Posts Tagged: Alan Arkin


20
gen 11

Americani

Americani
(Glengarry Glen Ross)

di James Foley (USA, 1992)
con Al Pacino, Jack Lemmon, Alec Baldwin,
Alan Arkin, Kevin Spacey, Jonathan Price, Ed Harris,
Jude Ciccolella, Paul Buttler, Neal Jones, Lori Tan Chinn

Pellicola tratta da un testo teatrale di David Mamet. Lo si capisce subito. “Americani” è un film girato al 90% in interni e tutto incentrato sui dialoghi, serratissimi e calibrati al millimetro.
Shelley Levene, Ricky Roma, George Aaronow e Dave Moss sono quattro agenti immobiliari che lavorano per la Rio Rancho Estates. A dirigerli c’è John Williamson. Una sera, quasi all’improvviso, nel loro ufficio si presenta Blake, una specie di manager motivatore mandato dai titolari della catena di agenzie immobiliari. Blake è uno sbruffone maleducato, un cinico, un duro senza peli sulla lingua che, anziché spronare gli agenti, li insulta e comunica loro che presto si ritroveranno disoccupati, se non miglioreranno le loro performance di vendita. Il solo obiettivo della sua visita è quello di avvisarli che la società ha indetto una gara: il migliore agente del mese, il primo classificato, quello che è riuscito a far firmare contratti con il valore più alto, vincerà una lussuosa auto – una Cadillac – al secondo in regalo un inutile set di coltelli da bistecca. Gli altri due, gli ultimi classificati, saranno “out”, scaricati. Fuori dall’agenzia. Così, in men che non si dica, la già difficile situazione in cui versavano gli agenti si trasforma in catasfrofica. Le vendite sono ferme da tempo, i contratti non si firmano, i contatti di cui dispongono i venditori sono di scarsa qualità e sono sempre gli stessi da mesi. Levene, Aaronow e Moss sono nervosissimi, non sanno che pesci pigliare, capiscono di trovarsi in una situazione rischiosissima. Roma è l’unico che se ne frega. Anziché partecipare alla riunione con Blake, se ne è stato per tutto il tempo nel ristorante cinese che si trova di fronte all’agenzia a bere whiskey e a chiacchierare con un poteziale facoltoso cliente. A Roma le vendite sembrano andare a gonfie vele, un po’ perché pare sia bravo, un po’ per fortuna. Lo si capisce dalla prima inquadratura che è uno yuppie, un cinico rampante che pensa solo a vendere vendere vendere, che se ne frega di tutto e di tutti. Difatti era il primo della classifica ancor prima che il concorso venisse indetto.
La situazione comunque è drammatica: Moss è sull’orlo di una crisi di nervi, urla e inveisce contro tutti, Aaronow si sente inutile e infruttuoso, teme di perdere il posto ma non sembra avere la forza di agire, Levene invece, che è il più vecchio di tutti è al verde, è sull’orlo del suicidio: ha problemi anche con una figlia ricoverata in un ospedale, sa che potrebbe essere il primo a perdere il posto di lavoro, anche se è un veterano dei venditori.
La notte è lunga ma passa. Il mattino dopo si scopre che l’agenzia è stata derubata. I ladri hanno portato via i telefoni, dei documenti ma soprattutto il pacchetto di contatti, quelli nuovi, quelli buoni e preziosi che valgono oro, che sarebbero facilmente convertibili in grossi contratti firmati. Chi guarda, lo spettatore, non è certo del colpevole, non sa chi ha fatto il furto ma ha visto che Moss e Aaronow la sera prima, al bar, avevano parlato a lungo di quel colpo. Non vi svelo altro per non togliervi il piacere della parte più interessante della pellicola ma sappiate che non è tutto così semplice come sembra. Non sempre quelli che stanno in testa arrivano primi. Saranno proprio le parole – le vere protagoniste del film – a smascherare i colpevoli del crimine.
Il cast è di primissimo livello.
Pacino, abbronzato e pettinatissimo, interpreta il vanesio e scaltro Richard “Ricky” Roma.
Jack Lemmon veste i panni del vecchio venditore, quello che un tempo tutti rispettavano perché in gamba e pieno di esperienza. Il tempo su di lui sembra aver fatto solo danni. È un anima in pena, solo e senza una dollaro, non riesce a stringere contratti in alcun modo, si ritrova sull’orlo del baratro, in preda al panico, a chiedere un pietoso aiuto a Williamson, il giovane capufficio saputello che ha meno della metà dei suoi anni. Grande interpretazione che gli è valsa una Coppa Volpi a Venezia come “Migliore attore”.
Ad Alan Arkin hanno dato il ruolo di Aaronow, lo smidollato. Un uomo di mezza età per cui il lavoro è tutto ma che non è più in grado di operare proficuamente. Non è un leader, non riesce a raggiungere alcun tipo di successo, si sente inutile e teme fortemente di perdere il posto di lavoro.
Ed Harris è il venditore più giovane. Ha tanta foga in corpo. Vorrebbe dominare il Mondo ma si stente frustrato. Si crede un ganzo ma sa solo sbraitare. Urla troppo e pensa poco. Eccessivamente ambizioso, talmente arrabbiato che potrebbe finire col farsi del male da solo. Praticamente una mina vagante.
Kevin Spacey fa la parte del precisino, del capufficio insensibile, che esegue solo gli ordini dei capi, cancellando del tutto i sentimenti che lo potrebbero portare a provare un briciolo di umanità nei confronti dei suoi colleghi in difficoltà.
Alec Baldwin è la iena. Il bufalo che urla insulti all’indirizzo dei venditori, che li umilia, li minaccia. Un motivatore capace solo di generare panico e competizione tra i dipendenti.
Bravi tutti, davvero. Una squadra da 10 e lode.
Grande performance anche per Jonathan Price, qui nei panni di un allocco che finisce nelle grinfie di Ricky Roma. Un compratore che la sera prima si fa abbindolare e la mattina dopo vuole ritrattare tutto. Che prima firma un contratto e poi, sotto minaccia di sua moglie, torna in agenzia a piagnucolare, alla disperata ricerca di annullare il documento.
Nota: sinceramente non ho capito perché per la versione italiana si sia scelto il titolo genericissimo di “Americani”. Come se i venditori di immobili esistessero solo negli Stati Uniti. Bah!
Voto globale alla pellicola: 7 e mezzo. Da vedere se vi piace il cinema in cui si recita sul serio.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


22
ott 08

Gattaca – La porta dell'universo

Gattaca – La porta dell’universo
(Gattaca)

di Andrew Niccol (USA, 1997)
con Ethan Hawke, Uma Thurman, Jude Law,
Elias Koteas, Alan Arkin, Gore Vidal,

Xander Berkeley, Ernest Borgnine

Premessa: a me non piacciono i film di fantascienza. Anzi! Questo, invece, lo è a tutti gli effetti: una storia d’amore a sfondo sci-fi.
“Gattaca” ha delle buone premesse, dal punto di vista etico/filosofico/scientifico, ma si risolve in una marea di insulso buonismo.
Siamo in un futuro non molto remoto, un mondo in cui i figli si concepiscono in provetta. Ogni nascituro è ‘progettato’ per essere il più perfetto possibile (lo so che linguisticamente e semiologicamente è una frase errata ma serve a farvi capire di che si tratta). Sin dal momento della nascita, cioè, di ogni essere umano si conosce il suo destino: cosa gli acadrà, quando gli accadrà, quando e come morirà.
Non succede così a Vincent, il protagonista, che invece è un vero e proprio ‘figlio dell’amore’, ossia concepito alla ‘vecchia maniera’. Sin da ragazzino iniziano i suoi problemi con il mondo dei figli predestinati. Un grave problema cardiaco, inoltre non fa che peggiorare le cose. Un segno tangibile di questo disadattamento è la perpetua competizione con suo fratello – quello perfetto, geneticamente progettato – il quale è il polo attrattivo dell’affetto dei genitori.
Il sogno di Vincent è quello di diventare da adulto una specie di viaggiatore dello spazio, di poter lasciare la Terra per una missione spaziale. Nonostante la sua condizione svantaggiata, comunque il ragazzo riesce ad arrivare a Gattaca, a lavorare cioè per il centro che si occupa delle missioni siderali. La strada però è lunga: la gavetta inizia facendo l’addetto alle pulizie nella stessa sede di Gattaca. Un giorno poi incontra un uomo di quelli progettati in provetta il quale decide di vendergli la propria identità, ossia la propria vita. Da qui in avanti sarà per tutti Jerome. La vita di Vincent/Jerome sarà molto più semplice dal punto di vista lavorativo, dell’accesso al benessere e e dei rapporti nella società dei ‘migliori’ anche se sarà complicatissima dal punto di vista intimo, poiché ogni giorno è costretto a cancellare dal suo corpo le tracce del ‘vecchio se’ e a indossare quelle del nuovo. Indossa infatti diverse protesi (lenti a contatto, polpastrelli pieni di sangue prelevato di Jerome, ecc), si tinge i capelli ed arriva a segarsi le tibie per apparire più basso, alto esattamente quanto Jerome. Vincent compra la vita di un essere perfetto per realizzarsi nella società che invidia. Ma non tutto andrà per il verso giusto. Le cose si complicano quando Vincent, ad un passo dal realizzare il suo sogno (una missione nello Spazio siderale), il suo diretto superiore viene assassinato.
Parallelamente a queste vicende si sviluppa una storia d’amore con una sua collega, tale Irene, L’incontro tra i due avviene quando alla donna viene assegnato il compito di collaborare con la polizia sulle indagini dell’omicidio.
Ed è qui che va tutto in vacca: perché ovviamente i due si innamorano. Lei è imperfetta (ha problemi di cuore) quasi quanto lui o forse di più. L’amore trionfa da una parte, l’amicizia tra Vincent e Jerome viene sublimata con un suicidio dall’altra, ecc. I sogni e l’amore che vincono su tutto, ma come sono buoni in fondo gli umani – quegli stessi umani, notare, che hanno messo in piedi quel mondo freddo, artificiale, orribile in cui Vincent è nato.
Ethan Hawke può anche essere bravo a recitare (non tanto, comunque) ma credo che per questo film rappresenti una scelta sbagliata. Intendo: è un belloccio, è alto, biondo, con un fisico palestrato. Qui ci doveva stare uno sfigatello, uno con la faccia cianotica a causa delle cattive condizioni di salute. Un paio di occhiali sul naso bastano a rendere spugnetta cioè che è in realtà una roccia. Ricordarlo sempre.
Uma Thurman invece ci sta. E’ già algida di suo per cui qui la pettinatura da educatrice teutonica e il collo oblungo contibuiscono ulteriormente a dare quell’idea di freddezza e rigore che contraddistinguono questo personaggio.
Jude Law solitamente mi sta un po’ sulle scatole ma qui è perfetto per fare il fighetta, il figlio di papà, quello che ha avuto tutto – troppo – dalla vita. Quell’aria da bastardo che riesce a sfoderare s’intreccia benissimo con l’ironia tagliente che lo scrip gli mette in bocca. Complimenti sinceri.
Alan Arkin mi sta estremamente simpatico. L’ho apprezzato tantissimo in “Little Miss Sunshine” – nei panni del nonnetto cocainomane – perché mi ha fatto divertire. L’ho rivisto qui e mi è piaciuto ancora – un’altra volta. Credo a causa della testardaggine del suo personaggio e della voce attribuitagli dal doppiaggio italiano.
Nota sul sottotitolo italiano: non c’entra assolutamente con il soggetto del film. Credo sia stato scelto esclusivamente per far capire al popolo bue italiota che si trattava di un film a sfondo fantascientifico.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.