novembre, 2010


29
nov 10

SmeercHouse 28 Novembre 2010

Puntata N. 33 della settima stagione.
Questa settimana sono andato in onda (se così si può dire) dalle 15.00 alle 17.00.
Una domenica pomeriggio molto insolita per il sottoscritto. Chissà se è stato così anche per gli ascoltatori. Provate a farvi un’opinione anche voi che leggete.

Il podcast questa volta dura 118 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete qui sopra. Oppure, se volete portarvelo in giro, potete scaricarlo cliccando qui (File mp3 da 33,6 MB codificato mono a 40Kbps – 22050 Khz).

La playlist:
1. Sigla (Gennaio 2010)
2. Erol Alkan & Boys Noize – Waves (Chilly Gonzales Piano Remake)
3. Pink Martini – Hang On Little Tomato
4. SamPaglia – Night Club Tropéz (to Alberto Sordi)
5. Jovanotti & Soleluna – Adagio (con il ritmo nel cuore)
6. Caro Emerald – That Man
7. Brunetta – Baluba Shake
8. PhatBastard – Pon de Caouette
9. Dj Jad feat. Keith Murray – Bang To Da Boogie
10. Romanzo Criminale (Main Theme)
11. The Broken Keys – The Witch (The Bamboos Version)
12. The Mighty Show Stoppers – Hippy Skippy Moon Strut
13. Calibro 35 – Notte in Bovisa
14. Cee Lo Green – Bright Lights Bigger City
15. Jamiroquai – Soul Education
16. Chaka Khan – Sign ‘O’ The Times
17. Bran Van 3000 – Stand Up
18. Lauryn Hill feat. Carlos Santana – To Zion
19. Jerome Sydenham & Kerry Chandler – Winter’s Blessing
20. Indo – R U Sleeping (Lee Mortimer Remix)
21. Teresa Jenee – Remember (Yoruba Soul Mix)
22. Los Amigos Invisibles – Viviré para ti (NSMPSM Remix)
23. Midnight Juggernauts – Shadows
24. Wierd Science – Feel The Need (Boogie Down Remix)
25. Fare Soldi – Occhio Trombino
26. Rubix – Baiser Sur La Disco (Rubix Refix)


26
nov 10

Una vita tranquilla

Una vita tranquilla

di Claudio Cupellini (Italia, 2010)
con Toni Servillo, Marco D’Amore, Francesco Di Leva,
Juliane Köhler, Alice Dwyer, Maurizio Donadoni,
Leonardo Sprengler, Giovanni Ludeno

Iniziamo dal voto: 8, 8 e mezzo. Anche di più, dai. Questo film è stupendo. Da vedere assolutamente. Si tratta di un thriller, forse di un noir. Probabilmente è entrambe le cose e qualcosa in più. “Una vita tranquilla” parla di malavita contemporanea e di vite che cercano di redimersi.
Diego ed Edoardo sono due ventenni campani (napoletani?) probabilmente malavitosi. Si trovano nel sud della Germania per compiere qualcosa di poco simpatico. Forse un attentato. Quando l’hotel in cui soggiornano viene improvvisamente evacuato a causa di un’inaspettata esplosione, i due quasi rinunciano al loro intento. Ma pur di non far fallire il piano e di non ritornare alla base con le pive nel sacco, Diego si fa venire un’idea: ripiegare altrove, in un posto tranquillo, in un altra città. Avverte i suoi mandanti del cambio di programma e con Edoardo raggiunge immediatamente “Da Rosario”, un piccolo hotel rustico con ristorante annesso, sito nei pressi di in un bosco. L’omonimo titolare della struttura è un bonario signore italiano di mezza età, pelato e barbuto, che gira per tutto il tempo tra i fornelli con un camice da chef a litigare (per finta) con l’aiuto cuoco, un altro italiano. Di lui sappiamo anche che ha una bionda moglie autoctona sulla quarantina e un figlio di 10 anni circa. Più che italiano, Rosario pare essere campano e stranamente, non appena si accorge dell’arrivo dei due giovinastri paesani, inizia a sentire puzza di bruciato. Lo spettatore capisce subito qui che il tizio che conduce la “vita tranquilla” del titolo ha qualcosa da nascondere. In maniera molto sbrigativa Rosario dà accoglienza ai due nuovi ospiti italiani, offre loro la cena e si sincera che non sia in corso alcuna emergenza. Chi guarda intuisce che Diego e Rosario si conoscono ma, in un primo momento, può solo sospettare quale sia il legame che li lega. Rosario, invece, teme qualche sgradevole sorpresa ma non ha affatto idea di quale sia il motivo che ha portato Diego ed Edoardo nella sua struttura, né può immaginare in che modo verrà coinvolto nella vicenda.
Non vi svelo altro per non togliervi il piacere di gustarvi questa splendida pellicola.
Quanto sia bravo Toni Servillo in ruoli di questo tipo lo sappiamo benissimo, dunque non è il caso di ripertelo ancora. Diamolo per scontato. Aggiungiamo, però, solo un plauso per aver interpretato splendidamente il personaggio di Rosario, usando sia l’italiano – con notevole accento campano, che il tedesco.
La vera sorpresa, per me, è stata l’interpretazione dello sconosciuto Marco D’Amore. Il ruolo del tenace malavitoso, del duro ma riflessivo ventenne, gli è riuscita alla perfezione. Credibilissimo, sin dalla prima scena in cui lo vediamo, impavido, tagliarsi parte del sopracciglio sinistro con una lametta di quelle per il rasoio di sicurezza.
Particolarmente intense anche la recitazione di Francesco Di Leva – nei panni dell’altro giovane malavitoso, molto più sborone, sfacciato, sguaiato e ignorante – e quella di Juliane Köhler, che qui recita il ruolo della devota moglie di Rosario, una donna buona e innamorata che però è convinta per tutto il tempo che la temporana lontanza dal marito sia dovuta alla passione di questi per un’altra donna.
A Maurizio Donadoni hanno dato la buffa parte del cuoco veneto, noioso e logorroico, che contesta continuamente tutte le scelte che il suo datore di lavoro (Rosario) fa in cucina.
Alice Dwyer invece ne esce molto bene come la minuta cameriera, dolce e sexy, che brucia di passione per Edoardo, il misterioso ragazzo italiano, così burbero e impacciato, improvvisamente arrivato dal nulla a scombussolarle la vita.
Leonardo Sprengler è il bambino biondo simil-kinder – un po’ intronatello a dire il vero.
Nota: il regista Claudio Cupellini nel 2005 diresse un episodio del film “4-4-2 Il gioco più bello del mondo”

Qui potete vedere il trailer.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


26
nov 10

Flaiano: Il meglio è passato

Flaiano: Il meglio è passato

di Steve Della Casa e Giancarlo Rolandi (Italia, 2010)
con Elio Germano, Sandra Milo, Giuliano Montaldo,
Enrico Vaime, Pupi Avati

Questo è un documentario che racconta la storia di Ennio Flaiano, uno dei più sagaci autori italiani del dopoguerra. Forse il più grande. Non so. Lo ammetto: non lo conosco bene. Sino ad ora ne sapevo pochissimo. Anzi dovrei rimediare presto. M’è venuta voglia di leggere un bel po’ dei suoi scritti. Un autore satirico, dicevo, secondo me ancora troppo poco conosciuto – ahinoi.
La vita personale e artistica di Flaiano viene narrata sia da una voce fuoricampo, che da quella dalle persone che l’hanno conosciuto in vita – soprattutto da chi ha avuto modo di conoscerlo in vita – attraverso una serie di nostalgiche interviste. È questo, infatti, l’artificio tecnico che Della Casa e Rolandi hanno scelto per far affiorare notizie e curiosità sulla vita di Flaiano e portarle alla nostra conoscenza. Una scelta alquanto classica per un documentario che, accompagnata da un romantico bianco e nero, ci spiega o, meglio, cerca di spiegarci il perché della fine della collaborazione tra Flaiano e Fellini, la ritrosia all’eccessiva mondanità dell’autore, le sue timidezze, la riservatezza di cui avvolse la vita privata, i motivi che lo portarono ad un convinto antifascismo sin dalla gioventù, ecc.
Dovessi dare un voto a questa meritevole opera di divulgazione sceglierei il 6. La sufficienza. Bellino, eh. Però non mi sono piaciuti gli interventi di Elio Germano. Non ho trovato particolarmente felice, cioè, la scelta di fargli leggere passi scritti da Flaiano, o meglio di farglieli intrepretare. Questi intermezzi mi sono sembrati fuori luogo. Che forse il nome di Germano sia servito solo come “specchietto per le allodole”? A parte questo, la durata del documentario (60 minuti) e il poco profondo livello di approfondimento delle notizie biografiche mi hanno lasciato un po’ con l’amaro in bocca. Mi aspettavo di sapere qualcosa di più su i suoi scritti, su altre collaborazioni artistiche nell’ambito cinematografico e non. Peccato.

Nota: questo film è stato presentato fuori concorso alla 67^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (edizione 2010, quindi) nella sezione “Controcampo italiano”. Io l’ho visto dopo averlo registrato dalla tv. Qualche giorno fa l’hanno trasmesso di notte su Rai Movie.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


24
nov 10

Mark Ronson live in Rome @ Brancaleone

Ieri sera sono andato a vedere/sentire Mark Ronson in concerto al Brancaleone. Evento ad ingresso gratuito organizzato da MTV Italia e sponsorizzato dalla birra Beck. Assolutamente imperdibile. Si trattava dell’unica data italiana del tour. Prima esibizione italiana live di Mr. Ronson. Ci sono andato da solo ma, arrivato lì, ho scoperto che ci avrei trovato anche due amici (La Siri e Dund) per cui il morale, già bello alto, non ha potuto che migliorare.
Ma non andiamo fuori traccia. Il concerto è stato spettacolare. Sul palco praticamente erano in nove. Ronson alle tastiere, synth, chitarra elettrica, voce e pad (la batteria elettronica – 4 pezzi). Con lui tutta la band che l’accompagna in questo piccolo tour. Se dobbiamo tener conto del nome del progetto che ha partorito il suo ultimo album (Record Collection), questi altri 8 sarebbero i “The Business Intl”. Ossia: due coriste (con altri due pad ciascuno, cimbali e sinth), un batterista (che se non ho capito male è cresciuto a Roma), un bassista (con un altro pad davanti), un tastierista, Alex Greenwald alla voce e alle tastiere, un rapper di Philadelphia e Andrew Wyatt dei Miike Snow alla voce – da metà concerto in poi.
La cosa singolare di questo spettacolo è che ogni brano aveva un cantante diverso. Tutti facevano i cori a tutti ma ogni pezzo era cantato da un membro diverso della band: una volta a fare da voce solista era la corista di destra, ossia Rose Elinor Dougall delle Pipettes (quella più bassa, mora, diafana, con la voce potente. Molto carina. Assomiglia tremendamente a Sophie Ellis Bextor), una volta era la corista di sinistra, ossia Amanda Warner, a.k.a. MNDR (una vera riot girl con fianco importante e gengiva a vista), una volta Alex Greenwald (lo ricordate? è quello che cantò “Just” nell’album/compilation di cover “Exit Music: Songs with Radio Heads” ), una volta Wyatt. E poi c’era anche il nero di Philadelphia che arricchiva di intermezzi rap diversi brani.
Ora prevista d’inizio concerto: 21.30. Ora di inizio effettivo: 23.15 circa. Io arrivo al Brancaleone per le 21. I cancelli aprono alle 21.50. Entro poco dopo. Ero in lista. La lista “elimina coda” non è servita affatto. Quelli che non erano in lista sono entrati comunque. Anzi sono entrati prima di chi era in lista. Magie della dis-organizzazione imperante. Sono rimasto lì fuori a congelare per un’ora circa, in attesa di entrare, davanti alle transenne, Fortuna che almeno non pioveva. Mi era stato detto “venite presto per evitare la ressa all’ingresso”. Non c’era fila, né ressa all’ingresso. Almeno sino alle 22. Mi era stato detto male. Avrei dovuto fregarmene. Avrei dovuto fare di testa mia. Il solito scemo.
Ma andiamo oltre. A concerto iniziato, non appena si sono accese le luci sul palco, ho visto in faccia Ronson con questa pettinatura oltre il biondo platino e ho urlato qualcosa come: “Ma guardalo, è imbarazzante!”. Per fortuna che la musica era già bella alta. Sono sicuro che non mi abbia sentito nessuno. Respect per la musica. Lodi estreme per la creatività ma – cortesemente – procurategli un parrucchiere che non faccia uso di acidi.
Dunque l’esibizione: di pezzi ne sono stati suonati poco più di 10, mi pare. Durata del concerto: poco meno di 70 minuti. Credo che abbiano suonato (in ordine sparso): “Bang Bang Bang”, “Lose It (In The End)”, The Night Last Night”, “Somebody To Love Me”, “Hey Boy”  – dall’ultimo album – più la storica “Oh Wee”, “Just” dei Radiohead, “Stop Me” degli Smith, “Valerie” e forse un’altra cover.
Dopo i primi 3 pezzi c’è stato un siparietto simpatico, molto energico e spiazzante. Una specie di intermezzo “very street”. Una consolle da dj è stata portata al centro dello strettissimo palco, Ronson si è presentato e urlando ha ricordato agli spettatori che la sua vera professione era fare il dj a New York a metà degli anni ’90. Il dj di musica rap. “Facciamo finta che sia il 1995, Roma!” ha esclamato. Poi ha iniziato a mettere musica, a scratchare i dischi, a usare campionamenti e a lanciare siglette personalizzate in stile “Deejay Time”. Una bella performance di una decina di minuti che si è conclusa con Rose Elinor Dougall che cantava su di una base bella tosta. Finito il siparietto e rimossa la consolle, il concerto è poi ripreso in maniera alquanto tradizionale.
Unico neo della performance: il volume dei microfoni. Un po’ bassini, soprattutto quelli delle voci soliste. Il volume totale, invece, era più che alto. Il suono più che avvolgente. Direi penetrante. Ho visto alcuni spettatori tapparsi le orecchie con le mani. Io, fortunatamente, a certi abusi acustici riesco ancora a resistere. Starò diventando definitivamente sordo?
Sintetizzando: mi sono divertito. Anche molto. Ho scattato anche un po’ di foto con lo smartphone. Una la vedete in testa a questo post. Un concerto che rivedrei anche subito, che consiglierei a tutti. Anche a chi non conosce questo artista. Perché Ronson non è solo il produttore che ha portato al successo Amy Winehouse. Troppo riduttivo. A lui si deve il rilancio in grande stile del Rhythm & Blues. Se il buon vecchio R’n'B è tornato ad essere pop, e a scalare classiffiche, lo dobbiamo a questo giovinastro ciuffodotato che a trentacinque anni s’è fatto “il paglia-e-fieno” e ha imparato il giapponese per fare lo scemo in un video.


22
nov 10

SmeercHouse 21 Novembre 2010

Puntata N. 32 della settima stagione.
Una domenica casalinga, in cui la voglia di rimanere rifugiati in casa, per fuggire dal cattivo tempo che imperversava fuori dalla finestra, era tanta. La musica, fortunatamente, era lì a portata di mano e, come sempre, non ci ha abbandonato, né deluso.

Il podcast questa volta dura 132 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete qui sopra. Oppure, se volete portarvelo in giro, potete scaricarlo cliccando qui (File mp3 da 37,5 MB codificato mono a 40Kbps – 22050 Khz).

La playlist:
1. Sigla (Gennaio 2010)
2. Bob Marley feat. Lauryn Hill – Turn Your Lights Down Low
3. Nat King Cole – L-O-V-E
4. Hooverphonic – This Strange Effect (Thievery Corporation Mix)
5. LL Cool J – I Need Love (Single Version)
6. Jennifer Lopez – If You Had My Love
7. Brandy & Monica – The Boy Is Mine
8. Busta Rhymes – Turn It Up (Fire It Up)
9. Snoop Doggy Dogg – From The Chuuuch To Da Palace
10. M.O.P. – Cold As Ice
11. Gorillaz feat. Daley – Doncamatic
12. Eels – Last Stop This Town
13. Garbage – I Think I’m Paranoid
14. Lenny Kravitz – American Woman
15. El Remolon – Veridis Quo (Daft Punk reprise) vs. De La Soul
16. Shakira feat. Dizzee Rascal – Loca (Single Version)
17. The LTG Exchange – Corazon
18. Girl Talk – Get It Get It
19. Theatre of Disco – YOA (The Twelves Remix)
20. Midfield General – Disco Sirens
21. Terry Lynn – Kingstonlogic
22. Hot Chip – Touch Too Much (Fake Blood Remix)
23. Round Table Knights & Bauchamp – Calypso (Original Mix)
24. Dr. Kucho! & Adonis Alvarez feat. Marta Bolanos – La Tarde Se Ha Puesto Triste (Original Mix)
25. Junior Vasquez – If Madonna Calls (Junior’s X-Beat Mix)


15
nov 10

SmeercHouse 14 Novembre 2010

Puntata N. 31 della settima stagione.
Il codino in 4/4 torna ad essere corposo, spero faccia piacere agli ascoltatori.

Il podcast questa volta dura 126 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete qui sopra. Oppure, se volete portarvelo in giro, potete scaricarlo cliccando qui (File mp3 da 36,2 MB codificato mono a 40Kbps – 22050 Khz).

La playlist:
1. Sigla (Gennaio 2010)
2. Jamiroquai – Black Crow
3. J. Girls – Yellow World
4. Senior Coconut feat. Ryuichi Sakamoto And Jorge Gonzale – Yellow Magic (Tong Poo)
5. Jovanotti & Soleluna – Staying Alive
6. The Treacherous Three – Body Rock
7. Cee Lo Green – Satisfied
8. Bran Van 3000 – Discosis
9. Caro Emerald – A Night Like This
10. Nas feat. Lauryn Hill – If I Ruled The World (Imagine That)
11. Missy Elliott – Sock It 2 Me
12. Dj Jad feat. Love Bug Starski and Kerry – Love B.U.G.
13. Mark Ronson And The Business Intl feat. Rose Elinor Dougall, Alex Greenwald – The Night Last Night
14. Alec R. Costandinos – Grooves (Introduction Et Générique)
15. Mr. Oizo – Flat Beat
16. Bah Samba feat. Alice Rusell – Portuguese Love (Phil Asher’s Restless Soul Mix)
17. Mr. A.L.I. – Midnight Interlude (Original Version)
18. Gold Fish – Soundtracks And Come Backs
19. Bob Sinclar – Do It
20. Modjo – Roller Coaster
21. Gus Gus – David (Gus Gus Original Mix)
22. Duce Martinez & Louie ‘Lou’ Gorbea – Freeman (Duce Is Wild He Is Free Mix)
23. Jazztronik – Dentro Mi Alma (Yoruba Soul Remix)
24. James Brown – Sex Machine (Fantastic Plastic Machine Mix)
25. Swedish House Mafia – One (Fare Soldi Buzzurry RMX)


11
nov 10

Wargames – Giochi di guerra

Wargames – Giochi di guerra
(Wargames)

di John Badham (Usa, 1983)
con Matthew Broderick, Dabney Coleman,
Ally Sheedy, John Wood, Barry Corbin, James Tolkan,
Michael Madsen, Juanin Clay, Kent Williams, Joe Dorsey,
Irving Metzman, Baren Loren, Michael Ensign, William Bogert

Un’altra pellicola culto per quelli che furono ragazzi negli anni ’80. Altro film perso all’epoca e recuperato solo oggi, nel 2010.
Tema portate di “Wargames” è l’inutilità (oltre che l’estrema pericolosità) della terza guerra mondiale, perpetrata attraverso l’uso massiccio di missili a testata nucleare.
Prima metà degli anni ’80: ultime avvisaglie di Guerra Fredda. David Lightman, un ragazzino smanettone, che solitamente entrare nel database informatico della scuola per aumentare i suoi pessimi voti, decide di superare se stesso, di andare oltre, cioè di sfruttare il computer che ha a casa e il suo modem per connettersi alla banca dati di una società di videogames (Protovision) e accedere in maniera furtiva ai nuovi giochi in uscita. Durante questo suo tentativo di hacking si imbatte però in W.O.P.R., la macchina costruita dal matematico Stephen Falken, ossia un supercomputer che si occupa di effettuare simulazioni di una possibile guerra nucleare e calcolarne i danni per conto del Ministero della difesa americano. Quando David – in totale buona fede – decide di sfidare W.O.P.R. ad una partita a “Global Thermonuclear War” non immagina affatto che, trattandosi di una vera simulazione miltare, al Pentagono lo stesso computer ha messo in allarme tutti i sistemi di sicurezza, facendo credere a decine di militari di ogni ordine e grado che il blocco sovietico stia per sferrare un attacco nucleare sull’intero suolo degli Stati Uniti d’America.
Per riparare al danno creato, David dovrà nell’ordine: 1. sfuggire all’FBI; 2 con l’aiuto della sua compagna di scuola Jennifer scovare il prof. Falken, 3. convincere il matematico, ormai totalmente demoralizzato, che non tutto è perduto; 4. riportarlo alla base militare in cui vengono prese le decisioni su tutte le operazioni di guerra; 5. convincerlo a fermare il computer W.O.P.R.; 6. convincere il Generale di stato Maggiore Beringer che, trattandosi solo di una simulazione informatica, gli Stati Uniti non sono in pericolo e perciò non è necessario attaccare preventivamente l’URSS. In altre parole: la possibilità di scongiurare un’imminente guerra nucleare totale è tutta nelle mani di un diciasettenne un po’ troppo infoiato per l’informatica e i videogames.
Morale della favola: se non stiamo attenti, finiamo per farci prendere dal panico e per giunta, quando sono le macchine ad aver preso il controllo, sostituendosi all’uomo, il rischio di una distruzione totale è ancora più grande. Una visione troppo apocalittica dell’informatica? Forse. Ma, per essere un teen-movie, “Wargames” è davvero ben fatto. Si merita la qualifica di pellicola cult.
Matthews Broderick è perfetto per la parte. La parte del genietto dell’informatica gli calza a pennello. A me sta simpatico sin dai tempi de “Il boss e la matricola”. Persino adesso nutre mia grande stima, pur avendo sposato una come Sarah Jessica Parker.
Ally Sheedy bravina e caruccetta. Ottima spalla per Broderick. Sono sicuro che questa pellicola gli sia valsa per un bel po’ di tempo il titolo di America’s Sweetheart.
Scelte di cast: buona sia quella di Barry Corbin nei panni del bolso generale guerrafondaio che quella di William Bogert nei panni dello stralunato papà di David.
Citazione di merito anche per la simpatia di Dabney Coleman (nel ruolo di McKittrick, il direttore strategico area informatica della base militare) e per il buffo baffetto di Michael Ensign (un militare alto in grado ma personaggio di secondo piano).

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


10
nov 10

Tron

Tron

di Steven Lisberger (Usa, 1982)
con Jeff Bridges, Bruce Boxleitner, Cindy Morgan,
David Warner, Barnard Hughes, Dan Shor,
Peter Jurasik, Tony Stephano

Sì, lo so: certi film andavano visti all’epoca, quando sono arrivati nelle sale cinematografiche, ma io non l’ho fatto. Vai a capire perché. Comunque per pellicole di culto come questa non è mai troppo tardi per rimediare. Io ho deciso di recuperare ieri notte. Ho visto finalmente “Tron” e l’ho trovato… Boh, non so. Diciamo pure che esprime ottimamente lo spirito dell’epoca, la meraviglia di una cosa ancora abbastanza nuova – all’epoca – come il videogaming.
La trama: Kevin Flynn è un giovane smanettore (uno che oggi chiameremmo “geek” o “hacker”) titolare di una omonima sala giochi per ragazzini. Un tempo lavorava come programmatore per la Encom, un’importantissima società produttrice di videogame. Ed Dillinger, presidente della Encom, è il suo acerrimo rivale: si tratta di un vecchio collega programmatore, più furbo e più anziano ma meno capace, che ha fatto carriera nell’azienda rubando a Flynn tutti i codici dei videogame da lui ideati e sviluppati. In altre parole: Dillinger sottrasse a Flynn i file per presentarli all’azienda come sue creazioni. In seguito a questa mossa Ed fece carriera, diventò il presidente ed estromise Flynn dalla società, preoccupandosi anche di occultanre le prove del soppruso nei meandri di “Space Paranoids”, un complicatissimo sistema informatico che agisce sulla base di videogame. Mosso dal desiderio di rivalsa e dal senso si sfida, Flynn cerca di recuperare i file incriminati e dimostrare all’azienda la paternità dei videogame. Per raggiungere il suo obiettivo Flynn decide di farsi aiutare da un paio di suoi amici/colleghi – Alan e Lora – ma le cose non vanno esattamente come aveva previsto. Sebbene riesca ad intrufolarsi nella sede della Encom e a mettersi davanti ad un terminale, Flynn viene immediatamente fermato dallo stesso sistema informatico che in un sol colpo digitalizza il suo corpo, usando un potentissimo laser, e lo imprigiona all’interno del videogame. Sarà dunque proprio dentro “Space Paranoids” che avverrà la battaglia per la ricerca della verità tra gli avatar virtuali di Flynn, Alan (Tron) e Lora (Yora) e il sistema (Master Control Program).
Un merito che è giusto riconoscere a “Tron” è che in un certo senso nella fantascienza cinematografica fa fatto da apripista a tutta una serie di film basati sulla realtà virtuale, sull’universo dell’informatica, dei computer, della digitalizzazione. Il tagliaerbe, Matrix, Total Recall, Robocop e altri ancora hanno attinto in un modo o nell’altro all’immaginario che questa pellicola ha iniziato a sviluppare.
Non avevo mai visto un Jeff Bridges così giovane. Recita benissimo la parte dello spirito libero, del giovinastro poco propenso a piegarsi alle esigenze dell’industria. Il suo personaggio è un geek a tutti gli effetti, un super programmatore scafatissimo ma non porta nel look e nell’aspetto quei segni che, con il passare del tempo, sono diventati identificativi dello smanettone (occhiali quadrati dalla montatura nera, camicia bianca a maniche corte, penna nel taschino, pettinatura con la riga da una parte, fisico al limite del rachitismo, ecc.)
Cindy Morgan interpreta è la dolce e sexy dottoressa da laboratorio, la stessa tipa che ritroviamo nel videogame con lo pseudonimo di Yori, inguainata in una tutina aderente dalle fasce luminose.
Bruce Boxleitner lo ricordavo come il co-protagonista della serie tv “Top Secret” con Kate Jackson. L’ho ritrovato qui nei panni di un giovane programmatore con gli occhialoni, onesto e leale ma un po’ ingenuo. Sua la faccia dell’avatar di Tron.
A Barnard Hughes hanno riservato la parte del vecchio ricercatore, un programmatore della vecchia guardia che fondò la Encom nel suo garage ma che, col tempo, ne ha perso completamente il controllo a causa degli sfrenati interessi commerciali dei vertici.
David Warner, invece, interpreta lo spietato Ed Sallinger, ossia la mente malvagia che ha piegato il videogame “Space Paranoids” e tutta la Encom ai suoi interessi.
Oltre ad averne curato la regia, Steven Lisberger ha scritto anche il soggetto e la sceneggiatura di “Tron”.
Questo film è stato prodotto dalla Walt Disney Pictures. Distribuzione Buena Vista.
Un altro motivo che mi ha spinto a vedere “Tron” è perché nei prossimi mesi arriverà nei cinema il seguito di questa pellicola, intitolato “Tron Legacy”, scritto sempre da Lisberger e con la colonna sonora dei Daft Punk.

Il trailer originale.
Qui potete vedere la locandina ufficiale americana.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


8
nov 10

SmeercHouse 7 Novembre 2010

Puntata N. 30 della settima stagione.
Cinque pezzi nuovi mescolati con tanto materiale sonoro d’archivio. Una domenica strana: nuvolosa ma calda, che ispira uno stato d’animo così “lazy” da stare in casa davanti alla finestra spalancata.

Il podcast questa volta dura 131 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete qui sopra. Oppure, se volete portarvelo in giro, potete scaricarlo cliccando qui (File mp3 da 37,5 MB codificato mono a 40Kbps – 22050 Khz).

La playlist:
1. Sigla (Gennaio 2010)
2. Lou Reed – Perfect Day
3. George Michael – Roxanne
4. Lauryn Hill feat. D’Angelo – Nothing Even Matters
5. Cee Lo Green – Cry Baby
6. Michael and Janet Jackson – Scream
7. N.E.R.D. feat. T.I. – Party People
8. Melanie B – Word Up
9. Queen & Wyclef Jean feat. Pras & Free – Another One Bites The Dust
10. Luniz – I Got 5 On It
11. Eminem feat. Dr. Dre – Guilty Coscience (Radio Version)
12. Calibro 35 – La morte accarezza a mezzanotte
13. France Gall – Laisse tomber les filles
14. Senor Coconut and His Orchestra – Behind The Mask (Single Mix)
15. Manu Chao – Bongo Bong + Je Ne T’aime Plus
16. Lou Bega – Mambo No. 5 (A Little Bit Of…)
17. Liquido – Narcotic
18. Escort – Cocaine Blues
19. Mighty Mike – Every White Ghost From Above
20. Mighty Mike – Into The Nite
21. Jamiroquai – White Knuckle Ride (Alex Braxe Remix)
22. Gary’s Gang – Let’s Love Dance Tonight (Leonard Part Sixx Edit)
23. The S-Man – Time To Stop (9 to 5 Mix)
24. Solid Soul presents Soulizm – The Music
25. Supafly vs. Fishbowl – Let’s Get Down (Original Mix)
26. Mariah Carey – Fantasy (Def Club Mix)
27. Benny Benassi & Kelis – Spaceship (Extended Mix)


8
nov 10

The Social Network

The Social Network

di David Fincher (USA, 2010)
con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake,
Rooney Mara, Dustin Fitzsimons, Calvin Dean, Patrick Mapel,
Aaron Sorkin, Armie Hammer, Max Minghella, Aria Noelle Curzon,
John Getz, Rashida Jones, Carrie Armstrong, Pamela Roylance, David Selby

Questo è il film che parla di Facebook. Meglio: tratta della sua nascita e della sua ascesa, ‘ché come sia andata a finire dobbiamo ancora scoprirlo. Un film che parla di Facebook ma che non si chiama “Facebook”. Non ho ancora capito come abbiano fatto i produttori a usare il vero nome del social network, dei suoi fondatori e delle persone coinvolte nella storia, senza beccarsi delle querele. Raccontando la verità, direte voi. Ma si sa che nel dorato mondo di Hollywood la verità non basta.
Andiamo con ordine: The Social Network è il film migliore dell’anno? No, sinceramente non credo. Per svariate ragioni. Ve ne dico solo 2. Primo: non mi ha stupito, non mi ha affascinato. Non mi ha annoiato ma non mi ha nemmeno lasciato a bocca aperta. Secondo: chi se li ricorda tutti i film del 2010?
Mi dicono che sia “ben scritto”, beh io non sono uno sceneggiatore, non sono del mestiere. Lo ammetto: un po’ mi piacerebbe ma non me ne intendo. Dunque facciamo che sì: mi fido sulla parola. Nota per i fan(atici): a sceneggiare questa storia (vera e tratta da un libro) s’è messo Aaron Sorkin, un tale che per alcuni amanti di serie tv è un po’ un Dio in terra. Forse no: ma chi siamo noi per smentire? Per di più: io non ho mai visto alcuna puntata del suo acclamato capolavoro “The West Wing” – e sì che sarebbe anche ora che mi dessi una mossa.
Dunque torniamo a “The Social Network”. Qui si tratta della storia di diversi giovinastri in età universitaria, tutti più o meno sfigati e impallinati per l’informatica e gli affari.
[SPOILER]
Uno di questi, il super nerd protagonista – tale Mark Zuckerberg – giovane programmatore genietto del computer, frustrato, arrivista ma sfigato con le donne, viene mollato dalla gnappetta con cui esce, a causa della sua supponenza, e per ripicca s’inventa FaceMash, un sitarello online molto simile a “Hot or Not” per votare la ragazza più carina sulla base di confronti uno a uno. Il giochetto gli riesce, cioè ha subito successo tra gli altri studenti, ma rischia l’espulsione da Harvard in quanto per realizzarlo ha trafugato centinaia di foto da diversi database fotografici studenteschi. Non appena riesce a sfangarla – sempre grazie ad una massiccia dose della sua strafottenza – viene contattato da tre canottieri fighetti e figli di papà (Divya Narendra e i fratelli Winklevoss) che gli propongono una collaborazione per la messa online di un social network esclusivissimo, ossia limitato alla loro prestigiosissima università. Zuckerberg accetta l’offerta ma finisce per fare di testa sua. In poche settimane acquista il dominio TheFacebook.com e ci mette sopra un social network che applica gli stessi principi suggeriti dal terzetto di bellimbusti. Solo che questi non ci stanno e finiscono per portarlo in tribunale. Stessa cosa fa Eduardo Saverin (detto Wardo), il suo migliore amico, quello che gli ha presta tutto il capitale per la messa in opera del progetto Facebook e che gli sta vicino sin dai giorni del concepimento di FaceMash; pensate: è addirittura lui a suggerigli l’algoritmo di base per la creazione del sito, spiegandogli alcuni meccanismi di gioco degli scacchi. Non solo: a minare le fondamenta della società e l’amicizia tra Mark e Wardo ci si mette anche Sean Parker, un giovane viveur scapestrato che vive a Los Angeles e che ha fatto i soldi ideando il primo vero software peer 2 peer per scambiarsi la musica. Piccola nota chiarificatrice: no, non vi ricordate male: Shawn Fanning è effettivamente il tipo che si inventò Napster. Anche Sean Parker anche lo ideò, ma ne fu solo il co-fondatore.
Insomma, per farla breve: “The Social Network” è un legal drama. Una storia di giovani adulti che si rinfacciano il loro recente passato in tribunale per questioni meramente economiche. Condite il tutto con sentimenti vari quali: l’amicizia, l’invidia, l’arrivismo, la gelosia, la presunzione, l’incapacità di stabilire e mantenere delle relazioni umane basate sulla sincerità e sul rispetto, la nerdaggine o nerditudine (passatemi i termini), la voglia di essere padroni del mondo per il solo fatto di essere giovani e di aver avuto un’idea vincente. Tra l’altro il sottotitolo del film riassume molto bene il concetto: “Non arrivi a 500 milioni di amici senza farti qualche nemico”.
Passiamo al capitolo recitazione.
M’han detto che Justin Timberlake potrebbe essere candidato all’Oscar 2011 come migliore attore non protagonista. Ma non scherziamo, dai. Justin m’è pure stato sempre simpatico – almeno da quando ha lasciato gli ‘N Sync – e qui recita anche benino ma non mi pare proprio sia da premiare. Non foss’altro svilirebbe il meritatissimo premio che l’anno scorso Christoph Waltz ha ricevuto per la stessa categoria.
A me, per esempio, è piaciuto molto più Andrew Garfield. Lo ricordate in “Parnassus”? Elegante e promettente. Magari a qualcuno la sua faccia pulita (troppo pulita?) risulterà anche antipatica ma il ruolo dell’amico del cuore sincero e generoso gli calza a pennello.
Plauso al casting anche per la scelta del protagonista; così come l’hanno conciato, Jesse Eisenberg somiglia molto al vero Mark Zuckerberg. Date un’occhiata voi stessi.
Sorkin appare nel film per un cammeo nei panni di una specie di venture capitalist newyorkese.
Rooney Mara è davvero una mitraglia. Brava – non c’è che dire – e dalla lingua sciolta. Sui dialoghi serratissimi della prima scena quasi non si riesce a starle dietro. Buona la sua prova anche nel momento in cui smerda Zuckerberg di fronte a tutti, rinfacciandogli di essere stato uno stronzo a metterla in ridicolo su Internet.
Riassumendo: bravi Fincher, Sorkin e gli attori tutti. Voto 7 e mezzo. Siamo lontani però dal capolavoro.

Questa pellicola arriverà nelle sale italiane venerdì prossimo, 12 novemebre. Io ho avuto l’occasione e la fortuna di godermela ieri notte in lingua originale, versione sottotitolata in inglese.

Qui potete vedere il trailer ufficiale (in italiano). Qui un’altra locandina italiana.
La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.