Focaccia Blues

Focaccia Blues

di Nico Cirasola (Italia, 2009)
con Dante Marmone, Luca Cirasola, Tiziana Schiavarelli,
Michele Placido, Lino Banfi, Renzo Arbore, Niki Vendola

Pellicola a metà strada tra un documentario e un filmino amatoriale.
Retorica e luoghi comuni sulla Puglia come se piovessero: il Sole, il buon cibo, la vita semplice, i mestieri di una volta che si vanno estinguendo, l’amore per la terra, la tradizione, le processioni dei santi, la simpatia degli anziani, ecc.
Chi ha ideato il film aveva intenzione di raccontare una storia che è finita sui giornali di mezzo mondo qualche anno fa: l’aneddoto per cui in Puglia il colosso del fast food McDonald’s sia stato sconfitto dalla focaccia di Altamura (Ba).
Ovviamente non c’è bisogno di ribadire che così non fu. L’obiettivo di un ristorante McDonald’s è ovviamente quello di incassare il più possibile, tenendo a pieno regime la cucina e le casse. In posti turistici o nelle grandi città questo funziona abbastanza bene, si tratta di una formula collaudata che va avanti da anni. Ad Altamura però non ha funzionato. Il primo gennaio 2003 infatti, a pochi anni dall’apertura, il locale ha dovuto chiudere perché i costi erano più alti degli incassi. Questo a mio avviso è accaduto per una ragione molto semplice: i ristoranti e le pizzerie in Puglia (come in gran parte del Mezzogiorno d’Italia) sono aperte solo di sera. La quasi totalità delle persone ha una pausa pranzo molto lunga per cui va a mangiare a casa. Non si mangia fuori a pranzo. Questo significa che le attività di ristorazione aprono non prima delle 18.00. Tutte, nessuna esclusa. Dunque avrebbe dovuto farlo anche il McDonald’s locale. Ma probabilmente non l’ha fatto. Non essendosi adattato agli usi locali, il ristorante è stato costretto a chiudere.
Dunque ciò che è successo ad Altamura è stato un errore di calcolo. Ne succedono molti, ovunque. Qualcosa che sarebbe potuto accadere anche in un’altra cittadina del Sud. Ma forse anche nella provincia umbria o in quella veneta. Nei piccoli centri, insomma, il sistema fast food, non potendo contare su grandi afflussi di turisti, né fare affidamento sul commercio di cibo ai soli abitanti del luogo, è molto probabilmente destinato a fallire.

In “Focaccia Blues” si alternano diversi momenti, non del tutto collegati tra loro. Ad esempio ci sono: sprazzi del reportage di un tizio altamurano (dal vergognoso accento) che è andato negli USA a scoprire i luoghi simbolo del colosso della ristorazione americana; brevi e sgrammaticati racconti di alcuni artigiani del luogo; aneddoti sul fallimento del ristorante, raccontati dai cittadini di Altamura; un’intervista al titolare della focacceria che ha primeggiato vittoriosa sugli Americani; incontri con “notabili” del luogo; alcuni intervalli in cui, con un’orrenda macchietta del tutto improvvisata, Banfi e Arbore fingono di competere in cucina su due ricette pugliesi.
Poi c’è la storia principale – l’unico elemento di fiction: il racconto di un fruttivendolo (Dante Marmone) che vende prodotti genuini nati dalla terra natìa, innamorato di una cliente (Tiziana Schiavarelli) ma non corrisposto, dal momento che questa, invece, finisce per perdere la testa per un bizzarro americano (Luca Cirasola) che scorrazza in città su una coupé gialla, un bolide made in USA, vestito con una giacca coloro arancio. La vicenda metaforica allude all’invasione dello straniero (McDonald’s), al fascino che ha esercitato sulla popolazione locale e alla débâcle che ha quindi portato alla ritirata finale.
Per di più, una delle scene finali rappresenta una squallida illusione sessuale. La (bella?) e procace Rosa “tromba” la focaccia proprio come se stesse facendo sesso con il forestiero. Non scandalizzatevi: in Puglia il verbo “trombare” non indica solo volgarmente l’atto sessuale ma viene comunemente usato anche e proprio come sinonimo di “impastare”.

Nico Cirasola e i suoi hanno messo troppa carne al fuoco. Un sacco di idee ma molto confuse. Mille cose da dire, mille luoghi da mostrare, mille persone da far parlare davanti ad una macchina da presa. Il tutto, montato, risulta perciò parecchio confusionario.
Capisco che questo film va, in fondo, preso come una semplice marchetta turistica per la Regione Puglia (istituzione da cui ha preso anche finanziamenti), ma perché buttarla via così? Non era possibile fare qualcosa di meno retorico e banale? Perché ostentare la tronfia ignoranza dei cittadini di Altamura? Perché crogiolarsi nell’essersi opposti ad un barlume di modernità? Lo dico con tutto il rispetto possibile per i Pugliesi (di cui faccio parte), per la tradizione, per il cibo popolare (di cui vado ghiotto), per gli usi e i costumi locali, che vanno ovviamente mantenuti e tramandati. La cosa però non mi è andata giù.

Dante Marmone e Tiziana Schiavarelli lavorano insieme da anni. Sono affiatatissimi, grandi professionisti, per cui nello spettatore pugliese (quale sono) suscitano sempre tanta simpatia.
Su Banfi e Arbore stendiamo un velo pietoso.
L’introduzione invece non l’ho capita. Perché Michele Placido è vestito come un pastore? Qual è il senso del suo riferimento alla magia del cinema vissuta da ragazzino nella sala cinematografica gestita da suo zio? Bah.
Francamente imbarazzante il cameo del Presidente di Regione Nichi Vendola nei panni del titolare di una piccola sala cinematografica.

Nota: il film è stato girato in provincia di Bari, tra Altamura e Gravina di Puglia, ed è stato finanziato anche dalla Apulia Film Commission.

La scheda di Wikipedia.it, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.