Il gioiellino

di Andrea Molaioli (Italia, 2011)
con Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Ferlberbaum,
Lino Guanciale, Fausto Maria Sciarappa, Renato Carpentieri
Lisa Galantini, Igor Chernevich, Maurizio Marchetti, Jay O. Sanders,
Gianna Paola Scaffidi, Adriana De Guilmi, Alessandro Adriano

Con questo film Molaioli ha cercato di portare sul grande schermo le vicende del cosiddetto Crack Parmalat, ossia la rapida ascesa e l’altrettanto veloce (e rovinosa) caduta del gruppo caseario/alimentare di Callisto Tanzi. Che ci sia riuscito o meno non mi pare rilevane, anzi in questo caso l’attinenza alla realtà per il sottoscritto non è affatto importante; d’altronde questa pellicola non ha alcuna pretesa documentaristica.
Io mi soffermerei più che altro a valutare la costruizione dei personaggi che interpretano le vicende di questa tipica azienda-famiglia. Mi spiego: sono rimasto alquanto deluso da come regista e sceneggiatori abbiano tracciato i profili dei vari protagonisti. Le personalità sono confuse, mutevoli, forse anche troppo opache. È pur vero che il periodo da rappresentare era decisamente lungo (dai primi anni ’90 al 2003), ma il racconto dei fatti è stato comunque eccessivamente frettoloso, lo spettatore non è stato messo nella condizione di approfondire le figure, gli attanti che si muovono sullo schermo. Molaioli sintetizza eccessivamente e spesso fa anche cambiare direzione ai personaggi. Del ragionier Botta si viene subito a sapere che è l’eminenza grigia della società, il vero capo, quello che prende le decisioni importanti, che tiene sotto scacco le banche italiane, che lavora indefessamente per tenere in piedi la baracca. Il presidente Amanzio Rastelli, invece, appare come una figura di cartone, un fantoccio, un mero rappresentante istituzionale della società – oltre che il principale azionista. Poi invece si scopre che il proprietario non è stupido, né santo, lo vediamo mercanteggiare con un onorevole, trattare con la mafia russa, ecc. Di contro, magicamente, all’improvviso si cambia registro e Botta viene rappresentato solo come il lavoratore ligio al suo dovere anche nelle situazioni più critiche, come l’uomo che meno pensa al suo personale tornaconto, quello a cui sta a cuore solo il bene della Leda (la società produttrice di latte, formaggi, prodotti caseari e affini). Che sia una scelta voluta? Mah.
Altro esempio: Laura Aliprandi, la nipote di Rastelli, sembra un figura positiva, la giovane donna manager, seria, brava, preparata, testarda. Di colpo invece si trasforma in quella avida e arrivista carrierista truffaldina che accumula capitali sottratti all’azienda, esattamente come gran parte dei restanti componenti della famiglia che hanno ruoli di potere in Leda.
Stessa cosa dicasi per il direttore marketing Magnaghi, il giovane manager che arriva addirittura al suicidio. La sua decisione finale sembra quasi senza senso, improvvisa, immotivata perché chi guarda non ha la sensazione che il suo sia un dramma così profondo, cioè che l’imbarazzante situazione in cui versa (colpevole responsabile e testimone imponente di fronte all’inarrestabile china intrapresa dalla Leda) sia arrivata a tal punto di disperazione da portarlo a togliersi la vita.
Sulla bravura degli attori non mi attardo più di tanto.
Servillo è forse il miglior attore italiano vivente. (Quasi) non sbaglia un film. Anche la figura del direttore finanziario umile, scontroso e taciturno è nelle sue corde.
Remo Girone è un grandissimo professionista. Ottima scelta di cast. Dovrebbero proporgli più spesso di recitare per il cinema.
Sarah Felberbaum non solo è carina ma ha anche dimostrato di saper recitare in parti da adulta. D’altronde (anagraficamente) non è più una ragazzina. Io l’ho trovata anche molto elegante e sensuale nelle scene in cui appare in tailleur con i capelli raccolti. Molto credibile come sciuretta che ha studiato in importanti scuole manageriali.
Fausto Maria Sciarappa con i baffi mi ha fatto simpatia. La sua è una faccia nota ma non riesco a ricordare dove l’ho già visto prima d’ora.
A Renato Carpentieri hanno affidato una parte laida da onorevole affarista. Se non sbaglio anche ne “Il portaborse” non aveva un ruolo proprio positivo. Comunque a me sta simpatico, soprattutto per il suo accento campano.
Voto alla pellicola: 6 per l’impegno. Meritevole l’idea di portare al cinema una storia così importante per l’Italia, uno dei più grossi bluff finanziari del dopoguerra. Ammettiamolo pure: non è da tutti. Bravo chi ha scelto il soggetto e coraggiosi i produttori. Ma il risultato (la realizzazione) poteva essere decisamente migliore.

Nota personale: trovo la locandina orrenda.
Nota tecnica: soggetto e sceneggiatura sono a cura di Ludovica Rampoldi, Gabriele Romagnoli e dello stesso regista, Andrea Molaioli.

Guarda qui il trailer.

La scheda di Cinematografo e quella di MyMovies.it.