Venere privata

Venere privata

di Giorgio Scerbanenco
2007 Garzanti, Collana Elefanti
10 Euro – 256 pagine
(prima edizione: 1966)

Questo è primo dei quattro romanzi che hanno come protagonista Duca Lamberti.
Lamberti è un ex-medico, appena uscito di prigione, tre giorni prima era dietro le sbarre a scontare la pena per aver aiutato una paziente a morire. Condannato (ingiustamente?) per eutanasia.
Tre anni di prigione lo hanno cambiato, l’hanno reso più duro e riflessivo, oltre che risoluto. Il primo lavoro che trova, dopo il carcere, è alquanto strano. Il funzionario di polizia Luigi Càrrua, un vecchio amico di suo padre, gli presenta il dottor Auseri, un austero industriale lombardo che ha un problema personale/familiare per cui è necessario l’intervento di un medico. Davide, il figlio di Auseri, è alcolizzato; da un annetto questo ragazzone di venti anni circa, timido e taciturno, non riesce a staccarsi dalla bottiglia. La depressione lo ha indotto ad un disperato alcolismo. Suo padre le ha provate tutte pur di farlo smettere, di riportarlo sulla retta via, di dare nuovamente un senso alla sua vita, ma senza riuscirci. Auseri lo vuole affidare a Lamberti, nella speranza che questi riesca a fargli perdere il vizio, motivo di tanto fastidio e imbarazzo ai suoi occhi.
Nonostante il caso gli sembri parecchio arduo, Duca Lamberti accetta la sfida e si mette subito a lavoro. Gli bastano pochi minuti per capire che il problema di Davide è meramente psicologico: il ragazzo deve aver subito un grave trauma che l’ha reso succube della depressione più nera. Ma quale mistero nasconderà mai Davide?
Scoprirlo non sarà così arduo, più difficile sarà invece rimettere a posto i pezzi di un pericoloso e complicato puzzle, in cui Davide si trova invischiato senza volerlo. Anzi, senza nemmeno immaginarlo.

Lo stile di Scerbanenco è il solito: semplice, lineare, pulito. Un’eleganza sobria che si mostra in piccoli ma significativi dettagli, come il rapporto tra Lamberti e la sua “fan” Livia Ussaro, o i brevi pensieri del protagonista che affiorano tra le battute di discorso diretto, a mostrare il suo dissisio interno, teso tra rettitudine morale e desiderio di vendetta/giustizia.

La Milano degli anni ’60 – una grande città triste, fredda e solitaria – è lo scenario prediletto in cui Scerbanenco fa muovere i protagonisti dei suoi romanzi, che in fondo in fondo sono gente comune, a volte persone tenaci e dalla spiccata personalità, ma mai eroi. Neppure il protagonista.

Un passaggio che ho aprezzato particolarmente.
«Arrivò in via dei giardini e trovò da parcheggiare la Giulietta comodamente perché in quei roventi giorni di agosto la metropoli non era giudicata più abitabile da un gran numero di cittadini che, chi sa perché, la trovavano abitabilissima con la nebbia, lo smog e la neve».

Nota. In fondo a quest’edizione Garzanti c’è una breve ma intensa autobiografia, intitolata “Io, Vladimir Scerbanenko”: una ventina di pagine in cui Scerbanenco racconta le sue umili origini, l’infanzia tra Roma e la Russia, la giovinezza fatta di solitudine, miseria e stenti, il sentiri stranieri a Milano, il percorso tortuoso che l’ha portato a trovare la sua vera strada, il sentimento di inadeguatezza che lo ha attanagliato per tutta la vita. L’autore non si dilunga più di tanto – racconta solo pochi passaggi salienti di quegli anni – ma quel che dice serve a individuare chi fosse davvero e perché dalle parole che ha scritto nelle sue opere traspaia tanta amarezza.

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