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L’allenatore nel pallone

L’allenatore nel pallone

di Sergio Martino (Italia, 1984)
con Lino Banfi, Urs Althaus, Camillo Milli,
Gigi Sammarchi e Andrea Roncato (Gigi & Andrea),
Licinia Lentini, Giuliana Calandra, Stefano Davanzati,
Sergio Martino, Alessandro Partexano, Viviana Larice,
Francesco Caracciolo, Odoacre Chierico, Roberto Pruzzo,
Carlo Ancellotti, Francesco Graziani, Giancarlo De Sisti,
Nando Martellini, Giampiero Galeazzi, Fabrizio Maffei, Zico,
Oscar Damiani, Aldo Biscardi, Luciano Spinosi, Roberto Scarnecchia

Film culto. Una delle migliori commedie con Lino Banfi (insieme a “Il commissario Lo Gatto”).
L’ho rivisto per l’ennesima volta e mi è piaciuto ancora, come sempre. Non stanca mai.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

I segreti di Brokeback Mountain

I segreti di Brokeback Mountain
(Brokeback Mountain)

di Ang Lee (USA, 2005)
con Jake Gyllenhaal, Heath Ledger, Randy Quaid,
Michelle Williams, Anne Hathaway, Valerie Planche,
Tom Carey, Dan McDougall, Anna Faris, Roberta Maxwell

1963. Ennis Del Mar e Jack Twist, due giovani cowboy che hanno un grosso bisogno di denaro, decidono di trascorrere un’estate pascolando pecore in montagna, su a BrokeBack Mountain, appunto. L’incarico è molto faticoso, male retribuito e costringe i nostri a diversi mesi di solitudine. L’isolamento e la vita a stretto contatto farà sbocciare tra i due ragazzi una grossa amicizia, qualcosa di così grande e sincero che in poco tempo si trasformerà in vero amore. I due diventano dunque amanti. Sì, avete capito bene, è di amore omosessuale che stiamo parlando. Il cattivo tempo, però, costringe il padrone delle pecore a chiudere anticipatamente la stagione del pascolo per cui Ennis e Jack sono costretti a scendere dal monte e separarsi, senza nemmeno aver il tempo per capire fino in fondo l’intensita dei propri sentimenti.
Passano 4 anni, entrambi si sposano e fanno figli. Poi un giorno Jack scopre dove vive Ennis e gli manda una cartolina, a cui poi segue una risposta entusiasta. Il rapporto bruscamente interrotto, insomma, riprende in men che non si dica, il fuoco della passione comincia a bruciare di nuovo. Jack e Ennis tornano a vedersi, anche se di nascosto dalle loro famiglie. Due o tre volte all’anno fingono di andare a pesca insieme, si isolano dal mondo, vanno in qualche bosco o su qualche montagna, cioè tornano per qualche giorno a fare la vita che facevano su a Brokeback. Solo così riescono a vivere il loro amore segreto, al riparo da occhi indiscreti e menti bigotte. In un primo momento Jack vorrebbe abbandonare tutto e fuggire via con Ennis ma questi ha paura della sua stessa omosessualità a causa di un grave trauma infantile per cui non se ne fa nulla. Il progetto viene abbandonato. La storia d’amore comunque durerà a lungo, anche se tra mille alti e bassi.
Non male come film. Pensavo peggio. Voto: 6 e mezzo. Pellicola di grandi sentimenti. Amore omosex tra i monti: idea originale. Buona recitazione da parte di entrambi i protagonisti. Jake Gyllenhaal non mi sta propriamente simpatico ma bisogna dire che in questo caso offre una buona prova. Forse Ledger recita anche meglio ma, si sa: non è mai bello fare paragoni.
Anne Hathaway l’ho trovata bella e sexy come sempre. Il ruolo di mogliettina country tutta messinpiega e calcolatrice la rende molto buffa. Ma va detto che anche lei se la cava.
Michelle Williams invece mi ha stupito, in positivo. Me la ricordavo molto frivola in Dawson’s Creek ma qui sfodera grandi doti d’attrice drammatica. Molto brava. Ripeto: non me l’aspettavo.
Anna Faris ha un piccolo cammeo nella parte di un’oca estremamente ciarliera, una specie di amica di famiglia stupidina che diverrà l’amante di Jack. Personaggio comunque poco rilevante ai fini della storia.
Colonna sonora ovviamente country. Leggi: chitarre acustiche a profusione. Ritmi lenti e malinconici.

Guarda qui il trailer in italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quellla di MyMovies.it.

Quinto potere

Quinto potere
(Network)

di Sydney Lumet (USA, 1976)
con Faye Dunaway, William Holden, Peter Finch,
Robert Duvall, Wesley Addy, Ned Beatty, Arthur Burghardt,
Marlene Warfield, Bill Burrows, Conchata Ferrell,
William Prince, Beatrice Straight, Kathy Cronkite

Film che avevo già visto in passato ma che mi ha fatto molto piacere rivedere. Capolavoro della cinematografia americana. Una pellicola che dovrebbe essere insegnata nelle scuole di comunicazione. Praticamente un manuale.
La UBS, il quarto network televisivo americano dopo ABC, CBS e NBC, arrivato sull’orlo della bancarotta, decide di affidarsi alle scelte di Diana Christensen una giovane manager addetta ai programmi, una peperina linguacciuta iper-rampante, stakanovista e aziendalista. Le sue politiche di cambiamento prevedono di puntare tutto sul TG, stravolgendolo fìno a farlo diventare una specie di varietà molto nazional-popolare, e su una serie tv basata su filmati veri girati da un movimento di liberazione di matrice comunista. Attrazione principale delle news serali saranno i sermoni di Howard Beale, lo storico anchorman di mezz’età che, in preda a una specie di esaurimento nervoso, crede di essere un predicatore apocalittico con la missione di informare le masse attraverso il tubo catodico.
Il successo arriverà, gli spettatori aumenteranno sotto la spinta delirante, demagogica, iper-realista e senza peli sulla lingua di Beale, le finanze faranno registrare progressi stupefacenti ma, a un certo punto, lo stesso circo che ha svolto la funzione di volano per l’emittente finirà per metterla in crisi. Cose che accadono quando è l’audience l’unico metro di giudizio per valutare i contenuti di un canale televisivo.
Questa rivoluzione all’interno del network sarà l’occasione per portare in auge Frank Hackett, il manager rappresentante della CCA, la società che ha da poco acquistato la rete. Ma, oltre al vecchio anchorman, questi cambiamenti faranno anche altre due vittime illustri: Edward Ruddy, il presidente della rete, e Max Schumacher, il direttore della testata giornalistica che, seppur scalzato dalla bionda manager senza scrupoli, se ne innamorerà follemente, mandando a rotoli persino il proprio matrimonio.
Sydney Lumet porta la TV al cinema, illustrando tutti i perversi meccanismi che sono sottesi alla più grande macchina culturale dell’era contemporanea. Mostra luci e ombre di fenomeni quali la creazione di consenso attorno a una figura estrema, la spettacolarizzazione della follia, l’esasperazione dei toni, la gestione del mezzo televisivo come collettore e catalizzatore della rabbia/frustrazione degli spettatori, la cieca devozione agli dei dell’audience e dei bilanci in attivo, ecc.
Illuminante le frase presente sulla locandina del film: «Television will never be the same».
Voto alla pellicola: 9. Mai visto niente di simile prima d’ora.

Questo il trailer in italiano.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Habemus Papam

Habemus Papam

di Nanni Moretti (Italia, Francia, 2011)
con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr,
Margherita Buy, Renato Scarpa, Camillo Milli,
Francesco Graziosi, Roberto Nobile, Dario Cantarelli,
Ulrich Von Dobschütz, Gianluca Gobbi, Leonardo Della Bianca,
Teco Celio, Tony Laudadio, Enrico Ianniello, Cecilia Dazzi,
Maurizio Mannoni, Massimo Verdastro, Lucia Mascino, Camilla Ridolfi

Vediamo: cosa dire prima di tutto? Che mi è piaciuto, sì. E molto. Guarda qui il trailer.
Non me l’aspettavo a dire il vero. Nel senso che non mi aspettavo nulla. Non avevo pregiudizi di alcun tipo, né positivi, né negativi, nonostante l’ultima prova da regista di Nanni Moretti non mi avesse entusiasmato più di tanto.
Dunque, “Habemus Papam” racconta della difficoltà che incontra un uomo nel prendersi sulle spalle la responsabilità di assumere la guida morale di (circa) un miliardo di fedeli. Certo, questo film parla della chiesa, della fede, della religione, della massima autorità del mondo cattolico, ma soprattutto racconta la storia intima di un uomo, della sua umiltà e delle sue paure, di incertezze e di prese di coscienza.
Non è certo un caso se Moretti ha voluto scegliere un taglio psicologico per raccontare questa vicenda. La fede (qualsiasi essa sia) ha a che vedere con la psiche, ancor prima che con concetti come lo spirito, l’anima, ecc. Il credere (o non credere) è una questione di coscienza – di Ego e di Es, se vogliamo dirla con Freud – e questo film lo racconta, mostrando il dramma interiore di un uomo che, quasi alla fine del suo percorso di vita, viene chiamato a una grande prova, viene costretto da scelte altrui a intraprendere un cammino obbligato, a recitare un ruolo che non vuole, per cui il parallelismo con il mondo del teatro, in questo senso, mi sembra perfetto. L’età non aiuta il nuovo Papa, la coscienza gli rema contro, il fisico non è idoneo a sopportare un tale stress, i ricordi e le scelte effettuate in passato non rendono le cose semplici.
Molto divertente vedere lo stesso regista nei panni di uno psicanalista un tantinello vanesio. Da apprezzare la scelta di non affidare al questo personaggio solo qualità positive ma di costruire per lui una personalità sfumata, non bene definita, con le sue zone d’ombra. Quasi come a lasciare nello spettatore il dubbio, la propria chance di personale interpretazione. Pare che Moretti voglia dire: non è la psichiatria ad aver ragione in questo caso, questa scienza non può risolvere tutto, ma neanche la fede pare essere una strada semplice da intraprendere. La risposta non è dunque univoca, né pre-confezionata. Per una volta quest’incertezza nelle intenzioni di fondo del film mi trova particolarmente d’accordo.
Michel Piccoli è un mostro di bravura. Forse vincerà un premio durante la prossima edizione del Festival del Cinema di Cannes, ma a mio avviso dovrebbe prenderne decine di riconoscimenti per questo ruolo. L’ho trovato pressoché perfetto nella parte dell’anziano serio, preciso, riflessivo, educato ma anche tenero e fragile, dell’uomo stanco e spaurito, del quasi-malato. Il suo personaggio mi ha ricordato molto la figura di Karol Wojtyla, non solo nell’aspetto fisico (alto, volto tondo, pochi capelli canuti, ecc.) ma anche negli interessi – vedi la passione giovanile per il teatro.
Margherita Buy recita poco, giusto due o tre scene nella parte della moglie psicanalista dello psicanalista. Una donna di mezza età un po’ vittima del confronto con il suo ex marito e fissata con il “deficit di accudimento”. Una tizia talmente insicura da non riuscire nemmeno a informare i suoi figli che sta portando avanti una relazione sentimentale con un altro uomo.
Jerzy Stuhr interpreta il portavoce del Vaticano, l’uomo che si accolla tutta la responsabilità di gestire la crisi in cui si trova l’istituzione che rappresenta nel momento in cui il nuovo papa si rifiuta di assumere la carica assegnatagli.
Roberto Nobile è sempre buffo. Lo ricordate nel ruolo del professore incazzoso nel film “La scuola”?
Anche Camillo Milli è sempre molto buffo. Come non ricordare le parti che recita in “L’allenatore nel pallone” (il presidente della squadra di calcio Longobarda) e in “Rimini Rimini” (il medico/confidente del magistrato Ermenegildo Morelli).
A Renato Scarpa il compito di incarnare il cardinale più serio e meno caricaturale di tutto il film. Spiace dirlo ma i porportati in questa pellicola sono rappresentati in maniera troppo caricaturale. Sono tutti molto ingenui, bambinoni creduloni, individui fuori dal mondo. Certo, capisco che gli inserti surreali (al limite della farsa) servivano ad alleggerire il film, a non farlo diventare un pesante drammone insostenibile – come ad esempio il torneo di pallavvolo – ma credo che gli sceneggiatori (lo stesso Moretti, Francesco Piccolo e Federica Pontremoli) sulla rappresentazione delle gerarchie vaticane abbiano un po’ calcato la mano, ecco.
Dario Cantarelli interpreta un’attore che perde il senno a furia di recitare a teatro “Il gabbiano” di Checov.
Cecilia Dazzi, invece, ha solo un piccolo cammeo nella parte di una mamma seduta a far quattro chiacchiere al bar con il protagonista e la psicanalista.
Cammeo anche per Maurizio Mannoni nei panni di se stesso, ossia il giornalista del programma tv “Linea Notte”.
Nota: tra le comparse mi pare di aver notato anche la presenza della giovane Martina Panagia nei panni di una giornalista. Credo la si veda sfuocata, nelle prime scene del film, in piedi, dietro il giornalista del TG2 che fa domande stupide al portavoce del Vaticano, mentre i vescovi fanno la processione prima di riunirsi a porte chiuse per il conclave.
Voto alla pellicola: 8. Sono sicuro che piacerà anche a chi non è un grande estimatore di Nanni Moretti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

SmeercHouse 17 Aprile 2011

Puntata N. 12 dell’ottava stagione.
Stavo per raggiungere il record (negativo) stagionale: zero ascoltatori. Poi sono arrivati Baco, Lube ed Emiliano e per questo meritano una pubblica citazione. Fedelissime orecchie tese della domenica mattina, questa trasmissione è per voi. Grazie.

Il podcast questa volta dura 124 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul lettore che vedete qui sopra. Oppure, se volete portarvelo in giro, scaricatelo cliccando qui (File mp3 da 35,5 MB codificato mono a 40Kbps – 22050 Khz)

La playlist:
1. Sigla (Febbraio 2011)
2. Miriam Makeba – Umquokozo
3. Ben l’Oncle Soul – Demain j’arrête
4. Paolo Fedreghini e Marco Bianchi – Circus In C Minor
5. Maceo & The Macks – Cross The Tracks (We Better Go Back)
6. Koki – Guy Fawkes
7. A.Skills and Krafty Kuts – Gimme The Breaks
8. Skee-Lo – Top Of The Stairs
9. The Boyz From Brazil – A Terra Do Fazer Crer
10. Daniele Silvestri – Fifty fifty
11. Subsonica – Dentro I Miei Vuoti
12. Cassius – I Love U So (Original Mix)
13. Lady GaGa – Judas
14. The Black Eyed Peas – Just Can’t Get Enough
15. Kesha – We R Who We R (Main Version)
16. Santigold feat. Karen O – Go
17. Kraak & Smaak feat. Sebastiaan & DJ Git Hyper – Dynamite (Kraak & Smaak’s Boogie Funk Version)
18. Papik – Notes Of The Past (Lovely FM On The Beach remix)
19. Mondo Candido – Meglio Stasera (At Bombay Mix)
20. Louie Vega – Sunshine
21. Peppe Citarella feat. India – Tacalacateo (Original Mix)
22. Dimitri from Paris with Los Amigos Invisibles – Paris/Brooklyn
23. Phil Jay – I Love U (Original Mix)
24. Snoop Dogg vs. David Guetta – Sweat (David Guetta Extended Remix)
25. Jennifer Lopez feat. Pitbull – On The Floor
26. Federico Scavo – Let’s All Chant (Vocal Mix)

Rio

Rio

di Carlos Saldanha (USA, 2011)

Prendete con le pinze quello che sto per dirvi
1) perché sono arrivato in sala con una decina di minuti di ritardo,
2) perché ho dormito durante quasi tutta la proiezione.

Comunque sia, questo è un simpatico film d’animazione realizzato dagli stessi produttori della saga “L’era glaciale” (un’informazione che trovate scritta persino sulla locandina). Simpatico si fa dire, simpatico come tanti. Senza infamia e senza grosse lodi. Storia nient’affatto originale. Pellicola buona solo per i bambini. Stop. Ci si ferma lì. Non credo che “Rio” farà impazzire gli adulti, anche perché è tutto già visto e sentito – più o meno.
C’è un animale (un papagallino blu – un ara, credo) che deve superare una prova. Ha una qualità (il saper volare) ma non l’ha mai espressa. Durante il suo viaggio in Brasile incontrerà degli amici e affronterà delle prove che gli permetteranno di sbloccarsi. Quanti film d’animazione hanno un plot molto simile a questo?
Blu (questo il nome del pappagallo protagonista) ha sempre vissuto in un appartamento del Minnesota, è sempre stato rinchiuso in gabbia, insomma non ha mai avuto bisogno di volare, per cui non sa farlo. Poi un giorno viene portato a Rio, perché lì si trova Gioel, un esemplare femmina della sua stessa specie, e tutto il suo potenziale inespresso fiorisce, sboccia. Sapete, Blu e Gioel sono gli unici due esemplari rimasti sulla Terra e bisogna farli accoppiare – pena l’estizione eterna della loro specie. Solo che in Brasile le cose si complicano perché Blu viene rapito e finisce per caso in un losco traffico di uccelli esotici. Nelle sue peripezie il loquace pappagallino si troverà affiancato da tutta una serie di amici, più o meno buffi, come un cane bavoso a cui piace tanto ballare il samba, un tucano ligio padre di famiglia, due altri uccellini decerebrati, ecc.
Nota grafica: a me Linda, la ragazzina americana che si è presa cura di Blu sin da quando era un cucciolo, ricorda tantissimo la co-protagonista femminile di “Bee Movie”. Sbaglio? Ma perché il tratto grafico di questi film è sempre lo stesso?
Nella versione americana Jesse Eisenberg dà la voce a Blu e Anna Hathaway a Jewel (Gioel). In quella italiana invece abbiamo – rispettivamente – Fabio de Luigi e Victoria Cabello. Nella scheda di Wikipedia trovate il resto dell’abbinamento voci personaggi/attori.
Voto alla pellicola: 6. Appena sufficiente. Buona idea quella di ambientare la storia in Brasile (una volta tanto non negli Stati Uniti) ma i vari luoghi comuni sul paese sudamericano (Samba, Carnevale, bambino delle favelas, ecc.) risultano un tantinello noiosi.
Caruccia anche la colonna sonora, l’ho trovata molto allegra. Ma una cosa che non mi spiego mai è: perché un brano straordinario come “Magalenha” è stato inserito nel film non in versione originale, ma coverizzato da qualche artista pop statunitense? Cioè la risposta la so: si tratta di una banale manovra di marketing. Però che due palle!

Nei cinema italiani, così come in quelli americani, “Rio” arriva oggi, venerdì 15 aprile.
Io l’ho visto ieri in anteprima 3D al Cinema Adriano di Roma, doppiato in italiano.

Il trailer ufficiale americano e quello italiano.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Il talento di Mr. Ripley

Il talento di Mr. Ripley
(The Talented Mr. Ripley)

di Anthony Minghella (Usa, Italia, 1999)
con Matt Damon, Jude Law, Gwytneth Paltrow,
Philip Seymour Hoffman, Cate Blanchett, Jack Davenport,
Philip Baker Hall, James Rebhorn, Stefania Rocca, Sergio Rubini,
Ivano Marescotti, Fiorello, Beppe Fiorello, Alessandro Fabrizi

Questa volta la faccio breve. “Il talento di Mr. Ripley” racconta la genesi del personaggio di Tom Ripley, un giovane di New York povero ma molto ambizioso, che fa un viaggio in Italia per cercare di riportare in patria Dickie Greenleaf, un giovinastro americano che trascorre le sue giornate a sollazzarsi. Finanziata dal padre di Greenleaf, la missione di Ripley però fallisce perché il nostro, inebriato dalla vita spensierata dalla bellezza del luogo e dalle attenzioni che gli rivolge Dickie, perde la testa per il ragazzo che dovrebbe redimere, confonde amicizia con amore e non accetta alcun rifiuto. I suoi sentimenti divengono talmente morbosi da arrivare a sacrificare l’oggetto del proprio amore pur di prenderne il posto.
Ma forse no. Forse mi sbaglio. Forse questa storia merita una lettura diversa. Tom Ripley forse rappresenta l’uomo che ama solo se stesso. Una persona non piena di sé ma comunque molto fragile, che risponde alle delusioni con la violenza. Qualcuno che, avendo conosciuto la povertà e la miseria non vuole tornare indietro quando la bella vita e gli agi della ricchezza gli si presentano davanti. Ma qual è il talento di Tom Ripley? Quello di riuscire a imitare gli altri e non solo nella voce, nei gesti, nelle attitudini. Ripley si sostituisce a loro. Un gioco, questo, tanto affascinante, quanto pericoloso, da cui Ripley si lascia prendere facilmente la mano ma che rivelerà presto la sua faccia più drammatica: una volta entrati, non se può più uscire.
Credetemi se vi dico che non ho mai visto Matt Damon recitare così bene. Forse neanche in “Good Will Hunting”. Pressoché perfetto.
A Jude Law hanno chiesto semplicemente di fare il viveur, ossia il ragazzo frivolo e fighetto che si gode la bella vita, quella fatta di spiagge, viaggi, musica jazz e ragazze. Gli riesce molto naturale adattarsi a questa parte – e si vede. Sicuramente si sarà divertito un casino a girare questo film. C’è da scommetterci.
Gwytneth Paltrow nei panni della ragazza di buona famiglia ci sta benissimo. Apparentemente fragile, il suo personaggio sarà l’unico a capire, attraverso un paio di semplici profonde occhiate, dove si nasconde la verità.
Philip Seymour Hoffman interpreta l’amicone bolso e furbo ma un po’ stronzo che sente puzza di bruciato anche a chilometri di distanza.
Cate Blanchett la vediamo vestita da zitellona. Spiace.
A Stefania Rocca l’infausto compito di interpretare Silvana, la giovane che si toglie la vita perché porta in grembo un neonato non desiderato.
Fiorello fa la parte del giovane cantante jazz che canta nei localini della costiera amalfitana. Suo fratello Beppe, invece, ha forse giusto un paio di rapide scene in cui veste i panni disperati del fidanzato di Stefania Rocca.
Ivano Marescotti nei panni del commissario incazzoso è meraviglioso. Stessa cosa dicasi per Sergio Rubini, o quasi.
Voto complessivo: 8. Forse la rappresentazione dell’Italia è un po’ da cartolina ma ricordiamo che: 1) è ambientato negli anni ’50 e 2) è diretto da un americano.
Nota: anche questo film è tratto da un romanzo di Patricia Highsmith

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

SmeercHouse 10 Aprile 2011

Puntata N. 11 dell’ottava stagione.
Versioni originali di remix già sentiti, mash-up, discrete scoperte, nuove hit, vecchi standard, piccole chicche, cover in lingua locale, grandi classici, ecc. La solita zuppa, servita ogni domenica con ingredienti diversi.

Il podcast questa volta dura 130 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul lettore che vedete qui sopra. Oppure, se volete portarvelo in giro, scaricatelo cliccando qui (File mp3 da 36 MB codificato mono a 40Kbps – 22050 Khz)

La playlist:
1. Sigla (Febbraio 2011)
2. Deniece Williams – Free
3. Elvis Presley – Fever
4. James Blake – Limit To Your Love
5. Jamiroquai – Never Gonna Be Another
6. Gabrielle – Dreams
7. Rihanna feat. Drake – What’s My Name
8. Corinne Bailey Rae – Sexyback
9. Ridillo – Vai pure via
10. Dee Edwards – Why Can’t There Be Love
11. Fontella Bass – Rescue Me
12. Ben l’Oncle Soul – Seven Nation Army
13. Estelle – Wait A Minute (Just A Touch)
14. Calafuria feat. Dargen D’Amico – Disco Tropical
15. Peter, Bjorn & John – Young Folks
16. Giovanca – Hungry (2:48)
17. The Whitest Boy Alive – 1517
18. Matias Aguayo – Minimal (Original Mix)
19. The Puppini Sisters – Heart Of Glass
20. Aeroplane Vs Friendly Fires vs. Flight Facilities – I Crave Paris
21. Shaft – (Mucho Mambo) Sway
22. C-Funk – Joya
23. Bah Samba – Have You Got Your Bootz On? (DJ Meme Reconstruction Mix)
24. Stars On 45 – 45 (Radio Mix)
25. The Md X-Spress – God Made Me Phunky
26. Alex Gaudino feat. Kelly Rowland – What A Feeling (Radio Edit)
27. RLP and Barbara Tucker – Respect (Club Edit)
28. My Awesome Mixtape – Brotherhood (Fare Soldi MaMaMaMaolo rmx)

Il cigno nero

Il cigno nero
(Black Swan)

di Darren Aronofsky (USA, 2010)
con Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel,
Winona Ryder, Barbara Hershey, Benjamin Millepied,
Ksenia Solo, Kristina Anapau, Janet Montgomery,
Sebastian Stan, Mark Margolis, Tina Sloan

Grandsissima pellicola. Oscar meritato per Natalie Portman come attrice protagonista. Avrebbero dovuto darne uno anche agli sceneggiatori e al regista. Guarda qui il trailer ufficiale (in italiano).
“Black Swan” racconta la storia di una giovane ballerina, Nina Sayers, una personalità fragile, timida, introversa ma con gravi problemi di stress dovuti ad una madre oppressiva – che la vuole ancora bambina e che ha proiettato su sua figlia le aspettative di una grande carriera che non ha potuto vivere in prima persona – e all’ansia di diventare la prima ballerina del suo corpo di ballo. Pur di far colpo sul coreografo (un algido e infido Vincent Cassel) al fine di farsi assegnare la parte da protagonista nel rifacimento de “Il lago dei cigni”, Nina ingaggia una battaglia contro se stessa, alla disperata ricerca di tirar fuori di se la parte più aggressiva, più ambiziosa, scacciare il suo infantilismo perdente e far emergere il lato più oscuro. Un dualismo Cigno Bianco/Cigno nero che dalla scena, dal palco, arriva a introiettarsi nella mente della protagonista, con conseguenze catastrofiche sia sua vita professionale, che su quella privata. Nina diventa adulta, mette a frutto tutte le sue capacità di ballerina, sviluppa tutto il suo talento artistico, si lascia andare ma perde il controllo su se stessa, soprattutto sulla sua mente, anche se parallelamente allo spettatore viene mostrata la trasformazione fisica del suo corpo in un cigno vero e proprio. E qui mi si permetta di fare i complimenti a chi ha concepito e prodotto tecnicamente gli effetti speciali, in particolar modo per la dinamicissima scena dell’esibizione del cigno nero.
Un elemento fondamentale nello sviluppo della pellicola è il dualismo tra Nina e Lily (il personaggio interpretato da Mila Kunis). Sebbene fisicamente le ragazze si somigliano molto – l’una è quasi lo specchio dell’altra – per certi versi hanno personalità diametralmente opposte. Lily infatti è molto più vitale e spregiudicata di Nina a tal punto da essere un fattore di aiuterà per la “liberazione” della protagonista; tuttavia il loro rimane un rapporto di amore/odio complesso e molto morboso, vissuto in maniera drammaticamente dolorosa dalla protagonista.
A Winona Ryder hanno affidato il ruolo della ex-prima ballerina, ormai quarantenne, che perde il posto quasi solo esclusivamente a causa dell’età, per far spazio ad un rilancio della compagnia.
Barbara Hershey invece interpreta con grande intensità la parte della madre di Nina. Complimenti anche ai truccatori per aver reso le due donne alquanto simili nell’aspetto.
Benjamin Millepied interpreta il primo ballerino della compagnia. In realtà, essendo un coreografo, si è occupato delle coreografie dei balletti realizzati per il film. Incidentalmente ha anche fatto innamorare Natalie Portman e l’ha messa incinta. O viceversa.
Della musica c’è davvero poco da dire. Magnifica. Perfetto accompagnamento per le drammatiche immagini. Per fortuna non ci sono stati tentativi di modernizzazione, trasformazione o adattamento dell’opera originale di Tchaikovsky.
Il film in tag: amore lesbo, ambizione, sogno, doppio, sangue, dolore fisico, carne martoriata, passione, pulsione, rivalità, sensualità, specchio, leggiadria, follia, annientamento.
Voto complessivo: 7 e mezzo. Quasi 8. Diciamo 8 meno meno. Recitazione ok. Regia ok. Musica ok. Unica – minuscola – nota dolente: un po’ troppa camera a mano.

La locandina ufficiale americana è più inquietante e decisamente più bella di quella italiana, che al confronto pare volutamente “depotenziata”.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Una vita in più

Una vita in più

di Antonella Boralevi
2010, Rizzoli
18 Euro, 301 pagg.

Ho cercato di leggere questo romanzo senza pregiudizi, cioè senza pensare per tutto il tempo che si trattasse di un libro per “donnette”. Scusate il termine. So che può suonare offensivo – e infatti credo che lo sia – ma d’altronde si tratta di un pregiudizio. Ma lo dico sinceramente: non so se sono riuscito a non farmi condizionare dall’immagine che avevo (che ho) dell’autrice. Non si tratta di odio o disprezzo nei confronti della Boralevi. La conosco anche poco per farmi un’idea precisa su di lei ma, semplicemente, non è tra i miei autori di riferimento. Non mi incuriosisce, non mi stimola. Fatto sta che caparbiamente ho voluto arrivare sino alla fine di questo libro, ho deciso comunque di leggerlo sino in fondo. Lì per lì mi è anche sembrato avvincente. Poi ho cambiato idea.
Roma, anni 2000. Una coppia di omessuali formata da Ernesto Diotallevi (un professore universitario di mezz’età che si occupa di matematica pura) e Michele (un suo ex-studente molto giovane e molto avvenente) decide di avere un figlio attraverso l’inseminazione artificiale. Per affittare di un utero i due si rivolgono a una coppia di origini sudamericane che vive negli Stati Uniti. Ma quando Ernesto si reca a New York per prendere in affidamento il neonato i piani cambiano. Alla vista del bambino, infatti, Ernesto si rende conto improvvisamente di non essere in grado di svolgere il ruolo di padre. La paternità sembra non essere fatta per lui. D’istinto perciò affida il pargolo alla prima persona che gli capita davanti: Lola, un’orfana diciasettenne di origini italiane (probabilmente siciliana) che fa le pulizie nell’ospedale in cui è nato il bambino. Questa giovane molto ingenua e alquanto ignorante sembra essere la balia perfetta per José (questo il nome scelto per il bambino), solo tra le sue braccia, infatti, il piccolo non piange ma riesce a dormire beatamente. Nel giro di un paio di giorni, dunque, Ernesto decide di lasciare José a New York in custodia a Lola, sotto la sorveglianza di un avvocato di fiducia che farà anche da tramite per il versamento dei mezzi economici per il sostentamento del piccolo e di ritornare a casa, a Roma. Le cose comunque a casa non vanno bene. La relazione con Michele è terminata definitivamente (proprio a causa di questa specie di adozione), la felicità dei giorni passati insieme è svanita, lasciando un doloroso vuoto nel cuore del professore. Così, pentito di aver preso una decisione troppo affrettata, Ernesto torna a New York con l’intento di riportare a casa José e la sua balia. Sulla strada non incontra alcun ostacolo ma il ritorno a casa non è come se l’era immaginato. La freddezza nei confronti del piccolo e della ragazzina che ha preso in custodia continua, nonostante ormai vivano tutti sotto lo stesso tetto.
A dirla tutta, ciò che ho trovato poco interessante – e un po’ noioso – è l’eccessivo buonismo che traspare dalla scrittura. In fondo in fondo tutti i personaggi sono persone con qualità positive. Il professore è burbero, distaccato, impulsivo ma anche calmo, impacciato, innamorato e vulnerabile. Michele è uno stronzo insensibile, pieno di sè, ma allo stesso tempo è bello, fascinoso, giovane, pieno di vita, ecc. Lola è ignorante e ingenua ma, allo stesso tempo, anche dolce, materna, generosa, incapace di giudicare il prossimo con cattiveria, ecc. La domestica è anziana, scontrosa e gelosa ma cova anche sentimenti materni nei confronti di Michele. I barboni sono puzzolenti e ma anche gentili e premurosi. I nomadi sono violenti ma mai del tutto pericolosi. Il giovane arabo ruba ma solo per amore e per sopravvivere, seduce una ragazzina ma solo perché è realmente innamorato. Ecco, ripeto: io tutto questo l’ho trovato scontato e anche banale, oltre che buonista.
Voto: 5 e mezzo. Di poco sotto la sufficienza. Alla fine il romanzo si legge, non posso proprio dire che annoi il lettore. Ma forse 300 pagine sono un po’ troppe per questa storiella che si può anche raccontare ai tavolini di “Piazza Italia” in soli 5 minuti.

Disclaimer: questo libro mi è stato inviato da un’amica che mi ha chiesto di recensirlo. Si tratta di una specie di regalo, insomma.

La scheda di Bol.it e quella di IBS.it.