Ieri sera sono andato a vedere/sentire Mark Ronson in concerto al Brancaleone. Evento ad ingresso gratuito organizzato da MTV Italia e sponsorizzato dalla birra Beck. Assolutamente imperdibile. Si trattava dell’unica data italiana del tour. Prima esibizione italiana live di Mr. Ronson. Ci sono andato da solo ma, arrivato lì, ho scoperto che ci avrei trovato anche due amici (La Siri e Dund) per cui il morale, già bello alto, non ha potuto che migliorare.
Ma non andiamo fuori traccia. Il concerto è stato spettacolare. Sul palco praticamente erano in nove. Ronson alle tastiere, synth, chitarra elettrica, voce e pad (la batteria elettronica – 4 pezzi). Con lui tutta la band che l’accompagna in questo piccolo tour. Se dobbiamo tener conto del nome del progetto che ha partorito il suo ultimo album (Record Collection), questi altri 8 sarebbero i “The Business Intl”. Ossia: due coriste (con altri due pad ciascuno, cimbali e sinth), un batterista (che se non ho capito male è cresciuto a Roma), un bassista (con un altro pad davanti), un tastierista, Alex Greenwald alla voce e alle tastiere, un rapper di Philadelphia e Andrew Wyatt dei Miike Snow alla voce – da metà concerto in poi.
La cosa singolare di questo spettacolo è che ogni brano aveva un cantante diverso. Tutti facevano i cori a tutti ma ogni pezzo era cantato da un membro diverso della band: una volta a fare da voce solista era la corista di destra, ossia Rose Elinor Dougall delle Pipettes (quella più bassa, mora, diafana, con la voce potente. Molto carina. Assomiglia tremendamente a Sophie Ellis Bextor), una volta era la corista di sinistra, ossia Amanda Warner, a.k.a. MNDR (una vera riot girl con fianco importante e gengiva a vista), una volta Alex Greenwald (lo ricordate? è quello che cantò “Just” nell’album/compilation di cover “Exit Music: Songs with Radio Heads” ), una volta Wyatt. E poi c’era anche il nero di Philadelphia che arricchiva di intermezzi rap diversi brani.
Ora prevista d’inizio concerto: 21.30. Ora di inizio effettivo: 23.15 circa. Io arrivo al Brancaleone per le 21. I cancelli aprono alle 21.50. Entro poco dopo. Ero in lista. La lista “elimina coda” non è servita affatto. Quelli che non erano in lista sono entrati comunque. Anzi sono entrati prima di chi era in lista. Magie della dis-organizzazione imperante. Sono rimasto lì fuori a congelare per un’ora circa, in attesa di entrare, davanti alle transenne, Fortuna che almeno non pioveva. Mi era stato detto “venite presto per evitare la ressa all’ingresso”. Non c’era fila, né ressa all’ingresso. Almeno sino alle 22. Mi era stato detto male. Avrei dovuto fregarmene. Avrei dovuto fare di testa mia. Il solito scemo.
Ma andiamo oltre. A concerto iniziato, non appena si sono accese le luci sul palco, ho visto in faccia Ronson con questa pettinatura oltre il biondo platino e ho urlato qualcosa come: “Ma guardalo, è imbarazzante!”. Per fortuna che la musica era già bella alta. Sono sicuro che non mi abbia sentito nessuno. Respect per la musica. Lodi estreme per la creatività ma – cortesemente – procurategli un parrucchiere che non faccia uso di acidi.
Dunque l’esibizione: di pezzi ne sono stati suonati poco più di 10, mi pare. Durata del concerto: poco meno di 70 minuti. Credo che abbiano suonato (in ordine sparso): “Bang Bang Bang”, “Lose It (In The End)”, The Night Last Night”, “Somebody To Love Me”, “Hey Boy”  – dall’ultimo album – più la storica “Oh Wee”, “Just” dei Radiohead, “Stop Me” degli Smith, “Valerie” e forse un’altra cover.
Dopo i primi 3 pezzi c’è stato un siparietto simpatico, molto energico e spiazzante. Una specie di intermezzo “very street”. Una consolle da dj è stata portata al centro dello strettissimo palco, Ronson si è presentato e urlando ha ricordato agli spettatori che la sua vera professione era fare il dj a New York a metà degli anni ’90. Il dj di musica rap. “Facciamo finta che sia il 1995, Roma!” ha esclamato. Poi ha iniziato a mettere musica, a scratchare i dischi, a usare campionamenti e a lanciare siglette personalizzate in stile “Deejay Time”. Una bella performance di una decina di minuti che si è conclusa con Rose Elinor Dougall che cantava su di una base bella tosta. Finito il siparietto e rimossa la consolle, il concerto è poi ripreso in maniera alquanto tradizionale.
Unico neo della performance: il volume dei microfoni. Un po’ bassini, soprattutto quelli delle voci soliste. Il volume totale, invece, era più che alto. Il suono più che avvolgente. Direi penetrante. Ho visto alcuni spettatori tapparsi le orecchie con le mani. Io, fortunatamente, a certi abusi acustici riesco ancora a resistere. Starò diventando definitivamente sordo?
Sintetizzando: mi sono divertito. Anche molto. Ho scattato anche un po’ di foto con lo smartphone. Una la vedete in testa a questo post. Un concerto che rivedrei anche subito, che consiglierei a tutti. Anche a chi non conosce questo artista. Perché Ronson non è solo il produttore che ha portato al successo Amy Winehouse. Troppo riduttivo. A lui si deve il rilancio in grande stile del Rhythm & Blues. Se il buon vecchio R’n’B è tornato ad essere pop, e a scalare classiffiche, lo dobbiamo a questo giovinastro ciuffodotato che a trentacinque anni s’è fatto “il paglia-e-fieno” e ha imparato il giapponese per fare lo scemo in un video.