La califfa

La califfa

di Alberto Bevilacqua (Italia, 1970)
con Ugo Tognazzi, Romy Schneider, Noemi Gifuni,
Enzo Fiermonte, Massimo Serato, Roberto Bisacco, Sandro Iovino,
Marina Berti, Antonio Guidi, Stefano Satta Flores,

Film tratto dall’omonimo romanzo scritto dallo stesso regista.
Un industriale del cemento, tale Annibale Doberdò (Ugo Tognazzi), ha problemi con i dipendenti della sua fabbrica, che sono in sciopero da diverso tempo per rivendicazioni su migliori condizioni di lavoro. La tensione è molto alta non solo in fabbrica, ma anche in tutta la città.
Un altro imprenditore (Massimo Serato), trovandosi sull’orlo del fallimento a causa di investimenti errati, chiede aiuto ad altri industriali suoi amici ma, vedendo che questi si rifiutano categoricamente di dargli una mano, decide di suicidarsi. La notte prima di questo disperato gesto, al fine di instillare il senso di colpa in Doberdò (che come gli altri imprenditori ha negato l’aiuto), decide di trascorrerla nel giardino di casa sua, sotto la pioggia battente.
Questo episodio getta Doberdò nello sconforto più totale. A risollevare il suo morale arriva però Irene Corsini (Romy Schneider): un’operaia della sua fabbrica, giovane e bella, membro attivo del movimento che ha organizzato gli scioperi e la protesta.
Grazie al suo fascino, alla sua dolcezza, e al suo modo di vedere il mondo, Irene – la Califfa – riesce non solo a restituire il sorriso e la serenità a Doberdò, ma lo aiuta persino nella risoluzione dei problemi in fabbrica, svolgendo allo stesso tempo la funzione di consigliera e di mediatore tra proprietà e maestranze.
Doberdò dunque, dopo anni di linea dura, decide di non seguire il comportamento di altri imprenditori: riprende il dialogo con i suoi dipendenti, accetta le loro condizioni (pur rimettendoci parecchio denaro di tasca propria) e riporta in attività l’azienda.
Questa operazione però non piace agli altri imprenditori della sua città; le sue decisioni, infatti, lo portano a scontrarsi frontalmente nel consiglio dell’associazione di settore, che peraltro presidede da anni. Per di più il suo atteggiamento non piace nemmeno ai piani alti della politica, che da anni supportano l’attività di Doberdò, finanziariamente e non solo.
Questa ostilità, causata da una forte dose di fierezza e dal desiderio di “fare la cosa giusta”, mettono Doberdò nei guai. Un giorno, all’improvviso, perderà la vita per mano di due misteriosi killer che, peraltro, dopo aver sparato, portano la salma della vittima sull’uscio della fabbrica.

Pellicola di non semplice comprensione. Per tre quarti del film non si capisce bene dove voglia arrivare il regista. Il messaggio che l’autore vuole far passare non è del tutto chiaro: l’amore risolve tutto? Anche i cuori più duri possono essere ammorbiditi dalla passione per una giovane bellezza? La strada da percorrere per un imprenditore illuminato è quella di ascoltare le istanze dei suoi dipendenti? Forse di tutto (questo) un po’, ma non ci metterei la mano sul fuoco.
La tensione sessuale tra l’imprenditore (tradizionalista, brusco, direttom decisionista e “adulto”) e la giovane donna (una ragazza moderna, che vive il sesso con estrema libertà e naturalezza) invece è chiara sin dalle prime battute.

Le musiche – drammaticissime – sono di Ennio Morricone.

La scheda di Wikipedia, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.