Dallas Buyers Club

Dallas Buyers Club

di Jean-Marc Vallée (USA, 2013)
con Matthew McConaughey, Jared Leto,
Jennifer Garner, Denis O’Hare, Michael O’Neill,
Steve Zahn, Dallas Roberts, Kevin Rankin, Griffin Dunne

Pellicola intensa e toccante. Così direbbero i veri critici cinematografici. E così mi sento di definirla anche io. Un biopic, tratto da una storia realmente accaduta, che racconta con grande efficacia il dramma di affrontare allo stesso tempo una malattia incurabile e un sistema sanitario che ti rema contro. “Dallas Buyers Club” riesce ad emozionare senza essere retorico o banale.

Texas, primi anni ’80. Ron Woodroof è un elettricista iper-macho e omofobo che conduce una vita molto sregolata, fatta di donne, alcool, cocaina, scommettese sui Rodeo e cavalcate di tori. La salute però non gli arride; un giorno infatti stramazza al suolo, viene portato in ospedale e qui scopre di essere malato di AIDS. Il medico che gli dà la brutta notizia lo avverte anche che gli restano da vivere soli altri 30 gioni.
Dopo un breve periodo di negazione e non-accettazione della malattia, Ron decide di curarsi con un farmaco in sperimentazione. Non legalmente, però: riesce a trafugare delle compresse attraverso un infermiere corrotto. Supera così il mese, ma la sua salute non migliora, né rimane stabile. L’infermiere lo manda comunque a recuperare altre pasticche simili in Messico, dove però incontra un dottore – ormai radiato dall’albo – che cura i malati di AIDS con un mix di proteine e di sostanza non tossiche, a differenza del farmaco sottoposto a sperimentazione negli USA.
Non appena si riprende un po’, Ron decide di tornare nel suo Paese portandosi dietro un po’ (decine di scatole) delle sostanze che usa il medico messicano, con l’intento di venderle ai suoi compatrioti vessati dalla stessa malattia mortale. E così fa. Il primo importante carico di farmaci (non del tutto illegali, ma non autorizzati negli USA) gli riesce senza incontrare grossi problemi alla dogana. Inzia così a smerciare un po’ di roba, ma gli affari prendono davvero il volo solo quando il giro si allarga grazie ai contatti di Rayon, un omosessuale molto appariscente, anch’egli malato di AIDS, che si sottoponeva alla cura del farmaco sperimentale nello stesso ospedale frequentato da Ron.
I due decidono di collaborare: mettono in piedi una piccola società e aprono un ufficio dentro un motel. In breve tempo le richieste di farmaci iniziano a fioccare, tanto che dopo pochi mesi la società diventa un’associazione, o meglio un club che per 400 Dollari di iscrizione fornisce ai propri iscritti medicinali gratuiti per curare l’AIDS o meglio per cercare di far durare più a lungo la loro vita, ormai del tutto compromessa. Piano piano l’iniziativa smette di essere meramente imprenditoriale e diventa una specie di missione filantropica, destinata a migliorare la vita di chi è destinato a morire in fretta e senza alcuna speranza di guarire.
Il problema più grande di questo club, comunque, sono i bastoni tra le ruote che gli mette la DFA (Drug & Food Administration), ossia l’organo del Ministero della Salute USA che si occupa di sperimentazione dei farmaci e della loro autorizzazione alla vendita sul territorio americano.

«Sembrava il solito pupazzone da commedia romantica, ma nel giro di pochi anni Matthew McConaughey si è trasformato in un attore pazzesco». (David Denby su GQ Italia, gennaio 2014)
Non posso che sottoscrivere. Secondo me questo qui l’Oscar 2014 per il miglior attore protagonista lo vince davvero. Peraltro non so quanti chili ha dovuto perdere per interpretare un malato in fase terminale. Porello. Lo sforzo andrebbe ricompensato con la più grande onoreficenza in questo campo – appunto.
Altra grande interpretazione quella di Jared Leto. Lo ammetto: non me l’aspettavo davvero. Il quarantenne con la faccia da diciassettenne emo mi ha letteralmente sorpreso: la sua interpretazione del gay emaciato ed effemminato è davvero da premiare (anche questa, sì). Un personaggio davvero difficile, molto sui generis, non la solita macchietta del’omosessuale tutto urletti e sculettamenti. Qualcosa di tremendamente dignitoso e commovente.
Buona performance anche per Jennifer Garner, che – lo ricordo – non è tra le mie attrici preferite. Qui interpreta Eve: una dottoressa che, schifata dai metodi poco chiari e opportunisti dell’ospedale per cui lavora, decide di supportare la battaglia per il diritto alla scelta della cura del protagonista.
Ottima scelta di cast anche per Denis O’Hare: incarna perfettamente il medico intransigente e poco elastico, tutto rispettoso del protocollo e poco incline agli aspetti umani di una vicenda drammatica come il prolungamento della vita di un paziente sieropositivo.
Al sempre buffo Steve Zahn (lo ricordate con gli occhiali da sole in “Out of Sight”?) è andato invece il ruolo di Tucker: il poliziotto buono, nonché compassionevole amico di Ron Woodroof.

Pellicola da vedere assolutamente. Non perdete tempo: fatelo prima che esca dalla programmazione dei cinema italiani.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.