Senza arte né parte

di Giovanni Albanese (Italia, 2011)
con Vincenzo Salemme, Giuseppe Battiston,
Donatella Finocchiaro, Hassani Shapi, Giulio Beranek,
Ninni Bruschetta, Ernesto Mahieux, Paolo Sassanelli,
Mariolina De Fano, Sonia Bergamasco, Alessandra Sarno,
Chiara Torelli, Dante Marmone, Guglielmo Ferraiola

Niente di che. Commediuccia che strappa qualche sorriso e nulla più. Ho scelto questa pellicola perché al cinema non c’era molto di meglio da vedere e perché, comunque, apprezzo sempre la recitazione di Salemme. Che però, ahimé, questa volta non basta a tener su il film, nemmeno se adiuvata dalla bravura di Giuseppe Battiston. Peraltro, lasciatemelo dire: Battiston nei panni di pugliese non funziona affatto.
La storia è quella di quattro operai licenziati da una fabbrica di pasta, la Tammaro (strana assonanza con la foggiana “Pasta Tamma”), a seguito della chiusura del vecchio stabilimento e della conseguente apertura del nuovo. Uno di essi, Pinuccio (Dante Marmone), riesce immediatamente a ricollocarsi come portiere di notte presso un albergo. Gli altri tre, Enzo, Carmine e Bandula, dopo aver cercato qualche lavoro alternativo, finiscono per accettare un nuovo lavoro (a nero e sottopagato) dallo stesso loro ex-padrone, il sig. Tammaro (Paolo Sassanelli). Il loro compito sarà quello di fare da guardiani a una piccola collezione di opere d’arte moderna, conservata nel magazzino della vecchia fabbrica di pasta. Con un salario da fame e in preda alla totale disperazione i tre decideranno di falsificare le opere e venderle a collezionisti senza scrupoli. A far loro da talpa all’interno della fabbrica di pasta, ci sarà poi la moglie di Enzo, tale Aurora (Donatella Finocchiaro), chiamata da Tammaro come interprete per le relazioni internazionali.
Ripeto: Salemme e Battiston sono bravi – come al solito – qualche sorriso lo strappano. Ma è tutto merito loro. La storia è davvero deboluccia e anche costellata di qualche luogo comunque. Come, ad esempio, la figura del padrone della fabbrica: un uomo che, non solo è “cattivo” perché licenzia gli onesti operai, ma è anche ignorante dal momento che, pur comprando opere costosissime, d’arte contemporanea sembra non capire nulla. Poi c’è anche l’immigrato onesto che vuole solo guadagnare qualcosa per poter tornare nel suo paese e assistere al matrimonio di sua figlia, l’operaio con la mamma malata e senza un soldo in tasca, ecc. In taluni casi si rischia quasi di cadere nel pietismo.
Nota di merito per il giovane Giulio Beranek che qui interpreta un ladruncolo scafato che aiuta i tre operai a muoversi meglio nelle attività illegali. La sua recitazione è un po’ troppo sopra le righe ma non è completamente da buttar via. Risulta abbastanza credibile. Bella scoperta.
Da segnalare anche sempre l’ottimo Ernesto Mahieux, nei panni di un ladro di ulivi secolari, e Mariolina De Fano nel ruolo della mamma arteriosclerotica di due membri della banda di falsari.
Ninni Bruschetta interpreta il gallerista truffaldino Ciccio Rizzuto (di origini siciliane).
Voto per la pellicola: meno che sufficiente. Qui potete vederne il trailer.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.