Inherent Vice

Inherent Vice

di Paul Thomas Anderson (USA, 2014)
con Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Katherine Waterston, Owen Wilson,
Martin Donovan, Reese Witherspoon, Benicio Del Toro, Martin Short,
Eric Roberts, Joanna Newsom, Maya Rudolph, Taylor Bonin, Jena Malone,
Sasha Pieterse, Serena Scott Thomas, Michael K. Williams, Jeannie Berlin,
Hong Chau, Steven Wiig, Shannon Collis, Jillian Bell, Keith Jardine, Peter McRobbie

Los Angeles, 1970. Larry Sportello, dai più conosciuto come “Doc” è un investigatore privato di indole hippie: sciatto, sporco, spesso completamente “stonato” dalle droghe e per questo ritenuto poco affidabile.
Un giorno Shasta, la sue ex storica, va a trovarlo e gli chiede aiuto perché teme che il suo nuovo amante – il ricco palazzinaro Michael Z. Wolfmann – sia in pericolo. La ragazza ha paura che la moglie di Wolfmann e il suo amante possano mandare l’imprenditore in un manicomio per mettere le mani sul suo impero e dunque sui suoi soldi. Questo tuttavia non accade, ma improvvisamente, dopo solo alcuni giorni, Zimmerman e Stasha spariscono senza lasciare tracce. I sospetti ricadono immediatamente su Sportello, non solo in quanto ex boyfriend della scomparsa, ma perché viene rinvenuto svenuto accanto alla salma di Glenn Charlock, uno stretto collaboratore.
A questo punto Doc inizia a volerci veder chiaro perché, senza nemmeno volerlo, si trova pesantemente invischiato in questa stramba faccenda, una situazione molto losca che coinvolge anche un altro hippie pazzoide che fa la spia per l’FBI, un gruppo di fanatici neonazisti, un misterioso battello a vela e un’organizzazione internazionale dedita al traffico di stupefacenti tra Asia, Oceano Atlantico e Stati Uniti. Inoltre, come se non bastasse, Doc si ritrova alle calcagna anche il tenente Christian Bjornsen, detto Bigfoot: un poliziotto all’antica, di quelli tutti d’un pezzo e anti-hippie, che però nasconde gravi disturbi della personalità.
Dalla sua parte il protagonista ha solo l’anziana Zia Reet, un’amica fidata di nome Sortilège e il suo avvocato sud-americano Sauncho Smilax. Sì poi ci sarebbe anche la donna con cui ha una relazione – il procuratore distrettuale Penny Kimball – ma questa in più occasioni gli dà del filo da torcere e molto probabilmente si vergogna di lui.

Phoenix è perfetto per la parte del perdigiorno curioso che ha preso il tesserino da investigatore privato. Il suo personaggio è un anti-eroe sui generis, ma allo stesso tempo eccezionale; un abituale consumatore di cocaina e mariujana – che il più delle volte non riesce a distinguere tra realtà e sogno – finisce per risultare il più lucido di tutti nel venire a capo della faccenda, anche se aiutato da una certa dose di fortuna e da amici giusti nelle posizioni chiave (vedi il biondo procuratore che si porta a letto).
Applausi per la giovane Katherine Waterston: la sua Stasha riesce ad essere allo stesso tempo dolce e sexy. Leggi: gattamortona.
Josh Brolin è un gigante. Sempre pensato. Qui ce lo conferma per l’ennessima volta. Piedipiatti incazzoso e sconclusionato, odia a morte il suo antagonista, ma non sa come metterlo alle strette. Urla e dà di matto per ogni piccola scemenza; pur essendo coscente di violare continuamente i diritti civili delle persone su cui indaga, se ne fotte altamente.
Owen Wilson ha l’espressione giusta per lo sciroccato hippie quasi apatico. Per questo ruolo davvero non si poteva scegliere di meglio.
Ancora una volta a Benico del Toro hanno dato l’opportunità (sapientemente sfruttata) di interpretare il pazzoide, un mattacchione simile a quelli interpretati in “Paura e delirio a Las Vegas” e “The Snatch”.
Notevole la performance di Martin Donovan nel ruolo di un vendicativo padre colluso con l’organizzazione che ha creato i casini su cui Doc investiga.
Valida interpretazione anche per Martin Short nei panni di una specie di finto-dentista sessuomane che dirige una maxi-clininca come copertuta per conto dell’organizzazione criminale. Non mi è mai stato simpatico, ma devo ammettere che in questo film se la cava davvero bene.
Molto simpatica Hong Chau nei panni di una minuta prostituta di origini asiatiche che, provando simpatia per Doc, cerca di dargli qualche dritta sulla risoluzione del suo caso.
Reese Witherspoon è una specie di MILF stronza e ipocrita che, sebbene sia attratta dall’investigatore Hippie e intrattenga con lui una relazione carnalissima, ha quasi paura di farsi vedere con lui.
Piccolo ruolo per Eric Roberts ma deliziosamente intepretato: farfuglia qualche frase come se fosse sotto l’effetto di droghe pesantissime. Trasmette tanta pace e la serenità, quella calma stralunata tipica di chi, avendo il cranio pieno d’acqua, ha già abbandonato qualsiasi tipo di preoccupazione o interesse.
Due mini cammeo anche per Maya Rudolph nei panni della segretaria di una specie di ambulatorio.
Il carismatico Michael Kenneth Williams ha una piccola parte nel ruolo di un cliente di Doc: un tizio che cerca i servigi di Sportello per recuperare un credito nei confronti di un body-guard con la fedina penale non proprio linda.
La bambolina Sasha Pieterse ha il ruolo di Japonica Fenway: una ragazza molto giovane con problemi di tossicodipendenza che entra ed esce dalla clinica riabilitativa.
Keith Jardine interpreta un neo-nazista con una grande svastica tatuata sulla faccia: rozzo e robustissimo, non si tira indietro quando c’è da menare le mani.

Siamo dalle parti de “Il grande Lebowski”, anche se con molta meno ironia.
Il regista di capolavori quali “Magnolia”, “Il petroliere”, “Boogie Nights” e “The Master” prende un romanzo di Thomas Pynchon e lo trasforma in un validissimo film che solo ai più distratti (o annoiati) può apparire molto confusionario e inconcludente.
Voto: 7 e ½.

La scheda di IMDb.com, quella di Wikipedia, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.