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Roma senza vie di mezzo

Roma senza vie di mezzo

di Achille Corea
Pendragon, 2010
12,90 Euro – 184 pagg.

Questo libretto è piccolo, comodo, tascabile. Si legge in breve tempo, questione di poche ore. Non si tratta di una guida o, almeno, non proprio di una guida turistica nel modo in cui siamo abituati a pensarla. Non è un libro per turisti che vogliono fare i turisti. Non è scritto per chi a Roma ci abita ma nemmeno per chi sa già che ci passerà solo un paio di giorni primaverili, per non tornarci mai più.
L’ha scritto Achille Corea, anche noto come Akille – il titolare dell’omonimo blog. Ve lo consiglio caldamente. Preferite “vivamente”? Va beh, aggiungeteci anche questo avverbio.
Sì, lo so: potrei essere imparziale. Sono fan del blog e amico di Achille. Il mio giudizio appare partigiano. E lo è. Credetemi. Ma credetemi anche se vi dico che la lettura è degna del costo. Cioè, potevano anche arrotondare a 10 Euro. I 2,90 in più mi paiono superflui. Ma non è questo il punto. Il punto è che il libro si fa leggere, è gradevole, persino (e soprattutto) se per sommi capi conoscete già i luoghi, le persone e le situazioni che Achille descrive.
Il testo è strutturato così: contiene 160 schede. 80 Sì e 80 No. Il tutto diviso in macro-categorie: Luoghi, Tendenze & Lifestyle, Cibarsi, Shopping, Arte & Cultura, Vita notturna, Eventi, Protagonisti.
Ciò che forse mi ha fatto apprezzare questo libro, più di quanto potreste apprezzarlo voi altri, è una certa affinità con l’autore. O, meglio, lo sguardo con cui Achille ha osservato la città, prima di riversare le sue impressioni su carta, non diverge molto dal mio. Proprio come lui, inoltre, anche io non sono romano ma nella Capitale ci vivo da ormai 15 anni circa. Anche io sono un meridionale trasferito ancora giovincello a Roma per studiare e rimasto in loco per mille altri motivi. Primo tra tutti l’essermi innamorato di quello che “Roma senza vie di mezzo” descrive.

Qui trovate maggiori (e ufficiali) informazioni sul libro
.

Nota: la collana “Senza vie di mezzo” è curata da un tale bolognese che si firma come Otago.

Romanzo popolare

Romanzo popolare

di Mario Monicelli (Italia, 1974)
con Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Michele Placido,
Pippo Starnazza, Alvaro Vitali, Vincenzo Crocitti

Ho rivisto questo film dopo tre anni. Ma quasi non ricordavo di averlo visto. Lo so, è grave. Devo farmi vedere da uno bravo.

Commedia agrodolce magnificamente diretta da Monicelli.
Giulio Basletti (Ugo Tognazzi) è un operaio di 51 anni che finisce sui rotocalchi rosa perché ha sposato Vincenzina (Ornella Muti), una ragazza giovanissima, nemmeno diciottenne, a cui molti anni prima aveva fatto da padrino per il battesimo. Lui è un operaio settentrionale che lavora nella Innocenti, lei è una ragazza di provincia che vive in un paesino dell’entroterra campano. Quando lei si trasferisce a Milano con i suoi fratelli per cercare lavoro i due si re-incontrano ed è subito amore. Si sposano un anno dopo circa e vanno a vivere a Cologno Monzese, in un mini appartamento nella periferia milanese, lì dove i casermoni sono ancora in costruzione e le strade ancora lontanissime dall’essere asfaltate. Le cose tra i due sembrano andare meravigliosamente. I primi tempi sembrano un idillio, anche perché Giulio è molto protettivo nei confronti di sua moglie etrambi vivono quasi in una famiglia allargata circondati dall’affetto e dall’amicizia di parenti e colleghi. In pochissimo tempo, inoltre, nella loro vita arriva anche un piccolo Basletti: Francesco, detto Cecco.
Le cose, comunque, iniziano a crollare quando Giulio deve allontanarsi tre giorni per andare in Campania, al paese natale di Vincenzina, per partecipare al funerale di una sua parente, rimasta uccisa sotto le frane causate dal maltempo. Durante questo breve viaggio Giulio inizia a sospettare che la sua Vincenzina si sia invaghita di Giovanni (Michele Placido), un giovane Carabiniere pugliese di stanza a Milano che quasi per caso è diventato un amico di famiglia e che da alcuni mesi frequente assiduamente casa Basletti. Tornato a casa in effetti scopre che le sue supposizioni non sono affatto infondate.
Non svelo altro. Ho già detto troppo.
Comunque sappiate che avevo raccontato tutto e meglio già nel 2007.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

La giusta distanza

La giusta distanza

di Carlo Mazzacurati (Italia, 2007)
con Giovanni Capovilla, Valentina Lodovini, Ahmed Hafiene,
Fabrizio Bentivoglio, Giuseppe Battiston, Natalino Balasso,
Danilo Marescotti, Stefano Sandaletti, Mirko Artuso,
Dario Cantarelli, Roberto Abbiati, Fadila Belkebla,
Raffaella Cabia Fiorin, Silvio Comis, Marina Rocco,
Amri Amine Abdel Jelil, Francesco Apuzzo, Nicoletta Maragno

Piccolo delizioso noir all’italiana ambientato tra le nebbie della pianura padana.
Giovanni, un ragazzo di soli 18 anni con il pallino del giornalismo si fa assumere come collaboratore ombra da una nota firma del Resto del Carlino, tale Bentivegna. Inizialmente scrive pezzi di cronaca di poco conto, anche perché nel suo paesino non succede nulla di rilevante se non un incendio probabilmente doloso e alcune misteriose morti di cani. La sua grande occasione arriva dopo un po’ di mesi quando la giovane e bella Mara, la nuova maestra elementare del paese, viene ritrovata morta. È qui che il ragazzo inizia ad occuparsi seriamente di cronaca giudiziaria. A dire il vero Giovanni decide di condurre da solo le indagini sul caso solo dopo che Hassan, il suo amico meccanico di origine tunisina, che aveva una storia d’amore con la vittima, si suicida perché non riesce a sopportare la vergogna di essere stato giudicato colpevole. Il piccolo cronista è convinto dell’innocenza del meccanico, in cuor suo sa che si trattava di vero amore, che il meccanico mai avrebbe fatto del male alla maestrina dai capelli neri e dal sorriso contagioso; per lui il colpevole è un altro, perciò decide di andare sino in fondo alla faccenda, di scavare, di ripercorrere il caso punto per punto, di riesaminare gli incartamenti del processo per assicurare alla giustizia la persona che sul serio ha posto fine alla vita di Mara.
Dal punto di vista registico e di sceneggiatura il film è costruito molto bene: per più della metà del film lo spettatore assiste alla vita decisamente normale (quasi noiosa e banale) del piccolo paese veneto; è solo negli ultimi minuti che si approda alla parte definibile propriamente thriller del film. Sin dall’inizio, però, e per tutta la durata della pellicola, aleggia comunque una certa atmosfera tetra, pesante, di tristezza mista ad angoscia, di mistero rarefatto; qualsiasi abitante del paese potrebbe perdere la testa da un momento all’altro, chiunque potrebbe nascondere un segreto, ognuno potrebbe uccidere o essere ucciso. Chi guarda non sa cosa succederà, né quando, ma ha la possibilità di godersi la storia, di seguire le vicende narrate che hanno comunque anche risvolti leggeri e simpatici, come il mutismo dell’omino tuttofare coi baffi neri e lo sguardo stralunato, il buffo accento del telefonista in salopette (il simpaticissimo Natalino Balasso), i continui e maldestri tentativi del pingue tabaccaio sborone (Battiston) di sedurre giovani donne, gli stretti legami affettivi dei personaggi nordafricani (Hassan, sua sorella, suo cognato pizzaiolo e alcuni piccoli nipoti) apparentemente bene integrati nella comunità.
“La giusta distanza” non è solo un film sul razzismo latente e/o strisciante degli italiani degli anni 2000: questo sentimento è solo uno degli elementi, sebbene essenziale, che compongono un equilibrato mix. Il film racconta anche la banalità della vita di paese, alcuni tratti salienti del nord-est (pur senza eccessivi luoghi comuni), l’amore sincero di un uomo solo che è fuggito in un paese lontano per rifarsi una vita dignitosa, le piccole/grandi sfortune della vita, la difficoltà di crescere e trovare la propria strada in provincia, l’impegno di alcuni giovani nel portare avanti i propri progetti di vita, dell’accoglienza che ricevono le persone di buon cuore nelle minuscole comunità, della possibilità di riuscire a conseguire gli obiettivi se mossi da tenacia, impegno e passione, ecc.
Giovanni Capovilla è il bravissimo protagonista, la voce narrante della storia. Un giovane dal volto pulito che incarna molto bene lo spirito del bravo ragazzo ingenuo, un tipetto sincero e appassionato che, nonostante non sappia mantenere la “giusta distanza” dai fatti del buon giornalista (il non coinvolgimento sentimentale suggeritogli dal giornalista l’esperienza), riesce comunque ad andare a fondo, a scoprire la verità delle cose.
Bentivoglio interpreta Bencivegna, il giornalista d’esperienza, uno che per inseguire gli obiettivi di carriera ha praticamente perso il contatto con la famiglia e con gli affetti in generale. Qui vediamo l’attore un po’ invecchiato (sarà solo effetto del trucco?), interpretare un ruolo da burbero un po’ scostante ma tutto sommato bonario, un professionista in gamba in grado di vedere nel giovane ragazzo un potenziale giornalista di rango.
Valentina Lodovini è bravissima e molto bella. Ho già detto che è bella? Vorrei ripeterlo più e più volte. Bella di una bellezza semplice. Il suo di certo non è il ruolo da vamp o da maestrina sexy e maliziosa, tutt’altro. La Lodovini interpreta la ragazza della porta accanto. Certo, una quasi-trentenne mora, con occhioni grandi e scuri e un fisico di tutto rispetto, non è molto comune, non tutti hanno una vicina così (probabilmente la vorrebbero), ma credetemi se vi dico che in questa pellicola interpreta il ruolo di una ragazza come tante, normale ma non banale, una non appariscente, dotata di una bellezza interiore importante almeno quanto quella esteriore. I suoi son sorrisi che valgono oro, sorrisi che fanno capire il perché gli abitanti del paesino vadano tutti matti per lei, perché riesca in poco tempo a conquistarsi il cuore e la simpatia di tutte le persone con cui entra in contatto.
Per Battiston ancora un ruolo da omone buffo: un tabaccaio ricchissimo, sborone e marpione, che ha comprato sua moglie – una ragazzona dell’est europeo – attraverso un catalogo online. Il suo forte accento da cittadino del Triveneto è perfettamente allineato con l’area geografica che Mazzacurati ha scelto per ambientare la sua opera.
Ad ogni modo il più bravo davanti alla macchina da presa in questo caso è Ahmed Hafiene. Spero davvero che abbia preso qualche premio. Interpreta Hassan, il meccanico di origine tunisina che viene condannato per aver ucciso la maestra. Sul suo viso porta tutta la sofferenza di un passato difficile, di una vita d’inferno in patria e di grosse difficoltà sul suolo italiano per raggiungere uno status di cittadino sufficientemente integrato nel tessuto sociale. La costruzione del suo personaggio è stata curata nei minimi dettagli: su di lui aleggia sin dal principio un alone di mistero. Hassan è un buono ma ha qualcosa da nascondere. Hassan sembra sincero ma ha l’aria di chi non si scopre mai del tutto. Per un lungo periodo di tempo chi guarda non sa chi è, da dove viene e che intenzioni abbia. Il suo primo contatto con la vittima, ad esempio, è morboso: Hassan s’innamora a prima vista della bella maestra forestiera, tanto da decidere di andare a nascondersi ogni sera sotto casa sua, tra il fogliame degli alberi, per spiarla attraverso le finestre.
Di Natalino Balasso ho già detto: quest’attore mi ha sempre trasmesso una grandissima simpatia, sin dalle sue prime apparizioni in tv, e continua a farlo tutt’oggi.
Di Danilo Marescotti, invece, dico che mi è sembrato un’ottima scelta di casting. Il suo è un volto buono per recitare la parte dell’avvocato menefreghista, razzista e prevenuto che fa il suo lavoro senza passione; un animo adulto inaridito che ha perso ogni speranza nella società e nelle persone, a fare da contraltare alla sete di giustizia e verità del giovane cronista.
Colonna sonora non pervenuta. C’era un commento musicale al film? Sinceramente non mi sono accorto – eccezion fatta per un brano nordafricano suonato durante una festa di paese.
Voto globale alla pellicola: 7 e mezzo. Da guardare. Uno dei quei rari prodotti di cui il cinema italiano dovrebbe andare fiero. Credibile, ben costruito, ben recitato, contemporaneo, dolceamaro, serio ma non noioso e soprattutto dignitoso.

Guarda qui il trailer.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Parteciperò alla maratona Abbey Christmas

Il mio amico Luca di Bari mi ha coinvolto in Abbey Christmas, un evento di beneficienza organizzato ad Andria da Abbey Reedio. Nel centro della città dalle 16 di mercoledì 23 dicembre alle 16 del giorno dopo (la vigilia di Natale) si terrà una maratona di trasmissione radiofonica in diretta a scopo benefico, durante la quale si alterneranno diversi speaker. Io sarò uno di quelli. Lo studio mobile sarà allestito in viale Crispi. Sarà possibile anche seguire l’evento da casa via internet grazie allo streaming video su Bipress.tv.
Durante le 24 ore della maratona si esibiranno dal vivo sul palco anche tre band:
- “Forget’n'Cool” alle ore 20:30 del 23 dicembre;
- “Whole Lotta Rock” alle ore 11:00 del 24 dicembre;
- “Dance Scratch” alle ore 14:30 del 24 dicembre.
Il ricavato della raccolta fondi sarà devoluto in beneficenza per aiutare l’operato di Don Giuseppe Zingaro, un parroco che da anni si prende cura delle famiglie indigenti del quartiere San Valentino.
Per ulterioni informazioni sulla manifestazione leggete qui.

Il 24 mi fanno mangiare i gamberoni al brandy

In qualità di blogger ospite ho scritto una specie di ricetta natalizia per il blog “In Pausa”, anche noto affettuosamente come “il blog delle insalate pronte Bonduelle”. Si tratta di un piccolo post autobiografico, narrato in prima persona, che può anche essere usato come guida alla preparazione del piatto. Potete leggerlo qui.

Grazie a Giulia Blasi per l’opportunità.

SmeercHouse 19 Dicembre 2010

Puntata N. 36 della settima stagione. La 199esima di sempre. L’ultima del 2010.
Ci si rivede nel 2011.

Il podcast questa volta dura 113 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete qui sopra. Oppure, se volete portarvelo in giro, potete scaricarlo cliccando qui (File mp3 da 32,4 MB codificato mono a 40Kbps – 22050 Khz).

La playlist:
1. Sigla (Gennaio 2010)
2. Pink Martini – Sympathique
3. Lisa Ono – I Got You (I Feel Good)
4. Martin Denny – Exotique Bossa Nova
5. Sam Paglia – Arturo’s Birthday Party
6. Giuliano Palma & The Bluebeaters – She’s Not There
7. The Brand New Heavies – How We Do This?
8. Cymande – The Message
9. Funkadelic – (Not Just) Knee Deep (part 1)
10. Gaz – Sing Sing (Original Album Version)
11. Andrea Ciminelli – No Batida Do Pandeiro
12. Grupo Batuque – Nobatida Do Agogo (Osunlade Main Mix)
13. Calibro 35 – Gangster Story
14. Caribou – Odessa
15. Roy Davis Jr. feat. Peven Everett – Gabriel (Live Garage Mix)
16. Robyn – Dancing On My Own
17. Usher feat. Pitbull – Dj Got Us Falling In Love Again
18. Jasper Street Company – Got Me Going
19. Eric Kupper presents Organika – Cuchifritos (Main Mix)
20. Major Lazer – Pon De Floor (Radio Edit)
21. Slava Flash – How Dull

Nel PslA 2010

Non so se sapete cosa sia il Post sotto l’albero – anche noto come PslA. Si tratta di una raccolta di scritti, pensieri, racconti, fotografie, immagini e altro che hanno come tema comune il Natale. Da 8 anni ormai Sir Squonk chiede a un certo numero di suoi amici/conoscenti/contatti di Rete di collaborare, ossia di partecipare alla realizzazione di questo pot-pourri che si trasforma poi in un Pdf scaricabile gratuitamente. Beh, quest’anno, per la terza volta, c’è anche un mio contributo.

Scarica da qui il Psla 2010.

Ritorno alle origini

Boss Bottled by Hugo Boss
Spray Deodorant
18 Euro (circa) da Sephora.

La voglia matta

La voglia matta

di Luciano Salce (Italia, 1962)
con Ugo Tognazzi, Catherine Spaak, Jimmy Fontana,
Gianni Garko, Luciano Salce, Fabrizio Capucci,
Oliviero Prunas, Margherita Girelli, Diletta D’Andrea,
Stelvio Rosi, Corrado Pantanella, Franco Giacobini,
Carla Mancini, Edy Biagetti, Nino Fuscagni

Commedia dolceamara che racconta la storia d’amore impossibile tra un quarantenne e un’adolescente bellissima nei favolosi anni ’60 italiani, una liaison della durata di un solo giorno che ha come sfondo culturale la contrapposizione tra i giovani dell’epoca e quelli che già allora venivano definiti “Matusa”.
Il protagonista è Antonio Berlinghieri, un ingegnere settentrionale (romagnolo) proprietario di un’azienda di laminati plastici. Antonio ha 39 anni ed è single impenitente, si diverte cioè a fare lo scapolone su e giù per l’Italia; è un donnaiolo sfacciato che pensa solo al lavoro e alle donne, un uomo molto pieno di sé, in un certo senso reazionario, edonista, non ignorante ma alquanto rozzo, nonostante si atteggi a viveur dai modi affettati.
Una domenica, mentre si dirige in Toscana con la sua spider per far visita a suo figlio che si trova in collegio, Antonio s’imbatte in una combriccola di giovani che va al mare. Tra l’ingegnere e i “giovinastri” sarà subito attrito: la spensieratezza e la sfrontatotezza dei ragazzi, infatti, daranno molto fastidio ad Antonio, anche se con il passare delle ore i dissidi si attenueranno e l’ingegnere finirà per farsi sedurre e pervadere dalla gioia di vivere dei suoi compagni d’avventura. Questo perché nella comitiva c’è anche Francesca, una sedicenne mozzafiato, dolce e minuta, una gattamorta finto-ingenua (la splendida Katherine Spaak), che in men che non si dica farà perdere la testa ad Antonio. L’ingegnere, infatti, nonostante venga continuamente preso in giro dalla comitiva e nonostante diventi bersaglio di tutti gli scherzi e le trappole dei giovani amici di Francesca, decide di trascorrere l’intera giornata con quest’allegra combriccola – un po’ costretto, un po’ no. Il suo tentativo sarà quello di sedurre la giovane biondina. Anche se non vorrà mai darlo a vedere, in cuor suo l’ingegnere sa benissimo di essere perdutamente innamorato della ragazzina.
Il film si chiude con Antonio che si fa pena da solo mentre capisce di aver perso per sempre la spensierata giovinezza: un forte senso di nostalgia per l’ultima domenica di mare di un’estate ormai finita che fa da cornice ai sentimenti crepuscolari di un uomo triste, ormai quarantenne, praticamente avviato sul viale della mezza età.
Splendida la colonna sonora: contiene un pezzo di Gino Paoli, uno cantato da Mina e uno dello stesso Jimmy fontana, che nel film intepreta un giovane occhialuto che tuba continuamente con una sua coetanea. Meraviglioso notare come già nel 1962 sulla samba intitolata “Brigitte Bardot” si facevano i trenini.
Voto globale per la pellicola: 7.
Nota 1: questo film è stato tratto dal racconto “Una ragazza di nome Francesca” di Enrico La Stella.
Nota 2: La voglia matta è stato il film d’esordio sul grande schermo per Chatherine Spaak, che all’epoca aveva in effetti 17 anni, ossia all’incirca la stessa età del personaggio che interpretava.
Nota 3: anche da giovane Gianni Garko era un uomo molto affascinante.

Qui trovate la locandina originale in versione belga e la copertina del DVD.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni

Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni
(You Will Meet a Tall Dark Stranger)

di Woody Allen (Usa, 2010)
con Naomi Watts, Gemma Jones, Anthony Hopkins,
Josh Brolin, Freida Pinto, Pauline Collins, Antonio Banderas,
Lucy Punch, Ewen Bremner, Jonathan Ryland, Theo James,
Eleanor Gekcs, Kelly Harrison, Linda Baron, Christian McKay,
Rupert Frazer, Jonathan Ryland, Philip Glenister, Pearce Quigley

Pellicola dal taglio tragicomico che mi ha convinto davvero poco. Per giunta sul finale mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Poche linee narrative vengono portate a conclusione, molte altre invece rimangono aperte. Voglio dire che le vicende di diversi personaggi finiscono per rimanere sospese nell’incertezza e questo, ovviamente, provoca una certa sensazione di fastidio in chi guarda.
Comunque ammetto che il problema di comprensione di questo film potrebbe essere tutto mio. Forse sono io a non averne capito il senso. Forse Allen vuole solo narrare delle storie che corroborano il principio secondo cui la vita non è altro che una serie di episodi del tutto casuali che si susseguono. Non per niente in testa, nelle prime battute del film, la voce narrante fuori campo ricorda quella massima di Shakespeare che dice «La vita è solo piena di clamore e furore».
Intendiamoci: il film è scritto bene e recitato anche meglio ma non lascia un segno. Non stupisce, non sorprende, non affascina, non mi sembra che dia occasione di arricchimento personale.
Peraltro questa volta la vis comica di Allen è appena accennata. Anzi, il tipico umorismo sagace che da anni contraddistingue le produzioni cinematografiche di questo regista è del tutto assente. Siamo in presenza di una commedia di Allen, di una commediuccia, che patisce l’assenza del suo principale elemento caratterizzante.
Tra tutti gli attori, i più meritevoli di un plauso sono Naomi Watts, Gemma Jones ed Anthony Hopkins. La prima sto rivalutandola col tempo. Un tempo mi stava persino antipatica, invece devo ammettere che qui se la cava egregiamente. In questa pellicola il suo personaggio è una donna sotto la quarantina che oscilla tra una personalità forte e combattiva e un atteggiamento da donnetta, succube di sua madre e di suo marito.
Gemma Jones recita con l’esperienza di chi ha una grande carriera alle spalle. Un tempo si sarebbe detto “mestierante del cinema”. Ma non fraintendetemi: non sto usando questa definizione con intenti negativi. Anzi intendo proprio dire che la vecchia signora stralunata che si fa plagiare da una cartomante è una parte che le riesce perfettamente.
Anthony Hopkins lo vediamo invece nel ruolo inedito del vecchietto ringalluzzito che a 70 anni circa decide di rimettersi in gioco, di non rassegnarsi agli anni che avanzano, di provare a godersi ancora la vita, prima che sia troppo tardi. In base a questa filosofia, infatti, lo vediamo divorziare da sua moglie (coetanea con cui ha vissuto per 40 anni) e sposare la prima sgalettata bionda da cui compra rapporti sessuali.
Molto buffa , appunto, risulta Lucy Punch nel ruolo della giovane moglie svampita: una escort platinata, aspirante attrice, che cambia il suo stile di vita quando il vegliardo le propone di diventare sua moglie.
Antonio Banderas non pervenuto. O quasi. Ha poche scene, la maggiorparte delle quali servono solo a mostrare ancora una volta quanto sia affascinante. Tra l’altro non gli si chiedeva di fare altrimenti.
Frieda Pinto è giovane e bella. Poi è giovane ed è pure bella. Diciamo cioè che non è questa la pellicola giusta per valutare le sue doti recitative. Anche per lei pochissime scene a disposizione. Peccato. Qui comunque interpreta la ragazza con i lineamenti indiani che veste sempre di rosso. Dolce, minuta, leggiadra, indifesa, ma con due occhioni che sarebbero in grado di sedurre anche legiorni di morti.
Massimo rispetto per Josh Brolin ma questa volta non ci siamo. Non recita male, questo no, ma la sua forse è stata una scelta di casting non proprio perfetta. Insomma ha una faccia e una stazza enorme (questa volta anche alquanto bolsa) che non mi sono sembrate molto adatte al ruolo dello scrittore quarantenne in cerca di ispirazione. Non ha proprio il phisique du rôle per interpretare l’intellettuale che riesce a far perdere la testa ad una splendida studentessa a tal punto da farle mandare all’aria un matrimonio imminente.
Voto globale per il film: 5 e mezzo. Nemmeno la sufficienza.
Caruccia la locandina italiana. Come fa notare la signora maria nel suo blog, sembra quasi un mash-up tra il vecchio spot del digestivo Antonetto e il poster della serie tv “Mad Men”. Comunque anche quella originale non è affatto male.

Qui potete vedere il trailer ufficiale italiano.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.