Ci trovate un po’ di tutto: funk, drum’n'base, pop e dance music inglese dell’epoca.
Voto complessivo: 7 e mezzo. Da vedere se siete fan di Ritchie, se vi piace il filone Pulp o se siete curiosi di conoscere le piccole perle che ha tirato fuori negli anni ’90 il cinema inglese.
Nota: la produzione del film è di Matthew Vaughn.

Qui trovate la simpatica locandina inglese.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


21
gen 11

The Town

The Town

di Ben Affleck, (USA, 2010)
con Ben Affleck, Rebecca Hall, Jon Hamm,
Jeremy Renner, Blake Lively, Pete Postlethwaite, Slaine,
Owen Burke, Chris Cooper, Corena Chase, Dennis McLaughlin,
Brian Scannell, Tony V., Kerri Dunbar, Brian Scannell

Cos’è “The Town”? Come definirlo? Un thriller. No, non credo. Non mi pare. Diciamo che si tratta di un film di furti e violenza. Di vite metropolitane sbandate.
Quattro ragazzacci di Charleston (un sobborgo di Boston) vivono di rapine: banche, camion blindati portavalori e qualsiasi altro luogo che contenga molta moneta “liquida”.
La prima rapina, la più importante per la storia, avviene tutta in pochi minuti, in testa al film, ancor prima che il regista ci abbia mostrato lo stesso titolo del film. Durante questo colpo la direttrice della filiale viene un bel po’ brutalizzata: prima la costringono ad aprire la cassaforte a tempo poi la prendono in ostaggio e infine la mollano bendata su di una spiaggia. Si dà il caso che la tizia in questione non è una tardona di brutto aspetto. Tutt’altro. Trattasi di Claire Keesey, una trentenne mora, decisamente caruccia, un tipetto interessante che viene da fuori città, una specie di “gattamorta” dotata di un visino che fa perdere la testa proprio ad uno dei 4 rapinatori. Guarda tu un po’ il caso.
Infatti la rapina va a buon fine, però, temendo che l’ostaggio abbia dato all’FBI dettagli sufficienti a metterli nei guai, i 4 rapinatori decidono di seguirla da vicino, da molto vicino. Del pedinamento se ne occupa il belloccio Doug “Dougy” McRay (Ben Affleck). L’idea comunque non è delle migliori perché tra i due nasce subito della simpatia e del tenero. Insomma finiscono insieme ma la storia ovviamente non può funzionare perché le rapine devono continuare e fraternizzare con il pericolo N. 1 non è la strategia migliore. La polizia peraltro, non aiuta perché ci mette davvero pochissimo a mangiare la foglia – come si dice in gergo.
Di film su rapine e rapinatori ne abbiamo visti, anche di casi in cui la vittima finisce per perdere la testa per il proprio aguzzino ma, ad essere sinceri, va detto che in questo caso Affleck ha mescolato bene le carte. Affleck ha scritto, sceneggiato e diretto la pellicola – oltre che ad avervi recitato. Proprio dal punto di vista della recitazione mi preme far presente che il ragazzotto è cresciuto, e molto. Adesso va preso sul serio, ma forse ero io a non dargli la giusta importanza, finora.
Il film non è banale ma si fa guardare volentieri. Chi guarda non indovina subito come vanno a finire le cose e per una volta la polizia non è piena di gente imbecille ed incapace. Si può dire insomma che si tratta di una partita abbastanza equilibrata tra buoni e cattivi, anche se tra questi ultimi c’è il protagonista che non è una figura totalmente negativa, anzi lo spettatore ci mette proprio poco a parteggiare per lui. Altri due elementi già visti e sentiti che vengono aggiunti alla trama sono: una madre scomparsa, un rapporto disastrosto tra il padre e il suo protagonista, l’amicizia fraterna tra i due membri principali della banda, un certo senso etico che spinge il protagonista a rapinare le banche a picchiare la gente ma a non usare le armi da fuoco a meno che non costretto. Bah! Ma anche questi fattori, tutto sommato, contribuiscono a rendere la minestra più sapida.
Forse l’ho già detto, non vorrei ripetermi, ma Affleck è stato bravo a costruirsi un bel personaggio. Interessante, problematico e proprio per questo affascinante. Tra le altre cose, anche fisicamente si è messo su bene. Asciuttissimo, molto dimagrito, si è fatto riempire il corpo di tatuaggi (Finti? Quanti?) Il suo è un personaggio che di certo ha trovato apprezzamento presso ampie fette di pubblico femminile.
Quello che recita meglio, comunque, secondo me è Jeremy Rener, il componente più sbandato della banda di rapinatori. Il quasi-fratello di Dougy, quello che non vede l’ora di pestare la gente, di menare le mani. Il violento, la testa calda, l’unico che ha davvero poco da perdere.
Non male anche Blake Lively nei panni della ragazza madre sbandata, spacciatrice e innamorata del protagonista. Credo che questo sia un personaggio nelle sue corde (Nota: non ho mai visto una sola puntata della serie “Gossip Girl”).
Pete Postlethwaite, come al solito, fa la sua porca figura. Sempre più magro e sfigurato, interpreta una figura secondaria e defilata – ma solo fino a un certo punto: il fioraio basista. È morto di recente. Un po’ mi spiace. Sarà stato questo il suo ultimo personaggio sul grande schermo?
Di Rebecca Hall ho già detto. Il gattamortismo è la posa che le riesce meglio. Caruccia ma non bellona. Dentatura importante, fronte alta, ma si fa apprezzare. Donna idealtipica per romanticoni sognatori. Interpretazione fuori discussione. Il suo è un ruolo azzeccato. Insomma è una tipa per cui si può perdere la testa. Anche se una domanda me la pongo: ma negli USA è normale che una ragazza poco più che trentenne diriga una filiale di banca a Boston?
Jon Hamm è il Don Draper di “Mad Men”. L’avete riconosciuto? Ne sono sicuro. Comunque è più forte di me: nel ruolo del perspicace agente dell’FBI non so proprio vedermelo. Troppo giovane e belloccio per fare il federale rognoso, il cagnaccio segugio a cui non la si fa.
Tutto sommato il film è gradevole. Ci sono anche scene d’azione (inseguimenti, sparatorie, scazzottate, ecc.), cioè tanto materiale buono per chi se ne impippa di tutto il resto. Voto più che sufficiente: 6 e mezzo.

P.S.: la locandina americana è molto più bella.

Qui potete vedere il trailer italiano. Qui quello americano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


18
mag 10

C'eravamo tanto amati

C’eravamo tanto amati

di Ettore Scola (Italia, 1974)
con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli,
Stefano Satta Flores, Aldo Fabrizi, Giovanna Ralli, (Sora) Lella Fabrizi,

Marcella Michelangeli, Amedeo Fabrizi, Ugo Gregoretti, Luciano Bonanni,

Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Mike Bongiorno, Isa Barzizza, Vittorio De Sica

Film a metà strada tra il dramma e la commedia, pietra miliare della cinematografia italiana. Uno dei capolavori di Ettore Scola che qui, oltre che la regia, firma anche la sceneggiatura con Age e Scarpelli.
La storia è quella di tre ragazzi poco più che ventenni – Antonio, Gianni e Nicola – che si conoscono durante gli anni della resistenza, mentre fanno i partigiani in montagna, e finiscono per diventare amici per la pelle a causa della condivisione di esperienze drammatiche. A guerra finita ognuno torna alle sue attività: Antonio a Roma a svolgere il servizio di paramedico all’Ospedale San Camillo, Gianni a Pavia a completare gli studi di Giurisprudenza e Nicola a Nocera Inferiore (Campania). Questi ragazzi/uomini sono ferventi sostenitori del PCI (Partito Comunista Italiano) ma, tutto sommato, non trovano grosse difficoltà ad ambientarsi negli anni in cui si costituisce la Repubblica Italiana e la Democrazia Cristiana prende in mano le redini del potere.
Qualche anno dopo i tre amici dopo si ritrovano a Roma. Gianni è tornato nella capitale per fare attività di praticantato in uno studio legale, mentre Nicola fugge dal suo paese, lasciando moglie e figlio, a causa di alcuni dissidi ideologici con il preside e con altri professori della scuola in cui insegna. Nel frattempo Antonio conosce una ragazza bellissima di nome Luciana e se ne innamora. La storia sembra funzionare ma questa, alla sola vista di Gianni, perde la testa e inizia una relazione anche con lui. La situazione si chiarisce molto presto ma Antonio ovviamente ne soffre molto. L’amicizia con Gianni sembra definitivamente compromessa.
Quando quest’ultimo, però, inizia a lavorare per Romolo Catenacci, un vecchio imprenditore edile corrotto e affarista, e a frequentare sua figlia – tale Elide, la sua relazione con Luciana va in malora. I due infatti si lasciano in malo modo. Luciana tenta allora di ristabilire i rapporti con Antonio ma quando si vede rifiutata finisce prima per rifugiarsi tra le braccia di Nicola e poi per tentare il suicidio. Non appena rimessasi in piedi, l’unica soluzione per lei sarà allontanarsi da Roma.
Ma la storia non finisce qui perché la pellicola continua a raccontare le vicende dei tre amici che si incrociano ancora diverse volte negli anni a seguire. Lo spettatore segue le vite di Antonio, Gianni, Nicola e Luciana ancora per molto tempo – per più di un decennio. Sebbene questo film abbia più di 30 anni e sia stato visto da milioni di italiani, mi sembra corretto non svelare completamente la trama. Soprattutto il finale.
Cosa dire degli attori, se non che sono eccelsi? Danno il meglio, sia nelle scene comiche, che in quelle drammatiche.

Manfredi ancora una volta tira fuori la sua cultura di romano d.o.c., di popolano, di uomo della strada, di cittadino de Roma (sebbene fosse di origini ciociare) – e non solo per l’accento del suo personaggio. Il suo portantino è un pover’uomo come tanti che ancora crede in alcuni valori, nel rispetto della donna e nell’ideologia di un mondo ingiusto, duro, spietato con i più deboli ma in cui ancora vale la pena arrabattarsi per non perdere la diginità, con la speranza di avere domani un briciolo di felicità in più.
Gassman è eccelso nella parte del giovane idealista che pian piano perde per strada tutti i valori, vendendosi al dio del denaro e del potere. Il suo personaggio subisce il fascino del suocero, un uomo non solo ricco ma anche avido e soprattutto ignorante, che però, tutto sommato, sa riconoscere in lui la personalità del vincente. Incredibile come questo attore riesca ad esprimere così tanto fascino; forse gli veniva davvero naturale, forse doveva fingere pochissimo.

Stefano Satta Flores interpreta un po’ il “paglietta meridionale”, l’intellettuale cinefilo idealista. Il suo Nicola ha un tale pallino per il cinema che arriva ad anteporre i sogni alla famiglia. Lascia infatti la provincia campana per la grande capitale ma probabilmente è quello che meno riuscirà a realizzarsi nella vita.
Stefani Sandrelli fa la ragazza giovane, dolce, bella e frivola. Un tipino (inizialmente) privo di personalità che vive con la testa sulle nuvole quasi come immaginando di essere in un fotoromanzo. Questo suo particolare temperamento la porterà a cadere tra le braccia dei tre protagonisti, e quindi ad essere motivo di discordia tra loro. Notevole la sua evoluzione: da donnino fragile e piagnucoloso a donna coraggiosa e combattiva.
Altro grande exploit è quello del personaggio di Giovanna Ralli. La sua Elida appare inizialmente come giovane figlia viziata, ignorante e grassottella dell’imprenditore edile romano (un magistrale Aldo Fabrizi). Col tempo, anche grazie ai consigli, ai suggerimenti e agli insegnamenti di Gianni, diventerà una donna emancipata e colta. Putroppo, una lunga storia d’amore non corrisposto, la porterà a sacrificare la propria vita.

Piccolo cammeo per Mike Bongiorno, Federico Fellini, Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica – ognuno nella parte di se stesso. Il loro ruolo è quello di dare un quadro storico di riferimento alle vicende. Il periodo in cui si muovono i personaggi di questa pellicola, infatti, è l’Italia della Dolce vita e, allo stesso tempo, quella che si ferma il giovedì sera per guardare in tv “Lascia o raddoppia”.

Nota 1: le musiche sono del M° Armando Trovajoli.
Nota 2: questa pellicola è stata dedicata a Vittorio De Sica.

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La scheda di e quella di .


11
mag 10

La tragedia di un uomo ridicolo

La tragedia di un uomo ridicolo

di Bernardo Bertolucci

(Italia, 1981)

con Ugo Tognazzi, Anouk Aimée,
Laura Morante, Ricky Tognazzi, Victor Cavallo,

Renato Salvatori, Vittorio Caprioli

Devo essere sincero: questo è un film che non ho capito. Sarà un limite mio ma il finale è troppo “aperto”, non spiega nulla, lasciando troppo all’immaginazione dello spettatore. Chissà perché.
La trama: Primo Spaggiari è un ricco imprenditore sessantenne della provincia di Parma. Vive con sua moglie in una grande casa di campagna, attigua al caseificio di cui è proprietario. Un giorno suo figlio Giovanni viene rapito da alcuni sconosciuti mentre sta tornando a casa in macchina. Il caso vuole che Primo assista incredulo alla scena dal terrazzo di casa perché proprio in quel momento stava osservando l’orizzonte con un binocolo. Da quel momento la vita di Primo e di sua moglie cambieranno radicalmente. Non sapranno come comportarsi di fronte a questa immane sciagura. Il loro primo pensiero è quello di vendere tutti i loro averi, caseificio in primis, per ragranellare il denaro atto a soddisfare le richieste dei sequestratori. Più avanti invece optano per farsi prestare a strozzo da dei notabili locali l’invidiabile cifra di un miliardo di Lire. Nel frattempo le loro esistenze vengono sconvolte anche dalla stretta sorveglianza che gli riserva la polizia, dalle strane lettere autografe di loro figlio che arrivano per conto dei sequestratori e dalla presenza di una ragazza che si identifica come la fidanzata di Giovanni e di una specie di operaio con la vocazione per il sacerdozio. Col passare dei giorni Primo scoprirà anche – suo malgrado – di non conoscere affatto suo figlio. Una delle rivelazioni più sconvolgenti sarà la vicinanza di Giovanni a gruppi dell’estrema sinistra rivoluzionaria.
C’è un sottotesto politico (neanche poi tanto “sotto”) che mi sfugge. Il periodo storico rappresentato è quello che viene definito “gli anni di piombo” ma il film vuol essere di condanna o uno sberleffo alla potenza rivoluzionaria delle nuove generazioni? L’uomo ridicolo del titolo è il protagonista: molto probabilmente è questa la figura che il film vuole prendere di mira, ma non è forse vero che, così come viene rappresentato, suscita nello spettatore anche un certo senso di epatia? Non si prova compassione per un genitore dilaniato dalla tragica fine del suo unico figlio?

Tognazzi in queste prove rendeva lampante il concetto per cui anche un grande comico è capace, se lo vuole, di rendere sublime un’intrerpretazione drammatica.
Anouk Aimée riesce a dare con grande profondità il senso di dolore che una madre prova per la disgrazia di suo figlio. I modi da gran signora, il fascino elegante e l’apparente distacco sentimentale sono tre elementi fondamentali che rendono questa interpretazione magnifica.

Molto buona la scelta di prendere Victor Cavallo per il ruolo dell’addetto al letamaio. Semplice, non sofisticato, quasi rozzo, con marcato accento romano (nonostante il film sia ambientato in Emilia Romagna) dà bene l’idea della classe operaia.

Laura Morante in una delle sue prime grandi prove d’attrice se la cava egregiamente. Nonostante la scena di nudo, la bellezza qui non è sicuramente uno dei suoi punti di forza. Ha dimostrato invece di saper affrontare e affiancare con dignità un attore di gran carriera come Tognazzi. Non deve essere stato semplice recitare con un gigante così, soprattutto nelle scene tête-à-tête.

Ricky Tognazzi appare in pochissime scene. Praticamente inutile. Potevano prendere anche un altro, sarebbe andato bene ugualmente. Forse il suo unico plus è stato l’essere sul serio il figlio del protagonista non per il presunto nipotismo ma per la ovvia somiglianza.

Vittorio Caprioli, nei panni del maresciallo dei Carabinieri, incarna la linea comica: un elemento di cui si sarebbe potuto francamente fare a meno.
Nota: l’immagine che vedete in alto non è la locandina del film ma la copertina del disco che contiene la colonna sonora. Le musiche sono del M° Ennio Morricone.

La scheda di e quella di .


6
mag 10

Confessioni di una mente pericolosa

Confessioni di una mente pericolosa
(Confessions of a Dangerous Mind)

di George Clooney

(Usa, 2002)
con Sam Rockwell, George Clooney, Julia Roberts,

Drew Barrymore, Rutger Hauer, Linda Tomassone,
Matt Damon, Brad Pitt, Maggie Gyllenhaal, Fred Savage,

Krista Allen, Michael Cera, Steve Adams, David Julian Hirsh

Seconda visione. Ho visto questo film per la prima volta al cinema nel 2003. .
Comunque è sempre un piacere vedere recitare Sam Rockwell. Qui veste i panni di un trentenne arrivista, un tipo affetto da una specie di disturbo psichico (se così possiamo chiamarlo) in base al quale prova un grosso bisogno di affetto e attenzione. Un po’ come tutti gli esseri umani, d’altronde. Ma forse lui un po’ di più. Chuck Barris è disposto a tutto pur di avere fama, denaro e successo. Il suo campo è la televisione. Sin da giovane la sua passione è inventare giochi e quiz per il piccolo schermo. Frutto del suo estro sono programmi celeberrimi come “Il gioco delle coppie”, “Tra moglie e marito” e “La corrida” (Sì, lo so: la leggenda italiana vuole che sia stato Corrado Mantoni a inventarsi in radio questo spettacolo). Ad ogmi modo, il nostro non si tira indietro di fronte a nulla, nemmeno quando, durante un periodo di crisi finanziaria, creativa e professionale, gli arriva una proposta dalla CIA. Chuck accetta e inzia a fare l’agente segreto, quasi per caso. In un primo momento, trovando delle difficoltà, medita di ritirarsi ma la cosa ben presto inizia a piacergli, soprattutto dopo aver ucciso la prima vittima indicatagli dai servizi. Siamo in periodo di Guerra Fredda e tra i due blocchi, sapete, non si va molto per il sottile. Insomma, lo stress lavorativo, i giochi da inventare e da trasformare in successi televisivi, i viaggi nell’Europa dell’est per compiere degli omicidi, la scoperta di provare godimento nell’uccidere esseri umani, il rischio che un doppiogiochista possa attentare alla propria vita portano il nostro al collasso psichico. L’unica soluzione possibile sarà rinchiudersi in una stanza d’hotel a New York per riflettere e buttare giù il racconto della sua vita, in modo che nessuno da quel punto in avanti potesse compiere gli stessi errori. Ecco il perché “Confessioni di una mente pericolosa” è da considerarsi una biografia non autorizzata della vita di Chuck Barris.
Sam Rockwell è buffo. Buffissimo. Mi sta più che simpatico. Lo adoro. Indescrivibile la sensazione che può dare la sua faccia da schiaffi nelle scene più drammatiche.

George Clooney, oltre a dirigere la pellicola, qui intrerpreta l’agente segreto baffuto e misterioso che recluta Chuck e che gli consegna abitualmente le indicazioni per le missioni da killer. Buffo anche lui.
Strabufissimi anche Matt Damon e Brad Pitt, che fanno uno striminzito cameo nelle vesti di concorrenti al quiz “Il gioco delle coppie”. Sono aggindati come due tamarri di periferia. Memorabili.
Maggie Gyllenhall ha un paio di scene come scipita assistente di studio alla NBC che si fa sedurre dal protagonista.

Julia Roberts è una bella donna. Siamo d’accordo. Ma assegnarle il ruolo della femme fatale mi sembra un tantinello esagerato. Poi, certo, la recitazione non si discute. Però, ecco, la prossima volta pensiamoci meglio. Grazie.

Spiace che Ruther Hauer si sia ridotto a fare queste particine. In questa pellicola, pur non essendo il suo un ruolo centrale, riesce comunque a portare a casa una dignitosissima intepretazione. Attore di mestiere con la A maiuscola.
Drew Barrimore è dolcissima e caruccia. A lei hanno assegnato il ruolo di fidanzatina schietta e briosa ma anche leale e paziente. Le sue caratteristiche mi pare che siano perfetta per quello che questo ruolo richiedeva.
Eccellente la ricostruzione degli studi d’epoca degli anni ’60 e ’70.

Il soggetto è preso dallo stesso libro autobiografico di Barris mentre la sceneggiatura è affidata a quel geniaccio di Charlie Kauffman.

Voto globale al film: 8. Da rivedere ancora.

La scheda di , quella di e quella di .


4
mag 10

La terrazza

La terrazza

di Ettore Scola (Italia, Francia, 1980)
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman,
Jean-Louis Trintignant, Marcello Mastroianni,
Stefano Satta Flores, Serge Reggiani, Stefania Sandrelli,
Ombretta Colli, Carla Gravina, Milena Vukotic, Galeazzo Benti,
Remo Remotti, Ugo Gregoretti, Age, Leo Benvenuti, Lucio Villari,
Francesco Maselli, Venantino Venantini, Ghigo Alberani,
Marie Trintignant, Maurizio Micheli, Lucio Lombardo Radice,
Hélène Ronée, Ritza Brown, Olimpia Carlisi

Mea culpa. Non conoscevo questo meraviglioso film. Poi l’altro giorno, per caso ho letto il thread di un’utente su FriendFeed che lo citava – mostrandone anche una clip presente su YouTube – e mi si è aperto un mondo. Dunque ho deciso immediatamente di vederlo. E sapete cosa vi dico? Dovrebbero vederlo tutti. O almeno tutti quelli che risiedono a Roma, per capire meglio qual è il mondo che li circonda.
“La terrazza” racconta di un gruppo d’amici che da oltre 20 anni si ritrova su una terrazza (appunto) a dire sempre le stesse cose, ad affrontare sempre gli stessi discorsi, usando addirittura le medesime espressioni. Un gruppo d’amici che oggi definiremmo “radical chic” – borghesi, si diceva una volta. Gente noiosa, stufa della propria condizione, perennemente in conflitto con il proprio io, che non riesce ad accettarsi per quello che è. Tra questi ci sono diversi idealtipi di personaggi: c’è il giornalista abbandonato dalla moglie femminista, anch’essa giornalista (rampante), lo sceneggiatore in crisi creativa, sulla strada della pazzia, che vorrebbe esprimere il suo pensiero ma viene costretto da un produttore avido ed ignorante a scrivere solo testi per film che “facciano ridere”, il funzionario Rai magro e depresso, ossessionato dal proprio peso, il vecchio senatore comunista che, sentendosi estromesso dal proprio partito, si rifugia tra le braccia di una giovane e avvenente donna.

Questa pellicola, insomma, traccia un bel quadretto schietto, cinico e soprattutto autoironico, delle figure che è possibile trovare nei salotti buoni romani, quel ceto benestante e multiforme, sempre uguale a se stesso, che si propone di fare la rivoluzione e di cambiare il mondo – ma solo a parole – schiacchiato com’è nell’ipocrisia di vivere una condizione agiata e di sentire allo stesso tempo il dovere morale di cambiare le cose, di essere privilegiato e incapace di agire, pur avvertendo il bisogno, l’esigenza, di mostrare la retta via alla società, fornendo magari anche un esempio.
Mastroianni intrepreta un giornalista disincantato e disilluso, ormai quasi rassegnato ad aver perso per sempre la donna che ama (sua moglie), la quale, invece, una volta liberatasi del giogo di suo marito (un mix tra un pigmalione/mentore/precettore), ha intrapreso una brillante carriera come giornalista televisiva dal taglio femminista. Questa donna finalmente “liberata”, fiera della propria emancipazione, è sapientemente incarnata dalla fascinosa Carla Gravina, che qui sfoggia un caparbio taglio di capelli corto e riccio.

Vittorio Gassman recita la parte della vecchia gloria, dell’insicuro, dell’uomo che invecchia male, del politico che sente di aver perso il brio, la verve, la voglia di combattere di una volta. Andrà a rifugiarsi tra le braccia della giovane e bella Giovanna (Stefania Sandrelli) quasi esclusivamente per evasione – nonostante poi finisca per innamorarsi sul serio.
Jean-Louis Trintignant mi ha stupito, sinceramente. Il suo ruolo – lo sceneggiatore Enrico – è tra i più intensi di questa pellicola. Lo vediamo impazzire pian piano, preso dai suoi ragionamenti sulla differenza tra satira ed ironia, sulla condizione coatta che si trova a vivere: quella di dover scrivere sceneggiature comiche, nonostante senta il bisogno di approfondire questioni più serie e importanti. Al suo fianco, come comprimaria, recita una lodevole Milena Vukotic; quello che le hanno riservato qui è il ruolo della moglie dalla pazienza biblica, una donna di grande forza d’animo in grado di affrontare con tranquillità e abnegazione la lenta ed inesorabile fine psichica del proprio compagno.
Ugo Tognazzi è il produttore ignorante che vuole produrre solo film divertenti e che quindi manda in crisi il suo storico sceneggiatore. Il suo dramma personale è dovuto alla progressiva riduzione d’interesse nei confronti della propria professione e nell’amara constatazione di aver perso ormai per sempre l’amore della giovane (ed arrogante) moglie – interpretata benissimo da Ombretta Colli – la quale, invece, ormai dedica tutto il proprio tempo al lavoro di ufficio stampa per produzioni cinematografiche indipendenti.
Quello di Serge Reggiani è un personaggio mite, triste, pacato, solitario, ostinatamente serio. Il suo Sergio lavora alla Rai ma è decisamente annoiato, ossessionato dal peso e dal cibo (nel senso che ormai non mangia quasi più), trascorre le sue giornate a pesarsi e a dare udienza a degli sceneggiatori indipendenti da strapazzo che vorrebbero farsi produrre una serie dalla tv di stato. Sul lavoro i capi non ascoltano i suoi pareri, seppur precisi, oculati e altamente professionali, sulla terrazza, invece, quando si trova tra gli amici preferisce starsene in disparte, da solo, a mangiucchiare della verdura e ad osservare gli atteggiamenti altrui.
Galeazzo Benti interpreta quasi se stesso, ossia il ruolo di un vecchio attore di avanspettacolo ormai decaduto che si diletta a far divertire gli invitati con barzellette, storielle, gag e boutade degne del peggiore teatro di rivista.
Un giovanissimo Maurizio Micheli dà il volto al marito di Giovanna: un pubblicitario troppo preso dal proprio lavoro, dagli sponsor e dagli slogan per prendersi cura della propria moglie.
Stefano Satta Flores veste invece i panni del rissoso intellettualoide di origini campane, una specie di giornalista rivoluzionario che si stampa da solo in casa un giornalino rivoluzionario e che alle feste finisce sempre – ma proprio sempre – per azzuffarsi con lo sceneggiatore Enrico.
Quelle di Remo Remotti, Leo Benvenuti, Lucio Villari, Venantino Venantini e Ugo Gregoretti sono solo appariziony, piccole comparsate, ma i loro personaggi riescono comunque a dare molto colore alla fauna che popola la terrazza da cui il film prende il titolo.
Il soggetto è dello stesso regista (Ettore Scola), di Age e di Scarpelli. Le musiche sono composte dal grande M° Armando Trovajoli.
Voto globale: 9.

Nota: la locandina che vedete in testa a questo post è quella francese; l’italiana, che è decisamente meno bella la trovate invece qui.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.