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Milano Calibro 9

Milano Calibro 9

di Fernando Di Leo (Italia, 1972)
con Gastone Moschin, Barbara Bouchet,
Mario Adorf, Philippe Leroy, Ivo Garrani, Lionel Stander,
Frank Wolff, Luigi Pistilli, Mario Novelli, Ernesto Colli

Questo è di certo uno dei più noti film del genere che viene abitualmente definito “Poliziottesco”, ossia quella specie di polizieschi all’italiana, anche categorizzati come “B movies”, molto diffusi negli anni ’70.
Fernando Di Leo è considerato uno dei migliori esponenti di questo filone e questo film lo conferma. Devo essere sincero: non mi aspettavo un prodotto di questa fattura. La sua visione mi ha stupito: ho riscontrato una trama tutt’altro che banale, tecnica registica abbastanza innovativa (per quegli anni) e recitazione di primo livello.
Nota: questo film è stato tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Scerbanenco.
La trama. Un malavitoso abbastanza noto nel giro milanese, tale Ugo Piazza, torna in libertà dopo essere stato in carcere per circa 3 anni. Non appena mette piede fuori da San Vittore, viene raggiunto dagli scagnozzi dell’Americano (un vecchio ganster italo-americano magnificamente interpretato da Lionel Stander), che gli intimano di rivelare il posto dove ha nascosto il generoso bottino di un colpo non andato a buon fine. Il denaro (300.000 Dollari da riciclare) è stato sottratto tre anni prima proprio all’Americano durante uno scambio tra alcuni corrieri. Il vecchio boss pensa che i soldi siano stati occultati da Ugo Piazza ma questi si dichiara più volte innocente e si dimostra comunque reticente a svelare il luogo dove sarebbe nascosto il malloppo, nonostante minacce e ripetute occasioni di violenza fisica. Per non perderlo di vista, comunque, l’Americano decide di riprendere Piazza nella sua banda, mettendogli a fianco altri suoi scagnozzi, come il gretto siciliano Rocco, a fargli da “angeli custodi”. Nel frattempo Piazza riallaccia i rapporti con Nelly, la sua biondissima vecchia ex che si esibisce come ballerina in un nightclub e con l’amico Chino, un killer professionista affiliato ad un’altra banda, un tempo gestita da Zio Vincenzo (Ivo Garrani), un vecchio padrino siciliano ormai cieco.
Non svelo altro per non rovinare la sorpresa – anche se non so che senso abbia evitare lo spoiler per una pellicola che ha ormai quasi 40 anni. Sappiate solo che il finale è alquanto originale e sorprende un po’. Non è impossibile capire come andranno a finire le cose, ma non si tratta nemmeno di un epilogo del tutto scontato.
Gastone Moschin è bravissimo – questo mi pare logico, non sono io a doverlo ribadire. Mi chiedo però se fosse davvero la scelta migliore per questo tipo di personaggio. Mi spiego: Ugo Piazza è un duro, uno furbo, taciturno, leale ma spietato. Un uomo col cuore tenero nei confronti delle persone che stima, ama e rispetta, ma che non si tira indietro quando c’è da sparare o accoltellare uno che se lo merita. Ecco, Moschin non ce l’ha la faccia da duro. Non ce l’ha mai avuta. Quella pelata regolare, quegli occhi chiari, non sono tratti da aspro malavitoso. Per di più quando ha girato questo film aveva già 43 anni. Un bel po’ di rughe e una certa pancetta sono ulteriori elementi che mettono in crisi la figura del gangster protagonista della Milano violenta.
Barbara Bouchet è semplicemente splendida: non solo ultra-bellissima, affascinante, giovanissima e molto dolce, ma anche decisamente brava nel ruolo della bellona che serba devozione nei confronti dell’uomo che le ha rubato il cuore.
Una delle scene più belle (e famose) del film è quella in cui Piazza torna nel night dove era cliente abituale e trova la sua ex che balla tra i tavoli.
Mario Adorf è quasi da macchietta nei panni del violento, stupido e sbruffone Rocco.
Philippe Noiret, sempre alto, molto magro e già stempiatissimo, interpreta Chino, questo giovanottone inflessibile e spietato, esile ma grande picchiattore, assassino scaltro e freddo ma anche grande uomo d’onore, pronto ad aiutare un amico fraterno in difficoltà.
Frank Wolff è il sanguigno commissario capo: un poliziotto vecchia scuola, tutta forza e linguaggio truce; la sua figura si contrappone al giovane, moderno e democratico vicecommissario Mercuri (interpretato da Luigi Pistilli) in una dialettica che serve a far emergere una certa critica sulla gestione dell’0rdine pubblico da parte delle forze dell’ordine durante il buio periodo degli anni di piombo e della contestazione giovanile.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

A Dangerous Method

A Dangerous Method

di David Cronenberg (Gran Bretagna, Francia, Canada, Irlanda, 2011)
con Keira Knightley, Michael Fassbender, Viggo Mortensen,
Vincent Cassel, Sarah Gadon, André Hennicke

Ancora una volta Cronenberg non delude.
A Dangerous Method racconta le vicende personali dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung o, più precisamente, dei suoi rapporti più o meno sentimentali con la sua paziente Sabina Spielrein e delle relazioni professioniali con quello che può essere considero il suo mentore/ispiratore, il padre della psicanalisi, Sigmund Freud.
La storia è lineare, raccontata senza salti logici, né flashback o flash forward. Tutto molto chiaro e semplice da seguire. Il film è così ricco di eventi e dialoghi che non ci si annoia mai. Applausi.
Al centro dei fatti c’è la figura di Jung e i suoi chiaro/scuri, ossia il fascino che subisce verso la sua giovane paziente (la Spielrein), che poi diventerà sua collaboratrice e amante, la riluttanza nel vivere sino in fondo i suoi sentimenti verso questa donna, la deontologia professionale, il conformismo, l’essere pavidi, il complesso di inferiorità nei confronti di Freud, il desiderio di spingere oltre i confini della scienza e della razionalità gli studi sulla psiche umana.
Grande merito della riuscita della pellicola va dato ai tre attori protagonisti (quelli che vedete nella locandina).
A mio avviso, l’idea di prendere Michael Fassbender per interpretare Jung è stata ottima. Non solo dal punto di vista dell’aspetto fisico ma anche per la compostezza della sua recitazione e per qualche ragione legata alla prossemica e al modo in cui questo attore ha trasmesso agli spettatori il pensiero e le emozioni dello psichiatra svizzero.
Keira Knightley vi pare carina? Ok, piace anche a me – a volte – ma non è importante in questo caso. Parliamo di come e cosa recita. Di primo acchitto, nelle prime scene in cui il suo personaggio dà di matto, ti sembra quasi che stia esagerando, che stia andando sopra le righe. Ma vi assicuro che non è proprio così. Le sue doti recitative si possono apprezzare meglio più avanti, cioè nei passaggi durante i quali la Spielrein prende coscenza del suo ruolo, diventa determinata e decide di vivere la sua vita da adulta, lontano dall’ala protettiva di Jung.
Ad alcuni spettatori Viggo Mortensen è risultato quasi irriconoscibile. I truccatori l’hanno invecchiato pesantemente – barba grigia compresa – per renderlo il più possibile simile a Freud. Incredibile quanta flemma sia riuscito ad infondere al suo personaggio. Mimesi riuscita alla perfezione: per tutta la durata del film si ha la convinzione di trovarsi proprio davanti all’esimio fondatore della psicologia.
Viggo Mortensen ha solo poche scene. Interpreta uno dei tanti pazienti di Jung, una specie di giovane viveur scavezzacollo, mezzo matto, appassionato di donne e psicologia, cronicamente represso a causa dell’eccessivo autoritarismo di suo padre.
Alla bella Sarah Gadon è stata assegnata la parte della dimessa signora Jung, una tipa apparentemente innoqua che in un’occasione però, di fronte al tradimento di suo marito, prova a giocare la disperata arma della pubblica diffamazione.
La ricostruzione di abiti, interni e luoghi in generale è pressoché ineccepibile. Grandi applausi anche da questo punto di vista, dunque.
Colonna sonora non pervenuta. Non ci ho fatto caso. Non me la ricordo.

Nota: il film è tratto dalla pièce teatrale ”The Talking Cure” di Christopher Hampton e dal romanzo “A Most Dangerous Method” di John Kerr.

Qui trovate la locandina per il mercato americano.
Qui il trailer originale in HD
. Qui quello in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

This Must Be The Place

This Must Be The Place

di Paolo Sorrentino (Italia, Francia, Irlanda, 2011)
con Sean Penn, Francine McDormand, Harry Dean Stanton,
Judd Hirsch, Eve Hewson, David Byrne, Olwen Fouere,
Kerry Condon, Simon Delaney, Joyce Van Patten, Shea Whigham

Ok. Non lasciamoci prendere dai pregiudizi. Facciamo un gioco. Dimenticate per un attimo che il regista è Sorrentino e che la faccia del protagonista è quella di Sean Penn; poi ponetevi questa domanda: “Ma quanto può essere noioso un altro film che tratta di Olocausto e rapporti difficili tra padre e figlio?”. Bene. Rispondetevi in tutta sincerità. A voi stessi. Non è che dovete dirlo in giro. La risposta tenetela per voi. Questo è già un primo passo verso la valutazione del film.
Io mi limito ad aggiungere che qualcosa di buono l’ho visto. Anzi no, qualcosa di davvero ben fatto: la tecnica registica (inquadrature, fotografia, ecc.) e la recitazione di gran parte degli attori e di Sean Penn prima di tutti.
Ho grande stima per Sorrentino e mi spiace che questa volta non sia riuscito a realizzare un’altra pellicola delle sue. I suoi film precedenti mi sono piaciuti, tutti e tanto. Per cui la delusione è ancora più grande. Non basta avere un grosso budget, non basta andare a girare negli Stati Uniti, non basta mettere davanti alla macchina da presa un colosso di Hollywood come Penn (e fagli decine di primi piani) per ottenere un gran film. Putroppo “This Must Be The Place” lo dimostra.
Se qualcuno vi dirà il film lento, non credetegli. Non è questo il problema. Esistono film splendidi e lenti allo stesso tempo. Non è l’azione l’elemento di cui si sente il bisogno. Ciò che manca è un certo filo logico tra le varie parti che compongono il film. Io qualche buco nella trama l’ho intravisto. Ne elenco alcuni.
1. Il rapporto tra il protagonista e la moglie è splendido, sincero, duraturo? Perché? Cosa l’ha reso così speciale?
2. Che legame c’è tra il protagonista e la ragazzina dark? Come si sono conosciuti? Perché sono amici?
3. Perché il fratello della ragazzina dark è scomparso? Ha davvero deciso di andare via di sua spontanea volontà? Cosa gli è successo?
4. Qual è l’elemento che spinge il ragazzino che aveva paura dell’acqua a superare il trauma?
5. Come fa il cacciatore di nazisti a scoprire dove si trova l’aguzzino del padre del protagonista?
6. Perché il protagonista nottetempo ri-entra in casa della professoressa?
7. Come si conoscono il protagonista e il broker che gli presta il pick up? Come si spiega il legame di fiducia che li unisce?
E potrei scriverne ancora.
Ho avuto l’impressione che chi ha scritto il soggetto abbia voluto mettere “troppa carne al fuoco”. Troppi elementi in un solo film che hanno portato a tutta una serie di sotto-trame che non si chiudono, non vengono approfondite, non spiegano che origine hanno e a quale fine giungono. Ad esempio: avete presente la scena con il bufalo gigante dietro la finestra? Che senso ha nell’economia del film? A cosa serve? Cosa rappresenta?
Passiamo agli attori. Di Sean Penn abbiamo detto. Magnifico. Spettacolare. Quasi unico elemento valido della pellicola intera. Il vecchio punk rocker new romantic lo interpreta benissimo. Probabilmente si è ispirato a Ozzy Osburne per quanto riguarda le espressioni facciali, i versi, la parlata strascicata (anche se io l’ho visto doppiato in italiano) e la camminata tutta storta. I truccatori e i parrucchieri invece si sono palesemente ispirati a Robert Smith dei Cure.
Francine McDormand è adorabile. La sua simpatia non si esaurisce mai. Qui la si apprezza sin dai tempi di “Fargo”.
Eve Hewson è bellissima. Forse al suo personaggio hanno dato battute troppo argute, troppo adulte e perspicaci ma non mi è sembrato un grosso problema. Lei ha recitato dignitosamente. Prova superata.
Shea Whigham l’ho visto in giro, recita la parte del fratello imbecille del protagonista in “Boardwalk Empire”; lì se la cava, qui anche, anche se in un ruolo diverso (una specie di broker fissato con la propria auto).
Judd Hirsch è un volto più che noto al pubblico americano, avendo recitato in diverse serie negli ultimi 30 anni. Sarà stato scelto anche per questo? Comunque sia è un attorone. Abbastanza simpatico, tra l’altro; qui interpreta il cacciatore di nazisti.
Molto simpatico anche Harry Dean Stanton nei panni del vecchio avventore di un ristorante che racconta di aver inventato le valigie con le rotelle (i moderni trolley).
Kerry Condon ha soli 28 anni ma nel film sembra un tantinello più adulta. La sua parte è quella della ragazza madre che, vivendo da sola nel deserto del New Mexico con suo figlio, cerca conforto e affetto nel protagonista.
Joyce Van Patten ha il ruolo dell’anziana professoressa, nonché moglie dell’aguzzino nazista.
Olwen Fouere interpreta invece una mamma straziata dalla misteriosa e improvvisa sparizione di suo figlio.
Bel cammeo di David Byrne nei panni di se stesso. Il suo duetto con Penn è il momento più bello di tutto il film, nonostante Byrne pronunci appena tre battute piccole piccole. Anche la scena del suo concerto non è da buttare via. Anzi! La trovata scenica è originalissima e di grande effetto.
La colonna sonora non mi ha particolarmente colpito. Diciamo pure, quindi, che in questo caso è un dettaglio trascurabile.

Qui trovate il trailer italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

SmeercHouse 16 Ottobre 2011

Puntata N. 24 dell’ottava stagione. Le domeniche ci piace passarle così, tra un bumtcha e un synth.

Questa volta il podcast dura 98 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul lettore che vedete qui sopra oppure, se volete portarvelo in giro, scaricatelo cliccando qui (File mp3 da 44,6 MB codificato Joint Stereo a 64 Kbps – 24 Khz)

La playlist:
1. Sigla (Febbraio 2011)
2. Mary Mary – Walking (Album Version)
3. Dj Pandaj feat. A. Libretti, Enphy, Ghemon & Saturnino – Vado giù
4. Ghemon/Gilmar – La Verità (Non Abita Più Qua)
5. Amerigo Gazaway – Breakadawn (from Fe La Soul)
6. Quincy Jones feat. Jamie Foxx – Give Me The Night
7. The Kenneth Bager Experience feat. Aloe Blacc – The Sound Of Swing (Oh Na Na) (Radio Edit)
8. The Piranhas – Vi gela gela
9. Lama – Love on the rocks
10. Katy B – Katy On A Mission (Original Mix)
11. Phonique feat. Erlend Oye – For The Time Being
12. Josh Milan – Your Body (Louie Vega Eol Mix)
13. Mac Zimms – My Feelings (Original Mix)
14. Cheek – Venus (DJ Gregory Remix)
15. Kavinsky & Lovefoxxx – Nightcall
16. Miroslav Vitous – New York City
17. Romero – Resurrection
18. Daft Punk – Drive
19. Uberfett – El Zoomah (Original)

Drive

Drive

di Nicolas Winding Refn (Usa, 2011)
con Ryan Gosling, Carey Mulligan,
Bryan Cranston, Ron Perlman, Oscar Isaac,
Albert Brooks, Christina Hendricks, Kaden Leos,
James Biberi, Tiara Parker, Cesar Garcia, Chris Muto

Drive è un bel thriller, un crime drama o un noir – se preferite – tratto dall’omonimo romanzo scritto da James Sallis.
Narra di un giovane che, sapendo guidare benissimo, sbarca il lunario come stuntman nel cinema per rischiosissime riprese automobilistiche e come autista su commissione per rapine. Nel resto del tempo fa anche il meccanico in un’autofficina gestita da un tizio non del tutto raccomandabile. Insomma il nostro bazzica nella malavita ma solo tangenzialmente, non è propriamente un malavitoso, anzi. Con lui simpatizzeremo quando scopriremo che è un bravo ragazzo, un uomo dal cuore d’oro che arriverà addirittura ad aiutare il pessimo marito della giovane biondina di cui si è innamorato.
I suoi sentimenti si palesano quasi immediatamente alla vista di Irene una ragazza minuta dai capelli corti, giovane mamma sola che quando non fa la cameriera si occupa del suo piccolo figlio Benicio. Sola perché suo marito, tale Standard Guzman, sta scontanto una pena in prigione.
I guai iniziano proprio quando Mr. Guzman viene scarcerato; l’idillio tra l’autista e la giovane mamma – che passavano giornate splendide da famigliola felice in compagnia del piccolo Benicio – subisce una brusca interruzione ma, ciò nonostante, l’eroe del film decide di continuare ad orbitare intorno a questo nucleo familiare, di non allonanarsi e vegliare sui suoi membri. Anzi interviene proprio in loro difesa, attivamente, cercando di tirare il capofamiglia fuori da una brutta situazione di debiti non pagati e pestaggi.
Ryan Gosling, il protagonista di questa pellicola, ormai non sbaglia un film. Praticamente non l’ho mai visto fuori parte.
Carey Mulligan è la mammina fragile. Un viso non bellissimo (cioè carina ma non bona) tuttavia abbastanza dolce da essere credibile sia come cameriera, che come “sweetheart”.
A Brian Cranston hanno affidato il ruolo del bonario Shannon, il meccanico zoppo titolare del’officina.
In gamba anche il bambino che interpreta Benicio (Kaden Leos) e quello che fa suo padre (Oscar Isaac).
I più bravi comunque – Gosling esluso – sono stati Albert Brooks e Ron Perlman, rispettivamente nei panni di Bernie Rose e Nino: due malavitosi anzianotti ma spietatissimi che celano le proprie attività illecite dietro una pizzeria.
Cos’ha di buono “Drive”, dunque? Sicuramente la fotografia e la recitazione di tutti gli attori. Certo, la trama non è nuova, non è originalissima, ma è comunque raccontata molto bene. Siamo di fronte cioè a un film confezionato decentemente. Il finale tra l’altro non è del tutto scontato. Non ve l’anticipo ma sappiate che non rimarrete delusi.
Cosa c’è che non va in “Drive”? Quasi nulla. Persino la colonna sonora, opera di Cliff Martinez, merita di essere ascoltata. Mi è sembrata degno complemento delle eccellenti immagini: contemporanea, semplice, non invasiva e in linea con le situazioni raccontate.

Qui trovate il trailer italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Le piacevoli notti

Le piacevoli notti

di Armando CrispinoLuciano Lucignani (Italia, 1966)
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Spela Rozin,
Maria Grazia Buccella, Adolfo Celi, Gina Lollobrigida,
Filippo Scelzo, Sandro Dori, Evi Rigano, Ernesto Colli,
Daniele Vargas, Gigi Proietti, Omero Antoniutti,
Hélène Chanel, Gigi Ballista, Luigi Vannucchi

Questa commedia boccaccesca, ambientata nel Rinascimento, è formata da 3 episodi vagamente ispirati all’omonima raccolta di 75 novelle scritte da Giovanni Francesco Straparola nel XIV secolo.
Nel primo episodio un uomo – tale Uguccione (Ugo Tognazzi) – si finge vendicatore di uomini traditi dalle loro mogli, una specie di assassino spagnolo, al fine di intrufolarsi in casa di un vecchio signore e concupire la sua giovane moglie, una ragazza bellissima che passa le sue giornate chiusa in casa, sottochiave, a causa della furiosa gelosia del marito. (fotogramma 1)
Nel secondo episodio Domicilia (Gina Lollobrigida) è una giovane moglie che, tormentata nel sonno dalla mancanza di affetto di suo marito astronomo/astrologo Bernadozzo (Adolfo Celi) che passa tutte le notti a studiare la volta celeste, finisce per soddisfare le sue voglie sessuali in stato di semi-sonnambulismo con diversi ufficiali dell’esercito di stanza nel suo paese. (fotogramma 2)
Nel terzo episodio un gruppo di goliardi organizza uno scherzo ai danni di un pittore, tale Bastiano da Sangallo (Vittorio Gassman), facendogli credere che la donna a cui deve fare un ritratto è la maliarda e pericolossisima Lucrezia Borgia (Maria Grazia Buccella). Scoperto l’intento burlone e il fine macabro (la morte per decapitazione), sarà invece lo stesso pittore a fingersi morto d’infarto e a farsi perciò beffe della banda di buontemponi che inizialmente aveva inscenato tanto bene lo scherzo da coinvolgere persino attori professionisti e da costruire un vero patibolo. (fotogramma 3)
Breve nota sugli attori: un giovanissimo Gigi Proietti interpreta uno degli ufficiali che si sollazza con la sonnabula mentre Gigi Ballista è uno dei goliardi che organizza lo scherzo ai danni del pittore. Alla bella Spela Rozin hanno assegnato invece il ruolo della finta servetta di Lucrezia Borgia. Gassman nei primi due episodi interpreta Papa Giulio II.
Oltre che dei due registi il soggetto è anche di Steno e di Sandro Continenza.
Voto alla pellicola: 6. Una commedia alquanto scontata che deve tutta la sua simpatia alla bravura degli attori (Gassman e Tognazzi su tutti) più che alla trama o alla tecnica registica. Belli i costumi e le ambientazioni: risultano abbastanza credibili.

Nota: se questo film vi interessa, sappiate che potete trovalo online interamente su YouTube (diviso in 3 parti).

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

The Tree of Life

The Tree of Life

di Terrence Malick (USA 2011)
con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain,
Will Wallace, Joanna Going, Hunter McCracken,
Tye Sheridan, Crystal Mantecon, Fiona Shaw

Ok. Superiamo la polemica film lento/non lento. Andiamo oltre.
Chiediamoci piuttosto: “Cosa vuole dirci Malick con questo film?” Non lo so. Non si capisce – o almeno io non l’ho capito. Ci racconta il “suo” senso della vita. Bene. E quindi? Quale sarebbe questo “senso della vita”? Mi pare che lui lo intenda come qualcosa di molto mistico – quasi sacro – panteistico e sofferente. Una sofferenza, per altro, da accettare senza porvi la minima resistenza. Una passione da esperire necessariamente in maniera fideistica – mi verrebbe da dire quasi “ultra-cattolica”.
Il problema, comunque, non è solo “cosa” vuol dirci Malick ma anche “come” ce lo dice. Per più di 20 minuti ho davvero avuto difficoltà a capire quale fosse la premessa (o l’antefatto). Per i restanti ho continuato a chiedermi: “Dov’è la trama?” Poi mi sono anche addormentato (negli ultimi 10 minuti) ma questo non conta.
Nelle prime battute del film si vede una famiglia felice. Tanti piccoli frammenti, lentissimi, scollegati tra loro. Poi arriva la notizia di una morte, una morte che porta tanta sofferenza, quella del figlio della coppia sullo schermo: i signori O’Brien (interpretati da Brad Pitt e Jessica Chastain). Poi stacco.
A seguire partono circa 20 minuti di documentario sull’origine dell’universo, sul creato, sullo spazio integalattico profondo, sugli animali, sulla Natura, sugli elementi che compongono la Terra. Sembra di assistere a una puntata di Quark per il grande schermo. Giuro. Qualcuno in sala l’ha anche detto, sottovoce, e subito dopo è partito un ghigno, una risatina soffocata dalla vergogna di aver detto una verità che non andava detta. In questa parte di pellicola si ha la sensazione che Malick abbia voluto citare il Kubrick di “2001: Odissea nello spazio”. Volontariamente? Involontariamente? L’ha dichiarato? Mah. Chissà. Non che sia importante. La noia vince su tutto. Anche sulla terza parte, quella in cui vediamo uno dei tre figli della coppia, ormai adulto (una specie di broker che vive in una metropoli americana – New York?), affrontare con disperazione una vita frenetica, triste, solitaria, fatta di silenzi e di imbarazzi. Una vita che solo il Signore può aiutare a superare.
Voi non potete nemmeno immaginare quante volte le voci fuori campo si rivolgono disperate a Dio con la loro preghiera in cerca di conforto alle loro paure, incertezze e sofferenze.
Il racconto segue con la vita dei figli di O’Brien o meglio con quella di uno di essi in particolare (probabilmente quello che poi morirà): un ragazzino che viene vessato dalla estrema severità di suo padre e che vede sua madre sopperire all’aggressiva ignoranza di suo marito.
Che altro aggiungere? Questo film ha vinto la Palma d’oro alla 64^ edizione del Festival del Cinema di Cannes. Spero che i giurati abbiano voluto premiare solo ed esclusivamente la splendida fotografia di Emmanuel Lubezki.
Voto globare per la pellicola: è meglio non dirlo. Inqualificabile.

Nota: se la locandina Italiana dovesse sembrarvi ruffiana (con quel bel padre quarantenne che gioca con i piedini di un neonato – probabilmente suo figlio), allora guardate quella originale americana. Ve lo consiglio, perché rende bene quanto sia confusionaria l’idea alla base di questo film. Probabilmente il regista (che è anche sceneggiatore e autore del soggetto) voleva comunicare così tante cose con questa pellicola da non essere riuscito nemmmeno a scegliere una sola immagine per rappresentarla. O almeno questo è quello che mi comunica quel collage di fotogrammi.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

SmeercHouse 2 Ottobre 2011

Puntata N. 23 dell’ottava stagione. Così tanta bella musica da mandare in play che quasi due ore non bastavano. Va beh, vuol dire che continueremo a divertirci nella prossima puntata.

Questa volta il podcast dura 123 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul lettore che vedete qui sopra oppure, se volete portarvelo in giro, scaricatelo cliccando qui (File mp3 da 56,1 MB codificato Joint Stereo a 64 Kbps – 24 Khz)

La playlist:
1. Sigla (Febbraio 2011)
2. Roberto Roena Y Su Apollo Sound – Que Se Sepa
3. Caterina Valente – Tipitipitipso
4. Mary Jane Girls – All Night Long
5. Selah Sue – Raggamuffin
6. Claudja Barry – Love for the Sake of Love
7. Selah Sue feat. Cee Lo Green – Please
8. Tony Bennett & Amy Winehouse – Body And Soul
9. Emiliana Torrini – Me And Armini (Album Version)
10. Chromeo – When The Night Falls (Mayer Hawthorne Cover)
11. Jessie J feat. B.O.B. – Price Tag (Original Version)
12. Josh Milan – Your Body (Original Mix)
13. Phonique feat. Louie Austen – Endless Love (Original Mix)
14. Sam Paglia – Saturday Morning TV
15. Gabin – Into My Soul (Nicola Conte Remix)
16. DJ Gregory – Elle (Criola Remix)
17. Tina Charles – I Love To Love (But My Baby Loves to Dance) (12” Mix)
18. Rozalla – Everybody’s Free
19. Loredana Bertè – I ragazzi di qui
20. Metro Area vs. Michael Jackson – Bad
21. Noze feat. Riva Starr – Dring Dring (Original Mix)
22. Riva Starr – Vuoi Fumar? (Original Mix)
23. Trescem – Turn On The Music (Original Mix)