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ACAB – All Cops Are Bastards

ACAB - All Cops Are Bastards

ACAB – All Cops Are Bastards

di Stefano Sollima (Italia, Francia, 2012)
con Pierfrancesco Favino, Marco Giallini,
Filippo Nigro, Domenico Diele, Andrea Sartoretti, Roberta Spagnuolo

Qui il trailer

Ok. Andiamo per ordine. Concetti semplici. Mi è piaciuto? No. Perché? L’ho trovato fascistoide e senza una storia forte. Mi verrebbe quasi da dire che la trama non c’è, per quanto è deboluccia e prevedibile.
Il film è stilisticamente valido? Sì. Ha ritmo, certo (anche se nella prima metà non succede quasi nulla) ma non basta. Sollima è bravo e fuori discussione. Peraltro, dirigendo la serie tv “Romanzo Criminale”, l’ha già ampiamente dimostrato e qui non fa altro che confermarlo. Dal punto di vista tecnico e narrativo le cose funzionano. Il problema è che c’è poco da raccontare. Che le forze dell’ordine siano inclini al cameratismo, al nonnismo, al razzismo, all’ideologia reazionaria – persino alla violenza – è cosa nota. Niente di nuovo sotto il sole, dunque. Certo il cinema e la tv italiana non la raccontano così spesso questa realtà, per cui va dato atto a questa produzione di aver toccato un tema importante e difficile da trattare, cioè di averci provato. Ma della riuscita dell’operazione, ecco, non sarei così entusiasta.
Un amico che ha visto con me il film ha giustamente fatto notare come questo possa essere quasi considerato un documentario più che altro. Sollima cioè si limita fotografare una situazione, delinea delle figure ma non le fa evolvere, non sviluppa un racconto su queste vite. I profili di questi poliziotti della sezione celere di Roma sono solo accennati ma non approfonditi. Cinque storie iniziano a correre parallele ma si arrestano subito e in maniera strana, si incrociano poco, non raccontano un percorso, non analizzano nulla.
Ma torniamo all’approccio fascistoide. Io non credo che chi racconti debba necessariamente sposare quello l’idea o l’ideologia che racconta. Anzi, sarebbe gravissimo se così fosse. Però ho notato un certo compiacimento nel tracciare questi profili di uomini violenti, nel constatare come siano quasi vittime del sistema, costretti a usare violenza perché stretti tra due fuochi: la violenza di strada e degli ultras, da una parte, e lo stato assente e colpevolmente incapace di dare risposte, dall’altra.
Oggi ho letto un dibattito in rete a proposito di questo film e mi sono trovato d’accordo con chi ci intravede un “cinema fascista italiano di qualità”.
Non credo invece che la pellicola sia equilibrata, non credo che contenga allo stesso tempo batteri e anticorpi dell’ideologia destrorsa. Anzi. Mi appare completamente sbilanciato dalla parte della violenza necessaria, dell’approccio reazionario come sola via. In questo concerto l’unica nota stonata – se così possiamo chiamarla – l’unica voce contraria è quella dell’ultimo arrivato del gruppo, del giovane Adriano Costantini (bene interpretato da Domenico Diele), il cui ravvedimento – peraltro tardivo – rappresenta il seme della sanità, la speranza delle nuove generazioni; insomma è un po’ come se chi racconta volesse dirci che non tutto è perduto, che il corpo della Polizia (e le forze dell’ordine più in generale) non è completamente marcio, che ancora qualcosa di buono da salvare ci sia e su questo qualcosa vada risposta fiducia. Mah. Permettetemi di essere scettico. A me questa soluzione pare una specie di contentino, una piccola e semplice (semplicistica) soluzione, messa lì per far sì che le inevitabili polemiche sulla pellicola si riducano almeno un po’.
Sia come sia, agli attori va riconosciuta comunque grande professionalità.
In particolare a Marco Giallini (che io stimo da anni) che qui troviamo nel ruolo del poliziotto più anziano, quello severo ma un filo più riflessivo – soprattuto a seguito del suo accoltellamento. La sua è una faccia che dice molto: sa assumere un’espressione severa e riflessiva. In una parola: intenso.
Eccezionale performance anche per Favino che intepreta il celerino estremamente violento e iperfascista, che si trova sotto inchiesta per diversi casi in cui si è lasciato prendere la mano durante il servizio d’ordine allo stadio.
Andrea Sartoretti è straordinario. Lo ricordate come “Bufalo” nella serie “Romanzo Criminale”? Per interpretare Carletto (un ex poliziotto cacciato dal corpo a causa di insubordinazione) è dimagrito molto e ha tagliato i capelli, per cui inizialmente è quasi irriconoscibile, ma la sua cifra stilistica è ormai nota. Recita sapientemente, il suo è un personaggio difficilissimo: una scheggia impazzita ai limiti dell’anarchia selvaggia, un violento disilluso dai principi di ordine e autorità. Bravissimo.
Filippo Nigro non mi è mai piaciuto. Ma qui – va detto – se la cava abbastanza bene. Interessante la scena in cui va a protestare in solitaria davanti all’ingresso del Parlamento perché un giudice gli impedisce di trascorrere del tempo con sua figlia.
Tornando sul messaggio veicolato dal film, vorrei anche segnalare che tutti gli stranieri presenti sono portatori di valori non propriamente positivi: ci sono degli slavi che minacciano la gente pur di ottenere l’elemosina, un’istruttrice di danza ex prostituta, ecc. I politici invece sono rappresentati solo come opportunisti. Lo Stato è assente e vigliacco. Di contro gli uomini che scendono in strada a mantenere l’ordine costituito sono fratelli – si supportano a vicenda, soffrono tanto ma resistono perché sono forti. La loro forza scaturisce dalla coesione. Ditemi voi adesso se non è epica fascista questa. Li vediamo approfittarsi della loro posizione, della divisa, del distintivo, ma il ritratto che si fa di loro è quello di vittime costrette a comportarsi in quel modo, di uomini probi che, pur se abbandonati dalle istituzioni, sopportano con coraggio e abnegazione le ingiustizie del mondo che li circonda.
Altra riflessione: i ragazzini che vedranno il film si identificheranno con i celerini vendicativi e violenti? Certo. Io ci scommetterei. D’altronde la chiave è già tutta nel titolo: ACAB, l’acronimo inglese per “All Cops Are Bastards”, ossia “tutti i poliziotti sono bastardi”. Un gioco infido tutto basato sulla doppia valenza dell’aggettivo. In Italiano con “bastardo” ormai si indica qualcuno che ha fatto qualcosa di male, una persona malvagia, cattiva, feroce. Il significato di “mancanza di genitori” è ormai quasi scomparso del tutto. Ma attenzione: la parola ha anche una certa connotazione pseudo-positiva quando indica ammirazione più o meno latente nei confronti di un essere spietato ma vincente. Non dimentichiamolo.
Un personaggio secondario, anzi una comparsa che interpreta un ragazzo di strada ha tatutato quest’acronimo sul collo. Per dire.

Nota: questo film è basato sull’omonimo romanzo di Carlo Bonini.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Shame

Shame

Shame

di Steve McQueen (USA, 2011)
con Michael Fassbender, Carey Mulligan,
Lucy Walters, James Badge Dale, Elizabeth Masucci
Nicole Beharie, Hannah Ware, Alex Manette, Loren Omer

Acclamato dalla critica come film dell’anno, Shame è qualcosa di intensamente angosciante. Una pellicola cruda e quasi fredda in alcuni passaggi, calda, vibrante e passionale in altri. Materiale di certo creato non per gli occhi di moralisti, puritani. Dunque se vi scandalizzate con facilità, statene alla larga.
Qui trovate il trailer ufficiale italiano.
Brandon Sullivan è un erotomane, una specie di malato di sesso, un uomo che ha bisogno di godere fisicamente quasi senza sosta. Un soggetto affamato di forti emozioni che necessità di scendere fino agli inferi, di perdersi completamente nella ricerca di se stesso.
Solo per scelta, cerca di fuggire dalla famiglia e da qualsiasi tipo di legame affettivo ma non può; sua sorella – la giovane Sissy (interpretata da Carrey Mulligan) – infatti lo raggiunge e si piazza in casa sua, mettendolo con le spalle al muro. La biondina, che di mestiere fa la cantante jazz nei night club, ha bisogno di affetto, di calore, di essere supportata da suo fratello, ma questi non riesce a far altro che respingerla. Grattando via la spessa patina di odio di Brandon, si trova disperazione e vergogna, drammatici shock le cui conseguenze sono state soffocate e represse. Tra lui e sua sorella si intuisce anche una certa tensione sessuale, sebbene non si capisca bene se tra i due s’è mai consumato un rapporto carnale. Di certo entrambi hanno avuto un’infanzia difficile – altro elemento intuibile – vengono cioè da esperienze traumatiche che hanno lasciato segni indelebili nella loro psiche. Entrambi cercano di sfogare nel sesso il loro dramma esistenziale, anche se ognuno in modo diverso. Questa forse, oltre il legame di sangue, è l’unica cosa che li accomuna.
SPOILER
Plot circolare: il film termina così come è inziato. Brandon non riesce a sfuggire alla sua natura di predatore sessuale, anche dopo un altro forte trauma: l’ennesimo tentativo di suicidio di sua sorella.
Fassbender è l’attore più quotato al momento. Amatissimo dalle donne per il suo fascino misterioso e magnetico, in questa pellicola si concede anche diverse scene di nudo frontale, oltre che di sesso. Ha un fisico statuario, dunque non sfigura. Per gran parte del tempo recita senza parlare, con la sola modulazione del corpo – cosa che gli riesce estremamente bene. Trattasi di “figo da paura”, ammettiamolo. Oltre essere un bell’uomo, è anche straordinariamente dotato in quanto a recitazione. Si veda ad esempio il lungo piano sequenza in cui cerca di fare l’amore (senza riuscirvi) con l’unica donna per cui prova sentimenti sinceri. Capolavoro.
Carey Mulligan non mi fa impazzire. L’avevo già vista in “Drive” nei panni di “mammina fragile”. Però devo essere sincero: qui è in parte. Il ruolo dell’anima in pena in cerca di conforto è suo. “Ci sta dentro” direbbe uno giovane.
James Badge Dale ha la faccia del cazzone. In alcun frangenti risulta davvero fastidioso. Lo ricordate in “Rubicon”? Era il protagonista di questa serie tv. Dunque indicato per questa parte del capufficio sfigato che ci prova con ogni donna che gli passa davanti.
Nicole Beharie è una delle attrici più carine di questa pellicola. Molto valida nel ruolo della ragazza che fa breccia nel cuore del protagonista, anche se solo per un paio di giorni.
Fotografia e scelta delle location sono da premio Oscar. Incredibilmente azzeccate. Grande ritratto della New York nottura, metropoli della perdizione. Le scene negli ambienti chiusi, invece, raccontano di un upper class quadrata e iperfighetta. Impeccabile.
Alla colonna sonora concedo cinque stelle su cinque. L’ho trovata eccezionale e azzeccatissima. Pianoforte triste a go-go nelle scene più intense, quelle che raccontano l’inquietudine del protagonista, e musica black funky-disco tutta da ballare per le scene nei club. Ho riconosciuto: “Genius of Love” dei Tom Tom Club, “Rapture” di Blondie e “I Want Your Love” degli Chic.
Nota per audiofili: nel suo appartamento dall’arredamento ipercontemporaneo il protagonista tiene una discreta collezione di vinili e un giradischi Technics 1200.
Voto alla pellicola: 7. Non male davvero ma forse le recensioni dei critici creano troppa aspettativa.
Notevole la locandina americana.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Interview

Interview

Interview

di Steve Buscemi (USA, 2007)
con Steve Buscemi, Sienna Miller

Pellicola che potrebbe benissimo essere una pièce teatrale. Racconto a due sole voci. Qui due volti bastano per realizzare un capolavoro di film. Due protagonisti, un’intervista da realizzare.
Guarda qui il trailer.
Lui – Pierre Peders – è un giornalista di politica interna sulla cinquantina, un ex reporter di guerra molto pieno di sé che adesso fa l’opinionista e il cronista da Washington. Cinico, disilluso, maleducato e parecchio stronzo. Si capisce subito che non ha alcuna voglia di intervistare un’attricetta.
Lei – Katya – è un’attrice sulla cresta dell’onda. Giovane, biondissima, bellissima. Anche lei un po’ stronza. Un volto strordinario su un corpo mozzafiato. Gira quasi solo film di serie B o horror inutili. I fan e gli spettatori in generale di lei ricordano soprattutto il seno florido. Tutti credono che sia stupida e che non sappia recitare ma che abbia raggiunto la vetta dello star system solo perché sia andata a letto con la gente giusta. L’intervista però sarà l’occasione per dimostrare il contrario.
Il lunghissimo dialogo tra i due in realtà è un duello, una sfida. Anzi una guerra formata da una fitta sequenza di battaglie combattute a colpi di menzogne, seduzione e scaltrezza. La vittoria sarà affidata al miglior attore, nel senso più ampio del termine.
Katya e Pierre son come due boxeur che si incontrano su di un ring, due lottatori infaticabili, due primedonne che cercano di primeggiare l’una sull’altra, due faine laide che fanno di tutto per mettere in difficoltà la loro preda prima di azzannarla. Il loro solo e unico obiettivo è portare a casa il risultato e per ottenerlo non lesinano colpi bassi, cattiverie, bugie.
I colpi sferrati dai due combattenti sono spesso angherie di tipo psicologico che, accatastandosi l’una sull’altra, finiscono per montare pian piano una guerra di nervi, da cui uscirà vittorioso il meno credulone dei due.
Quasi tutta la pellicola si svolge in ambienti chiusi: un lussuoso ristorante di New York e l’affascinante loft in cui abita Katya – a parte un paio di brevi scene girate per strada, nei pressi di un marciapiede.
Guarda qui una foto di scena.
In “Interview” la recitazione dei due attori protagonisti è stata fondamentale: se fosse stata pessima (ma non lo è stata affatto), il film probabilmente non avrebbe avuto alcun valore – nonostante, va detto, sia scritto ottimanente. La chiave di tutto sono i dialoghi, i botta e risposta tra Katya e Pierre, dunque grande plauso a chi li ha creati.
Sia Buscemi che la Miller qui sono ai loro massimi livelli recitativi: eccellenti interpreti. Tra protagonista femminile e attrice che la interpreta, inoltre, ho intravisto un certo parallelismo. La rivincita di Katya, cioè, è un po’ anche quella di Sienna Miller; dopo questa pellicola – voglio dire – nessuno potrà permettersi di affermare che non è una straordinaria attrice.
Voto globale: 8 e mezzo. Da vedere assolutamente.
Nota: uqesto “Interview” è il remake americano dell’omonimo film diretto da Theo van Gogh,

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Ci può essere fuoco senza fiamma?

L’espressione “fare fuoco e fiamme” è semanticamente errata. Il secondo elemento è parte fondamentale del primo. Anzi, ontologicamente il primo non può esistere senza il secondo. Insomma è un po’ come dire “affogare nell’acqua e nell’idrogeno”. Quantomeno ridondante.

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes
(The Adventure of Sherlock Holmes’ Smarter Brother)

di Gene Wilder (USA, 1975)
con Gene Wilder, Marty Feldman, Madeline Kahn,
Dom DeLuise, Leo McKern, Roy Kinnear, Douglas Wilmer, Thorley Walters

Ennesima commedia ispirata ai romanzi di Sir Conan Doyle. Vaghissimamente ispirata. Cioè diciamo che, più che altro è una parodia. Di investigativo c’è ben poco. Ecco, immaginate una commedia come “Young Frankenstein” solo meno divertente. Non per nulla il cast è quasi identico. viagra meglio tre dei principali attori sono gli stessi.
Gene Wilder dirige se stesso nei panni di Sigerson, il fratello (che si crede) più furbo di Sherlock Holmes. In realtà è una specie di investigatore cialtrone.
Marty Feldman ha il ruolo del sergente Orville Stanley Sacker, un ometto buffo dalle capacità mnemoniche strabilianti che in questa avventura fa da aiutante di Sigerson.
Qui potete vedere una foto di scena.
Quella peperina di Madeline Kahn interpreta Jenny Hill, la figlia di un ministro inglese: un’attrice di teatro mangiauomini, tanto bugiarda, quanto seducente.
Un giovane Dom DeLuise veste i panni di Eduardo Gambetti: un cantante di opera lirica di origine italiane, nonché ricchissimo furfante che commissiona il furto di un importante documento segreto dell’intelligence inglese per rivenderlo poi ad alcune spie estere.
Leo McKern dà il volto a un buffisimo prof. Moriarty: un ciccione con mille tic – anch’egli molto cialtrone – tanto maldestro (soprattutto nei calcoli artimetici) che è davvero difficile prenderlo seriamente per “villain”.
I personaggi di Sherlock Holmes e del Dr. Watson sono del tutto irrilevanti per la storia. Appaiono solo ad inizio pellicola, anche se in un certo senso “vegliano” su tutto lo svolgimento dei fatti.

Quella che vedete qui sotto è la copertina del DVD italiano, che si rifà alla locandina originale americana.

Il fratello più furbo di Sherlock Holmes

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Nuova fragranza su questa pelle

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SmeercHouse 22 Gennaio 2012

Eccomi ancora qui. Questa è la prima puntata della nona stagione di SmeercHouse. La pausa dall’ultima edizione della trasmissione è stata lunghissima, per cui vogliate scusarmi. Ma nulla è cambiato – apparentemente. Solo la sigla per il momento non c’è ancora. Bisogna creare qualcosa di nuovo. Non he ho avuto il tempo. Siate clementi.

Questa volta il podcast dura 122 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul lettore che vedete qui sopra. Se invece volete portarvelo in giro, potete scaricarlo cliccando qui (File mp3 da 55,9 MB codificato Joint Stereo a 64 Kbps – 24 Khz)

La playlist:
1. Air feat. Victoria Legrand – Seven Stars
2. Nicola Conte – The Dharma Bums
3. Truby Trio – A Go Go
4. Briskey – Galactic Jack (Buscemi Beat to the Beatnick Remix)
5. Koop – Waltz for Koop (Dj Patife Remix)
6. Mayer Hawthorne feat. Noelle Scaggs – All Long Time
7. Mark Ronson feat. Erykah Badu, Mos Def, Tromobone Shorty & Joseph ‘Zigaboo’ Modeliste – A la Modeliste
8. Raphael Saadiq – Let’s Take a Walk
9. Ben Westbeech – Butterflies
10. Jay-Z feat. B.I.C. – Glory
11. Betty Wright & The Roots feat. Lil Wayne – Grapes on a Vine
12. Kelis vs. Michael Jackson – Billie’s Milkshake (James Davids Mix)
13. Ghemon/Gilmar – Nessuno è perfetto
14. Radio Deejay – Massena Christmas Party
15. Toto Cutugno + Blur – Lasciatemi cantare i Blur
16. Star Slinder feat. Reggie B. – Dumbin’ (Diplo Remix)
17. Azealia Banks – NeedSumLuv
18. Toro y Moi – Sweet
19. Playgroup – Front 2 Back (Fatboy Slim Remix)
20. Milk & Sugar feat. Miriam Makeba – Hi- A- Ma (Pata Pata) (Club Mix)
21. Nu-Moods – Muciacio (Original Mix)
22. Rihanna feat. Calvin Harris – We Found Love
23. Skrillex – First of the Year (Equinox) (Original Mix)
24. Duck Sauce – Big Bad Wolf
25. Dj Gregory – Elle (EOL Ritual)

Il giorno in più

Il giorno in più

di Massimo Venier (Italia, 2011)
con Fabio Volo, Isabella Ragonese,
Roberto Citran, Valeria Bilello, Luciana Littizzetto,
Stefania Sandrelli, Lino Toffolo, Pietro Ragusa, Irene Ferri,
Camilla Filippi, Stella Pecollo, Jack Perry, Paolo Bessegato,
Anna Stante, Hassani Shapi, Nick Nicolosi

Questa pellicola, in cui recita Fabio Volo, è tratta da un libro di Fabio Volo. Scusate la ridondanza.
Come possiamo chiamarlo quello di Fabio Volo? Buonismo a buon mercato? Sentimentalismo da quattro soldi? Non importa. La sua non è letteratura di alta qualità. Forse. Ma a chi fa danno? A me no di certo. Dunque perché accanirsi contro quest’uomo?
Ma parliamo del film. Fino a 10 minuti della fine pensi che sia solo una banalissima commedia sentimentale. All’italiana. Poi diventa un WTF (What The Fuck) – direbbero gli anglofoni. Cioè la fine è totalmente assurda: una serie di coincidenze più che forzate. Una sequela di fatti che è praticamente impossibile che si verifichi. E il tutto perché? Per quale motivo? A che scopo? Per far sì che la storia finisca bene. Che i due amanti si ritrovino e si amino per sempre. Bah!

Milano. Il protagonista – tale Giacomo – è un trentenne immaturo, belloccio, benestante. Per vivere fa l’account in una grossa società. Vive solo perché la sua ragazza lo ha appena lasciato. Lei voleva qualche certezza in più mentre lui non vuole proprio saperne di fare sul serio. Non riesce a stare con una ragazza per più di qualche mese. Finita questa storia decide di starsene un po’ da solo. Non potendo più usare la macchina – perché la sua ex gli ha lanciato le chiavi nel naviglio – ogni giorno è costretto ad andare al lavoro con i mezzi pubblici. Proprio sul tram incontra – ogni mattina – una misteriosa ragazza e se ne innammora. Così, senza motivo. Sul tram. Che romanticheria, eh? Nel frattempo racconta a tutti di essere fidanzato con una tizia di cui è pazzamente innamorato perché ha notato che, così facendo, non viene più additato come il single stronzo sciupafemmine.
Dai e dai, a forza di lanciarsi gli sguardi, finisce che si parlano. Dunque un giorno Giacomo e Michela scendono dal tram e vanno a prendere un caffé, fanno conoscenza. A momenti lui viene preso per un pazzo perché un imprevisto lo costringe a gettare la maschera subito. Le dice quindi che in giro ha raccontato balle sul loro conto, che si è inventato tutto. Che è lei il volto della donna con cui dice di essere fidanzato. Comunque la situazione non precipita. Infatti escono a cena insieme e… niente. La serata non finisce come sarebbe potuta finire. Leggi: non vanno a letto insieme. Lei sta per partire. Deve andare negli USA perché è appena stata assunta come editor in un’importante casa editrice. Per cui non approfondiscono. Non vanno “oltre”. Si salutano mestamente e tutto finisce lì. Apparentemente.
Sì perché poi lui scopre di dover andare in Argentina per lavoro. Una settimana circa in Sud America. Arrivato a New York in aereo però, Giacomo decide di fare una pazzia: va a trovare Michela. Non prende la coincidenza per Buenos Aires ma va a farle una sopresa. L’incontro inizia con il piede sbagliato però si rimette subito sulla strada giusta. I due trascorrono insieme quattro meravigliosi giorni giocando a fare i fidanzatini a New York. Anche questa è un’altra bella romanticheria forzata, non trovate?
La gelosia però fa brutti scherzi. Il capo di Michela è visibilmente innamorato di lei e a Giacomo questo non va giù, peraltro lui ha dei casini a casa con l’appartamento per cui deve tornare al più presto in Italia. Insomma si lasciano male. Così lei resta a New York perché indaffaratissima con incontri di lavoro e lui torna con la coda tra le gambe a Milano, dove si accorge poi di essere un brutta persona, di essersi comportato male con gli amici, con la famiglia e con l’unica persona che ama davvero.
Ecco. Qui il film prende una bruttissima piega. Diventa palesemente assurdo. Lui torna a NY. Lascia una lettera d’amore tra i libri di lei, intrufolandosi in casa sua come se fosse un ladro. Lei però non la legge subito, anzi non si accorge, trasloca. Il tomo si perde e prima di arrivare nelle mani di lei compirà un viaggio dalla probabiltà pressoché nulla (nel mondo reale). Comunque sarà solo la serendipità a far sì che le parole di Giacomo arrivino a Michela. Pare che “Il giorno in più” abbia parecchi punti in comune con il film “Serendipity”. (M’han detto) Sarà vero?
Sulla recitazione di Fabio Volo non mi esprimo. Non è un attore. Non è tenuto ad essere un grande interprete. Sappiamo tutti che la sua facciona sta sulla locandina per portare il maggior numero di donne al cinema. Tutto qui. E a me sta bene che sia così. Perché fare i moralisti inutilmente?
Isabella Ragonese invece è sempre più brava. Perfetta per questa parte. Spiace che ormai chiamino lei solo per quei ruoli in cui non c’è bisogno di una bellona o di una superfiga. Non sarà un po’ svilente? A me spiace. Se fossi nei suoi panni, inizierei a sentirmi un po’ offeso. Anzi offesa.
Il personaggio più simpatico del film è quello interpretato dal redivivo Lino Toffolo: il compagno della mamma di Giacomo (Stefania Sandrelli), ossia un uomo sulla settantina molto affettuoso e premuroso, oltre che paziente. Insomma buffo ma buonissimo.
A Pietro Ragusa la parte dell’account incapace ma logorroico. Un ex fisico ridottosi a lavorare in una maxi azienda come addetto al rapporto con i clienti. Una specie di super-sfigato separato e con figli. Il primo ad essere licenziato dal reparto risorse umane nel momento di crisi.
La più sexy del film è Irene Ferri, che putroppo però ha solo un paio di scene. Qui interpreta una manager “spregiudicata” o meglio fedifraga.
Valeria Bilello fa la parte della isterica, una che dà di matto perché non ne può più degli infantilismi del suo ragazzo. Tra l’altro il personaggio ha pure ragione. Brava. In parte.
Luciana Littizzetto ha solo un cameo (girato in ascensore). Dà il volto a un’account incazzatissima con il protagonista perché questo le ha soffiato un importantissimo viaggio di lavoro su cui lavorava da tempo.
Hassani Shapi ha il ruolo di vicino di casa del protagonista. Una specie di maggiordomo saggio, nonché consigliere sentimentale di Giacomo.
Roberto Citran è il capo della grande azienda che commissiona a Giacomo il lavoro in Argentina, nonché papà della sposa. A proposito: ne approfitto per dire che, a mio avviso, la scena del matrimonio della figlia dell’imprenditore (Stella Peccolo) è quasi un pezzo iper-realista. Racconta l’Italia del 2011 in maniera incredibile. Perfetto. Una delle cose migliori di tutta la pellicola.
La colonna sonora l’ho già rimossa.
Nota senza senso: Fabio Volo recita per tutto il film con la barba.
Nota sul cast: il regista è lo stesso dei film di Aldo, Giovanni e Giacomo.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

32 dicembre

32 dicembre

32 dicembre

di Luciano De Crescenzo (Italia, 1988)
con Luciano De Crescenzo, Renato Scarpa, Riccardo Pazzaglia,
Enzo Cannavale, Vanessa Gravina, Grazia Scuccimarra,
Caterina Boratto, Patrizia Loreti, Riccardo Cucciolla,
Silvio Ceccato, Antonio Allocca, Gerardo Scala, Massimo Serato,
Benedetto Casillo, Sergio Solli, Silvia Annichiarico

Commedia partorita dalla mente di Luciano De Crescenzo, che qui troviamo nel ruolo di attore, regista, autore e sceneggiatore. L’ironia è quella tipica dei suoi romanzi e dei suoi film, sullo stile di “Così parlò Bellavista”, insomma. Anche parte del cast è lo stesso – vedi Pazzaglia, Casillo e Solli.
Tre sono gli episodi che formano l’opera: tutti aventi come tema portante il tempo, il suo significato, la sua fugacità, le relatività delle convenzioni umane, ecc.
Nel primo episodio – “Ypocrites” – un uomo (Silvio Ceccato), fingendo di credersi Socrate, ogni giorno pretende che in casa sua si insceni una piccola recita a cui prendono parte anche alcuni figuranti prezzolati. Sua moglie (Grazia Scuccimarra) lo asseconda malvolentieri e sopporta le bizzare richieste del marito, almeno sino a quando questi non cerca di approfittare della sua insanità mentale apparente per sedurre la cameriera.
Nel secondo – “La gialla farfalla” – una nonna molto vitale e di bell’aspetto (Caterina Boratto) decide di vivere gli ultimi anni della sua vita senza remore, con grande leggerezza, come se fosse una ragazzina, anche se suo figlio, sua nuora e il resto della famiglia (nipote esclusa) voglia proibirle di comportarsi in questo modo. Nonostante tutti gli ostacoli, riuscirà comunque a coronare il suo sogno: sposare un coetaneo di cui è innamorata e fuggire con lui all’estero, peraltro portando via con sé una discreta somma di denaro estorta ai suoi parenti con l’inganno.
Nel terzo – “I penultimi fuochi” – un padre di famiglia disoccupato (Enzo Cannavale) trascorre l’intera giornata del 31 dicembre alla ricerca di 100.000 Lire con cui comprare un po’ di petardi per festeggiare “dignitosamente” con la sua famiglia la notte di San Silvestro. Vaga per tutta la città quasi elemosinando, toccando alte vette di umiliazione; incontra molte persone (tutti napoletani) ma nessuno gli concede un prestito, né gli fa credito. Il racconto della sua miserrima avventura avviene in una caserma, davanti a un commissario che l’ha fermato proprio per aver sparato dei botti.
De Crescenzo nel primo episodio interpreta uno psichiatra chiacchierone che distilla perle di filosofia spicciola, nel secondo un prete poco ortodosso e nel terzo un professore di astronomia rinchiuso nell’osservatorio di Capodichino.
Vanessa Gravina è un’adolescente dalla lingua lunga, amica e complice della sua nonna vitale; risponde a tono ai suoi genitori senza vergogna con piglio deciso e uno slang giovanilista ai limiti del ridicolo.
Massimo Serato interpreta lo spasimante della nonna: un anziano povero in canna ma affascinante ed elegante dal lessico e dai modi molto raffinati.
A Renato Scarpa De Crescenzo ha assegnato il personaggio del figlio apprensivo della nonna arzilla.
Silvia Annichiarico è un’altra parente della nonna, forse una figlia più giovane.
Riccardo Pazzaglia appare nella veste di un avventore di bar un po’ impiccione: un napoletano disgustato dalla tradizione tutta napoletana di sparare petardi per festeggiare l’anno nuovo.
Benedetto Casillo e Sergio Solli sono due poveracci che in casa del matto che si crede Socrate recitano la parte rispettivamente di Antistene e Aristippo.
Il buffo Gerardo Scala invece si traveste da Diogene pur di entrare a far parte della piccola compagnia che recita i filosofi greci.
Antonio Allocca (ricordate il professore coi baffi della serie “I ragazzi della 3^ C”?) ha una piccola scena in cui recita la parte del merciaio.
Una delle scene più divertenti (e più note) di tutta la pellicola è quella in cui un uomo concede un prestito a suo fratello a patto che questi per 30 minuti resista all’umiliazione di essere pubblicamente deriso davanti a parte della famiglia e alcuni vicini di casa.
Alla sceneggiatura del film ha partecipato anche Lidia Ravera.
Le musiche sono state composte e dirette da Tullio De Piscopo.
Pellicola curiosa e divertente. Voto: 6. Sufficiente. Da vedere se avete già visto altri film di De Crescenzo, se avete letto qualcuno dei suoi libri o se comunque il personaggio è di vostro gradimento.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

La talpa

La talpa
(Tinker Tailor Soldier Spy)

di Tomas Alfredson (Germania, Gran Bretagna, 2011)
con Gary Oldman, John Hurt, Mark Strong,
Toby Jones, David Dencik, Ciarán Hinds, Colin Firth,
Stephen Graham, Benedict Cumberbatch, Kathy Burke,
Svetlana Khodchenkova, Tom Hardy, Oleg Dzhabrailov,
Tomasz Kowalski, Peter McNeil O’Connor, Konstantin Khabenskiy

Film di spionaggio tratto da un romanzo di John Le Carré. Il sottotitolo dell’edizione internazionale è “The Enemy Is Within” (Il nemico è all’interno), il che dovrebbe dire molto sul tipo di pellicola.
Qui potete vedere il trailer italiano.
Dunque andiamo con ordine. Il film è stilisticamente ineccepibile. Tutto molto preciso, pulito, elegante. Anche nelle scene più semplici. Fotografia splendida. Grande cura per gli abiti e per la ricerca/sistemazione delle location. Persino i bugigattoli e le topaie in cui sono girate alcune scene emanano carisma.
Sul cast nulla da eccepire. Oldman è davvero eccelso nella sua flemma da spia esperta/investigatore attempato. Interpreta George Smiley, un agente segreto in pensione che viene ingaggiato dal sottosegretario inglese alla Difesa per scovare la talpa che si nasconde da oltre 25 anni nell’agenzia di intelligence da cui poco tempo prima è stato cacciato via.

Benedict Cumberbatch – quel giovin belloccio con gli occhi blu che fa da protagonista nella straordinaria serie tv inglese “Sherlock” – se la cava egregiamente nei panni del braccio destro di Smiley. Anche nelle scene più concitate in cui si scalda perché viene tenuto all’oscuro di alcuni dettagli, rischiando di essere arrestato.
Colin Firth è Bill Haydon, il solito piacione che seduce donne e nasconde un segreto. Amicone dell’agente Jim Prideaux, Haydon sprizza fascino a fontane, tant’è che in certi frangenti ti fa sospettare persino una liaison omosex tra i due.
John Hurt interpreta il “grande vecchio”. Il più anziano del team nonché direttore del “Circus”, ossia dell’agenzia di spionaggio inglese fulcro della vicenda. Impeccabile. Peccato che il suo personaggio muoia subito e che appaia in non più di 5 scene.
Ciarán Hinds ancora una volta porta dietro con sé in scena la faccia da pezzo di merda (ma non pensiate che sia un insulto).
A Toby Jones e a David Dencik hanno affidato le parti dei due personaggi più odiosi e fastidiosi. Sono rispettivamente: Percy Alleline e Toby Esterhase, due alti dirigenti del Circus, due facce che capisci subito hanno mille cose da nascondere.
Mark Strong è il duro con le giacche di pelle. L’agente Prideaux, il bel tenebroso che va in missione, che sacrifica persino la sua vita per fare chiarezza nell’agenzia. Più avanti lo scopriremo anche professore di francese ai limiti della pedofilia. (Si fa per dire).
Stephen Graham (l’attore che interpreta Al Capone in “Boardwalk Empire”) è quasi una maestranza del Circus. Piccola parte anche per lui.
Kathy Burke fa l’anziana ubriacona obesa, ormai in pensione forzata, a cui però va il merito di individuare la prima fondamentale falla nel sistema di bugie creato a protezione della talpa.
La bionda Svetlana Khodchenkova è la russa che fa perdere la testa al giovane agente Ricki Tarr (interpretato quasi anonimamente da Tom Hardy).
Dicevamo: la pellicola è tratta da un romanzo di Le Carré e Le Carré, lo sappiamo, non si tocca, essendo egli ritenuto un mostro sacro dei romanzi di spionaggio. Ma c’è un ma. Qualcosa non va. Qualcosa non funziona. Alcuni meccanismi non tornano. Alcune sottotrame vengono introdotte e lasciate in sospeso senza alcuna chiara soluzione, inoltre la scena madre, quella cioè in cui si fa luce sull’identità della talpa, è costruita bene sino al momento della rivelazione stessa. Mi spiego: Alfredson è bravo nel creare la tensione, nel costruire suspance, ma al momento del “dunque” – quando deve “quagliare” – si perde. Non realizza. È come un gol fallito a porta sguarnita. Tanto rumore per nulla. Il colpevole non reagisce, nessuno si scompiglia di un millimetro. D’accordo, questi sono inglesi, hanno tonnellate di “self control” ma qui si esagera. I colpevoli capitolano senza opporre la minima resistenza, piangono come donnette quando vengono sgamati, accettano rimpatrii coatti senza nemmeno sferrare un pugno o tentare la fuga all’ultimo momento. Dunque non ci siamo. Questo è il punto debole di un film davvero gradevole.
Forse dura un po’ troppo, vero. Magari è lungo però se vi dicono “è lento” non credeteci. Non si tratta di velocità nel cambio di scena o di dinamiche rallentate dei personaggi. Il problema qui è un altro. Potrei dire di scrittura ma non è così. Anche se non ho letto il testo, sono (quasi) sicuro che si è trattato di una cattiva intepretazione, anzi di trasposizione dalla carta alla celluloide non proprio fedelissima.
Il concetto è che l’investigatore anziano gioca una partita a scacchi con i Russi, con lo spionaggio del blocco avversario – capeggiato dal famigerato Karla: una partita in cui un un certo qual modo egli stesso è coinvolto. Attenzione: siamo nel 1975, in piena Guerra Fredda e gran parte dei protagonisti sono reduci della prima Guerra Mondiale, gente che ha combattuto sul campo e che ha iniziato a muovere i primi passi nell’intelligence proprio nel secondo dopoguerra. Dico questo per contestualizzare il racconto, per dare una cornice storico/geografico/politica alla vicenda che viene raccontata.
Altro punto debole è lo svelamento della verità. Chi sono le vittime e chi i carnefici lo si capisce subito, dopo appena una ventina di muniti dall’inizio del film. Fatta la tara, cioè eliminando il protagonista e chi viene ucciso, il resto è semplice da capire. Il nome della talpa non è immediatamente rivelato ma ben presto viene definito il quartetto di figuri tra cui individuare il traditore.
La colonna sonora, che è stata composta da Alberto Iglesias, a me in un paio di frangenti ha ricordato un pezzo degli Zero 7 estratto dall’album “Simple Things”.

Ahinoi anche questa volta la locandina internazionale è molto più figa di quella italiana.

La scheda IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.