gennaio, 2011


28
gen 11

La versione di Barney

La versione di Barney
(Barney’s Version)

di Richard J. Lewis (Canada, Italia 2010)
con Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Rosamund Pike,
Minnie Driver, Mark Addy, Scott Speedman, Rachelle Lefevre,
Thomas Trabacchi, Clé Bennett, Massimo Wertmüller, Macha Grenon, Atom Egoyan,
Domenico Minutoli, Paul Gross, Mark Camacho, Erika Rosenbaum,
Anna Hopkins, Ellen David, Paula Jean Hixson, Luca Palladini, Ivana Shein,
Jake Hoffman, Harvey Atkin, Saul Rubinek, Marica Pellegrinelli, David Pryde

Iniziamo col dire che putroppo io non ho (ancora) letto il romanzo omonimo di Mordecai Richler da cui è tratto questo film. Dunque non posso permettermi di azzardare paragoni. A me il film, comunque, è piaciuto molto. L’ho trovato molto originale, almeno dal punto di vista del soggetto e del plot.
La versione di Barney racconta la storia di Barney Panofsky, un ebreo di origini polacche di stanza a Montreal. Lo spettatore segue la sua vita (quasi intera) dagli anni della giovinezza fino al momento della morte, passando per l’età adulta e la vecchiaia. Un racconto particolarmente avvincente, sia per la buffa cialtronaggine del protagonista, che per la presenza di alcuni elementi interessanti come un’accusa di omicidio e ben tre matrimonii.
Barney è un facoltoso produttore di soap opera con la passione per l’hockey e qualche problema di tipo alcoolico. Per tutta la vita ha anche fatto da mentore e mecenate ad un suo intimo amico, tale Boogie, un aitante biondo sciupafemmine dedito alla bella vita, all’alcool e all’eroina. Nelle prime battute del film lo vediamo perso in una certa solitudine in un lussuoso appartamento del centro. Subito veniamo a sapere che è divorziato, che ha una figlia adulta e che un vecchio detective ha scritto un libro su di un misterioso caso di morte, in cui Barney è stato sospettato di omicidio. Da questo punto iniziano i flashback, che poi continueranno per tutta la durata del film, alternandosi con diverse altre scene ambientate cronologicamente al tempo zero della narrazione.
Dunque prima lo vediamo giovane a Roma, dove sposa una bellissima e dissoluta ragazza perché crede di averla messa incinta, poi lo vediamo un po’ più adulto in Canada dove, aiutato da suo zio, inzia a fare carriera come addetto al fund raising per la causa anti-shoah e trova moglie presso un’importante famiglia di ebrei di Montreal. Ma questa pare non sia la donna della sua vita. Per quella bisognerà attendere il terzo – abbastanza fortunato – matrimonio. Non aggiungo altro per non svelare troppo.
Il cast è stato scelto alla perfezione.
Paul Giamatti è unico. Davvero. Qui lo si apprezza da tanto tempo. In “La versione di Barney” lo vediamo stravolto dal trucco: prima canuto, flaccido ed estremamente invecchiato, poi molto giovane con una stramba parrucca rossa e riccia. La panza comunque – vera o posticcia che sia – non l’abbandona mai. Truccato o meno, il bello è che rimane sempre se stesso: buffo, gigione e istrione. Bravissimo. Perfettamente nella parte. Per un individuo imperfetto come Barney Panofsky non si poteva certo prendere un palestrato, un bellone, un divo di Hollywood – nel senso più tradizionale del termine. Da premiare.
Scott Speedman ha il physique du rôle per interpretare il dongiovanni. Bello, biondo, alto, mascellone, sorriso magnetico. Uno così trova spazio facilmente nei desideri del sesso femminile. Non si fa fatica a credergli, dunque. Buona interpretazione la sua, sia nelle scene più frivole, che in quelle più drammatiche in cui lo si vede litigare con il protagonista.
Rosamund Pike è una gran signora. Bella sì ma non sfacciata. Elegante, sofisticata, gentile. I suoi modi sono estremamente garbati, dolci ed affettuosi ma mai affettati. La vediamo sia tenera e protettiva, che seria e determinata. Il ruolo non richiedeva altro. La faccia giusta nella parte giusta. Ancora un plauso agli addetti al casting.
Dustin Hoffman è fuori discussione come attore, ma ormai da anni. Incredibile. Difficilmente l’ho visto fuori ruolo (eccezion fatta forse per “Confidence”). Qui dimostra ancora una volta – qualora ce ne fosse bisogno – che è in grado di esprimere una gamma di sentimenti completa: dall’allegria alla tristezza, dalla rabbia alla nostalgia. Il suo ruolo è quello del padre di Barney, Panovski senior, un vecchio poliziotto ebreo in pensione che ha un ottimo rapporto con suo figlio, tanto da spalleggiarlo persino nei momenti più difficili. È indubbio che è uno dei personaggi che più porta allegria e buonumore nel film.
Ricordate Minnie Driver? Era la ragazza che aiutava padre Bobby e i quattro galeotti nel film “Slepeers”. Ottima scelta di cast anche nel suo caso. Ha la faccia e il temperamento giusti per il ruolo della (seconda) moglie stronza, viziata e noiosa di Barney.
Rachelle Lefevre ha poche scene ma ci sa fare, è nella parte. Alta, capelli rossi e ricci, occhi verdi, visino dolce. In altre parole: buona faccia + buon corpo per interpretare la bella e giovane insolente che adora farsi desiderare (e amare) da qualunque uomo incontri sulla sua strada. Intendiamoci: uso un eufemismo per non offendere.
Per Bruce Greenwood la parte di uomo pacato e vegano, un tipo su cui Barney prova a far girare strane voci di omosessualità per evitare (disperatamente) che gli porti via l’amata moglie.
Mark Addy è il vecchio detective che ha passato diversi anni della sua vita a cercare di trovare le prove per incastrare Barney come assassino.
Anna Hopkins interpreta la giovane figlia di Barney.
Ad Ellen David hanno affidato il ruolo dell’anziana protagonista – di origini bulgare – della soap opera prodotta dalla casa di produzione di Barney.
Mi ha fatto molto piacere vedere Thomas Trabacchi coinvolto in un progetto internazionale così importante come questo. È un attore che mi è sempre piaciuto. Ha una faccia molto simpatica. Credibile in questo caso nella parte dell’artista italiano. Peccato che qui in patria non sia molto noto.
Minuscola parte per Massimo Wertmüller: veste i panni del medico che annuncia a Barney la morte di suo figlio.
A Jake Hofmann (il figlio di Dustin) la parte del figlio di Barney/Giamatti. Ottima scelta, dunque, se si pensa alla teoria dei geni recessivi di Mendel.
Decisamente buona anche la selezione di brani che sono andati a comporre la colonna sonora, arricchendo le immagini di un valevole e gradevole accompagnamento.
Dunque buon cast, soggetto interessante, sceneggiatura notevole, regia dignitosissima, musiche gradevoli. Voto complessivo per la pellicola: 8. E non sto scherzando. Da vedere se vi piacciono le storie originali raccontate bene.

Guarda il trailer italiano e quello originale americano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


27
gen 11

Dieci inverni

Dieci inverni

di Valerio Mieli (Italia, Russia, 2009)
con Isabella Ragonese, Michele Riondino,
Liuba Zaizieva, Glen Blackhall, Alice Torriani, Roberto Nobile,
Vinicio Capossela, Sergei Zhigunov, Sergei Nikonenko,
Sara Lazzaro, Francesco Brandi, Luca Avagliano, Luis Molteni

Splendido film. Un’altra bella storia d’amore per cui commuoversi.
I miei complimenti vanno: a chi ha scritto il soggetto (a mio avviso parecchio originale), a chi l’ha sceneggiato e curato i brillanti dialoghi, ai due attori protagonisti e alla loro misurata recitazione, al casting che li ha scelti (molto meglio loro – credibilissimi – che due facce bellocce), a chi ha scelto le location (una Venezia sconosciuta, non turistica, triste, solitaria, fredda ma molto umana) e alla valida colonna sonora, supportata dal bellissimo brano “Parla piano” di Vinicio Capossela.
Mi fa molto piacere che questo sia un film italiano e che sia stato diretto da un esordiente, un giovane regista emerso dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.
Camilla e Silvestro sono due ragazzi molto giovani che si trasferiscono a Venezia per studiare. Si conoscono sul traghetto, di sera tardi, il primo giorno che arrivano in città. La prima notte il caso vuole che dormano insieme, in una casa molto semplice, umile e disastrata (una catapecchia) che Camilla ha preso in affitto. Dormono insieme, nello stesso letto, grazie al caso e al freddo insopportabile, aiutati un po’ dalle intenzioni furbette di Silvestro. Ad ogni modo, la passione tra i due non scatta subito. Silvestro ci rimane un po’ male ma chi guarda capisce comunque che Camilla non è del tutto dispiaciuta di questo incontro. La loro storia d’amore va avanti così, per dieci anni, di inverno in inverno. I due diventano molto amici, ma mai amanti. Non hanno mai l’occasione giusta di dichiarare il proprio amore. Non si mettono mai insieme. Vivono diverse storie – più o meno serie – con altre persone, si provocano grossi dispiaceri reciprocamente, ma non arrivano mai al punto. Dapprima è lui, Silvestro, a mettersi con una ragazza russa che studia in Italia e a far indispettire Camilla, poi è lei che va in Russia per approfondire gli studi di drammaturgia e si mette con un regista di teatro molto più grande di lei. Lui le fa una sorpresa: la raggiunge a Mosca senza dirle nulla e rimane ovviamente molto deluso quando si accorge della situazione. E così via. Di delusione in delusione passano gli anni. L’arco di tempo coperto dalla storia va dal 1999 al 2009.
Pellicola segnalata a tutte quelle persone che ancora sanno piangere. Voto 7.
Nota sugli attori: Vinicio Capossela interpreta se stesso o comunque un cantante che suona un paio di brani di Capossela al matrimonio della russa Liuba. Roberto Nobile veste i panni del papà di Camilla. A Luis Molteni, invece, è stato affidato solo un piccolo cammeo come medico di guardia in un ospedale veneziano.

Guarda il trailer.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


25
gen 11

Scott Pilgrim vs. the World

Scott Pilgrim vs. the World

di Edgar Write (Canada, USA, 2010)
con Michael Cera, Mary Elizabeth Winstead,
Alison Pill, Ellen Wong, Mark Webber, Jason Schwartzman,
Kieran Culkin, Brie Larson, Aubrey Plaza, Anna Kendrick,
Ben Lewis, Ingrid Haas, Kristina Pesic, Kerr Hewitt, Satya Bhabha,
Brandon Routh, Abigail Chu, Mae Whitman, Chris Evans

Questo è decisamente il film più bello dell’anno (scorso). Non vi sta bene “bello”? Allora diciamo il più simpatico. A me è piaciuto un sacco. A dirigerlo c’è quel genialoide di Edgar Wright. Sì, lo stesso che ha si è occupato della regia di “Hot Fuzz” e “Shawn of the Dead” (due produzioni inglesi in cui recitava la coppia Simom Pegg/Nick Frost).
Tratta dalla omonima graphic novel (dal fumetto) di Bryan Lee O’Malley, questa pellicola racconta di Scott Pilgrim – un ragazzetto venticinquenne che suona in una rockband emergente – e della sua travagliata vita sentimentale.
Dopo un anno di tribolazioni, dovute al fatto di essere stato mollato dalla ex storica, Scott decide di mettersi con una diciasettene, una ragazzina del liceo di origini asiatiche, tale Knives Chau. Tutti pensano che sia una scelta sbagliata, un legame improbabile, un ripiego amoroso dovuto alle sofferenze patite. E difatti così è. Non appena s’imbatte in Ramona Flowers, Scott perde letteralmente la testa. Ramona è una tipa estremamente carina e originale, direi quasi bizzarra: va in giro in short, capelli corti e coloratissimi (peraltro con un taglio che sembra essere stato realizzato da un parrucchiere cieco) e un paio di lenti da saldatore sulla testa. Sembra una di quelle eroine dei fumetti steampunk. Ma comunque resta il fatto che è bellissima – c’è da dire che il viso di Mary Elizabeth Winstead è estremamente dolce. Non per niente Scott s’innamora immediatamente, sin da quando la vede in biblioteca per la prima volta. La storia tra i due non ci mette molto a decollare. I due fanno subito amicizia, escono insieme per la prima volta (the essential first date) e iniziano a frequentarsi. La fidanzatina diciassettenne non è un grosso problema: Scott ci mette poco a scaricarla – anche in maniera brutta, a dire il vero. Il problema vero sono gli ex di Ramona. Innanzitutto perché non son pochi (7) e poi perché (non si capisce per quale motivo) Scott è tenuto a batterli. O meglio il nostro eroe dovrà affrontare e sconfiggere – leggi: eliminare fisicamente – tutti i sette precedenti love-interest della sua nuova ragazza. La cosa buffa è che – sebbene metaforicamente questo significhi che Scott debba mostrarsi migliore degli altri ex – in realtà gli scontri con questi avversari avvengono come se si trattasse di un videogame del tipo “picchiaduro”. Avete presente i match di Street Fighter? Beh, qualcosa di molto simile. Uno spasso!
Ma fate attenzione: questo non è l’unico elemento “fumettoso” del film. Spesso alcuni tratti grafici intervengono a sottolineare l’origine “comics” dell’opera. Inoltre il tempo è molto dilatato e ridimensionato allo stesso tempo: chi guarda infatti ha difficoltà a capire se si tratta di giorno o di notte, se sono passati due o tre giorni o se l’azione si svolge sempre nella stessa giornata. Non solo: quando le band suonano sullo schermo appaiono quei segni grafici tipici dei fumetti che servono ad indicare che viene prodotto del rumore. E così via.
Il montaggio è molto rapido, non c’è da annoiarsi. Anche se l’elemento più interessante – a mio avviso. rimangono i dialoghi. “Scott Pilgrim vs. the World”. Fidatevi. Ma non mi è piaciuto solo per questo. Va apprezzato perché racconta con una grossa dose di ironia un po’ quello che accade in tutti i gruppi di ragazzi, in tutte le comitive, in tutte le città, in tutte le band emergenti. Lo fa senza retorica, senza melodrammi, senza essere melenso. Racconta, diverte, stupisce e basta. Pensato per un pubblico tra i 15 e i 35 anni (al massimo), andrebbe visto per ritrovare un po’ di se stessi, per identificarsi e riderne su.
I film in cui recita Michael Cera iniziano a piacermi tutti. Non so perché. Sarà perché è buffo, imbranato, fuori dall’ordinario. Ha una faccia da schiaffi che ispira troppa simpatia. Quell’aria stralunata dello sfigatello che non sarebbe in grado di far male ad una mosca è un marchio di fabbrica che funziona.
Di Mary Elizabeth Winstead ho già detto ma permettemi di aggiungere che, pur essendo molto giovane, recita già benissimo. Per tutto il film tiene un’espressione favolosa, a metà strada tra lo schifato e lo strafottente, tra il menefreghismo e l’insolenza. Davvero spettacolare.
Anna Kendrick è caruccia. La ricordate nel film “Up in the air”? Lì faceva la giovane manager rampante, qui invece le hanno dato la parte della cinica sorella di Scott. Cinica e babbea – a dire il vero – tanto svampita da non accorgersi che il suo ragazzo è omosessuale.
Ellen Wong non ha 17 anni (ne ha 25) ma nei panni della liceale stupidotta, che affronta ogni novità con eccessivo entusiasmo, ci sa stare benissimo.
Alison Pill è buffissima, sia per le espressioni che fa, che per come l’hanno acconciata: il taglio di capelli e la forma squadrata del viso la fanno sembrare davvero un personaggio da cartoon. In questo film interpreta la batterista della band di Scott, nonché sua ex fiamma dei tempi del liceo.
Kieran Culkin è identico a suo fratello Macaulay. Incredile quanto si somiglino. Per tutta la durata del film mi sono chiesto: “Ma dove l’avrò già visto questo”? Qui interpreta il coinquilino del protagonista: un gay insolente che condivide il letto con Scott e con decine di ragazzi che si porta a casa ogni sera (a volte più di uno per volta).
Mark Webber bravino ma non è dei migliori in questo caso. Suo il ruolo del chitarrista della band di Scott.
La bellissima Kristina Pesic interpreta l’ex storica di Scott. Una bionda molto affascinante e piena di grinta che fa da leader ad una rockband di grande successo tra i giovani.
Jason Schwartzman ha soli 30 anni ed è forse il più vecchio della pellicola. Anzi, sicuramente lo è. Interpreta Gideon Graves, uno degli ex ragazzi di Ramona, noto produttore discografico di indie band. Uno sbruffone che si diverte ad irridere e a coprire di sarcasmo il protagonista, nonostante gli abbia portato via la ragazza. Molto godibile. A forza di guardare puntate di “Bored to Death” mi sa che ho iniziato ad adorare questo attore.
Aubrey Plaza l’ho confusa con la Winstead. Pensavo che quest’ultima avesse due ruoli diversi. Vai a capire perché mi sembravano la stessa persona.
Johnny Simmons è tenerissimo: recita il ruolo del più giovane componente della band di Scott. Non si capisce che ruolo abbia nel gruppo, sinché lo stesso Scott non è costretto ad abbandonare la formazione.
Chris Evans si è aggiudicato (giustamente) la parte dell’attore di film d’azione (ex-skateboarder) tutto muscoli e niente cervello. Uno dei 7 ex di ramona, quello che bazzica nel mondo del cinema.
Un ultima cosa. Lasciatemi dire che secondo me tutti (gli attori, il regista, i tecnici) si sono divertiti un casino a girare questo film. Si vede lontano un miglio.
Voto globale: 9. Spero sinceramente che si producano molti più film come questo, che si osi maggiormente, che si sperimenti senza remore come in questo caso.

Guarda il trailer.
Nota: anche la locandina americana è molto carina.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


25
gen 11

SmeercHouse 24 Gennaio 2011

Inizia il 2011 anche per SmeercHouse. Questa puntata N. 2 (ottava stagione) è stata un po’ estemporanea, è andata in onda infatti di lunedì pomeriggio. Ma non preoccupatevi, l’appuntamento per i prossimi episodi rimane lo stesso: ogni domenica dalle 12 alle 14. Le solite due ore di musica selezionate dal sottoscritto.

Il podcast questa volta dura 129 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete qui sopra. Oppure, se volete portarvelo in giro, potete scaricarlo cliccando qui (File mp3 da 36,9 MB codificato mono a 40Kbps – 22050 Khz).

La playlist:
1. Sigla (Gennaio 2010)
2. Mo’ Horizons – Quando Te Veo
3. Turi – Tutto Va Bene
4. Ghostface Killah feat. Raekwon, Cappadonna and Ugod – Ghetto
5. Lauryn Hill – Superstar
6. Stevie Wonder – Pastime Paradise
7. Michael Jackson – Happy Birthday, Lisa (Dunham Version)
8. Nino Moschella feat. Fanny Franklin – We Fight
9. The Meters – Funky Miracle
10. Janelle Monáe feat. Saul Williams – Dance Or Die
11. Pizzicato Five – Bossa Nova 3003
12. The Salsoul Orchestra – Ooh I Love It {Love Break} (Original 7inch Mix)
13. Beyoncé – Work It Out (Dsico Destuct)
14. Dino – Flight Commander
15. Beth Ditto – I Wrote The Book (Original Mix)
16. Robyn – Love Kills
17. Bag Raiders – Turbo Love (Light Year Remix)
18. Herr Styler – Jack (Fare Soldi Jackette rmx)
19. Chromeo feat. La Roux – Hot Mess
20. Tiger & Woods – Gin Nation
21. Rubix & Malente – Afrikan Boogie
22. Todd Terry – Jumpin’ (Original Mix)
23. Byron Stingily – Get Up (Everybody) (Mousse T’s Extended Mix)
24. Jasper Street Co. – Temptation
25. Dirty South feat. Rudy – Phazing (Original Mix)
26. Mephisto feat. Kurtis Blow – In the Name of Love (Original Mix)
27. The Detroit Experiment – Think Twice (Henrik Schwarz Remix)


24
gen 11

Qualunquemente

Qualunquemente

di Giulio Manfredonia (Italia, 2010)
con Antonio Albanese, Nicola Rignanese, Sergio Rubini,
Luigi Maria Burruano, Antonio Gerardi, Lorenza Indovina,
Davide Giordano, Mario Cordova, Sebastiano Vinci, Alfonso Postiglione,
Asia Ndiaye, Veronica Da Silva, Salvatore Cantalupo,
Manfredi S. Perrotta, Massimo De Lorenzo, Antonio Fulfaro

Un sincero “Bravo” ad Antonio Albanese e Giulio Manfredonia. “Qualunquemente” è un film ben riuscito. Non un capolavoro ma una cosa semplice, una commedia gradevole, capace di intrattenere non solo i fan di Albanese. Il rischio di realizzare una serie di gag – l’una inanellata all’altra – c’era ma per fortuna è stato evitato. Anche se il plot non è molto originale o articolato, il film può dirsi riuscito.
La storia è semplice. Marina di sopra – Calabria, Italia. Fine degli anni ’00. Dopo una riunione segretissima, alcuni compaesani malavitosi di Cetto Laqualunque decidono di richiamarlo dal Sudamerica (dove si trova latitante da 4 anni) per affidargli un compito molto dedicato. Hanno intenzione di proporgli la candidatura a sindaco perché hanno bisogno di un amico, di un uomo fidato, per rimettere le cose a posto. Da quando Cetto è partito, infatti, le forze dell’ordine hanno iniziato a dar seriamente fastidio ai loro traffici e in generale nel paese la Giustizia ha iniziato a predendere il sopravvento. Così Cetto torna al paese (in compagnia di una giovane brasiliana e di una piccola bimba di cui non ricorda nemmeno il nome) e riprende la vita di sempre. Quando viene a sapere della candidatura accetta e decide di ingaggiare come spin doctor un cugino di un suo amico, tale Gerry. Questo consigliere in realtà è un pugliese molto cialtrone trapiantato al nord che si sforza di parlare milanese per darsi un tono di professionalità ma che nei momenti di ira non riesce a trattenere la furia delle coloritissime espressioni del suo dialetto.
Il finale non ve lo dico, anche se è facile da intuire.
Su Albanese attore non c’è molto da dire. Su di un palco o davanti alla camera da presa il personaggio di Cetto Laqualunque gli riesce alla perfezione. Ormai è una maschera della comicità italiana contemporana. La sua mentalità, i suoi modi, i suoi comportamenti ormai sono stati persino superati dalla realtà. Davvero non poteva esserci momento migliore per mandare questa pellicola nei cinema.
Nicola Rignanese è da anni la spalla perfetta per Albanese. Molto buffo già nell’aspetto, qui gli hanno ritagliato un ruolo piccolo, secondario, ma valido. Molto apprezzabile il fatto che sa stare al suo posto, senza eccedere, senza nessun tipo di pretesa.
Sergio Rubini continuo a stimarlo ma qui è forse un po’ sprecato. Insomma la gag del pugliese che non riesce a nascondere la sua pugliesità l’abbiamo già vista in altre occasioni. Rubini può e sa fare di meglio. Skip. Passiamo oltre.
Luigi Maria Burruano fa il malavitoso. Ancora una volta. Un ruolo che ormai non si scrollerà più di dosso. Comunque sia, lo trovo sempre molto simpatico.
Per Antonio Gerardi solo un paio di scene – nei panni del tenente Cavallaro – ma io continuo a stimarlo ugualmente.
Veronica Da Silva l’ho trovata perfetta nel ruolo della giovane brasiliana sexy.
Davide Giordano, l’attore che interpreta Melo – il figlio di Cetto, ha recitato forse non al meglio. Ha interpretato il bamboccione ebete un filo troppo sopra le righe. È vero che siamo in presenza di una commedia farsesca però altri attori sono stati in grado di non calcare la mano allo stesso modo.
Voto alla pellicola: 6. Sufficienza. Sicuramente questo film non arriverà a raggiungere gli incassi record realizzati recentemente da “Che bella giornata”, l’ultimo film di Checco Zalone ma ha buone potenzialità. Non è un film difficile, anzi. La sua semplicità, trainata dalla popolarità del personaggio di Cetto potrebbe portarlo a raggiungere risultati di botteghino interessanti. Siamo solo al primo weekend. Il passaparola, in questo caso, potrebbe aiutare molto gli incassi.

Guarda qui il trailer.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


23
gen 11

Razzismo 2.0?

Questa sera sono passato da un kebabbaro vicino casa a prendere una pizza. Il locale è gestito da un simpatico e gentilissimo signore sulla quarantina, credo di origini nordafricane. Come mio solito, appena uscito dalla pizzeria, ho fatto check-in su Foursquare. Aprendo la venue, mi è caduto l’occhio sull’ultimo tips (consiglio), lasciato ieri da un altro utente, che diceva qualcosa del genere: “Fate attenzione, non fa più lo scontrino. Richiedetelo”.
Bene, penserete voi. Questo è un invito alla legalità, a rispettare e a far rispettare le regole del vivere civile. Forse. Però un po’ mi suona strano. Finora non mi era mai capitato di leggere un avviso simile su Foursquare. Soprattutto non ho mai trovato indicazioni di questo tipo per esercizi commerciali gestiti da Italiani.


21
gen 11

The Town

The Town

di Ben Affleck, (USA, 2010)
con Ben Affleck, Rebecca Hall, Jon Hamm,
Jeremy Renner, Blake Lively, Pete Postlethwaite, Slaine,
Owen Burke, Chris Cooper, Corena Chase, Dennis McLaughlin,
Brian Scannell, Tony V., Kerri Dunbar, Brian Scannell

Cos’è “The Town”? Come definirlo? Un thriller. No, non credo. Non mi pare. Diciamo che si tratta di un film di furti e violenza. Di vite metropolitane sbandate.
Quattro ragazzacci di Charleston (un sobborgo di Boston) vivono di rapine: banche, camion blindati portavalori e qualsiasi altro luogo che contenga molta moneta “liquida”.
La prima rapina, la più importante per la storia, avviene tutta in pochi minuti, in testa al film, ancor prima che il regista ci abbia mostrato lo stesso titolo del film. Durante questo colpo la direttrice della filiale viene un bel po’ brutalizzata: prima la costringono ad aprire la cassaforte a tempo poi la prendono in ostaggio e infine la mollano bendata su di una spiaggia. Si dà il caso che la tizia in questione non è una tardona di brutto aspetto. Tutt’altro. Trattasi di Claire Keesey, una trentenne mora, decisamente caruccia, un tipetto interessante che viene da fuori città, una specie di “gattamorta” dotata di un visino che fa perdere la testa proprio ad uno dei 4 rapinatori. Guarda tu un po’ il caso.
Infatti la rapina va a buon fine, però, temendo che l’ostaggio abbia dato all’FBI dettagli sufficienti a metterli nei guai, i 4 rapinatori decidono di seguirla da vicino, da molto vicino. Del pedinamento se ne occupa il belloccio Doug “Dougy” McRay (Ben Affleck). L’idea comunque non è delle migliori perché tra i due nasce subito della simpatia e del tenero. Insomma finiscono insieme ma la storia ovviamente non può funzionare perché le rapine devono continuare e fraternizzare con il pericolo N. 1 non è la strategia migliore. La polizia peraltro, non aiuta perché ci mette davvero pochissimo a mangiare la foglia – come si dice in gergo.
Di film su rapine e rapinatori ne abbiamo visti, anche di casi in cui la vittima finisce per perdere la testa per il proprio aguzzino ma, ad essere sinceri, va detto che in questo caso Affleck ha mescolato bene le carte. Affleck ha scritto, sceneggiato e diretto la pellicola – oltre che ad avervi recitato. Proprio dal punto di vista della recitazione mi preme far presente che il ragazzotto è cresciuto, e molto. Adesso va preso sul serio, ma forse ero io a non dargli la giusta importanza, finora.
Il film non è banale ma si fa guardare volentieri. Chi guarda non indovina subito come vanno a finire le cose e per una volta la polizia non è piena di gente imbecille ed incapace. Si può dire insomma che si tratta di una partita abbastanza equilibrata tra buoni e cattivi, anche se tra questi ultimi c’è il protagonista che non è una figura totalmente negativa, anzi lo spettatore ci mette proprio poco a parteggiare per lui. Altri due elementi già visti e sentiti che vengono aggiunti alla trama sono: una madre scomparsa, un rapporto disastrosto tra il padre e il suo protagonista, l’amicizia fraterna tra i due membri principali della banda, un certo senso etico che spinge il protagonista a rapinare le banche a picchiare la gente ma a non usare le armi da fuoco a meno che non costretto. Bah! Ma anche questi fattori, tutto sommato, contribuiscono a rendere la minestra più sapida.
Forse l’ho già detto, non vorrei ripetermi, ma Affleck è stato bravo a costruirsi un bel personaggio. Interessante, problematico e proprio per questo affascinante. Tra le altre cose, anche fisicamente si è messo su bene. Asciuttissimo, molto dimagrito, si è fatto riempire il corpo di tatuaggi (Finti? Quanti?) Il suo è un personaggio che di certo ha trovato apprezzamento presso ampie fette di pubblico femminile.
Quello che recita meglio, comunque, secondo me è Jeremy Rener, il componente più sbandato della banda di rapinatori. Il quasi-fratello di Dougy, quello che non vede l’ora di pestare la gente, di menare le mani. Il violento, la testa calda, l’unico che ha davvero poco da perdere.
Non male anche Blake Lively nei panni della ragazza madre sbandata, spacciatrice e innamorata del protagonista. Credo che questo sia un personaggio nelle sue corde (Nota: non ho mai visto una sola puntata della serie “Gossip Girl”).
Pete Postlethwaite, come al solito, fa la sua porca figura. Sempre più magro e sfigurato, interpreta una figura secondaria e defilata – ma solo fino a un certo punto: il fioraio basista. È morto di recente. Un po’ mi spiace. Sarà stato questo il suo ultimo personaggio sul grande schermo?
Di Rebecca Hall ho già detto. Il gattamortismo è la posa che le riesce meglio. Caruccia ma non bellona. Dentatura importante, fronte alta, ma si fa apprezzare. Donna idealtipica per romanticoni sognatori. Interpretazione fuori discussione. Il suo è un ruolo azzeccato. Insomma è una tipa per cui si può perdere la testa. Anche se una domanda me la pongo: ma negli USA è normale che una ragazza poco più che trentenne diriga una filiale di banca a Boston?
Jon Hamm è il Don Draper di “Mad Men”. L’avete riconosciuto? Ne sono sicuro. Comunque è più forte di me: nel ruolo del perspicace agente dell’FBI non so proprio vedermelo. Troppo giovane e belloccio per fare il federale rognoso, il cagnaccio segugio a cui non la si fa.
Tutto sommato il film è gradevole. Ci sono anche scene d’azione (inseguimenti, sparatorie, scazzottate, ecc.), cioè tanto materiale buono per chi se ne impippa di tutto il resto. Voto più che sufficiente: 6 e mezzo.

P.S.: la locandina americana è molto più bella.

Qui potete vedere il trailer italiano. Qui quello americano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


20
gen 11

Sound hints – Gennaio 2011

- La versione album del pezzo “Vai bello” degli Articolo 31, contenuto in “Nessuno”, presenta campionamenti presi dal brano “A glezele vayn” dei Klezmatics.
- Il suono iniziale del brano “Gettin’ Over You” di David Guetta feat. Chris Willis, Fergie & LMFAO ricorda molto il pezzo “I Got A Feeling” dei Black Eyed Peas.
- Per realizzare “Do The Bogaloo” i tedeschi Mo’Horizons hanno risuonato il riff iniziale del brano “Sweet Tater Pie” di Mongo Santamaria.
- “Why O” di Beryl Cunningham è il pezzo a cui si sono ispirati i Not Brushing Dolls per creare il brano “Calypso Woman”.
- Per realizzare il brano “Brazilian” il progetto Gramophonedzie ha campionato il giro di chitarra di “Carolina Carol Bela” di Jeorge Ben Jor.
- Il brano “Needin’ U” di The Face – un progetto di David Morales – contiene campionamenti presi da “My First Mistake” dei Chi-Lites e da “Let Me Down Easy” dei Rare Pleasure.
- La super hit house “Your Love” di Jamie Principle e Frankie Knuckles è basata sul brano “Feels Good (Carrots and Beets)” di Electra featuring Tara Butler.
- Dal brano “Give It To Me Baby” di Rick James è stato preso un campione per realizzare “Breakfast” dei Le Le.
- Il brano “Love Don’t Pay The Rent” di Moné, nella versione “The Jinks Work-Shy Dub”, riprende il giro di “Keep on Jumpin’” dei Musique.
- Il brano “Hit & Throw” di Antony Acid feat. Method Man non è altro che una ri-edizione leggermente modificata di “Throw” dei Paperclip People (ossia Carl Craig).
- La sigla storica della trasmissione “Yo! Mtv Raps” è il brano “South Bronx” dei Boogie Down Productions.
- Il brano “Forever” di James Talk & Ridney è un pezzo house che campiona “Fantasy” degli Earth Wind & Fire.
- Il brano “Feel” di Dj Tonka campiona una parte dell’intro di “It’s Your Rock” dei Fantasy Three.
- Alcune parti del brano “Also Sprach Zarathustra” di Eumir Deodato sono state usate da Max Sedgley per realizzare la traccia “Happy”.
- È molto probabile che per realizzare “Poison” i Prodigy abbiano campionato la ritmica del brano “It’s a New Day” de The Skull Snaps.
- La traccia “Journey (In House Mix)” di Toddy Terry ha suoni molto simili a “Burning” dei Daft Punk.


20
gen 11

Americani

Americani
(Glengarry Glen Ross)

di James Foley (USA, 1992)
con Al Pacino, Jack Lemmon, Alec Baldwin,
Alan Arkin, Kevin Spacey, Jonathan Price, Ed Harris,
Jude Ciccolella, Paul Buttler, Neal Jones, Lori Tan Chinn

Pellicola tratta da un testo teatrale di David Mamet. Lo si capisce subito. “Americani” è un film girato al 90% in interni e tutto incentrato sui dialoghi, serratissimi e calibrati al millimetro.
Shelley Levene, Ricky Roma, George Aaronow e Dave Moss sono quattro agenti immobiliari che lavorano per la Rio Rancho Estates. A dirigerli c’è John Williamson. Una sera, quasi all’improvviso, nel loro ufficio si presenta Blake, una specie di manager motivatore mandato dai titolari della catena di agenzie immobiliari. Blake è uno sbruffone maleducato, un cinico, un duro senza peli sulla lingua che, anziché spronare gli agenti, li insulta e comunica loro che presto si ritroveranno disoccupati, se non miglioreranno le loro performance di vendita. Il solo obiettivo della sua visita è quello di avvisarli che la società ha indetto una gara: il migliore agente del mese, il primo classificato, quello che è riuscito a far firmare contratti con il valore più alto, vincerà una lussuosa auto – una Cadillac – al secondo in regalo un inutile set di coltelli da bistecca. Gli altri due, gli ultimi classificati, saranno “out”, scaricati. Fuori dall’agenzia. Così, in men che non si dica, la già difficile situazione in cui versavano gli agenti si trasforma in catasfrofica. Le vendite sono ferme da tempo, i contratti non si firmano, i contatti di cui dispongono i venditori sono di scarsa qualità e sono sempre gli stessi da mesi. Levene, Aaronow e Moss sono nervosissimi, non sanno che pesci pigliare, capiscono di trovarsi in una situazione rischiosissima. Roma è l’unico che se ne frega. Anziché partecipare alla riunione con Blake, se ne è stato per tutto il tempo nel ristorante cinese che si trova di fronte all’agenzia a bere whiskey e a chiacchierare con un poteziale facoltoso cliente. A Roma le vendite sembrano andare a gonfie vele, un po’ perché pare sia bravo, un po’ per fortuna. Lo si capisce dalla prima inquadratura che è uno yuppie, un cinico rampante che pensa solo a vendere vendere vendere, che se ne frega di tutto e di tutti. Difatti era il primo della classifica ancor prima che il concorso venisse indetto.
La situazione comunque è drammatica: Moss è sull’orlo di una crisi di nervi, urla e inveisce contro tutti, Aaronow si sente inutile e infruttuoso, teme di perdere il posto ma non sembra avere la forza di agire, Levene invece, che è il più vecchio di tutti è al verde, è sull’orlo del suicidio: ha problemi anche con una figlia ricoverata in un ospedale, sa che potrebbe essere il primo a perdere il posto di lavoro, anche se è un veterano dei venditori.
La notte è lunga ma passa. Il mattino dopo si scopre che l’agenzia è stata derubata. I ladri hanno portato via i telefoni, dei documenti ma soprattutto il pacchetto di contatti, quelli nuovi, quelli buoni e preziosi che valgono oro, che sarebbero facilmente convertibili in grossi contratti firmati. Chi guarda, lo spettatore, non è certo del colpevole, non sa chi ha fatto il furto ma ha visto che Moss e Aaronow la sera prima, al bar, avevano parlato a lungo di quel colpo. Non vi svelo altro per non togliervi il piacere della parte più interessante della pellicola ma sappiate che non è tutto così semplice come sembra. Non sempre quelli che stanno in testa arrivano primi. Saranno proprio le parole – le vere protagoniste del film – a smascherare i colpevoli del crimine.
Il cast è di primissimo livello.
Pacino, abbronzato e pettinatissimo, interpreta il vanesio e scaltro Richard “Ricky” Roma.
Jack Lemmon veste i panni del vecchio venditore, quello che un tempo tutti rispettavano perché in gamba e pieno di esperienza. Il tempo su di lui sembra aver fatto solo danni. È un anima in pena, solo e senza una dollaro, non riesce a stringere contratti in alcun modo, si ritrova sull’orlo del baratro, in preda al panico, a chiedere un pietoso aiuto a Williamson, il giovane capufficio saputello che ha meno della metà dei suoi anni. Grande interpretazione che gli è valsa una Coppa Volpi a Venezia come “Migliore attore”.
Ad Alan Arkin hanno dato il ruolo di Aaronow, lo smidollato. Un uomo di mezza età per cui il lavoro è tutto ma che non è più in grado di operare proficuamente. Non è un leader, non riesce a raggiungere alcun tipo di successo, si sente inutile e teme fortemente di perdere il posto di lavoro.
Ed Harris è il venditore più giovane. Ha tanta foga in corpo. Vorrebbe dominare il Mondo ma si stente frustrato. Si crede un ganzo ma sa solo sbraitare. Urla troppo e pensa poco. Eccessivamente ambizioso, talmente arrabbiato che potrebbe finire col farsi del male da solo. Praticamente una mina vagante.
Kevin Spacey fa la parte del precisino, del capufficio insensibile, che esegue solo gli ordini dei capi, cancellando del tutto i sentimenti che lo potrebbero portare a provare un briciolo di umanità nei confronti dei suoi colleghi in difficoltà.
Alec Baldwin è la iena. Il bufalo che urla insulti all’indirizzo dei venditori, che li umilia, li minaccia. Un motivatore capace solo di generare panico e competizione tra i dipendenti.
Bravi tutti, davvero. Una squadra da 10 e lode.
Grande performance anche per Jonathan Price, qui nei panni di un allocco che finisce nelle grinfie di Ricky Roma. Un compratore che la sera prima si fa abbindolare e la mattina dopo vuole ritrattare tutto. Che prima firma un contratto e poi, sotto minaccia di sua moglie, torna in agenzia a piagnucolare, alla disperata ricerca di annullare il documento.
Nota: sinceramente non ho capito perché per la versione italiana si sia scelto il titolo genericissimo di “Americani”. Come se i venditori di immobili esistessero solo negli Stati Uniti. Bah!
Voto globale alla pellicola: 7 e mezzo. Da vedere se vi piace il cinema in cui si recita sul serio.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


19
gen 11

Shaft il detective

Shaft il detective
(Shaft)

di Gordon Parks (USA, 1971)
con Richard Roundtree, Moses Gunn,
Charles Cioffi, Christopher St. John, Gwenn Mitchell,
Victor Arnold, Lawrence Pressman, Sherri Brewer,
Margaret Warncke, Camille Yarbrough, Dominic Barto

Uno dei film più rappresentativi di quel filone cinematografico che va sotto il nome di Blaxploitation.
Richard Roundtree interpreta il fascinoso John Shaft: un detective nero (afroamericano, colored, negro – fate un po’ come vi pare) che conosce Harlem come fossero le sue tasche. È un duro con i basettoni, di quelli veri che vanno in giro armati, con il ferro nella fondina. Ama le donne – anzi, è venerato dalle donne – , è sostanzialmente un buono ma sorride poco, tiene sempre gli occhi aperti e cerca di starsene alla lontana dai guai. Il suo quieto vivere, comunque, va in crisi quando Bumby Jonas, il boss nero che controlla il giro di droga e le scommesse ad Harlem, gli chiede di cercare sua figlia Marcy, che è stata rapita. Il lavoro commissionato è un po’ una trappola, perché di mezzo c’è la Mafia italiana, ma Shaft non è un fesso, uno che si lascia abbindolare facilmente. Difatti, grazie ai buoni rapporti con la Polizia di New York, in particolar modo con il tenente Vic Androzzi, e all’aiuto delle Pantere Nere (suoi vecchi amici) il bel detective ruscirà a salvare capra e cavoli, rimettendoci un paio di fori nella pellaccia, ma uscendo dalla vicenda completamente pulito.
Particolarmente buffe le scene di sesso in cui il protagonita è sul serio “l’uomo che non deve chiedere mai”, l’adone nero ai cui piedi tutte le donne (di colore, ovviamente) cadono estasiate. Si tratta solo di un paio di occasioni, a dire il vero, ma fa davvero specie il modo in cui vengono inserite nel contesto (sembrano quasi estranee alla storia) e in cui esprimono picchi di machismo e maschilismo.
Voto globale al film: 6. Se siete amanti del funk delle origini e della cultura nera d’America, dovreste vederlo. Assolutamente.
La colonna sonora della pellicola è molto bella, ça va sans dire. In particolar modo il tema, scritto ed interpretato da Isaac Hayes con i Bar-Keys. Vinse addirittura un Premio Oscar quell’anno.
Nota: la storia è tratta da un romanzo di Ernest Tidyman intitolato “Shaft contro la mafia”.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.